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Aggiornato il  20-08-2007

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IL  FATTO

Ho letto per puro caso un brano scritto da Egisto Veschi, un giovane discendente della famiglia Veschi originari di Agnetta di Bagnone, piccola località tra le frazioni di Orturano e Corlaga.

Egisto Veschi, è nato ad Agnetta di Bagnone (Massa Carrara), dove trascorse la sua fanciullezza. Lo conobbi presto, appena rientrai dalla Liguria dopo la morte di mio padre, avvenuta nel 1942. Lui, nato nel 1927, era di cinque anni più anziano di me, aveva smesso il saio francescano, e dopo la guerra, per gli studi effettuati in convento, dove frequentò il ginnasio, interrotto a causa della guerra, dopo l'armistizio del 1945, venne assunto impiegato presso l'ufficio comunale di collocamento, che più tardi abbandonerà per dedicarsi alla professione di Consulente del Lavoro, colui che tiene i libri paga e di carico dei dipendenti delle varie imprese operanti in zona, e nel contempo anche Agente di Assicurazioni, con sede a Villafranca L.    

Aggiungo, per facilitare la lettura del brano scritto da Egisto Veschi, che  nell'estate del 1944 si era insediato a Bagnone un Ospedale internazionale militare tedesco e che tutto il perimetro urbano del capoluogo era controllato con sbarramenti e posti di guardia tedeschi, e che tutta l'area era stata dichiarata "zona aperta e zona bianca"; sui tetti delle abitazioni principali erano state dipinte delle grandi croci rosse ad identificare la zona per evitare eventuali attacchi aerei.

Veschi ricorda e ci racconta un episodio da lui vissuto nel periodo di guerra e, come indicato nel titolo, accaduto nel mese di aprile del 1945; anche questo fatto si aggiunge a tutti gli altri noti, che sono occorsi in quei giorni nel nostro Comune. Il racconto deve essere analizzato nel modo come è stato scritto, da un giovane con poca esperienza e forse anche con poca maestria, data la sua giovane età.

Un mese di storiche tragedie, compiute nel nome della libertà, che hanno glorificato la fine della guerra e della liberazione del nostro territorio.

Questa testimonianza scritta in lingua dialettale locale, pur nella imperfezione sintattica e grammaticale, conserva una grande validità per l'apporto del contenuto che arricchisce la memoria dei fatti in modo molto significativo.

Egisto Veschi è presente in certami letterari e nelle antologie di poesia contemporanea; affermato poeta in vernacolo lunigianese, trascorre il tempo libero della sua vita di pensionato, sulle rive dell'idilliaco "Bozzo Conco" il suo podere di Cà del Bosco sulla strada per Irola, frazione di Villafranca in Lunigiana.

Rugggio - 2007       

 

APRILE  1945 a cura di Egisto Veschi

Sento il fischio assordante di mio padre che rimbomba all'intorno ed echeggia dai Piaggi, saluto frettolosamente l'amico Armando e mi precipito verso il portico della stalla.

"Porco mondo! Non vedi che il sole sta già valcando il Monte di Mochignano? Tu pensi soltanto a ruzzare e a chiacchierare! Alla tua età io ero gia soldato e te a diciassett'anni sei ancora un bastardo! Mena suito le bestie a bere e non ti scordare il fiasco d'acqua fresca del fontanino. Porco mondazzo cane!".

Mio padre era un dritto, uomo fatto innanzi tempo: a quindici anni orfano di madre, a diciassette ragazzo del '99. reclutato a prendere pidocchi e calci nel didietro. Questa era la dura disciplina che aveva dovuto imparare, ma adesso il caporale era lui e la imponeva ai suoi figli, soldati a casa. Al suo fischio sonoro bisognava rispondere immediatamente e camminare subito per evitare qualcos'altro di più sonoro! Spalancai subito la stalla slegando le bestie: tre vacche e quella maledetta Grisa, che aveva ripetutamente ragliato dalla sete; abbrancai tra gli strami 'na bracciata di foglie secche per far lettiera e per non smerdarmi gli zoccoli e.... via dietro al branco.

Mia madre solidale come sempre, aveva smesso di spianare la crosta per la torta d'erbe e, porgendomi la fiasca rivestita di vimini: "Cerca di far presto, sennò abbaia!".

Fido, impaurito dall'urlìo , mi scodinzolava attorno per scansare la solita pedata.

