FASCICOLO  16

a cura di Rugggio

     Aggiornato il 23-03-2008

HOME  PAGE

VAI GIÙ

SILENZIOSA  TESTIMONE  DEL  PASSATO

Orchestrali.jpg (35721 octets)

La Proff.sa  Lina Pierini 

al pianoforte.

Dirige il 

Mº Giovanni Romiti.

alle sue spalle e alcuni componenti dell'orchestrina.

L'orchestra chiamata al proscenio.

orchestrali01.jpg (29669 octets)

L'orchestra del teatro che ha eseguito l'operetta 

"Fior di Siviglia"

 

1 - Cultura popolare

14 - Le pratiche magiche

2 - L'orologio del Castello

15 - Al buffardel

3 - Dramma umano

16 - I ciarlatani

4 - Il canto del Maggio

17 - Il circo viaggiante

5 - Il Carnevale

18 - Il cantastorie

6 - Poesia improvvisata

19 - Bugelli, l'aedo

7 - Folklore

20 - La scaramanzia fuori testo

8 - Il Liutaio - Davide Bernabovi

21 - Il gobbo

9 - Bigiol

22 - Il quadrifoglio

10 - Pomini

23 - Il ferro di cavallo

11 - Mangamaraziana

24 - Il cornetto

12 - La vipera

25 - La coccinella

13 - La medicina popolare

26 - A beneficio dei neofiti, ...

rattando della cultura popolare spesso facciamo una certa confusione, che determina atteggiamenti non sempre obiettivi attorno al sapere del popolo.  

È l'insieme delle cognizioni acquisite dall'individuo attraverso la lettura, lo studio, l'esperienza, l'influenza dell'ambiente in cui vive, il ricevuto dagli avi, le tradizioni, gli usi ed i costumi. Ogni uomo può elevare il suo livello culturale assimilando e rielaborando mentalmente e spiritualmente tutti i prodotti culturali del passato.  Infatti con popolare si distinguono delle esperienze secondo una consuetudine radicata, che in genere intende creare una biforcazione tra il sapere del popolo e quella del colto.

Da sempre esiste una notevole confusione intorno alla questione popolare, poiché il termine è ambiguo e si presta a diverse interpretazioni, oltre ad ogni tipo di adattazioni e manipolazioni ideologiche.

Parlando di cultura popolare,  dovremmo cercare di superare certe barriere regionali e assurdi campanilismi.

Il problema della cultura popolare, cioè dell'elevazione del livello culturale delle classi socialmente più modeste, che sino ad ieri ci riconduceva alla problematica degli adulti, la lotta contro l'analfabetismo, sono state da noi volute per il controllo delle masse operaie agenti in agricoltura; il sistema feudale viveva se c'era il controllo del bracciantato, quindi la continuità del mestiere che si tramandava da padre in figlio.

Il nostro territorio, in prevalenza montuoso, mostra una notevole varietà di situazioni. Questo si traduce in un uso diverso delle risorse, differenti modalità di organizzazione della famiglia e della società.  Anche negli oggetti e nelle immagini conservate si riflette una grande varietà.

Importante è stato il ritrovamento e l'edizione del lavoro fatto dal Prof. Fernando Leviti su "Il dialetto bagnonese". Un importante lavoro che, il Centro di Cultura Bagnonese ha elaborato, volendo lasciare ai posteri anche l'antico suono gutturale delle nostre ataviche tradizioni. 

La forte coscienza a un'identità etnico-linguistica dialettale diversa è sempre presente nelle produzioni folkloristiche.

dopolavoroA.jpg (19173 octets)

Il Teatro e Dopolavoro

cinema_teatro.jpg (24649 octets)
L'interno

AGOSTO 1936

MOSTRA D'ARTE E FESTA POPOLARE

Dagli antichi archivi del secolo XXº

Il Senatore, Cavaliere di Gran Croce, Ferdinando Quartieri, per abbellire una parte trascurata del paese, cioè l'oltre Bagnone, in fondo al ponte, l'attuale piazza Europa (n.d.a.), aveva fatto costruire, oltre a forti muraglioni sulla sponda del fiume, un palazzo di belle linee architettoniche con bellissimi architravi in arenaria riproducenti in bassorilievi scene di vita paesana.

Ultimamente, non ancora terminato nell'interno, l'aveva regalato all'Opera Nazionale Dopolavoro (O.N.D.). 

I Dirigenti del Dopolavoro vi hanno organizzato, durante l'estate 1937, delle feste popolaresche: gare di bocce, tiro al piccione, concorso bandistico, spettacoli folcloristici, esposizione e libazione di vini tipici bagnonesi, ecc. ma più importante di tutto una mostra d'Arte e Artigianato che è riuscita di vivo interesse: oltre 150 furono i quadri esposti dei migliori pittori della regione lunigianese. 

Interessante fu pure la sala dell'artigianato (in essa figuravano anche lavori dell'officina meccanica dei Salesiani di La Spezia).

L'apertura della mostra fu onorata dalla presenza del Prefetto della Provincia, dal Federale, Preside, Questore, molti Podestà e Segretari di Fascio, ecc.

Rimase aperta circa due mesi e vi affluirono molti visitatori specialmente alle domeniche.

Nota dell'autore: Si deve considerare l'importanza di questo avvenimento, anche le Ferrovie dello Stato, a coloro che si recavano a Bagnone in visita nei fine settimana, offrivano uno speciale biglietto A.R. con riduzione della tariffa.

L'OROLOGIO DEL CAMPANILE DEL CASTELLO

Campanile.jpg (20307 octets)

Il campanile

Logo_trebino.jpg (8119 octets)

L'orologio

 La Ditta Trebino

 

 


 

 

L'OROLOGIO DEL CASTELLO

Le prime notizie sulla misurazione del tempo risalgono circa al 1.500 a.C., epoca in cui gli egiziani usavano rudimentali orologi ad acqua, perfezionati nei secoli successivi con l'introduzione di clessidre ed orologi solari.
I primi orologi meccanici racchiusi in un telaio di ferro comparvero in Europa intorno al XIII secolo.
Nel XIV secolo vennero costruiti i primi orologi pubblici che inizialmente non erano provvisti del quadrante delle ore.
I cittadini erano avvisati del trascorrere delle ore dai tocchi battuti su una campana posta alla sommità delle torri e dei campanili.

Nel mese di novembre del 1936, anche a Bagnone è stato inaugurato il nuovo orologio sul campanile del Castello; è stato acquistato a spese del Comune ed è opera della ditta "Williams e Trebino".

Da ricerche effettuate sulla ditta Williams e Trebino, ci risulta che la Ditta Roberto Trebino è sorta nel 1824. Dal 1928 al 1940, Williams è stato socio della ditta Trebino.

 Oggi la ditta ée tornata Trebino e si è specializzata in Orologi da torri e fonderie ed elettrificazioni delle campane. La sede:

Cav. Roberto Trebino - 16030 Uscio (GE) - Italy
Tel. 0185 919410 - Fax 0185 919427
E-mail: trebino@trebino.it

   Ricordi:

Durante il rastrellamento tedesco del 1944, i militari sono saliti sul campanile del Castello e nella cella campanaria hanno tolto alcuni pezzi all'orologio per non farlo funzionare ed hanno divelto i battacchi alle campane per impedire di dare segnali d'alarme.

Nel 1945, il giorno della liberazione, i pesanti battacchi che erano rimasti a terra nella cella campanaria perchè troppo pesanti, furono rilegati nelle campane che, subito suonarono a festra. 

I pezi dell'orologio invece, furono ritrovati alcuni mesi dopo dai Bassignani, nel terreno sottostante il Campanile, dove i militari li avevano gettati.

Tali pezzi, ripuliti e rilocalizzati, hanno rivitalizzato l'orologio che funziona come ha sempre funzionato e scandisce le ore al tocco delle campane.

"La passione di Cristo"

Passione.jpg (8119 octets)

Il gruppo teatrale

di Bagnone (1937),

 da una foto d'epoca interpreti della rappresentazione  drammatica.

 

DRAMMA  UMANO

Nel marzo 1937, il Presidente dell'O.N.D. d'accordo con il sig. Proposto l'allora Mons. Luigi Rosa, ebbero l'idea di una felicissima iniziativa: portare sulla scena il più alto dramma umano:"La Passione di Cristo". 

I filodrammatici locali ebbero la costanza per tutta la Quaresima di sottoporsi a prove faticose, ma l'esito compensò la loro costanza e le loro fatiche. La prima recita avvenuta la sera della Domenica delle Palme, vide la Chiesa di San Rocco insufficiente ad accogliere il pubblico straboccante, erano presenti anche le Autorità cittadine e S. E. Mons. Vescovo di Pontremoli, che ebbe sentite parole di elogio per gli attori e gli iniziatori della recita.

I scenari, opera del Prof. Conte Properzi vero maestro di scenografia, non potevano inquadrare meglio i vari atti: l'orto del Getzemani e il Calvario, erano così suggestivi da giustificare da soli una gita a Bagnone.

