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IL "GRABEN" DI
VAL DI MAGRA |
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PREMESSA
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Il
10 agosto 1995, non ero ancora in pensione e quindi arrivavo a
Bagnone solo per trascorrere le vacanze di lavoro, alcune
settimane all'anno solamente.
Quest'estate durante le mie frughe e ricerche, mi è caduto
tra le mani un opuscoletto, dopo nove anni dall'evento
avvenimento, documento che è stato stampato in unitamente tra
le Amministrazioni Comunali di Bagnone e di Villafranca in
Lunigiana.
Il
titolo assai impressionante mi ha colpito e destato
curiosità. Il titolo si legge così: "LUNIGIANA REMOTA -
da oggi a tre milioni di anni fa". Dopo la lettura del
contenuto mi sono accorto dell'importanza dell'argomento, e la
posizione geologica che ricopre la Lunigiana e particolarmente
le località di Olivola di Aulla, di Equi Terme di Vallescura
di Bagnone e altri siti importanti.
Quindi
non volendo riscoprire ciò che è stato gia scoperto, mi
adopero a riprodurre le parti essenziali dell'opuscolo, per
rendero accessibili a tutti e divulgare le importanti notizie
in esso contenute.
Buona
lettura.
RUGgGIO - 2004
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PRESENTAZIONE
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Se fosse
possibile intraprendere un viaggio nel tempo, per raggiungere
l'origine della vita sul nostro pianeta, dovremmo percorrere uno
spazio lungo 3 500 milioni di anni, e giunti al traguardo troveremmo
la terra abitata soltanto da batteri e alghe azzurre.
Abitanti
primordiali che resteranno soli per circa 2 milioni di anni, e
intanto lavoreranno sodo per produrre l'ossigeno che renderà
possibili altre forme di vita.
Nel nostro
itinerario, la stazione più prossima a noi sarebbe abitata anche
dal genere umano, e avremmo percorso appena 2 milioni di anni.
Per conoscere la
storia della vita e quindi la storia dell'uomo, è necessario
assumere una disposizione mentale adeguata a tanta distanza.
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Le
forme di vita del "Passato", e cioè, i documenti
necessari per capire, sono costituite dai resti di organismi animali
e vegetali, più o meno completi, o anche da semplici tracce di
questi. Questi resti si chiamano fossili, e dei fossili si occupa la
paleontologia.
Ossa
fossili sono state rinvenute nei nostri comuni in tempi lontani, e
anche recentemente da alcuni operai che lavoravano alla fornace di
laterizi di Vallescura.
Il dottor
Paolo Mazza, Conservatore del Museo di Geologia e Paleontologia
dell'Università di Firenze, ha accolto il nostro invito a
illustrarci oggi "il grande mosaico della storia della
vita", e la Sua lezione metterà nella dovuta evidenza
".....il grandissimo contributo dato dalla Lunigiana" alla
paleontologia, contributo che - sostiene il dottor Mazza - diviene
ogni giorno "più significativo". |
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I
nostri Comuni sono consapevoli che "la conservazione e la
salvaguardia di questo inestimabile patrimonio è d'importanza
primaria", e faranno quanto si dovrà fare per "una più
corretta gestione degli attuali ambienti naturali" che gli
appartengono.
Dottor Piero Pierini
Geologo - Sindaco di Bagnone
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EVOLUZIONE
NEOTETTONICA
DEI
BACINI DI PONTREMOLI E AULLA OLIVOLA
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La
Lunigiana, al pari della Garfagnana, del Mugello, del Valdarno
Superiore, dell'Alta Val Tiberina, della Val di Chiana,
costituisce una depressione tettonica bordata da faglie
dirette, allungata NNW-SSE e originatasi in seguito ai movimenti
distensivi che hanno interessato il margine occidentale
dell'Appennino Settentrionale in conseguenza dell'apertura del
bacino tirrenico. Tali processi distensivi, a larga scala,
furono instaurati dalla convergenza della placca africana
contro quella europea; questo processo perdura tutt'oggi e
determina una rotazione in senso antiorario della penisola
italica.
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In
questo contesto geologico strutturale si individuano delle
fosse tettoniche considerate per lungo tempo delle strutture
tipo "graben"; infatti la letteratura geologica e
numerosi addetti ai lavori utilizzano, ancora oggi, la
terminologia "graben del fiume Magra". Sembra però
più corretto attribuire l'origine di queste fosse tettoniche
all'interazione tra un sistema di faglie dirette principali
(immergenti in direzione tirrenica, SW) ed un sistema di
faglie antitetiche (immergenti in direzione appenninica, NE),
con conseguente collassamento e rotazione di blocchi
strutturali.
In Lunigiana circa 3 milioni di anni fa, in un
periodo della storia della Terra compreso fra il Rusciniano
superiore ed il Villafranchiano inferiore, nei blocchi
strutturalmente più ribassati si instaurarono due bacini
lacustri che coprivano una superficie di circa 100 Kmq, noti
in letteratura come: "Bacino lacustre di Pontremoli"
e "Bacino lacustre di Aulla-Olivola". I due laghi
comunicavano tra loro attraverso una fascia stretta ed
allungata dalle attuali località della "Fornace"
(comune di Bagnone), "Merizzo" (comune di
Villafranca in Lunigiana) e "Amola" (comune di
Licciana Nardi). Nel corso del Villafranchiano i due bacinin
vennero colmati da depositi lacustri e fluviali
successivamente incisi e terrazzati da sedimenti conglomerati
a prevalenti elementi di arenaria Macigno di età
pleistocenica.