Era una bella serata d'Aprile a cielo terso, la primavera sgorgava ad Agnetta come altrove, le piante spuntavano le loro foglie verdicchie, quelle da frutto sgargiavano i loro fiori; le erbe crescevano con prepotenza nei prati, nei coltivi, lungo gli argini della mulattiera e le bestie s'affrettavano a brucarle golosamente per evitare l' incitante sbroccata.

Era il dolce riposante Aprile di tutti gli anni; si era finito di vangare con la vanga, si erano seminate le patate che già spuntavano dai solchi per essere colmate, fumigavano nel vangato i mucchi di letame maturo, pronto per essere poi sparpagliato per la semina del frumentone. Anche le bindelle delle vigne, così bene allineate, sprigionavano i loro pampini e s'intravedevano già i grappoli sporgenti in attesa della prima irrorazione.

Ma quello del '45 non era il solito Aprile! Erano diversi giorni che si sentiva lontano, oltre le Alpi Apuane, il sordo rombo del cannone, segno premonitore dell'avvicinarsi del fronte.

Il fronte! Fra poco sarebbe passato il fronte. La guerra! Quella guerra tridentina così ripetutamente, quasi quotidianamente, raccontata da mio padre ci avrebbe coinvolti, sarebbe passata anche da noi, in Val di Magra. Quanto sarebbe durata? Come l'avremmo scampata?  Avevamo già subito il rastrellamento del Luglio '44; si era risolto senza pene ma con tanta paura quello del Febbraio successivo e noi ne ringraziavamo la Madonna d'Agnetta, soprattutto perchè soltanto il nostro paese non aveva subito alcuna triste conseguenza. Questi pensieri, queste incertezze ci fomentavano presagi sinistri e tanto nervosismo, specie in mio padre. La mia giovanile incoscienza mi faceva sperare in bene, anche perchè riuscivo a captare qualche notizia proveniente dalla radio inglese e quotidianamente sfogliavo l'atlantino, seguendo l'avanzata degli alleati già oltre i Paesi Bassi, mentre i rossi avevano invaso balcani ed austriaci e quindi ero convinto che i tedeschi per non rimanere nella nassa avrebbero lasciata libera l'Italia ritirandosi al di là delle Alpi.

Con questa convinzione accompagnavo le mie bestie verso la fontana, canticchiando "Rosamunda", stimolandole con la bacchetta per fare più presto. All'incrocio incontrai l'Elvira con la secchia in testa ricolma d'acqua, mentre sferruzzava calzetti; si era spostata nel largo per lasciare passare il piccolo branco ed anche perchè aveva sentito dire che la Magnana tirava di corna. "Non era niente vero, era soltanto rossa!". M'accorsi che era inquieta e mi bisbigliò: "Alla fontana c'è un uomo!...". Povera Elvira! Doveva di già essere sposata: il moroso alpino era rimasto disperso sul fronte russo, ma poi era nato Beppino, che tutte le mattine veniva a mangiare un tòcco di pattona calda da noi. Purtroppo lei non era più la solita Elvira, la più brava giovanotta del paese, sempre allegra e contenta, specialmente quando la chiamavamo a lavorare in giornata da noi. Adesso non la chiamava più nessuno e dopo che era andata giù a Bagnone ad ore a lavorare nell'ospedale militare dei tedeschi, le donne del paese, tutte le donne, quando passava, parlavano sotto voce. Si era sentito dire che parlava da sola, che sragionava e quindi non diedi alcuna importanza all'avvenimento.

Fido ringhiava alla curva, mentre le bestie scampanellavano per precipitarsi all'abbeveratoio, quando immediatamente dopo la curva scorsi uno sui quaranta, presso il fontanino intento a bere. Lo salutai con un cenno del capo e lui mi rispose alla stessa maniera, lasciandomi garbatamente libero il posto. Risciacquai la fiasca, la feci mezza e gliela porsi; quello mi sorrise assenziente e dopo aver bevuto a garganella mi rivolse una domanda in lingua sconosciuta: "Comprenez-vous le française?" gli chiesi io. "Ja, ja!" e mi guardò con sorpresa e meraviglia, contento di aver trovato un ragazzo che lo avrebbe capito. Ero tornato nell'estate innanzi dal collegio dove avevo studiato i primi elementi della lingua francese; nelle traduzioni dal francese all'italiano me la cavavo abbastanza bene, ma non altrettanto nel viceversa. Così riuscii a capire che si trattava di un ufficiale medico polacco, scappato dall'ospedale militare e che intendeva incontrare i patriotti, diceva lui, per poter tornare a casa.