Anche la "Schola S. Cecilia" della Parrocchia, con scelti e classici pezzi seppe mirabilmente contribuire al successo.

Un gruppo di giovani che danzano per le vie del paese

durante il maggio.

Maggio01.jpg (39815 octets)

 

Maggio02.jpg (37922 octets)

IL CANTO DEL MAGGIO

Nei pomeriggi dei giorni di mercato, era solito udire canti provenienti dalle osterie. Erano canti dei soliti ritardatari, che alimentati dai vapori del vino, riscoprivano le doti canore che non avevano potuto coltivare e sfruttare in gioventù.  Erano ormai i soliti menestrelli del Lunedì, che si cimentavano in stornellanti sfide a litri di quel bon!

C’erano dei bravi interpreti, coloro che cantavano storie come : Il cacciatore nel bosco; la rugiaga; lo spazza camino; chi è che bussa a sto’ convento…; la montanara e tanti canti di guerra. Altri interpreti invece, più portati alla rima, riuscivano a stornellare su qualsiasi argomento, ma il ritmo musicale rimaneva sempre quello, tramandato da generazione in generazione.

Una volta era un passatempo cantare e stornellare. D’inverno durante le veglie nei "gradili" (termine dialettale per seccatoi delle castagne) o in stagione seduti sull’aia, le serate finivano sempre con il canto di qualche vecchia filastrocca. Era una maniera di tramandare bocca a bocca, da padre a figlio storie, fatti accaduti, o semplicemente usanze e costumi.

Sono atti che riflettono la tradizione di un’antica economia agro-pastorale, si celebrano da noi sagre e feste popolari di straordinario interesse storico e antropologico. Queste feste, per quanto oggi influenzate, dalle innovazioni portate dal turismo con la deformazione degli antichi aspetti tradizionali, conservano tuttavia ancora le originalità del passato.

Migliaia di persone affollano i luoghi delle sagre, file di auto affollano strade e piazze in cui si rinnovano manifestazioni di folklore e di religiosità. Una tradizione questa che da sempre ha unito il sacro con il profano.

Il cantar maggio invece era una vecchia tradizione che sicuramente arrivava da molto lontano. I Celti, contavano i giorni da un tramonto all’altro ed il loro ciclo di calendario si basava su quello delle stagioni. L’anno si divideva in due grandi periodi stagionali : l’estate e l’inverno, che erano sottolineati da riti di passaggio, da grandi feste dove si succedevano rituali e allegria.

Il primo maggio celebravano l’arrivo dell’estate, da loro detto « Beltaine », praticando riti di fertilità, suscettibili di stimulare la terra e la natura.

I Romani, durante la loro espansione territoriale hanno urtato contro credenze e pratiche rituali pagane, senza riuscire a soggiogarle. La celebrazione della primavera, il saluto alla nuova stagione, un rito agreste di fertilità di origini celtiche il Beltaine, fu senza dubbio collegato al culto latino della dea Maja. Diffusissimo in tutta Italia ed in Europa, si è protratto nel tempo adeguandosi alle condizioni  ambientali, etniche e storiche sino ai giorni nostri.

Resta il detto plurale : fare i maggi, cantare i maggi, oppure Maggiolata, specie di poesia rustica in uso ancora in alcuni paesi del nostro Appennino Tosco-Emiliano.

Nell’edizione Labor del Dizionario enciclopedico si legge a proposito di Maggiolata : Composizione popolaresca di musica e poesia, di carattere lieto, che celebra il ritorno della primavera, la giovinezza e l’amore.

Le Maggiolate furono in grande onore nel Medioevo e in particolare in Toscana. 

Da noi invece, tanto per differenziarsi dai toscani pura lana, cantiamo il maggio e nella notte tra il 30 aprile ed il 1 maggio,  gruppi organizzati da un capo banda, percorrono le vie del paese cantando sotto le finestre strofette d’augurio, di felicitazioni, d’amore, di lode, di gioia, ecc.

Il pomeriggio della domenica seguente, lo stesso gruppo e la stessa orchestrina aiutati da un carrettino trainato da un somarello, ripercorrono lo stesso itineraio della notte a raccogliere doni e offerte. A musiche e danze per le strade, si alternano ogni tanto stornellate come questa, per ricordare  ai paesani ed in particolare a coloro che sono stati toccati dalla melodia notturna, di dare qualcosa :

« Siam venuti a cantar maggio

per la gola del formaggio.

Col formaggio e la ricotta

buona sera e buona notta ».  

In dialetto, per far rima usavano la parola "notta" che stà per notte. La rima la si poteva fare usando il plurale di ricotta.

« Siam venuti a cantar maggio

per la gola del formaggio.

Col formaggio e le ricotte

buona sera e buona notte ».  

Le raccolta erano sempre copiose e, cantori ed orchestra, riuscivano sempre ad organizzare una bella cena, con ogni ben di Dio, e vino in abbondanza, alla quale partecipavano in molti, tutti amici.

carnevale.jpg (14604 octets)

La canzone del Carnevale

del 1932

***

É carneval,

o mio tesor, 

in riva al mar,

godrai l'amor.

 

Canti e balli 

mascherina 

giovane e bella,

di te sorride

il più bel giorno

di carneval.

 

 

IL  CARNEVALE

  Origine e significato della festa.

ll carnevale, attività popolare tra le più espressive e rappresentative. 

É una festa di derivazione pagana, festa carnascialesca, che all'origine, si contrapponeva, nettamente a quella cattolica.  É il periodo che va dall'Epifania alla Quaresima, e termina con il giorno antecedente "le Sacre Ceneri" chiamato giorno di Carnevale, e cade sempre di martedì, detto il "martedì grasso".

Il popolo, prima di mortificarsi nel digiuno della quaresima, voleva concedere uno sfogo alle passioni più istintive. Il Carnevale, giorno in cui la gente suole prendersi svago, con privati o pubblici divertimenti, una volta era caratterizzato dall'uso delle maschere ormai quasi scomparso.

 L'etimologia del termine carnevale è incerta: si crede derivi  dall’espressione latina "carrum novalis" (carro navale), una sorta di carro allegorico a forma di barca mediante il quale i romani inauguravano i festeggiamenti. Nonostante tale espressione sia accettabile, è invece rifiutata da alcuni ricercatori poiché non avrebbe fondamento storico.

Per altri, la parola deriverebbe dall’espressione latina "carnem levare", poi modificata in carne, vale! (addio, carne!), espressione che avrebbe origine tra i secoli XI e XII con la quale si definiva il mercoledi delle ceneri e annunciava la soppressione dell’uso alimentare della carne in vista della Quaresima.

Questa festa deriva da un'altra ben più antica, quella dei Saturnali romani, di origine pagana. Durante i festeggiamenti in onore di Saturno era necessario darsi alla pazza gioia onde favorire un raccolto abbondante ed un periodo di benessere e di felicità. 

In questo giorno di Carnevale, si conducevano per la città carri festosi tirati da animali stranamente bardati ed il popolo si riuniva in grandi tavolate, ove si abbuffava tra lazzi, suoni, danze ed oscenità.

L'antica figura del re dei Saturnali ha continuato a vivere nella burlesca figura del Re carnevale: inizialmente impersonato da un uomo che veniva sacrificato per il bene della collettività, successivamente sostituito con un fantoccio di paglia arso con tradizionali falò, tutt'ora in uso in diverse zone della Lunigiana.

 

POESIA IMPROVVISATA

La poesia improvvisata è un patrimonio tipico delle società

contadine. La sua prima diffusione si ha nel corso di balli tondi, nelle serenate, nelle vendemmie, nelle tosature e nei raduni serali nei "gradili" o nelle aie a "scarfugiar" (a spannocchiare) o nelle solitudini dei campi, per assumere poi aspetti professionali con poeti cantori che giravano di paese in paese chiamati dai vari comitati dei festeggiamenti.

Le poesie si imparavano con la stessa naturalezza con la quale si apprendeva il dialetto; non era importante sapere chi le aveva cantate per la prima volta, poiché appartenevano a tutti come la lingua madre.

Queste poesie venivano cantate dal popolo che le faceva sue e le tramandava nel corso dei tempi; esse hanno aiutato la gente a esprimere i propri sentimenti perché connesse ai loro modi di sentire e di parlare.

I poeti si esprimevano nei vari dialetti, sentirono il desiderio di rivolgersi al popolo che parlava solo quella lingua e che nel dialetto poteva meglio comprendere i messaggi espressi. 

La poesia individuale si è conservata oralmente proprio come i canti anonimi e autenticamente popolari.

Oggi è trascurata, non ci sono più i raduni di un tempo, nelle piazze e nelle osterie. Io ne ricordo una, di un cantore di Canale, che al lunedì teneva concerto nel bar della Demetria. Quest'uomo, durante la grande guerra 15/18, per uno scoppio aveva avuto perforato un timpano e se ne vantava. A tutti diceva che lui sapeva far uscire aria da un orecchio e a chi non voleva credergli, faceva subito la mossa. Si chiudeva, stringendo con le dita, le narici, e a bocca chiusa soffiava forte a far gonfiare le gote, e così l'aria usciva fuori dall'orecchio. Era sordo come una zucca, si divertiva a cantare strane canzoni che aveva inventato lui. 