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Nella
letteratura geologica corrente i depositi continentali della
Lunigiana sono stati descritti come una successione di argille
e sabbie, conglomerati a prevalenti poligenici e conglomerati
a prevalenti elementi di arenaria Macigno. Questa successione
rappresenterebbe un unico ciclo sedimentario, con
alimentazione iniziale dai quadranti apuani e alimentazione
finale dai quadranti appenninici; il cambiamento di
alimentazione costituirebbe una sorta di risposta ai processi
di sollevamento della dorsale appenninica.
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Gli
studi recenti svolti nell'area hanno condotto ad una
ricostruzione stratigrafica assai più complessa; le
differenze principali con i dati biografici consistono
nell'aver individuato all'interno dei depositi Villafranchiani
due cicli sedimentari, nell'aver riconosciuto quattro ordini
di conoidi alluviali all'interno dei terreni pleistocenici
nell'aver riscontrato un margine attivo orientale già prima
dell'impostazione del bacino lacustre. Il primo ciclo
sedimentario Villafranchiano è caratterizzato dalla presenza
di argille lignifere nella parte più distale di spessore pari
a circa 100 metri, mentre dai margini progradavano depositi di
delta conoidi (sabbie e ghiaie) alimentate dai quadranti
appenninici e da quello apuano. I corpi sedimentari
provenienti dalle Alpi Apuane, ricchi di elementi metamorfici,
si rinvengono intercalati alle argille fino ad alcuni
chilometri a Nord dell'attuale torrente Taverone.
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Il
Ciclo si chiude con alcune decine di metri di depositi
fluviali. Nei depositi attribuiti a questa fase lacustre
analisi palinologiche, effettuate in campioni di argilla
provenienti dalla cava di Aulla, ed i resti fossili di
mammalofauna rinvenuti (tapirus Arvenensis e Sus Strozii)
hanno permesso di datare questa sequenza al Rusciniano
superiore Villafranchiano inferiore e di correlarla alla
Unità Faunistica di Triversa (datata a circa 3 milioni di
anni).
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Una
grande faglia normale orientata NE-SW, che si estende da
Pontremoli a Moncigoli attraverso tutto il bacino dislocando i
dispositivi del primo ciclo e portandoli a contatto con il
substrato roccioso, è testimone di una ripresa dell'attività
tettonica. Ortogonalmente a questa agivano degli elementi
trasformi, tra cui la transfer fault del torrente
Taverone. Nella depressione causata da questa seconda
generazione di faglie si sono accumulati depositi di ambiente
da palustre a fluviale, in parte alimentati dalla scarpata
della faglia stessa, ed in parte alimentati dalle varie aste
fluviali provenienti sia dalle Alpi Apuane a SE
(Paleoaullella) che dal quadrante appenninico a NW
(Paleomagra). Le acque e i depositi della Paleomagra e della
Paleoaullella confluivano in quello che oggi è l'attuale
alveo del torrente Taverone. La fine della storia lacustre in
Lunigiana è marcata dal conglomerato poligenico di Olivola. |
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I
resti di mammalofauna rinvenuti ad Olivola (comune di Aulla)
permettono di datare questo secondo ciclo al Villafranchiano
sup. e di correlare questi sedimenti con l'Unità Faunistica
di Olivola, datata a circa 1,5 milioni di anni. Seguono poi i
depositi pleistocenici organizzati in quattro ordini di
conoidi alluvionali strettamente legate alle variazioni
eustatiche del livello del mare verificatesi nel corso del
quaternario.
I
sedimenti associati alle conoidi alluvionali, composti
prevalentemente da ciottoli arenacei della formazione
dell'arenaria Macigno, si alimentavano dal crinale appenninico
e danno origine alle caratteristiche spianate morfologiche che
si susseguono a varie quote in tutto il territorio della
Lunigiana. |
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Conclusioni
e correlazioni con le principali tappe evolutive
dell'Appennino Settentrionale |
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I
primi eventi deformativi nell'area della Lunigiana
appartengono al Pliocene inferiore e medio e sono da
attribuirsi ad una fase tettonica distensiva riscontrabile
lungo il margine tirrenico dell'Appennino; in questo periodo
il fronte della distensione migra dall'attuale Versilia
all'area Lunigiana-Garfagnana e dà origine ai bacini di
Pontremoli e Aulla-Olivola in Lunigiana e di Castelnuovo di
Garfagnana e di Barga in Garfagnana. In seguito a questa fase
tettonica nella Toscana Meridionale e nel Lazio Settentrionale
si aprirono una serie di bacini marini. L'entità della
distensione lungo il margine tirrenico della catena
appenninica appare crescente da Nord verso Sud, in accordo con
l'apertura del mar Tirreno e con la rotazione antioraria della
struttura appenninica; il polo di rotazione del sistema doveva
essere localizzato a nord dell'attuale Lunigiana. Nelle fosse
tettoniche della Lunigiana e della Garfagnana si depositano i
sedimenti lacustri e fluvio-lacustri attribuiti all'Unità
Faunistica di Triversa. |
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Nel
pliocene medio si verificò una fase tettonica che determinò
fenomeni di sollevamento lungo la fascia tirrenica dalla
Toscana al Lazio. In Lunigiana, così come in Garfagnana,
questa fase coincide con la deposizione dei sedimenti fluviali
che chiudono il primo ciclo sedimentario. La deposizione dei
depositi relativi al secondo ciclo sedimentario (depositi
attribuiti all'Unità Faunistica di Olivola) testimoniano una
ripresa dell'attività tettonica e la rimpostazione delle
condizioni lacustri. La presenza di Equus Strenonis Cocchi nei
depositi fluviali di Olivola e le analogie riscontrabili in
altri bacini lacustri della Toscana (barga in Garfagnana,
Valdarno superiore) permette di associare questa fase di
riattivazione ad una fase tettonica, regionalmente ben
conosciuta, datata fra la parte alta del Pliocene superiore e
la parte bassa del Pliocene inferiore. In Toscana essa
determina l'apertura di nuovi bacini lacustri e marini;
l'apertura dei bacini lacustri del Mugello e dell'alta Val
Tiberina indica una migrazione del fronte della distensione
verso l'attuale spartiacque appenninico. La successiva fase di
sollevamento coincide con l'approfondimento dell'alveo del
Fiume Magra e con l'incisione dei depositi Villafranchiani. |
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Nel
corso del Pleistocene medio-superiore si depositarono le
conoidi alluviali la cui genesi è legata soprattutto a
fenomeni climatici (glaciazioni quaternarie); evidenze di
sollevamento tettonico regionale relative a questo periodo
sono da ricercarsi nel progressivo approfondimento del livello
di base dell'erosione tra le conoidi più antiche e quelle
più recenti.