Questo colloquio un po' estroso, perchè per meglio figurare intercalavo spesso qualche parola in dialetto, suscitando un po' d'ilarità nell'interlocutore, che perdurò lungo il tragitto di ritorno fino al portico della stalla, dove mio padre con la calderina a tracolla mi aspettava per mungere: "Accompagnalo in casa e bada bene di tramutare un fiasco di scelto, che poi arrivo io!". Compresi che mio padre si erra abbonito e che con uno sguardo aveva intuito tutto, anzi era disponibile a tutto. Lo capii immediatamente perchè il vino scelto lo riservava per le feste e per le circostanze speciali, chè tutti i giorni si beveva il "piettareccio"; noi ragazzi annacquavamo anche quello, perchè il vino ci dava alla testa.

Era quasi l'ora di cena; mia madre era indaffarata nel gradile, che fungeva da cucina e si attardava a buttare giù i taglierini nel paiolo appeso alla catena; aveva ravvivato la vampa del focolare con 'na brancata di sermenti secchi per affrettare il bollore e m'accorsi che aveva gli occhi arrossati.

La sua pronta intuizione, al sopraggiungere dello sconosciuto con quella faccia sbiancata, vestito in grigio scuro con drappi che si palesavano da soli appena estratti dalla valigia, le scrpe nuove, invasa dalla fissazione di sempre, le aveva provocato la consueta costernazione. Pensava senz'altro al figlio in Marina, laggiù a Taranto, che dall' 8 Settembre '43 non aveva più dato notizie di sé! Sattardava, povera donna e, dopo aver alzato appena il soprano al testo per accertarsi che la torta avesse preso, lo ricopriva di brace per portarla alla giusta cottura. La scorgevo dalla porta semiaperta, china nella negra cucina e mi sembrava che tirasse su; forse piangeva!

La mia casa era ed è tutt'ora all'imbocco del paese, con l'entrata posta tra due curve a gomito della mulattiera, che si snoda lungo tutto il  borgo; la prima curva e mezza occupata a sinistra da un piccolo poggiolo, servito da tre scalini e posto fra la sala ed il gradile; la controcurva è in crocevia sormontata da volta a terrazzo, il tutto in sasso nostrano a facciavista, amalgamato da calce ricavata da rudimentali fornaci del posto. Sia il poggiolo, alto mezz'omo, che gli scalini, erano quasi sempre occupati dalla gente del paese, che si fermava spesso in mucchiarello per la chiacchierata; quando però arrivava un foresto veniva fatto accomodare nel poggiolo, sulla una sedia impagliata dal caregaio.

 

Avevo fatto sedere l'ospite al centro del terrazzino in attesa del capo famiglia e della cena, poi corsi giù in cantina a prendere il vino. Distinsi subito il tavolato del scelto, perchè quei fiaschi erano cravattati con strisce di carta di giornale; agguantai un vuoto con la veste più nuova e tramutai il tutto, dopo aver risucchiato e cavato l'olio per bene con la stoppa.

Di ritorno dalla cantina si erano già fermati alcuni di quelli che cenano presto per andare giù all'osteria; li pregai di passare da Damaro, la staffetta dei partigiani, che avvertisse quelli lassù di venire a prelevare il polacco.

Mia madre aveva scodellato il minestrone coi broccoli dalla capiente zuppiera che aveva portato in sala, ed attraversando il poggiolo diede la buona sera all'ospite; questi sorridendole le ripetè il saluto in italiano, alzandosi in piedi.

Frattanto ero andato nella camera di sopra per mutarmi con la vestura buona e le scarpe fine per meglio apparire, tanto che lì per lì non fui riconosciuto dallo straniero, che poi mi annuì con un cenno del capo, compiaciuto. Intanto arrivava mio padre con il secchio ricolmo di latte e, traballando come al solito, faceva traboccare la bava, che veniva leccata da Fido e dalla gatta con avidità; l'ospite osservava la scena, tutto divertito.