Cominciava sempre cosi:

Ed io che son poeta, poeta di testa fina,

vi canto questa sera la storia di Martina.

Fu donna innamorata, 

ma poco fortunata,

trovò un dì marito,

che le mise l'anello al dito.

Ecc....

Una lunga tiritera che finiva sempre con gli applausi dei presenti e il brindisi con bicchieri di vinella.

 

IL FOLKLORE

Un termine « folklore » che è stato forgiato nell’Ottocento per indicare il patrimonio di tradizioni, canti, leggende, cerimonie, proverbi, giochi, costumi, ecc. di un popolo, solitamente anonimi e tramandati oralmente. É lo studio delle tradizioni popolari.

Le ricerche folkloristiche che andiamo eseguendo, serviranno certamente ad arricchire il bagaglio etnografico e sociologico della Lunigiana, perchè nei costumi e nelle credenze popolari recondite di piccole comunità si celano sopravvivenze di tempi anche remotissimi, che ci permettono di risalire alle origini delle istituzioni e delle manifestazioni sociali.

Abbiamo trattato, parlando del Canto del Maggio, del piacere di cantare che è poi poetare, perchè nasce spontaneo nell’animo umano. Così possiamo dire di tutte le arti e per la musica, la stessa cosa.

Infatti, quando il nostro animo è pervaso da commozione, il primo istintivo desiderio è quello di esprimerla nel canto. Ed il canto è stato nei secoli accompagnato dalla musica che per eseguirla l’uomo ha inventato degli strumenti.

Immagino che nel tempo siano stati così usati : sicuramente a percussione i primi (piatti e tamburi) , seguiti da quelli a fiato (zuffoli e flauti di canna), poi quelli a corde ed a tastiera; per arrivare all’orchestra moderna impiegata nella musica strumentale di Frescobaldi, Corelli e Vivaldi.

Tutto questo per aprire una parentesi e spezzare una lancia in favore di  un grande artista bagnonese, mio nonno, dimenticato, ma che ha lasciato una grande produzione di strumenti ad arco e a corde, di pregiato valore, sparpagliati oggi ovunque in Lunigiana e fuori.

violino.jpg (11179 octets)

Il violino del nonno

Bernabovi_portale.jpg (27279 octets)

Portale Casa Bernabovi 1686

bernabovi_casa.jpg (28902 octets)

Casa Bernabovi a Canale

IL LIUTAIO

Aveva il suo laboratorio al Ponte Vecchio, dove alternava l’arte del Liutaio a quella del ciabattino e dell’insegnante di musica e suonatore di violino nelle feste del paese. Poi durante la seconda guerra, all’età di 75 anni si trasferì, sino alla sua morte, in una botteguccia del borgo, vicino alla farmacia Cortesini.

É per me piacevole il ricordarlo e parlarne, perchè oltre che al vanto del motivo, c’è anche l’orgoglio del nipote. Si, era mio nonno, il maestro Davide Bernabovi (1867-1945), discendente della nobile famiglia dei Bernabovi di Canale. 

Sul portale dell’entrata della loro casa d’origine è scolpita l’insegna della 

   famiglia.  

Autodidatta, come abbia fatto è un mistero. Intagliava il candido legno di acero dal quale ricavava la tavola superiore di risonanza detta il coperchio; il fondo; la fascia che unisce, con una strana colla di una composizione puzzolente e nota solo a mio nonno, il coperchio al fondo; il manico terminante col riccio; il capotasto, la tastiera, il ponticello, il pallino e le chiavette, dette biroli o bischeri, che servono a tenere le corde. 

Il violino ha 4 corde, accordate per quinta (sol, re, la e mi); la più sottile il mi è detta comunemente cantino. Verniciati ed accordati, dai violini del nonno uscivano squillanti melodie. Gli strumenti da lui costruiti, violini, viole, violoncelli, contrabbassi, mandolini e chitarre, sono ancora oggi richiesti ed apprezzati dai vari strumentisti, che ne vantano le doti e le qualità armoniche.

Bigiol

BIGIOL  

Un'eroe dimenticato

È sicuramente il personaggio più patetico, quello che ha lasciato più commozione nell’animo di chi lo ha conosciuto.

Bagnonese d’origine, viveva con i famigliari nella frazione di Mochignano, da dove ogni mattina, percorrendo strade mulattiere e scorciatoie, scendeva a Bagnone. Piccolo di statura, possedeva una forza straordinaria. Era lo scaricatore del carro prima e poi del camion dei Bicchierai, che ogni giorno facevano spola dalla stazione ferroviaria di Villafranca a Bagnone paese, distante 4,5 km. Era anche l’aiutante di tutti coloro che avevano bisogno di un colpo di mano. Mio nonno ricorreva a lui ogni volta che aveva bisogno di incantinare damigiane di vino, accatastare nel fondo la legna per l’inverno, spostare casse e sacchi di merce nei negozi e per qualsiasi lavoro pesante.

Assomigliava nell’aspetto a Charlot e come lui portava dei neri baffetti quadrati e delle scarpe sicuramente di ricupero, più lunghe dei suoi piedi, e come Charlot aveva un’andatura dondolante. Vestiva con indumenti dimessi che la famiglie benestanti gli offrivano, qindi aveva un portamento assai elegante; sopra la camicia vestiva un panciotto scuro con vistose macchie di lozzo, che lo serrava in vita. La giacca invece anch'essa ricoperta di unti vari, la teneva quasi sempre sul braccio o la lasciava appesa all’attaccapanni di un’osteria, ma gli serviva e diventava indispensabile quando doveva scaricare dei colli rigidi o pedr coprirsi a sera durante il rientro notturno.

Per proteggersi le spalle quando doveva scaricare casse e bauli, si lasciava cadere la giacca dietro la schiena e la tratteneva con la testa, attorno alla fronte come se fosse un cappuccio.

Indossata a questo modo la giacca proteggeva le spalle dagli spigoli delle casse di legno, e per il principio dovuto all’attrito, con la testa tratteneva il carico dando sollievo alle braccia che gli permettevano di nuoversi ed appoggiarsi con maggiore equilibrio.

Le giornate per Bigiol non erano tutte uguali, i servizi che rendeva erano i più disparati. Usciva tutto bianco quando era chiamato a scaricare il camion della farina per il fornaio, o tutto nero quando scaricava i sacchi di carbone. Bigiol era di poche parole, raramente l’ho inteso parlare, solo annuiva e bisbigliava, sorrideva a chi gli ofriva un bicchiere di vino. 

Lui accorreva al volere di chi lo faceva lavorare e sotto i grossi carichi a volte più voluminosi di lui, dava l’impressione di cedere e di farsi schiacciare. Era un omino piccino ma robusto, come quei soldatini di piombo che non si rompono mai.

Le prime elezioni politiche del dopoguerra erano state indette e dure si scatenarono le lotte per le investiture. Molti erano i partigiani che si schierarono politicamente nei vari partiti e tutti, lo si sapeva, erano armati e pronti a tutto. Tutti erano scuscettibili, tutti potevano agire con prepotente autoritarismo.

Una sera Bigiol prese, come faceva da sempre, la strada del rientro per Mochignano, in poche parole è la strada di casa. Strada che a lui non riservava alcun segreto. Anche i sentieri e le scorciatoie che erte attraversavano i castagneti li conosceva bene; era una vita che mane e sera passava di là. Le nere figure che di notte i grossi alberi raffiguravano, non lo avevano mai spaventato. Su quelle strade e quei sentieri c’era passato allegro, sborniato, accaldato o bagnato dalla pioggia. Nessuno mai gli aveva contestato questa sua maniera di vivere. Era un cittadino libero, lo è sempre stato, anche durante la dittatura fascista. Per lui importava solo scaricare i carri ed i camion e dare un buon servizio a chi glielo chiedeva.

Quella sera Bigiol, il 3 settembre 1945, rientrava a casa, forse stanco per una giornata dura, forse allegro perchè un amico, e non poteva avere che degli amici Bigiol, gli aveva fatto un regalo inaspettato. Ad altro non poteva pensare in quella tarda sera Bigiol. Lui non faceva politica, non poteva immaginare che dietro un vecchio tronco di castagno qualcuno tramava contro di lui. Contro di lui? Ma perchè?

Improvvisamente, senza avvertimento – Bigiol non intese lo sparo -  crollò esamine a terra, lasciando cadere al suo fianco la giacca amica ed un fagotto con dentro un tozzo di pane e mortadella.

Dopo la mezzanotte, un ritardatario lo trovò esamine, in fin di vita. Trasportato d’urgenza all’ospedale di Pontremoli vi decedeva.

Dalle ricerche fatte in Comune di Bagnone, il detto Bigiol si chiamava Scarpellini Antonio Luigi, di fu Pietro e di Fu Olivieri Maria. Era nato a Bagnone il 2 febbraio 1892, giorno della Candelora, ed era celibe.