L'intensa
attività sismica storica testimonia che l'area Lunigiana
Garfagnana è ancora caratterizzata da una tettonica
attività.
Dottor Roberto Antiga
Geologo - Sindaco di Villafranca L. |
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VAL
DIMAGRA
LA
LIGURIA COSTIERA TRA IIIº E Iº SECOLO a.C.
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Golfo
di La Spezia, Val di Vara e Val di Magra.
Alla
destra idrografica del bacino si erge l’Appennino ligure,
nel tratto che dal Golfo di La Spezia giunge fino allo
spartiacque con il Taro; i suoi confini orientali sono
costituiti dall’Appennino tosco-emiliano, nel tratto
compreso tra il Passo della Cisa e il passo di Pradarena con
asse da Nord-Ovest a Sud-Est, con quote superiori ai 1500 m, e
dalle Alpi Apuane, che si raccordano all’Appennino attraverso
la foce dei Carpinelli. L’alveo del fiume, che è lungo 62
km., è costituito in parte da una pianura alluvionale, che ha
occupato il fondo di due fosse tettoniche o Graben; una è
ubicata nel medio corso, da Pontremoli a Gassano, suddivisa
in tre bacini isolati, mentre l’altra occupa il basso corso
tra Caniparola e Sarzana. Nel passaggio dalla prima alla
seconda delle due fosse presso Aulla, il corso del fiume, fino
a questo punto parallelo alle linee di crinale
Nord-Ovest/Sud-Est, cambia bruscamente direzione verso Ovest,
per poi riassumere lo stesso orientamento presso la confluenza
del Vara; nel suo tratto terminale corre vicino al fianco
occidentale della valle, con un letto molto ampio e
ramificato. I suoi principali affluenti, oltre il Vara, sono
il Taverone e l’Aulella, entrambi alla sua sinistra.
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Le
precipitazioni particolarmente abbondanti, associate ad un bacino
imbrifero prevalentemente montano e collinare, con scarse
possibilità di un rallentamento del deflusso, rendono il fiume
soggetto a frequenti piene.
La
piovosità notevole, determinata dalla ridotta distanza di soli 10
km. dei rilievi, in particolare le
Apuane, dal mare, determina un clima umido, piuttosto differenziato,
che a mano a mano che ci si allontana dalla costa passa da
mediterraneo ad alpino.
La
bassa Valle, che è delimitata ad Ovest dal promontorio di Monte
Marcello, mentre invece verso Sud-Est non presenta soluzione di
continuità con la piana della Versilia, è caratterizzata nella sua
porzione costiera da boschi a pino (marittimo e comune) e in alcuni
tratti da una particolare associazione vegetale, differente rispetto
alla macchia mediterranea e concentrata lungo le paleodune con
presenza di leccio, acero e particolari piante arbustive. Vaste aree
sono occupate da coltivazioni sia a seminativo che a frutteto; non
mancano anche i pioppeti e altre colture legnose, mentre le zone
collinari sono interessate da un’agricoltura mista, con presenza
di vite ed olivo sui versanti meglio esposti.
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Nella
Media Valle, sul versante occidentale, dominano i boschi a pino
marittimo, mentre sui versanti soleggiati prevalgono querceti e
carpineti, con inserzione del castagneto ad opera dell’uomo.
Al
di sopra dei 1000 m. fino a 1500 m. si estende la faggeta; oltre
questa quota si trovano, in particolare sull’Appennino, assai meno
sulle Apuane, praterie adibite a pascolo, ricavate da
un’originaria brughiera a mirtilli.
Luigi Gambaro - Il paesaggio fisico.
http://192.167.112.135/NewPages/EDITORIA/SAP/18/18-02.pdf
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IL
GRANDE MOSAICO DELLA STORIA DELLA VITA |
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La
Lunigiana, terra ricca di storia e di preistoria, ha contribuito in
modo significativo alla conoscenza della storia degli avvicendamenti
faunistici e delle variazioni climatiche e paleogeografiche
dell'Europa occidentale negli ultimi 3 milioni di anni. Il
contributo offerto finora dalla Lunigiana diviene ancora più
prezioso alla luce dell'attuale tendenza di quella peculiare scienza
storiografica che è la paleontologia. Attualmente, infatti, le
vecchie ricostruzioni ed interpretazioni del fenomeno evolutivo e
della storia della vita, spesso antitetiche ed alternative, sono
poste in discussione. Oggi le scienze paleontologiche sono orientate
alla più attenta riconsiderazione della documentazione fossile per
scoprire tutti i dettagli di quell'unica versione della storia della
vita che si è effettivamente realizzata tra le infinite alternative
possibili.