"Buona sera, signoria!" fece mio padre. "Buona sera!" rispose l'altro. "Chi staga forti con no' a cena". Ed a me: "Fallo entrare in sala ed accomodalo capotavola". Mentre eseguivo l;ordine, mia madre si era impossessata del secchio per colare subito il latte e metterlo a rapprendersi, ch'è l'indomani l'avrebbe zangolato per ricavarne burro, formaggio e ricotta; intanto mio padre si era un po' rassettato lavandosi le mani nel bacile, dopo aver attinto una mestola d'acqua dalla secchia.

Arrivarono anche i miei due fratelli che avevano munto e rigovernato le pecore, mentre la sorellina si era fermata nello spiazzo del paese a giocare alla piastra. Avevano saputo del nuovo arrivato, ma non si aspettavano che rimanesse da noi a cena.

Ognuno prese posto a tavola, mio padre a destra dell'ospite e prima di iniziare il pasto ci segnammo, imitati da lui, rivelandosi un buon cristiano. Questi, prima ancora di mettersi a sedere aveva appoggiato sul ripiano della finestra la sua valigetta, dalla quale aveva estratto diversi pacchetti di sigarette, ofrendoli a ciascuno di noi. All'arrivo della sorella tornò a prendere delle caramelle, riempiendole il taschino. Intanto mia madre gli aveva riempito il piatto di minestrone, dopo avergli versato un bicchiere di vino ed augurato buon appetito.

Mio padre che per mantenere i figli agli studi era andato per tre anni a lavorare a Berchtesgaden, rifugio del FÜRER e qualche parola straniera riusciva a capirla, tedeschizzando il nostro dialetto aveva intavolato un discorso con lo straniero e sembrava che s'intendessero. Anticipò subito che lui i polacchi li aveva conosciuti molto bene, quando lavorava in Germania; brava gente ed onesta. Lui ne aveva avuti alcuni come manovali che, nel mentre murava a secco un sasso, avevano già preparato l'altro pronto e preciso per essere sistemato. Così il lavoro andava avanti alla svelta, sia nella muratura che nel massicciato ed a cena avevano un supplemento di pietanza, perchè la sua squadra avanzava tutte le altre. Lui aveva dell'occhio e murava aalla perfezione senza fissella, per cui dopo pochi mesi l'avevano passato muratore e l'anno dopo caposquadra, con un sensibile aumento di paga, tanto che aveva messo in collegio anche il terzo figliuolo. Fin da ragazzo era stato abituato a non star con le mani in mano, durante il pascolo, ma raccattare i sassi per cingere i ronchi, per cui aveva imparato a meraviglia la muratura a secco.

Poi stava raccontando che a diciott'anni era già bersagliere, ficcato in trincea a far la guardia al nemico. Era notte fonda la prima volta che era di vedetta e lui aveva tanta paura! Teneva gli occhi sbarrati sotto l'elmo, chino sul ciglio del fossato,  in attesa del nemico. ensava a suo padre a casa, vedovo e solo, alla sua roba, alle sue bestie che aveva dovuto abbandonare per servire la patria, per venire quassù, in questi posti aspri,  a conquistare soltanto dei grotti! Lui che aveva sempre stramaledetto il dover pernottare nelle capanne della Vaggia, durante le fienagioni estive, ora rimpiangeva quelle tranquille e sode dormite. Allora aveva paura degli spiriti dei morti, ma adesso aveva paura di ben altro! Aveva tanto sonno, avrebbe dormito anche nell'acqua, ma doveva far la guardia al nemico! Forse dormiva ad occhi aperti e.... dormiva davvero! Avvertiva un noioso mal di schiena, chè un sasso lo urtava; forse aveva dimenticato un ciocco tra il fieno ed allora si voltava e rivoltava nel fienile; gli sembrava di sentir ruminare le bestie giù nella stalla, il sibilo del vento che filtrava fra i coppi nel silenzio dei suoi pascoli.

All'improvviso rintrona un urlo; forse il cane che scagna? Forse la civetta! Forse.... spalanca gli occhi e vede.... che cosa? Il nemico, proprio il nemico lì davanti a sé, a pochi passi dalla trincea! Sparo o non sparo?.... L'anziano caporalmaggiore gli aveva sempre raccomandato di sparare soltanto per salvarsi, immediatamente prima che sparasse l'altro; però vede l'altro imberbe come lui, povero ragazzo come lui ed anche disarmato. Allora tira un fischio per farlo scappare, ma quello gli getta un pacchetto di sigarette poi un altro ancora e con la man dritta gli fa cenno verso la bocca spalancata. La burba capisce tutto, immediatamente! Estrae dal tascapane un pacchetto di gallette e glielo butta; quello l'agguanta al volo e scappa via. Ma i capi avevano già scoperto l'intesa ed avevano costituito il corpo degli arditi. Quelli sì che sparavano, ebbri di grappa e di fanatismo! Ma i nostri nò, non volevano né ammazzare né essere ammazzati. Lui, mio padre, per non sparare portava il treppiede della mitraglia. Cos'erano 35 o 45 chili quando lui era abituato a portare il quintale di frumentone dall'aia allo scrigno! Così l'attrezzo più pesante del plotone era di sua spettanza, ma non sparava mai.