Dagli atti anagrafici risulta che è deceduto all’ospedale di Pontremoli alle ore 2,30 del giorno 4 settembre 1945, all’età di 53 anni. Nessuna menzione della causa della morte venne fatta nei registri dello Stato Civile del Comune di Bagnone, quando tutti sappiamo che il povero Bigiol fu ucciso da una o più pallottole che squartarono il suo misero cuore. 

Nesuna indagine fu svolta, l’assassino ha vissuto tranquillo, il Bigiol non era sposato, fu inumato probabilmente a Pontremoli.

Nessuno a cercato mai di fare giustizia. Non era un delitto di guerra, questo era un delitto che violava una norma penale per le quali non esistono amnistie, sono previste solo delle condanne. 

Nessuno reagì. Gli anziani del tempo tacquero. L’unico a ricordarlo sono io in questa paginetta, a completamento della storia di Bagnone, con il sacrificio dimenticato di un suo figlio.

Pomini01.jpg (33668 octets)

 

Pomini02.jpg (38952 octets)

Pomini

POMINI

Una vita dedita al servizio del pubblico. Spazzino e becchino Comunale, sempre affabile e disposto ad aiutare tutti.

Era chiamato "Peramore" un sopranome che derivava da un suo modo di esprimersi.  Considerato un grande amatore, soleva ripetere e canticchiare che "per amore" avrebbe fatto qualsiasi cosa. In realtà era della famiglia dei "Pomini" un sopranome di famiglia che a Bagnone tutte le famiglie ne hanno uno che si portavano dietro di generazione in generazione. L'origine della parola è più difficile da determinare, forse un antenato traficava in mele che in dialetto si trasformano in "pomi", da qui Pomini.

Il suo vero nome era Sturlesi Luigi, nato a Bagnone il giorno 8  Maggio 1884 è deceduto il 28 Dicembre 1978 all'età di 94 anni.

Impiegato comunale, a volte con l'aiuto del figlio che poi lo rileverà nel servizio, teneva Bagnone pulito come uno specchio. Nei periodi afosi d'estate si occupava persino di annaffiare i lastroni del borgo per la calura. Trainava con il suo somarello una botte metallica che caricava sul carro e con essa, tramite due annaffiatoi fissati lateralmente alla botte, refrigerava tutta Bagnone. 

Aveva l'incarico di becchino, colui che scavava e sotterrava i defunti nel cimitero comunale. Uomo di carattere allegro e cordiale, nella sua vita ha dovuto fare anche cose contro la sua volontà, ma imposte dal momento. È stato il trasportatore, con il suo carro trainato dall'asinello, e colui che ha raccolto i tre tedeschi trucidati in piazza Roma nel 1945 e portati nel cimitero di guerra tedesco, dove li ha sepolti.  

* * * 

A chiarimento del fatto, riporto la nota scritta di pugno dal Prevosto di Bagnone Don Aurelio Filippi, tratta dal  "LIBER CRONICUS" parrocchiale, copia in mio possesso (n.d.a.) 

Aprile 1945

Il 25 Aprile partiva da Bagnone l'ospedale militare tedesco per trasferirsi a Berceto.

Due giorni dopo, 27 Aprile la Germania firmava l'armistizio con gli Alleati. 

A Bagnone scendevano dai monti i partigiani della "Brigata Borrini" che non riscuotono per nulla, per il loro contegno le simpatie della popolazione bagnonese.

Dai medesimi vengono fatti prigionieri nel paese di Villafranca alcuni militari tedeschi ritardatari, nella ritirata dal fronte. Nonostante il mio personale intervento per farli consegnare prigionieri nelle mani degli Alleati, con grande ripugnanza del popolo, tre di questi militari, vengono fucilati nella pubblica piazza del monumento. La cosa suscita grande impressione in tutti i presenti e serve a peggiorare il concetto già precedentemente avuto verso le sopradette formazioni di partigiani. Siamo in giorni di confusione, di disordini, vendette private e personali, specialmente per la mancanza di autorità civili e politiche. Il popolo tutto nota e fa i suoi apprezzamenti e rilievi.

mangamarazzina.jpg (21062 octets)

Mangamarazina

 

 

 

 

 

MANGAMARAZINA

Era un omino piccino piccino, ma tanto tanto buono che si lasciva fare qualsiasi dispetto, e lui rispondeva sempre con un sorriso. 

La foto sta a dimostrare quanto affermo.

Il suo nome non dice niente, Lunastri Fortunato alias Mangamarazina, era un trovatello nato a Guinadi di Pontremoli il 2 Maggio 1871, raccolto dall’orfanotrofio di Pontremoli, venne dato in adozione ai coniugi Rosolinda Pinoni e Roberto Ferrari di Treschietto di Bagnone, località Querceto.

Sin da giovane lamentava disturbi psicopatici, con atteggiamenti stravaganti e antisociali al punto di vivere solitario sull’Appennino, in compagnia or di questo or di quel pastore. Tutti lo conoscevano come il buon Mangamarazzina, cacciatore di vipere, ne teneva sempre una viva sulla pancia, tra la camicia e la pelle, dopo averla neutralizzata.

Ogni tanto capitava giù in paese, andava dai Vigili a consegnare le ultime vipere prese. Un tempo corrispondevano una remunerazione per ogni vipera cacciata e portata all’ufficio di vigilanza, e Mangamarazzina ne approffittava, or in questo or in quel comune, secondo dove si trovava. Riusciva annualmente a fare alcune prese che gli rendevano qualche liretta. Sempre con la sua pipa in bocca, che caricava non di tabacco, ma di "scorza di vigna" che la natura gli procurava ovunque, in abbondanza e gratuitamente in un qualsiasi vigneto.

A Bagnone tutti lo conoscevano e lui con la bottiglia in mano faceva visita a tutte le osterie. I clienti abituali, lo chiamavano, volevano vedere la biscia, si divertivano con lui e dopo averlo scanzonato, gli davano da bere un bicchiere di vino. Beveva fin che poteva ed il resto lo mescolava tutto nella bottiglia che portava poi con se in montagna da bere nei giorni seguenti.

Fu un personaggio caratteristico che dava un po’ di colore alla monotona vita paesana.

In vecchiaia, rimasto solo dopo la morte dei genitori adottivi, venne  ricoverato dalle autorità, allora costumava così, nell’ospedale psichiatrico del Maggiano di Lucca. Vi morirà alla bella età di 85 anni, dopo aver vissuto scalzo sulle nostre montagne tutta la vita, sotto le intemperie o sotto il bel sole, spensieratamente, senza crucci di dover pagare tasse od altro, e senza bisogno di licenze speciali o permessi della Questura; uomo libero su montagne libere a caccia di vipere.  

aspide.jpg (9518 octets)

Aspis francisciredi

vipera.jpg (10147 octets)

Vipera comune

 

LA  VIPERA

Serpentello velenoso frequente sull’Appennino Settentrionale. Si distingue

dai serpenti innocui per la coda corta e grossa, la testa piuttosto piatta e di forma subtriangolare, rivestita di piccole piastre, la pelle per lo più a macchie a zig-zag sul dorso. Vivono nei luoghi sassosi e boscosi, nelle fessure delle radici, nei tronchi tarlati e cavi. Le vipere sono ovovivipare, carnivore (rane, lucertole, arvicole, topini, ecc.). In autunno cadono in letargo. La loro potente arma di offesa è il veleno, al quale pochi animali sono refrattari, il più di tutti il riccio, implacabile nemico del rettile che affronta arditamente ed uccide.

Vivono quattro tipi di vipere in Italia, la nostranella è la vipera ursinii, corta e tozza. Il morso della vipera è particolarmente pericoloso per i bambini, di rado mortale per gli adulti. Subito dopo la morsicatura si determina una tumefazione (gonfiore) locale sanguinante e fortemente dolorosa. Poi compaiono i sintomi generali : cefalea, vertigini, malessere diffuso, diarrea, svenimenti, caduta della pressione arteriosa. La morte può subentrare entro un tempo assai variabile, da un’ora a qualche giorno. Il primo provvedimento è quello di impedire l’assorbimento del veleno (circa g. 0,1) deposto nel punto della morsicatura. Ciò si ottiene stringendo un laccio al di sopra della ferita, in modo da ostacolare il ritorno del sangue verso il cuore, e successivamente praticando profonde incisioni nella sede stessa della ferita, in modo che sgorghi copioso il sangue, di cui si fgavorisce l’efflusso con una forte spremitura.

Pericoloso il succhiamento della ferita, per l’eventuale presenza di lesioni boccali nell’operatore. Occorre quindi preoccuparsi di far eliminare il veleno già assorbito per mezzo di abbbondanti somministrazioni di tè o caffè, che agiscono come eccitanti e diuretici. Nessuna somministrazione di alcoolici. Le cure successive e, in primo luogo l’iniezione di siero-antivipera, saranno compito del medico chiamato d’urgenza.  