Dottor Paolo Mazza
Conservatore del Museo di Paleontologia
dell'Università degli studi di Firenze - 1995 |
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LA
LUNIGIANA "PALEONTOLOGICA":
IL
SUO PASSATO, IL SUO FUTURO |
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La
meravigliosa storia della vita è ancora lontana dall'essere
scritta. L'uomo formula teorie, ipotesi, idee sempre nuove e
contrastanti, in una infinita tensione verso una verità
irraggiungibile, ma pur sempre affascinante. La ricerca è dunque
instancabile, continua. La paleontologia si nutre di sempre nuova
informazione. Ogni ulteriore scoperta equivale ad un nuovo passo, ad
un contributo fondamentale alla conoscenza.L'Italia ha
un'eccezionale patrimonio artistico e culturale, ma è anche molto
ricca di giacimenti fossiliferi. Il sito ittiolitico di Bolca,
Montebamboli e gli altri siti della Toscana meridionale, il
Valdarno, superiore ed inferiore, le valli Astigiane e la Val di
Magra, con il celeberrimosito di Olivola, sono solo alcuni degli
innumerevoli giacimenti a vertebrati terrestri italiani che hanno
contribuito in modo sostanziale alla ricostruzione della storia
degli avvenimenti faunistici d'Europa e d'Eurasia in genere. |
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La
Lunigiana è una terra particolarmente ricca di storia e di
preistoria. Ossa fossili sono state rinvenute a Ponzano Magra, nelle
ligniti di Aulla, a Suvero, lungo il torrente Mangio, a Seppina e a
Vallescura. Sono noti resti di una fauna che risale ad un intervallo
compreso fra 3 e 1,5 milioni di anni, rappresentata da mastodonte, Anancus
arvernensis, tapiro, Tapirus arvernensis, un rinoceronte
di grande taglia, Stephanorhinus jeanvireti, rinoceronte
etrusco, Stephanorhius etruscus, un equide, Equus stenonis,
un importante cervide, Eucladoceros dicranios olivolanus,
un cinghiale di notevole taglia, Sus strozii, vari bovidi, Gallogoral
meneghinii, Procamptoceras brivatense, Leptobos gr.
merlai-furtivus, Leptobos etruscus, orso nero primitivo, Ursus
gr. minimus-thibetanus, orso etrusco, Ursus etruscus,
cane etrusco, Canis etruscus, iena gigante, Pachycrocuta
brevirostris ed una tigra dai denti a sciabola, Megantereon
cultridens. |
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Nel
suo complesso, questa associazione faunistica testimonia una
transizione da un ambiente forestato caldo-umido ad un ambiente di
savana relativamente aperta, simile a quella africana attuale. Un
altro giacimento fossilifero, al margine meridionale della
Lunigiana, più recente, ma altrettanto famoso e ricco quanto quello
di Olivola, è quello della Grotta di Equi, che ha prodotto
innumerevoli resti di cinghiali, cervi nobili, bovidi (stambecchi,
camosci, capre, pecore), carnivori (orsi delle caverne,
particolarmente abbondanti, leoni, leopardi, lupi, cuon o cyon,
volpi, gatti selvatici, puzzole, faine, donnole, martore,
ermellini), micromammiferi (lepri, marmotte) e uccelli (aquila). Non
mancano nemmeno alcuni resti frammentari umanie vari manufatti
litici. La fauna è quella tipica delle ultime fasi del Pleistocene,
cioè di quella parte del Quaternario caratterizzato dall'alternanza
di fasi climatiche fredde e temperate, comunemente note come
"periodo glaciale". |
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È
dunque evidente il grandissimo contributo dato dalla Lunigiana alla
conoscenza della storia degli avvicendamenti faunistici e delle
variazioni climatiche e paleogeografiche dell'Europa occidentale
negli ultimi 2 milioni di anni. E siamo convinti che questa terra ci
riservi ancora una grande ed insospettata quantità di informazioni
se avremo la possibilità e la perseveranza di proseguire le
ricerche. L'opera di appassionati locali, purchè opportunamente
indirizzati e guidati da persone esperte, può essere di grande
aiuto. Anche la creazione di piccole realtà museali locali potrebbe
mettere il pubblico a conoscenza della grande importanza
paleontologica di questa regione. Ma tutto questo presuppone
un'attenta tutela dell'integrità del territorio lunigiano. |
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La
conservazione e la salvaguardia di questo inestimabile patrimonio è
di importanza primaria. La conoscenza approfondita della storia
passata del territorio rappresenta un presupposto indispensabile per
una più corretta gestione degli attuali ambienti naturali. E tutto
questo anche a beneficio dell'attuale ricerca scientifica e
soprattutto di quella delle future generazioni, che chiederanno il
conto di tutte le nostre scelte odierne. |
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L'AFFASCINANTE
ENIGAMA DELLA STORIA DELLA VITA |
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Il
contributo offerto dalla Lunigiana diviene ancora più significativo
alla luce dell'attuale tendenza delle ricerche paleontologiche.
La
paleontologia può essere annoverata tra le scienze storiografiche,
poichè opera una ricostruzione degli eventi preistorici della terra
attraverso lo studio dei fossili, peculiari documenti della vita
passata conservati nel grande archivio delle rocce. La
fossilizzazione, tuttavia, non è un processo usuale, ma
eccezionale, che si attua solo se si realizzano condizioni molto
particolari. I fossili sono perciò documenti rari, unici ed
irripetibili. Non esistono fossili più o meno importanti; la sola
differenza sostanziale consiste nel tipo di informazione che sono in
grado di fornirci, che può essere di tipo paleobiologico,
paleoecologico, stratigrafico, paleoclimatologico, ecc. |
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La
paleontologia si prefigge, come scopo ultimo, di ricostruire la
storia della vita nel suo complesso, che appare come un mosaico,
purtroppo lacunoso, di piccole tessere giustapposte. Nella grande
sintesi, essa si trova inevitabilmente i quesiti che tormentano
l'uomo da sempre: da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo. La
paleontologia può sconfinare così nella filosofia e nella
religione.