Poi il capitano, con la pistola puntata, li aveva costretti tutti a passare il Piave a guado. Senza saper nuotare si era buttato giù nell'acqua agguantando una corda per rimanere a galla, ma inciampava nei cadaveri degli affogati e di quelli uccisi, ché gli austriaci sparavano a tutt'andare.

Da bravi i bersaglieri camminavano sempre di corsa e forza di correre erano arrivati a Cormons; poi hanno rifatto la presa di Gorizia, che gli altri l'avevano persa. Ma quel tarlucco di capitano li aveva menati, troppo avanti, tanto che la retroguardia austriaca aveva tentato di accerchiarli. Nel retrocedere mio padre era caduto in una buca con addosso i commilitoni ed i nemici a sparare! "La mitraglia" urlava il capitano! "Il treppiede" il tenente; ma anche il treppiede era in fondo alla buca, compreso il caporalmaggiore. "Avanati Savoia" gridava il capitano d il caporale di rimando: "Tarlucco! A quest'ora i Savoia sono ancora sotto le coltri, ben coperti e ben pasciuti, anche il re, alto uno  cinquantatre, compresi i tacchi delle scarpe! Sta piuttosto attento che non ti arrivi una sbèrla delle nostre!".

Così i nostri soldati non obbedivano perchè erano dei poveri ragazzi e non volevano uccidere dei poveracci come loro. A quel punto si arresero tutti quanti. Furono fatti prigionieri e rinchiusi in un grande cortile di periferia; là arrivarono i nostri aeroplani a mitragliare; mio padre si salvò dietro ad una massa di sarmenti e poi con i superstiti si rifugiarono in casa dei goriziani. Questi li ospitarono e li nascosero, dando loro da mangiare e bere, affinchè riabbonissero gli italiani al loro arrivo. Ecco tutto il perchè aveva ospitato a cena il polacco! Questi mangiava di buona lena il minestrone, ma quando arrivò mia madre con la torta sul tagliere, sgranò tanto d'occhi; ne mangiò a sazietà e con soddisfazione, facendoci capire che era la prima volta che mangiava quella roba.

Mia madre aveva estratto dalla madia il cacio fresco per noi, ma per l'ospite, d'intesa con il marito, aveva riservato il pecorino stagionato. Intanto mio padre, discorrendo continuava a mescere vino ed il fiasco stava mostrando il fondo. Il capo famiglia stava andando in do! Me n'accorsi quando s'alzò da tavola barcollando per scendere in cantina. Era entusiasta ed anche esaltato per lo scambio dell'ospitale aiuto che lui stesso aveva ottenuto ventisette anni prima dai nemici, anzi i polacchi non erano mai stati nostri nemici!

Erano trascorse un paio d'ore dal transito di quelli diretti all'osteria ed uno di ritorno ci aveva informati che l'ambasciata eseguita, quando sentimmo giù nella strada uno scalpiccio confuso, uno stridio di bollette sul selciato, un rumore di scarpe chiodate che salivano gli scalini e si avvicinavano alla porta semichiusa; la porta si spalanca ed entra uno urlando: "Mani in alto tutti quanti!". Segue un silenzio glaciale; nel mentre ci guardiamo in faccia esterrefatti, si sente il rumore della cantabruna, giù in cantina, dove mio padre stava tramutando il secondo fiasco.

Il polacco che cenando aveva ripreso un po' di colore, ridiventa sbiancato più di prima, s'alza in piedi con le mani in aria, imitato da noi tutti, meno mia madre inebetita.