Il ricovero in ospedale è urgente ed indispensabile.   

strega02.jpg (12622 octets)

La maga

Streghe01.jpg (30469 octets)

Le streghe

LA  MEDICINA  POPOLARE

Il concetto popolare di salute-malattia, e quindi di vita-morte, in un contesto sociale caratterizzato da un’area di credenze e di comportamenti che rientrano nella categoria della magia, seppure in forme differenziate, assume un ruolo di primaria importanza.

Una certa forma di ritualità magica è oggi presente non solo all’interno di società contadine o tradizionali ma anche nelle società complesse e industrialmente avanzate, con la 

formazione di sette magico-religiose o con il ricorso a operatori dell’occulto, facilmente raggiungibili anche attraverso i mezzi di comunicazione di massa. In un mondo in cui malocchio e fattura possono colpire in qualunque momento (e per evitare quest’influsso malefico, all’ingresso delle case un paio di enormi corna di toro hanno la funzione di scacciare il malocchio) per nuocere alla salute delle persone e degli animali, il ricupero della salute è legato a pratiche devozionali, come la richiesta di una grazia, l’espressione di voti, il pellegrinaggio (molto diffuso e praticato a Bagnone, n.d.a.) o magiche di fatucchiere e maghi, piuttosto che alle cure mediche.  L'erba magica usata in questi interventi è il prezzemolo. (n.d.a.)

Questi eventi difficilmente possono risolvere sul piano individuale e necessitano sempre di momenti rituali collettivi. Assistiamo a una notevole diffusione delle pratiche di ex-voto in merito a grazie richieste o ricevute e di certe pratiche magiche rivolte a sanare il male o ad allontanare il malocchio.

da : www.folkitalia.it  

Non è forse vero?

tarocchi.jpeg (32831 octets)

Chiaroveggenza

cilindro.jpg (4409 octets)

L'illusionista

cornetto.jpg (18738 octets)

Il cornetto

pipistrello.jpg (8198 octets)

I pipistrelli

 

 

 

 

 

 

 

LE  PRATICHE  MAGICHE  

È una constatazione vera. Da noi esiste tuttora questa realtà, ci

si ricorre spesso in extremis, ed è molto diffusa la pratica del menar gramo, del malocchio. Basta fare attenzione agli sguardi che ti lanciano certe megere, a come sei addocchiato che si capisce subito il tenore della pratica fattucchiera. 

É gran voga recarsi in pellegrinaggio, non per scontare i propri peccati, e di peccati certi ne hanno veramente tanti, ma per la paura di morire, avendo in vita vissuto disonestamente, praticando la frode e l’inganno e gli altri peccati capitali. 

Hanno ormai paura, ed ora che hanno un piede nella fossa cercano di farsi voler bene gridando al vento di essere stati in pellegrinaggio, credendo di cancellare con questo atto di mala fede, il male commesso prima. Non sono più i pellegrinaggi locali, alla Madonna del Monte o a quella d'Angaz, o che so io, che si fanno oggi, si va a Lourdes, a Compustela, da Padre Pio e via dicendo. 

Più sono lontani i santuari, più è importante il pellegrinaggio.

A fini statistici e per la conservazione del nostro patrimonio culturale e bene anche descrivere certi rituali praticati da noi.

Il sistema più comune per verificare se si è vittima di un malocchio consiste nella prova dell’olio. La fattucchiera prende una scodella da mensa con dell’acqua sul fondo e la pone sulla testa prima e poi tra le mani della persona contaggiata e nel piatto versa, una sopra l’altra, alcune gocce d’olio d’oliva a creare una macchia grossa come un euro. Dopo aver segnato per tre volte con il pollice della mano destra la fronte della persona, alternando il mescolar dell’acqua con le dita alla recitazione sottovoce di una preghiera incomprensibile. Se la macchia d’olio che galleggia sull’acqua rimane intera è segno che non vi è malocchio e quindi non vi è fattura. In caso contrario si procede ad un rituale dell' allontanamento del malocchio, a base di cipolle, di prezzemolo e di candele accese.  

Era quasi sempre una vecchietta la detentrice del potere dell’incanto, il rimedio per sanarsi dai porri o dalle verruche della pelle.  Uno dei metodi consisteva nel gettare alcuni fagioli in un pozzo e dove non c’era il pozzo venivano sotterrati : il male andava via non appena i fagioli marcivano.

Un altro rimedio praticato è quello di bagnare il porro con del liquido mestruale di una donna ancora vergine. Poveri noi, nel duemila la popolazione sarà tutta piena di porri…  Il liquido sembra legato al concetto di impurità, tanto che è fatto divieto alle donne nel periodo in cui sono soggette a tale evento di entrare nelle cantine da vino, e di toccare i semi dei frutti della terra perchè si teme che il vino cambi in aceto e che i semi  possano marcire.

Le predizioni erano cose da tutti i giorni.  Bastava che una sposa, nottetempo, riuscisse a tagliare un ciuffo di capelli del marito, in una notte di luna piena, per ottenere un responso imprescindibile.

Il ciuffo veniva messo sotto la solita scodella,  una croce di ferro veniva depositata nel piatto sotto l’acqua, ancora dell’olio galeggiante, una candela accesa e il gioco era fatto. Dalla forma dell’olio arrivavano le predizioni sulla salute, sull’avvenire e persino sulla fedeltà del malcapitato, che spesso si trovava in mezzo a incomprensioni e a litigi familiari, causa i responsi che il più delle volte erano campati in aria.

Raggruppiamo oggi sotto il termine generico di «superstizione»  l’insieme di testimonianze, le credenze o le opinioni che sfuggono, almeno officialmente, al controllo della ragione. Per il pensare magico in effetti, ogni gesto, ogni avvenimento, è un segno che, lontano dall’essere fortuito o casuale, rivela sempre la presenza, normalmente nascosta, delle forze oscure che governano il mondo. Il superstizioso non tiene conto dei rapporti tra causa ed effetto. I veri rapporti, per lui sono di un altro ordine di quello della semplice logica. 

La superstizione non è sempre segno d’ignoranza, il più grande sapiente può durare tutta la vita ad infilarsi prima la calza destra della sinistra, per pura mania rituale, scaramanzia. C’è chi vive portando nelle tasche amuleti e talismani, chi si impone ad obbedire a delle prescrizioni o a dei  ferrei divieti, dare un estremo valore a certi oggetti, a simbolici porta fortuna (quadrifogli, ferri di cavallo) o a quelli che portano male (gatti neri, specchi rotti, coltelli incrociati). 

La casuale o coincidente posizione degli astri e delle stelle, influisce  sul modo di vivere, sull'umore e sulla salute del supestizioso.

Sono superstizioni anche le predizioni delle carte, le marche lasciate dal caffè nella tazzina, le porte che si aprono senza motivo, il pendolo che si ferma bruscamente, il rituale che certa gente osserva nell’impiego del suo tempo, la credenza della malasorte o alla fortuna.

 
QUAND'ERO PICCINO...

Le sere d'inverno, le trascorrevamo nelle grandi cucine d'un tempo, al tepore emanato dalle fiamme che ardevano nel grande camino sotto la cappa del quale ci  sedevamo, sopra rozze panche, ad arroventare le gambe che a causa del calore della fiamma diventavano viola. 

La nonna, tra una preghiera e l'altra, lavorava a maglia, mentre il nonno che portava sempre in testa una "calza" di lana grigia, dopo un lungo dondolarsi sulla sedia impagliata, appoggiava il mento sul petto e iniziava il suo lungo ronfiare. 

Le zie, munite di mantelline di lana sulle spalle, per mantenere un pò di calore corporeo, sedevano attorno al lungo tavolo localizzato al centro della stanza e giocavano a tombola sulla fredda lastra di marmo bianco, che formava il piano del tavolo. Uomini per casa non se ne vedeva mai, gli unici eravamo noi: mio nonno ed io.  Io mi annoiavo, non avevo molto da fare, mi stancavo di guardare il gioco delle fiammelle, le serate erano lunghe e monotone, ascoltavo le ormai conosciute favole raccontate mille volte da mio nono, i rosari recitati da mia nonna, ogni tanto azzardavo a ribellarmi al momento, ma venivo immediatamente ammonito, se avessi continuato avrebbero fatto ricorso al Buffardello, in dialetto al "Bufardel", che sarebbe accorso a prelevarmi e portarmi via con lui. 

Il Buffardello? E chi era il Buffardello? Non l'ho mai incontrato, lo conosco solo tramite i racconti di mia nonna, che di questo personaggio immaginario mi ha narrato tutto, vita e miracoli. Ormai ero già grandicello e del Buffardello non me ne importava più tanto, ma quando ero più piccolo mi faceva un certo effetto.

Dai racconti e dalle descrizioni, ormai lo conoscevo bene, era un genietto dispettoso, avvezzo a tirare giochi mancini a tutti, i capelli ai bambini quando dormivano, i piedi alle donne anziane, soffiava addosso alle persone quando si trovavano sole in luoghi oscuri, faceva giocchetti agli animali, legava le code delle mucche tra loro, ai crini dei cavalli intrecciava treccine, alle pecore tagliava la lana, ai polli toglieva le penne più belle, ai conigli tagliava le orecchie, ecc.