Classicamente,
la ricostruzione della storia della vita si fonda sulla teoria
evoluzionistica di Charles Darwin. In essa, è la selezione
naturale, attraverso la lotta per il successo riproduttivo, che
permette il progressivo adattamento ad ambienti che via via si
modificano. Che la selezione naturale sia un fenomeno reale ed un
motore fondamentale dell'evoluzione è dimostrato da numerosi esempi
di canalizzazione delle trasformazioni adattative che si esplicano
in parallelismi e convergenze evolutive e nei casi di evoluzione
iterativa. Darwin ed i neodarwinisti, quelli cioè che hanno seguito
e perfezionato la teoria di Darwin alla luce delle scoperte in
ambiente genetico, vedevano la storia della vita come una grande
evoluzione di progresso che conduceva necessariamente ad una sempre
crescente complicazione delle strutture anatomiche, dei processi
biochimici e dei comportamenti. Tuttavia, una selezione naturale che
premia i singoli individui capaci di accoppiarsi più precocemente e
più frequentemente o di stabilire una migliore cooperazione con il
partner nelle cure parentali è perlopiù un principio di
adattamento locale e non di progresso generale. |
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Oggi
ci siamo orientati verso una nuova concezione dell'evoluzione.
L'impressione che la vita sembri evolversi verso una crescente
complessità è probabilmente soltanto un prgiudizio, basato su
determinati modelli deterministici della scienza occidentale sulla
radicata visione antropocentrica tradizionale che considera l'uomo
come l'espressione più elevata della vita. Questa visione porta
inevitabilmente a dare eccessiva importanza agli organismi che
diventano più complessi ed a ignorarealtrettante linee evolutive
che si adattano ugualmente bene assumendo forme via via più
semplici. La canalizzazione verso una progressiva semplificazione
anatomica ed una crescente instabilità strutturale sembra, ad
esempio, una caratteristica dominante nell'evoluzione di tutte le
principali linee dei vertebrati. In effetti, i rappresentati più
primitivi dei vertebrati sono caratterizzati da intelaiature
scheletriche pesanti e complesse e molti sono coperti da spesse
corrazzature dermiche. Con l'evoluzione si osserva un progressivo
alleggerimento generale, una crescente semplificazione a
scapito della stabilità strutturale, ma con netto aumento della
manovrabilità. In varie linee evolutive dei pesci, ad
esempio, si assite ad una riduzione progressiva della corazzatura
dermica ed una parallela modificazione delle pinne, che diventano
capaci di ampi movimenti sia orizzontali che verticali.
L'associazione di corpi più flessuosi e pinne più mobili garantiva
una ben maggiore manovrabilità ai pesci più evoluti, ma a scapito
della stabilità. Questo doveva essere compensato da un più
raffinato senso dell'equilibrio e da un maggiore e migliore
coordinamento muscolare. |
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In
ambito terrestre si assiste ad un'analoga progressione. I più
antichi vertebrati terrestri erano dotati di pesanti corazze
dermiche e di scheletri interni complessi. Sulla terra ferma il
corpo, non più sostenuto dalla spinta idrostatica dell'acqua, grava
con tutto il suo peso sullo scheletro e, da ultimo, sulle pinne
trasformate in zampe. In effetti, la colonna vertebrale dei
rappresentati primitivi dei vertebrati terrestri era formata da vari
pezzi ossei articolati e la gabbia toracica era rigida e
caratterizzata da coste ampie e pesanti. Le zampe erano disposte in
maniera da garantire la massimo stabilità: omeri e femori erano
articolati trasversalmente al corpo e parallelamente al terreno,
mentre radii e ulne, tibie e peroni erano disposti verticalmente al
suolo, un po' come nei coccodrilli e nelle lucertole attuali. Per
sostenere il corpo su questi arti a piolo occorrevano più robuste
masse muscolari che si attaccavano a cinti scapolari e pelvici
necessariamente complessi, formati da un gran numero di ossa. Con il
procedere dell'evoluzione, indipendentemente su tutte le linee
evolutive, gli scheletri si alleggeriscono e semplificano
sensibilmente. Si riducono o scompaiono del tutto le corazzature
dermiche, si riducono e si articolano meglio le ossa dello scheletro
del tronco e gli arti divengono progressivamente sempre più
parasagittali, tanto che nei mammiferi terrestri le estremità
tendono, in postura media di riposo, a riunirsi sotto il corpo, in
una condizione di grande instabilità dovuta alla considerevole
riduzione della base di appoggio ed al sollevamento del baricentro.
Anche in questo caso, tuttavia, l'instabilità garantisce una ben
maggiore manovrabilità, che deve essere compensata da un migliorato
e più raffinato senso dell'equilibrio e da un maggior coordinamento
muscolare. Per questo si assiste ad un parallelo sviluppo del
cervelletto. L'uomo, con la stazione eretta perfettamente verticale,
ha ridotto le basi di appoggio ad un solo punto ed ha sollevato
considerevolmente il baricentro; l'uomo rappresenta quindi la
massima instabilità strutturale mai raggiunta dai vertebrati. Ma è
un caso limite raggiunto fortuitamente in una certa linea evolutiva,
non è il previsto risultato del progressivo processo di
semplificazione della struttura scheletrica dei vertebrati. |
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I
più antichi rappresentanti degli Pterosauri e degli uccelli erano
semplici veleggiatori, dotati di scheletri a ossa piene e corredati
di strutture pesanti quali denti e code. I veleggiatori sono capaci
di brevi voli stabili perchè durante il volo, gli arti anteriori,
trasformati in intelaiature di sostegno di patagi o coperte di
penne, evitano il rollio, mentre la coda compensa il beccheggio.