Ne entrano anche altri due; lo frugano dappertutto, intravedono la valigetta, la capovolgono sul ripiano ed appare una pistola, che agguantano immediatamente. In quel mentre arriva mio padre con il fiasco; trasale, si riprende subito: "Brava gente, bevete un bicchiere con noi, mettetevi a sedere, bravi ragazzi! Questo non è tedesco, questo è un dottore polacco che vuol venire su con voi e vi potrà bisognare!". Di fronte alla pacatezza di mio padre e del fiasco di vino, la tracotanza del trio si affievolì un poco; tracannarono in piedi, a doppia mandata; quello sui trenta, barbuto e cappelluto, agguantò poi il prigioniero per un braccio e lo menò fuori, seguiti dai due imberbi, con la valigia riempita. Mentre scendevano gli scalini il capo brontolava: "Porco cane!.... ma è pur sempre un collaboratore!".

L'indomani, nel primo pomeriggio, mentre eravamo nei campi ad innestare i salici a guscio, mio padre mi comandò: "Torna subito a casa a pigliarmi la marazzina che mi sono scordato nella tasca dei pantaloni buoni!". Era una piccola roncola a serramanico che solitamente tutti i contadini portano in tasca; era manicata in osso di corno caprino da un certo Fortunato, che di fortuna ne aveva fatta poca perchè faceva il mendicante, ma era così esperto in quel lavoro che tutti lo chiamavano "Manga Marazzina". Nel sortire di casa con quell'arnese in mano vidi sbucare dalla curva il polacco, seguito da un patriota altero che gli stava puntando la pistola alla schiena; era questi un mio coetaneo serioso ed anche compagno di scuola, uno di quei ragazzi che schivano gli altri perchè si credono più grandi: non si degnò neanche di guardarmi, tutto preso dal suo alto incarico.

Il prigioniero non aveva più il vestito grigio scuro, né le scarpe nuove; tutto emaciato procedeva a stento; mi guardò sottocchi, forse per non compromettermi e tutti e due proseguirono dal crocichio lungo la mulattiera che porta su, su verso il monte di Biglio.

Quando nei campi lo riferii a mio padre, mi sussurò: "Povero ragazzo!" E non aggiunse altro.

 

Foto di Agnetta

 
 
 

Qui di seguito aggiungo alcune poesie scritte da Egisto Veschi, concepite nel tempo e divulgate, via via, econdo la sua sapiente vena poetica. Dalla sua vecchia cartella marrone è sempre pronto ad estrarre l'ultima nata e dartene copia. Così fece con me tanti anni or sono, ed alcuni di questi documenti, risorti da un lungo letargo, vengono da me resi noti e pubblicati sul mio sito: www.bagnonemia.it.

Virgo Vereconda

(Madonna di Agnetta)

Regina del bosco

Quand'io ti prego,

Virgo vereconda,

mi turban le tue

sembianze falsate,

detesto le fate

con sguardo cupido

e labbra in carminio;

mi turban gli ori

nel tempio profano,

dal ricco donati

in sconto peccati.

Cosa domandi,

bianca betulla,

che muovi le fronde

qui fra le sponde

del rio silente?

"Non chiedo niente!".

 

Rameggian sereni

il pioppo e l'ontano,

il verde è sovrano;

cosa ti manca,

bianca betulla?

"Non manco di nulla!".

 

Ma se la vitalba

s'allunga pian piano,

tendente la mano,

t'invade, t'abbraccia,

cosa rispondi?

"Lasciate che faccia!".

 

Già l'esil corniolo

s'inchina pendente,

se il rovo invadente

che tutto sovrasta

s'avanza rapace?

"Lasciatemi in pace!".

 

Non so figurarti

nella bella Sara,

d'Abramo compagna

e neanche in Rachele,

leggiadra d'Harran,

amor d'Israele.

In te rivedo Rut,

la bruna moabita,

la spigolatrice

dicui s'invaghisce

'l padron delle messi.

Fors'anche mi piace

il bianco tuo viso

d'Angelico frate.

Ma quando ti prego,

Virgo benedetta,

non solo nei campi,

nei campi d'Agnetta;

ti sento vicina,

tivedo con me

nell'arida terra,

terra cananea,

che i nostri han sognato,

vangato e sudato

in sconto peccato.

Là, nell'oratorio

che scalzo fanciullo

di stipa sdornasti,

di verdi ginestre

raccolte nei ronchi,

di maggi strappati

negli aspri tuoi monti,

tu senti ch'è bello

ripetere.... Ave,

il nome Maria,

il nome soave

della madre mia.

PATRIA  E  ONORE

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