Sono antiche leggende supestiziose, legate ad una vita sedentaria, quella di paese, dove ancora non si era contaminati dai programmi della televisione, dove i bambini erano meno smaliziati di quelli di oggi. Per impressionare o calmare un bambino un pò agitato, bastava far ricorso alla Mighina nera o alla Mighina bianca che il bimbo subito si calmava.

Chi erano queste due Mighine, la nera e la bianca? Erano due sorelle che vivevano in una misera casa di sole due misere stanze, al Castello di Bagnone e che i racconti ce le tramandano come due povere donne in piena miseria, che vivevano di stenti e di elemosine. Ma il volere del popolo le aveva fatte diventare le portatrici di malori e di disgrazie. Sempre vestite di abiti scuri, lunghe gonne unte e sdrucide dal tempo, con in testa uno straccio nero a forma di triangolo legato dietro la nuca; la classica mantellina grigia copriva loro le spalle. Erano il terrore e la paura dei bambini.

Delle zie, quella che in casa ricopriva maggiormente il ruolo della Mighina era la zia Mercedes, la quale si metteva un foulard nero sulla testa, lasciandosi coprire il volto, poi spiando dalla porta della cucina, faceva muovere il velo con un forte respiro, a quella vista tutti gridavano: "la Mighina, la Mighina". Io naturalmente mi impressionavo ed immediatamente correvo a cercare protezione tra le braccia della nonna, smettendo subito di frignare. 

Belli e dolci questi ricordi... Quanta tristezza in me... 

LEGGENDA  DEL  BUFFARDELLO

Anche il solo pensare che questo personaggio immaginario è ricordato in tante parti della nostra terra, l'antica Lunigiana, mi crea un sentimento di gioia.  L'antica Lunigiana comprendeva anche una parte dell'alta Garfagnana; ed appunto in questa terra che il Buffardello/a è ricordato in varie località. Chiamato anche Baffardello/a, in Garfagnana viene spesso ricordato e confuso con il "folletto" oppure il "genio"della tradizione lucchese, chiamato il Linchetto/a, però diverso nelle sue caratteristiche.

Questa favola, sull'esistenza del Buffardello, la si trova ed è maggiormente marcata nelle vicinanze di antiche Pievi, dove nacquero le prime comunità cristiane. La plebania di San Pietro de Sala a Piazza al Serchio, di Soliera, di Sorano, di Viano, di Codiponte, di la Pieve di Bagnone, di Pieve di Offiano, di Pieve di San Paolo e di Pieve San Lorenzo, ed altre...

Secondo gli antichi cabalisti, i Buffardelli sarebbero geni d'origine soprannaturale, a volte invisibili, di piccola statura, astuti e a volte anche dispettosi. Abitavano nelle viscere della terra, a guardia dei tesori, delle gemme preziose e delle miniere dell’oro. Sono esseri leggendari creati dalla fantasia dei popoli. 

Il Buffardello nostrano invece è un omino di piccola statura, a volte barbuto, a volte rasato, vestiro di abiti colorati, che fa vita selvatica, che si manifesta sotto varie forme: in compagnia di un uccello notturno; oppure si fa notare con una folata di vento; anche con il ticchettio di legna spezzata;  oppure con il fruscio della paglia; e tante altre occasioni.

Il suo regno è l'oscurità, la notte, vive in luoghi nascosti come i solai, i sottoscala e le cantine, la sua presenza è evidenziata da stranezze che si vedono e che non si giustificano, un essere fantastico dispettoso, malizioso, a volte un pò maligno. Nei piccoli paesi e nei casolari sparsi per la montagna, è la notte il regno del Buffardello.

Penetra nelle case e nelle stalle, disturba la quiete degli uomini e degli animali, crea loro difficili situazioni di convivenza, travasa il latte da un contenitore per metterci il vino, nelle abitazioni  nasconde gli oggetti, entra nelle camere da letto e si sbizzarrisce in dispetti i più svariati: tira le coperte, solletica i dormenti, disturba i giovani sposi nella loro intimità, sposta indumenti e calzature, apre e chiude porte e finestre, muove ante d'armadi e tira cassetti, e tanti altri scherzi non sempre ben accetti dai più giovani.

Mentre sugli anziani agisce con azioni che si giustificano solo con i sintomi di alcune malattie: il sedersi sul petto, crea difficoltà a respirare, come l'asma; sedersi sulle gambe invece crea torpore, come i dolori artritici; scoprire chi dorme, fa originare starnutii; ecc. ecc.

Ma il popolo ha capito questo truffaldino ed ha escogitato alcuni rimedi. Sapendolo analfabeta, quindi incapace di contare, hanno scoperto che lo si può tenere lontano da casa, basta esporre sulla porta d'entrata un rametto di ginepro con molte bacche, oppure mettere sul pavimento della camera da letto dove si vuol tenere lontano il Buffardello, alcuni piatti di fagioli o di farro. Il Buffardello, per una sua strana passione frenetica, è costretto a contare le bacche del ginepro o i chicchi del farro o dei fagioli, ma per sua sfortuna fa sempre cadere il tutto a terra e per la sua incapacità di contare sarà costretto a fuggire dalla rabbia.

Sono stati escogitati anche antidoti speciali, unguenti vari, da cospargere sulle porte e finestre per impedire l'accesso al Buffardello, che saputosi scoperto fuggirà e per sette anni non si farà più vedere in quella casa.

Sono leggende dei nostri luoghi, leggende che fanno piacere ad essere ricordate, per lasciarle in eredità ai nostri figli e nipoti.

ciarlatano01.jpg (39468 octets)

 

ciarlatano03.jpg (19489 octets)

I  ciarlatani

I  CIARLATANI

Lo spettacolo di una carrozza d’antico aspetto, trainata da un paio di cavalli guidata da un cocchiere in giacca rossa,  cilindro in testa e stivali neri, proveniente dall’arco di San Rocco, alla piazza principale del paese, in un giorno di fiera, era il massimo della sorpresa e della meraviglia. Tutti si fermavano a guardare il nuovo arrivato, che in quattro e quattrotto, sistemati i cavalli ed il mezzo in un angolo, senza troppo ingombrare, si presentava ai curiosi come il grande depositario dei segreti di un Pinco Pallino qualsiasi e sbraiettando usciva dal suo forziere il grande ritrovato della medicina, il ritrovato moderno per eliminare tutti i calli e i geloni dai piedi e dalle mani.

In meno di un baleno allestiva un banchetto coperto da un panno verde, sul quale appoggiava una valigetta dalla quale usciva una cinquantina di calli incartapecoriti della grossezza anche di una fetta di patata, che attiravano la curiosità di molti. 

L’uomo in giacca rossa prometteva estirpazioni callose in breve tempo se si impiegava la miracolosa pomata del dottor Tal dei Tali, che ammucchiava sul tavolinetto  e che offriva in vendita ai presenti.  C’era chi si lasciava convinvere a togliersi la scarpa, a mostrare il callo all’esperto venditore e a sedersi vicino al banchetto con un piede in ammollo, in attesa dell’intervento curativo, mentre si era radunata una folla di spettatori stupefatti tutti acquirenti del toccasana.

Più in là, dal mezzo della piazza, un cigolante autoparlante annunciava l’inizio della grande vendita di articoli in maiolica e ceramica, utili per la casa, e le massaie si fermavano ad osservare. Piatti a pile che canterellavano tintinnanti tra le mani del venditore che li offriva a prezzi speciali, tanto speciali che non tardava a farne cadere qualc’uno a terra, per dimostrare alle comari che poteva farlo perché costavano poco.

Ed a gran voce invitava i passanti a fermarsi ad ammirare i suoi articoli, perché oltre ai piatti, ai servizi, alle brocche e ai catini, aveva anche quello che serviva per la suocera, un vaso da notte da dodici pisciate e mezzo. Si vedevano quei bei faccioni tondi delle donne, abbrustoliti dal sole, sorridere soddisfatti e contenti, avevano udito una parolaccia urlata in piazza.

Scene come queste, durante le fiere e i mercati principali erano abbastanza consuete e tollerate dalle autorità. Era l’epoca d’oro dei mediconi, dei saltimbanchi, dei burattinai, dei cantastori, degli indovini, che si mescolavano ai banchetti delle merciaie e delle erbivendole, richiamando gruppi di sfacendati, giovincelli, massaie, donzelle e ingenui villici.

Il grosso ippocastano  che esiteva nell’attuale piazza Europa, era il punto dove si piazzavano i ciarlatani, cavadenti, venditori di almanacchi e astrologi, cioè indovini che sussurravano l’avvenire e spiegavano i sogni nell’orecchio dei popolani. Era una schiera vivace di pittoreschi personaggi, artisti da strapazzo, di gabbamondo e

venditori di fumo che si ritrovavano sempre in tutte le fiere e sagre, unitamente a mendicanti e falsi deliranti, rifiuti della società o di quelli che vivono ai margini di essa, con degli atteggiamenti spregiudicati, ridicoli e grotteschi da vera realtà romanzesca, ma che costituivano un’attrattiva e uno spasso per il popolo dei mercati.