Tuttavia, i veleggiatori hanno ridotta capacità di manovrare e per
questo hanno un'alta velocità di discesa che limita fortemmente le
loro dimensioni. In contrapposizione ai veleggiatori, i volatori
hanno un volo instabile, soggetto a beccheggio e rollio, che, se
opportunamente controllati e coordinati, garantiscono una ben
maggiore manovrabilità e maggiori dimensioni corporee.
L'instabilità in questo caso viene raggiunta con la
pneumatizzazione delle ossa, l'alleggerimento del cranio per la
perdita dei denti e la conseguente riduzione del muso e sua
sostituzione con il più leggero e aerodinamico becco corneo e la
perdita della coda. Anche nei volatori, con l'evoluzione
dell'instabilità strutturale vi è un corrispondente accrescimento
dei distretti cerebrali interessati alla vista, all'equilibrio e
alla coordinazione muscolare. |
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Che
la selezione naturale non sia l'unica causa di evoluzione era già
riconosciuta da Darwin stesso alla fine dell'introduzione de
l'origine delle specie: "Sono convinto che la selezione
naturale sia stato il più importante, ma non l'unico, fattore di
modificazione". Se ciò non fosse, non si spiegherebbe
perchè, a livello genetico, ad ogni generazione, abbiano luogo
sostituzioni di basi del DNA con valore selettivo neutro, né
perché, a livello di specie, si producano tendenze evoluttive
determinate da una selezione che opera in base a caratteri peculiari
delle specie, quali dimensioni delle popolazioni, caratteristiche
della riproduzizone,ecc., che permettono ad alcune di esse più
longeve oppure di differenziarsi più velocemente di altre. |
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La
storia della vita racchiude molto caos, ed è quindi molto
dipendente dalle condizioni di partenza, tanto da produrre esiti
notevolmente divergenti a partire da minime e incommensurabili
divergenze dei punti di partenza. Per questo non può essere
prevista con precisione prima che sia svolta, ma può essere
ricostruita solo in base a precisi documenti e quindi dopo che si è
svolta. Seguendo la concezione darwiniana classica dell'evoluzione,
la comparsa di Homo sapiens rappresenta il previsto risultato del
progressivo aumento della complessità del sistema nervoso. Ma se al
contrario la storia della vita non viene vista necessariamente come
un'evoluzione di progresso verso una crescente complessità, Homo
sapiens sarebbe da considerare la fortuita e contingente conseguenza
di un gran numero di eventi collegati, cambiando uno qualsiasi di
questi eventi la storia avrebbe potuto prendere altre strade,
dirottando su un percorso alternativo che non avrebbe condotto
all'intelligenza di tipo umano. In questa nuova ottica occorre
riconsiderare la documentazione paleontologica analizzando l'unica
versione che si è realizzata tra le infinite alternative possibili.
E dalla documentazione paleontologica risulta che la storia della
vita è stata caratterizzata da due fenomeni peculiari ed in qualche
modo legati fra loro: in alcuni momenti intervengono fattori esterni
che perturbano gli equilibri e determinano estesi fenomeni di
estinzione - le estinzioni di massa - che liberano un gran numero di
nicchie ecologiche, provocando quindi una rapida proliferazione di
nuove forme organiche sostitutive; gli eventi sostitutivi più
significativi sono perciò concentrati in brevi esplosioni - le
radiazioni adattative - intervallate da lunghi periodi di apparente
stasi e stabilità, durante i quali i piani costruttivi generali
realizzati durante le radiazioni vengono perfezionati e modulati
alle condizzizoni ambientali locali primariamente dalla selezione
naturale. |
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Le
estinzioni in massa consistono in improvvise scomparse, sincrone, o
pressoché tali, alla scala dei tempi geologici, di un grande numero
di taxa ben adattati dovute a cause del tutto imprevedibili,
che non hanno niente a che fare con il valore selettivo di caratteri
evolutisi nel corso di una convenzionale competizione darwiniana.Si
conoscono cinque estinzioni principali: nell'Ordoviciano finale,
Devoniano finale, Premiano finale, Triassico finale, Cretaceo
finale.
Molti
studiosi hanno cercato di spiegare questo bizzarro fenomeno che
colpisce indiscriminatamente gruppi del tutto diversi, anche grandi
e ampiamente distribuiti. Nel 1979 Luis e Walter Alvarez
ipotizzarono che l'estinzione di fine Cretaceo fosse dovuta
all'impatto di un asteroide, ipotesi avvalorata dalla recente
scoperta di un enorme cratere di età e dimensioni adeguate al largo
dello Yucatàn in Messico. L'impatto avrebbe sollevato
nell'atmosfera un'enorme quantità di polveri che, oscurando
temporaneamente il sole, avrebbe ridotto drasticamente l'insolazione
causando una forte riduzione delle temperature del globo ed
interrptto la funzione fotosintetica dei produttori primari alla
base delle piramidi trofiche. All'impatto e alle sue catastrofiche
conseguenze sopravvissero fortuitamente organismi che avevano
sviluppato caratteri vantaggiosi evolutisi per altre ragioni. Ad
esempio i mammiferi, che erano restati delle dimensioni di un ratto
per tutti i 100 milioni di anni durante i quali erano coesistiti con
i dinosauri, sono sopravvissuti forse per cause accidentali, perché
le dimensioni ridotte garantivano popolazioni più ampie e poco
specializzate, in grado di adattarsi ad un maggior numero di aree di
rifugio. Tuttavia la piccola taglia non è stata affatto un
adattamento positivo dei mammiferi, ma la conseguenza della l,oro
incapacità di competere efficacemente con i dinosauri. In effetti,
dalle caratteristiche strutturali interne delle loro ossa e dei
rapporti di biomassa predatori/prede che hanno progressivamente
sviluppato, i dinosauri dovevano aver raggiunto un discreto grado di
endotermia e dovevano essere animali dotati di un metabolismo molto
più attivo di quanto sia stato supposto finora. Quindi al contrario
di quanto voluto dalla teoria darwiniana classica, un carattere
negativo in tempi normali potrebbe essere la ragione principale
della sopravvivenza dei mammiferi. Un altro esempio di superamento
fortuito della crisi di fine Cretaceo è offerto dalle diatomee,
microscopiche alghe silicee che sopravvissero senza grandi traumi
avendo sviluppato la capacità di incistarsi durante momenti
stagionali sfavorevoli. |
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La
riduzione adattativa consiste in una rapida differenziazione, a
partire da un taxon ancestrale, quasi una serie di "variazioni
sul tema" da una condizione originaria comune, che tende a
saturare quello che G. Simpson (1944) ha definito una "zona
adattativa", cioè un insieme di ruoli ecologici. La radiazione
adattativa conduce alla formazione di quella che, in retrospettiva,
può essere riconosciuta come una nuova categoria tassonomica
gerarchicamente elevata. La velocità di comparsa di forme nuove,
inizialmente piuttosto alta, tende progressivamente a decrescere nel
tempo man mano che la radiazione avanza. Un fenomeno di questo tipo
può far seguito ad una conquista evolutiva che apre la starda a
nuovi adattamenti o alla liberazione di nicchie precedentemente
occupate. Circa 580-590 milioni di anni fa, all'inizio di quel
periodo geologico noto come Cambriano comparvero tutti i principali
phyla animali. Il fenomeno è noto come l' "esplosione"
del Cambriano e consiste nel primo importante riempimento del
serbatoio di ruoli ecologici destinati agli organismi
pluricellulari, e forse fu anche l'ultimo, dato che sembra abbia poi
precluso l'importanza di novità importanti. L'esaurimento della
spinta evoluttiva è evidenziata dal fatto che la biodiversità
raggiunta in soli 5 milioni di anni, non è aumentata, ma semmai
diminuita, dall'inizio del Paleozoico all'Attuale. Molti phyla sono
scomparsi da allora e non sono stati rimpiazzati, mentre altri sono
sopravvissuti per diventare quelli che conosciamo oggi. Quest'ultimi
non hanno niente in comune e non sembrano essere sopravvissuti in
virtù di una loro maggiore idoneità ecologica o ad una maggiore
complessità o ad altro di ciò che prevede la teoria darwiniana
classica, ma semplicemente grazie a casi fortuiti. La storia della
vita va dunque reinterpretata come una storia di riduzione e di
stabilizzazione di alcuni fortunati superstiti, piuttosto che quella
di una grande espansione o di un grande progresso in complessità. |
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GALLERIA
FOTOGRAFICA
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N.B.
Tutte
le specie fossili qui riprodotte sono state ritrovate
anche in
Lunigiana. |
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Cranio
di Stephanorbinus etruscus - Olivola, Val di Magra
Plesistocene
inferiore basale, circa 1.7 milioni di anni fa.
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Opuscolo
stampato in occassione della "conversazione"
del
Dott.
Paolo Mazza, Conservatore del Museo di Paleontologia
dell'Università degli Studi di Firenze. Bagnone
10 Agosto 1995 |
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1.
Scheletro
montato di Anancus arvenensis - Montecarlo,
Valdarno inferiore, circa 3 milioni di anni
fa.
2.
Cranio
tipo di Stephanorhin etruscusus - Valdarno
superiore, circa 1.5 milioni di anni fa.
3.
Scheletro
di Equus stenonis - Valdarno superiore,
circa 1.5 milioni di anni fa.
4.
Cranio
di Eucladoceros dicranios - Valdarno
superiore, circa 1.5 milioni di anni fa.
5.
Scheletro
di Sus strozii - Valdarno superiore, circa
1.5 milioni di anni fa. |
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6.
Scheletro di Leptobos
etruscus - Valdarno superiore, circa 1.5
milioni di anni fa. Specie rappresentata
anche a Vallescura in comune di Bagnone in
Lunigiana.
7.
Scheletro di Ursus minimus - Valdarno
superiore, circa 3 milioni di anni fa.
7bis - Cranio di Stephanorbinus etruscus -
Olivola di Aulla, Val di Magra Lunigiana,
plesistocene inferiore basale, circa 1.7
milioni di anni fa.
8.
Cranio di Ursus etruscus - Valdarno
superiore, circa 1.5 milioni di anni fa.
9.
Scheletro di Canis etruscus - Valdarno
superiore, circa 1.5 milioni di anni fa.
10.
Cranio frammentario di Pachycrocuta
brevirostris - Valdarno superiore, circa 1.5
milioni di anni fa. Specie rappresentata
anche a Vallescura in comune di Bagnone in
Lunigiana. |
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11.
Scheletro
compilato di Ursus spelaeus - Grotta di Equi Terme,
in comune di Fivizzano in Lunigiana, circa 100 000
/ 80 000 anni fa.
12.
Ricostruzione
di fondo marino del Devoniano superiore - circa
370 / 360 milioni di anni fa. In primo piano
Bothriolepis, placoderma antiarco.
13.
Scheletro
di Archeoperyx - Solenhofen, Germania meridionale
- Giurassico superiore, circa 150 /160 milioni di
anni fa.
14.
Ricostruzione
di ambiente della fine del Cetaceo, circa 65
milioni di anni fa.
15.
Ricostruzione
di fondo marino del Precambriano, circa 700/680
milioni di anni fa.
16.