In questo dopoguerra ricordo, si esibivano sulla piazza mangiatori di fuoco e ingoiatori di spade; uomini forzuti che spezzavano catene diventando paurosamente paonazzi, forse al limite del collasso, per lo sforzo; quello che disteso su un materasso da fachiri, si faceva depositare una lastra di pietra arenaria di circa 80 chili sulla pancia e sullo stomaco e che il suo compare spezzava a colpi di mazza; e non posso non ricordare i cantastorie, che erano la mia passione, di fronte ai quali da ragazzo rimanevo a bocca aperta ad ascoltarli.

 

tenda_circo01.gif (8045 octets)

La tenda

IL  CIRCO  VIAGGIANTE  

Sta per cominciare lo spettacolo, più gente entra e più bestie di vedono!

Venite, entrate pure! Giocolieri, clown, acrobati, attori, saltimbanchi del nuovo circo Lasagna, vi aspettano. E come se non bastasse, ecco a voi la gran parata musicale, capace di trasformare il paese, già tracolmo di gente spingente,  in un "turbillon" di allegria! Ragazzini che si intruffolavano tra gli adulti per raggiungere la prima fila, mentre la grossa e vecchia matrona tutta sudata in volto si appoggiava al muro per massaggiarsi un piede dolorante dopo essersi tolta una scarpa.

Una calca di gente che si ammassava ancora di più per lasciar sfilare il corteo di giocolieri, acrobati e saltimbanchi con quattro animali spelacchiati con un cicerone in fin di fila che informava che si trattava di un Circo-teatro che aveva fatto più volte il giro d’Italia, dalla Sicilia alla Valtellina. Un teatro viaggiante, un teatro di strada che risultava esere la forma di spettacolo più vicina alla gente. 

Ogni esibizione era realizzata dai teatranti con il supporto e la forte partecipazione del pubblico. Ciò faceva si che ogni spettacolo aveva la caratteristica di essere unico ed irripetibile, oltre a divertire  acquisiva un vero carattere umano, il riflesso della vita del tempo.

Cartellone di una storia passionale

Storia di un emigrante

 

 

IL  CANTASTORIE  

Il cantastorie era un cantore girovago che narrava o declamava nelle pubbliche piazze romanzi cavallereschi o storie d’amore e di briganti ecc., temi riccorrenti di guerra, di cronaca nera, con un percorso di racconto vasto e sorprendente.

Nel dopoguerra furoreggiava un cantatore con tanto di manifesto colorato suddiviso in vignette, con il quale e tramite la sua voce accompagnata dalla chitarra, riusciva con tristezza ad imbambolare i presenti nel raccontare la fine della povera donna uccisa dall’amante della moglie del ricco signore, della quale ne era il marito. L’intreccio complicato, il racconto in rime, la musica mesta a sfondo giallo, le immagini del manifesto. mettevano in evidenzia le macchie rosse del sangue, su un testo in bianco e nero. Le donne, si immedesimavano nel racconto, soffrivano per quella poveretta assassinata, sino a farsi sfuggire le lacrime sulle guance.

Al termine di ogni narrazione, c’era il classico giro del cantastorie a distribuire i foglietti ricordo col cappello in mano per ottenere una ricompensa, che arrivava abbondante da chi era stato toccato di più dal triste racconto.

Quella era sicuramente la vera l’affascinante la spontanea e la genuina ricchezza della cultura popolare nostrana, chè io ho visuto a Bagnone,  e non esito ad affermare con certezza che quella rispecchiava la vera cultura popolare italiana. Vorrei anche ricordare che erano quelli i momenti in cui a Bagnone si sentiva parlare l’italiano, la vita nostrana si svolgeva allora tutta in dialetto, mio nonno e mia nonna dialogavano unicamente in dialetto, pur essendo sufficientemente istruiti e capacissimi di parlare l’italiano. 

Dopo le fiere, forse perchè suggestionati dalla novità, una fiera non arrivava tutti i giorni ed un cantastorie non lo si ascoltava spesso, restavano impresse certe frasi udite che si ripetevano istintivamente.  Ad esempio, ricordo mio nonno che quando era di buon umore, allegramente canticchiava l’inizio di una di queste ballate : 

«E nel mentre che l’acqua scaldava,

Barberina aguzzava il rasor…»  

IL CANTORE DELLA LUNIGIANA

Foto_Bugelli.jpg (19187 octets)

Luigi Fabbri

in arte Bugelli

 

Chitarra sulle spalle, armonica a bocca, cappellaccio di feltro, di paese in paese, di festa in festa, canta la sua terra.

BUGELLI,  il  cantastorie

un  po'  mago,  un  po' poeta

di Lorenzo Santoro

Se la Lunigiana dovesse scegliere il proprio aedo, il suo cantore, indubbbiamente e inevitabilmente la scelta ricadrebbe su di lui, Bugelli da Licciana Nardi, l'ultimo dei cantastorie "toschi", il giullare della Valle del Taverone, trovatore apuano, colui che qualcuno addirittura ha definito il: "De Andrè del Lagastrello". Nativo di Panicale, pugnetto di case immerso nel verde, (frazione di Licciana Nardi, n.d.a.), con quella vetusta rocca medicea, anticamente punto di riferimento sulla strada che collega Licciana a Bagnone, toccando i castelli di Corvarola e di Castiglione del Terziere, cinquantottenne, il "troubadour lunigianese" è persona che ha sempre dovuto fare i conti con una vita non certamente delle più comode, al punto di conoscere da vicino e in diretta anche la dura esperienza di emigrante in Svizzera.

Bugelli, al secolo Luigi Fabbri, a bordo della sua utilitaria, chitarra sulle spalle (quando non guida, n.d.a.), armonica a bocca, cappellaccio di feltro nero, capelli lunghi e grigi un po' da poeta un po' da mago, di paese in paese, di festa in festa, canta la storia della sua terra, declamata in musica e in versi, la pur sempre affascinante storia della vita. Una vita che Bugelli racconta a modo suo, con il sorriso sulle labbra, con una raffinatezza ed una saggezza tipicamente toscane, la grande e straordinaria dignità delle genti di Lunigiana che, da sempre, s costo anche di grandi sacrifici, si sono battute per la giustizia e la libertà.

Non a caso Bugelli è figlio di quella stupenda terra che diede i natali ad Alceste De Ambris (mitica e indimenticata figura di sindacalista apuano-parmense) e ai martiri risorgimentali Biagio e Anacarsi Nardi.

Bugelli, comunque, non ha scritto canzoni, bensì autentiche poesie ritmate dalle note che egli ha tratto dal pentagramma del suo cuore. Un cuoregrande di un estroso, semplice, originalissimo figlio di Lunigiana che anche oggi, nonostante la preoccupante spersonalizzazione delle tradizioni, riesce ancora a tenere ben saldi i ricordi cantando da menestrello i fasti e la storia della magica terra dei Maslaspina.

Al me paes j'è Lunigiana

terra santa e partigiana.

 

Oh Apella, se fossi tu la culla di quei Nardi

che furon degni compagni dei Bandiera; 

fior di ginestrino

che spandi dall'Apella il tuo profumo,

profumi più dei fiori del giardino.

 

Cavalieri della notte, 

e voi soltanto lo sapete,

quante cose si sono fatte

nei castelli di quassù.

Quanti re e quante regine

sopra queste mie colline

sono venuti per giurarsi

eterno amore e fedeltà.

 

Oh Lunigiana 

forse la fata Morgana

passò pure di qui". 

In effetti c'è magia in queste stornellate; c'è un mistero sottile, arcano che questo simpatico "trovatore" è in grado di trasmettere. Le sue affascinanti note, infatti,  dal Lagastrello portano a valle il canto del cuculo e l'aria salmastra del mare capace di rendere ancor più magici quegli antichi cantori lunigianesi che Bugelli da Licciana, nelle notti estive intona all'amore:

"se è ver che l'amor nasce in mezzo a un campo lo semineria"

  e alle donne:

"o madonne, vegliate, 

vegliate sui bambini di tutte le genti,

ve lo canto al chiar delle stelle

quando in cielo la luna non c'è".

Una luna, quella di Bugelli, pur sempre complice. Una luna che, anche se non dal cielo, riesce comunare a  far capolino nel cuore matto dell'ultimo "cantastorie lunigianese".

 

Gatto_nero.jpg (8290 octets)

Il gatto nero

Il gobbo ciondolo

 

 

 

LA SCARAMANZIA FUORI TESTO

Le prime, storiche, corna politiche risalgono al 1975 e si devono a Giovanni Leone, che era Presidente della Repubblica. 
In quell'anno a Napoli, città d'origine di Leone, c'era una grave epidemia di colera, e così quando il Presidente è andato in visita a Pisa, studenti contestatori gli hanno augurato di fare la stessa fine dei suoi concittadini. 

Ma Leone, da bravonapoletano, ha reagito contro gli iettatori facendo le corna addirittura con tutte e due le 

mani; anzi, possiamo immaginare che ha accompagnato questo gesto mormorando, dentro di sé, "Tie', tie'" (cioè "Tieni, tieni", come a ributtare indietro l'augurio di cattiva sorte).  