Ricostruzione
di fondo marino del Cambriano, circa 500 milioni
di anni fa. |
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La grotta di Equi Terme, in Comune
di Fivizzano, Lunigiana
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Anche
la
Buca,
assieme alla Grotta
del Vento ed all’Antro
del Corchia, sono
i complessi carsici attrezzati del Parco delle
Alpi Apuane in Lunigiana. |
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GRABEN - Termine
geologico impiegato per determinare l’alveo
di un fiume, costituito in parte da una pianura alluvionale, che ha
occupato il fondo di due fosse tettoniche o Graben. In
Val di Magra, una è
ubicata nel medio corso, da Pontremoli a Gassano, suddivisa
in tre bacini isolati, mentre l’altra occupa il basso corso
tra Caniparola e Sarzana. |
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"La
LUNIGIANA è un paradiso: miglioriamolo" |
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È
questo il titolo di un manifesto apparso in Lunigiana
a cura della Comunità Montana, è stato oggetto di
varie contestazioni ed anch'io non lo so ben
interpretare. Cosa si vuol migliorare il Paradiso o la
Lunigiana?
Credo
il Paradiso, perchè stando le cose come vanno, la
Lunigiana, già mal ridotta, verrà definitivamente
distrutta.
Fortunatamente
ci sono dei salvataggi in extremis, tipo quello di
Vallescura: dove si voleva riabilitare la vecchia
fornace per fondere pneumatici.....
Ancora
oggi il sito http://www.col.it/associ/gaggino/impegni.htm
pubblica un dossier
datato 5/6/94, che
raccoglie in maniera ragionata e annotata i più
significativi atti che riguardano la scelta del luogo
per la realizzazione della discarica provinciale di
Massa-Carrara. I documenti abbracciano un arco di
tempo che va dal 1987 ad oggi.
Studio
preliminare per la ricerca dei siti potenzialmente
idonei all'insediamento della discarica RSU
comprensoriale. Redatto dal gruppo tecnico di lavoro
congiunto tra Comunità Montana e Provincia, gode
della delega di tutti gli Enti Locali (Com. Montana,
con delega dei Comuni e Provincia) e attua
pedissequamente le disposizioni del Piano Provinciale.
Dalla
scheda di Cà Gaggino: L'attuale viabilità infatti
insufficiente, trattandosi di stradine o mulattiere
spesso percorribili solo con trattori o fuoristrada ed
in alcuni tratti, anche molto lunghi, soggette a
dissesti per frana.
In
considerazione dell'assetto idrogeologico e
geomorfologico del contesto territoriale esaminato si
hanno forti dubbi sulla fattibilità degli interventi
di adeguamento della viabilità.
Dalla
relazione conclusiva:
Sito Vallescura - Bagnone +14
Sito Casa del Tuffolo - Podenzana +14
Sito Fosso Gaspaina - Pontremoli +24
Sito Irola - Villafranca +24
Sito Cà Gaggino - Avola di Aulla +54
Sito Canale della Taglia - Aulla +77
Dalla graduatoria comprensiva delle discariche
esistenti (da bonificare e ampliare), escludendo
punteggi superiori a 24:
a) Sito Vallescura - Bagnone +14
b) Sito Casa del Tuffolo - Podenzana +14
c) Sito Selva - Filattiera +17
d) Sito Tufo - Licciana +19
e) Sito Fosso Gaspaina - Pontremoli +24
f) Sito Irola - Villafranca +24
Quindi Cà Gaggino dal Vº posto, sparisce
nella scelta.
Le
delibere si susseguono, non si conoscono i risultati,
speriamo bene. |
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Tutto
questo per spiegare che il meraviglioso territorio di
Vallescura, e quello di altre zone della Lunigiana, sono
bersaglio di discariche, siti che saranno
sfruttati per interrare i Rifiuti Solidi Urbani
(RSU) della Provincia.
"Questo
si che è un contributo a migliorare il paradiso
della Lunigiana. Dal paradiso della Lunigiana si è
sempre fatto in modo che la gente dovesse emigrare, fin dai
tempi degli antichi Romani, e ancora oggi".
Per
migliorare il paradiso della Lunigiana, qualche anno
fa si era pensato di scaricare (sempre a Vallescura)
migliaia di tonnellate di ceneri dell'ENEL. Fortunatamente
il progetto non è andato in porto per la fiera opposizione
dei lunigianesi. |
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VALLESCURA |
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Dai
depositi di argilla di Vallescura è sorta agli inizi
del '900 la fornace di laterizi, oggi non più
operativa ma, come mostra la foto, esistono ancora i
manufatti che per l'integrità della zona dovrebbero
essere demoliti. È in questa zona, durante i lavori
di estrazione dell'argilla, che si sono ritrovati gli
importanti reperti concernenti il patrimonio
geopaleontologico di cui
si tratta più sopra. |
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Vallescura
in Comune di Bagnone, sorge a due passi dagli
importanti castelli di Castiglione del Terziere, di
Corvarola, di Virgoletta, perimetrazione delle aree di
interesse archeologico atte a trarre delle conseguenze
su base conoscitiva più ampia e più circostanziata.
Mi
dichiaro molto preoccupato circa il progetto RSU, dato
che non solo porterà ad un ulteriore ignobile
deturpamento del patrimonio storico e paesaggistico,
già troppo disastrato da una politica insensata e
senza scrupoli, ma comporterà un grave danno anche al
patrimonio geopaleontologico, in quanto l'area presa
di mira si è dimostrata molto ricca di testimonianze
fossili, come quello di Olivola di Aulla, fondamentale
per la ricostruzione degli avvicendamenti faunistici
del Quaternario, ma permette di esserlo anche per il
futuro.
La
tutela di quest'area è dunque di primaria importanza.
RUGgGIO
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