***

Era l'anno 1997 e Carlo Azelio Ciampi, oggi Presidente della Repubblica, era Ministro del Tesoro nel Governo di centro-sinistra presieduto da Romano Prodi. 
L'Italia stava facendo enormi sforzi, e sacrifici, per avere i conti pubblici in ordine e fare parte delle nazioni  che dovevano adottare, nel 2002, la moneta unica, l'Euro. 

***    

L'Italia è riuscita a raggiungere questo obiettivo, ma erano molti quelli che allora non ci credevano o, addirittura,   

speravano in un fallimento. 

Contro tutti questi iettatori, le simpatiche corna anti-malaugurio di Ciampi e di Berlusconi.

Anche se poi si è verificato che tutto non ha

funzionato come era stato previsto. Vedi la grave sperequazione avvenuta con il raddoppio dei prezzi !!! Ciò che costava £ 1000 è diventato 1 €.

E nessuno ha più fatto le corna.

Il gobbo

Quadrifoglio.jpg (9887 octets)

Quadrifoglio

Ferrodicavallo.jpg (8181 octets)

Il ferro di Cavallo

dita_corna.jpg (15780 octets)

Dita a corna

dita_incrociate.jpg (17875 octets)

Dita incrociate

luna e sole.jpg (21755 octets)

La luna e il sole

occhio_blu.jpg (17259 octets)

Occhio blu

gufo_protettore.jpg (25229 octets)

Gufo protettore

scarabei_ceramica.jpg (10656 octets)

Scarabei in ceramica

Le coccinelle

IL GOBBO

La sagoma di un gobbo ricorda qualcuno che è curvo sotto il peso di qualcosa. Nel passato questo peso è stato associato alla ricchezza ed alla fecondità.  Nell' antichità dove tradizionalmente venivano rifiutati dalla società uomini con malformazioni, un individuo con la gobba doveva presentare attributi tali da portare benefici, per evitare l'esclusione.  

Le società antiche dipendevano dalla fertilità ( sia umana che animale) e veneravano gli uomini con la gobba che sembravano incarnare la fertilità.
Così quella forma che sembrava una maledizione venne esorcizzata in una figura mitica, portatrice delle ricchezze contenute nella sua gobba e nella potenza del suo fallo.

IL QUADRIFOGLIO

Il quadrifoglio viene considerato un portafortuna non solo per la sua rarità, ma anche per la sua forma che ricorda una croce. L'influsso benefico di quest' erba è conosciuto da oltre 2200 anni. dal Medioevo in poi, il quadrifoglio, porta fortuna a chi lo trova e a chi lo riceve in dono. Secondo la tradizione ogni foglia rappresenta una qualità: la prima la reputazione, la seconda la ricchezza, la terza la salute e la quarta l'amore sincero.

IL FERRO DI CAVALLO

Le origini sulla credenza delle proprietà benefiche del ferro di cavallo si possono ricondurre essenzialmente a due fattori :
1) la forma a mezzaluna, simbolo di Iside
2) Il ferro, metallo con il quale viene prodotto.
La mezzaluna era simbolo di Iside ed era associata alla Luna crescente, simbolo dell' aumento della forza e del suo dominio.
La Dea Artemide, per esempio, è rappresentata con una mezzaluna nei capelli.   Il ferro è un materiale al quale sono associate buone proprietà contro i malanni e il malocchio. 
Già gli antichi Romani inchiodavano alle pareti di casa ferri di cavallo come difesa dalla peste e, nel Medioevo, veniva addirittura usato dai medici come mezzo di guarigione.
Persino i Cristiani credevano in questo amuleto in quanto la sua forma ricordava la letera "C" di Cristo.

In tutto il mondo il ferro di cavallo viene utilizzato come scaccia malocchio, stando sempre ben attenti ad appenderlo con le punte rivolte verso l'alto. la spiegazione di questo sta nel fatto che se venisse appeso con le punte verso il basso la fortuna potrebbe scappare fuori.

Potete trovare questo amuleto a Londra, appeso alle porte di casa; a Berlino, dove ne vengono utilizzati anche solo dei frammenti; in Cina, per la somiglianza con il corpo curvo di Nagendra, il serpente sacro; in Turchia, per l'affinità con la mezza luna simbolo della nazione; negli Stati Uniti d'America, per la storia del Far West, il ferro di cavallo è diventato  uno dei più diffusi portafortuna.

IL  CORNETTO 

Il corno portafortuna è, senza dubbio, il più diffuso amuleto italiano. Le sue origini sono antichissime e risalgono addirittura ai tempi del Neolitico (3500 A.C.), quando gli abitanti delle capanne usavano apporre fuori dall' uscio un corno come auspicio di fertilità.
Specialmente in quei tempi la fertilità veniva associata alla fortuna in quanto, più un popolo era fertile, più era potente e quindi fortunato. In altri tempi i corni venivano usati come doni votivi alla Dea Iside, affinchè la Dea Madre assistesse gli animali nel procreare.

La mitologia ci informa che Giove donò alla sua nutrice un corno in segno di gratitudine, questo corno era dotato di virtù magiche in modo che, la nutrice, potesse ottenere tutto ciò che desiderava.
Il corno trae le sue origini per via della forma, si pensa infatti che gli oggetti a punta, specialmente se aventi forma di corno, difendono da cattive influenze e malasorte se portati con se.
Si dice che il corno per portare fortuna deve essere ROSSO e FATTO A MANO.

Rosso perchè già nel Medioevo ogni talismano rosso aveva doppia efficacia e il rosso simboleggiava la vittoria sui nemici. Già nei tempi più antichi diverse popolazioni associavano al colore rosso un significato di fortuna e buon auspicio. 
Ad esempio nelle Indie dove i raccolti venivano protetti con teloni rigorosamente rossi e strisce di tela dello stesso colore venivano portate sul collo per prevenire i mali. Gli antichi medici suggerivano che abiti rossi potessero guarire i reumatismi dove ogni mezzo aveva fallito.  

L'efficacia di tutti questi rimedi ed altri ancora non stanno nei vari materiali utilizzati ma , solo ed esclusivamente, nel colore rosso.Il motivo per il quale il corno deve essere fatto a mano sta invece nel fatto che ogni talismano fatto a mano acquisisce poteri benefici dalle mani che lo producono.

Sono tantissimi i personaggi famosi che affidano la loro fortuna ad un cornetto, tra questi vogliamo ricordare:
Totò, Palmiro Togliatti, Pippo Baudo, Emilio Fede, Ezio Greggio, Claudio Lippi, gli stilisti Dolce & Gabbana, Enzo Jacchetti, Fabrizio Frizzi, il sindaco di Napoli Bassolino, Platinette, Mariangela Melato ed altri ancora.

LA  COCCINELLA 

La coccinella è legata nell' antichità ad una dea della bellezza e dell' amore. Le sue elitre rosse (colore che già di per se porta fortuna) sono segnate da diversi puntini. Se una coccinella si posa su una mano assicura fortuna per un numero di mesi pari al numero dei puntini e predice che a breve incasseremo dei soldi.

La fortuna è maggiore se l' insetto si posa il tempo necessario per contare fino a 22. Tutto questo, chiaramente, a patto che non gli si faccia del male.
Le coccinelle portano fortuna non solamente vive ma anche sotto forma di oggetti d'ornamento. Gia nei secoli scorsi non era raro incontrare nobildonne con spille, bottoni, anelli raffiguranti delle coccinelle. 

   da: www.glimmy.com

   

croce_egizia.jpg (25657 octets)

Croce egizia

nodo_iside_egitto.jpg (11366 octets)

Nodo Iside egizio

A beneficio dei neofiti,

chiariamo la differenza tra Amuleto e Talismano.

  • Gli Amuleti sono composti da sostanze (di solito vegetali e minerali), particolarmente gradite a determinate categorie di ElementariImportanti per gli amuleti, oltre all’esatta composizione, sono il colore dell’involucro (di solito di stoffa) e la consacrazione, che attiva la Mente Collettiva, formata dalle menti elementari aggregate. La durata degli amuleti è di circa 1 anno poi, con il deterioramento fisiologico dei componenti, si ha anche la disgregazione della Mente Collettiva che ne presiede l’azione. 

  • I Talismani invece sono messaggi scritti in un linguaggio simbolico esoterico. Ad essi sono associate Intelligenze Elevate, che interpretano ed eseguono l’istruzione, assicurando poi la perpetua azione del Talismano, attivato grazie al circuitare delle forze negli schemi d’azione, che la grafia simbolica include. Non hanno scadenza nel tempo

Gli Amuleti, comunque, restano e resteranno importanti strumenti, di costo contenuto. Chi voglia un’azione protettiva costante, deve rinnovare l’Amuleto ogni anno. Vanno portati appresso o tenuti in casa, in una stanza dove il soggetto stia a lungo.

www.trigono.com

E-mail

Fine del fascicolo 16

TORNA  IN  ALTO