Note storiche 

  Prese un po' quà un po' là....

Rugggio - 2004     

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Tra le maschere della Commedia dell'Arte, quella di Arlecchino è la più caratteristica e al tempo stesso la più enigmatica e la più complessa.

L'origine la si può forse far risalire sino a Sannio, buffone delle farse latine, selvatico e barbuto, vestito di cenci multicolori, divenuto poi lo Zanni della commedia dell'arte.

La città di origine dell'Arlecchino propriamente detto é Bergamo, e in un primo tempo egli dovette essere la personificazione dei Bergamaschi, così come Pantalone e Balanzone lo erano dei Veneziani e dei Bolognesi.

Nelle valli bergamasche, rappresenta il tipo di servitore che proviene dalla campagna, zotico, arguto, sempliciotto e malizioso.

Benché nato a Bergamo, la città del suo compare Brighella, il suo nome deriva dal medioevo francese: Harlequin, o Herlequin o Hellequin . Si chiamava un diavolo, conduttore di diavoli nei misteri popolari del sec. XI. Così il Driesen, il più dotto studioso di questa maschera lo ha descritto.

Ma non mancano altre etimologie, più ingegnose che sensate: da Erlenkönig, folletto della mitologia scandinava e germanica; da Alichino, diavolo dantesco che in realtà deriva dall'Harlequin francese, da Achille de Harlay, gentiluomo francese che protesse un comico italiano detto Harlayqino. Secondo altri il nome sarebbe il diminutivo di "harle o herle" uccello dal manto variopinto. Anche per le sue caratteristiche esteriori e per il suo tipo, si sono cercate origini remote e lo si è riavvicinato agli antichi fallofori, che si imbrattavano il volto di fuliggine e recitavano senza coturno, e al Bucco romano, grande mangione.

Ma l'uso di imbrattarsi il volto per far ridere è universale, e così pure il tipo del pappatore. Troviamo comunque, verso il Cinquecento, la maschera di Arlecchino già definita: parla bergamasco, ha una corta giacchetta e calzoni attillati, l'una e gli altri coperti di pezzetti di stoffa di vari colori messi senza ordine, un bastone alla cintura, barba nera e ispida, mezza maschera nera col naso camuso, berrettone con una coda di coniglio ciondolante; l'appender code di coniglio di volpe o orecchie di lepre era nel medioevo beffa consueta.

 Nel tempo diviene una maschera il cui variopinto costume che aderisce alla figura, é formato da triangoli di stoffa di vari colori, ricuciti a mosaico. Ha il viso coperto da una mezza maschera nera e cinge al finaco una spatola di legno. È una persona che ripete i lazzi e possiede la vivacità attribuiti ad Arlecchino.

Arlecchino nasce infatti sotto il segno della stupidità: una stupidità insolente, famelica che si addipana nei fili dell'intrigo dai quali si libera con salti acrobatici e botte alla cieca; così ce lo rappresentano sul finire del secolo due Arlecchini famosi: il Gavazzi e il Martinelli.

Grande fortuna ebbe Arlecchino nel XVI secolo quando giunse ad essere la maschera forse più popolare del teatro dell'arte. Nel Seicento, Domenico Biancolelli ne raggentilisce i modi e il costume; i frammenti multicolori si ordinano a losanga, appare il gran colletto bianco, e, in egual tempo, la grossolanità facchinesca diventa brio indiavolato, i salti scomposti acquistano ritmo di danza. È questo l'Arlecchino per cui Lesage scrisse le sue commedie.

Il Goldoni accolse questo tipo già incivilito: il suo Arlecchino ha sempre il desinare come sommo bene, ma se lo sa guadagnare con un'arguzia popolare non priva di eleganza.

Nell'Ottocento romantico la nota predominante di Arlecchino non è più il suo appetito ma il suo costume policromo che si allea per contrasto all'idealismo monocorde e sospiroso dei tanti altri personaggi. Il suo costume si perfezionò fino ad assumere le caratteristiche con le quali é comunemente noto: maschera di seta nera o cuoio sul viso, calotta nera aderente al capo, cappello bianco, vestito composto da losanghe regolari di stoffa multicolori, borsa di cuoio alla cintura e spatola di legno, scarpe chiare.

Il Romanticismo sembra vedere in Arlecchino una possibilità di evadere da se stessi e per questo lo ama vedendo in lui un bizzarro simbolo di tutte quelle infinite possibilità di essere di cui con tanta ansia cercava realizzarne almeno una.

Il carattere di Arlecchino muta profondamente nel corso della sua storia, trasformandosi dal servo cinico, poltrone, mezzano e ladro, preoccupato solo di riempirsi la pancia e di truffare il proprio padrone, nel popolano stordito, ma non privo di una sua onestà e di un suo profondo buon senso, di tante commedie goldoniane, e addiritura nel paggetto lezioso e profumato del Settecento francese.

Si rese popolare a Venezia ed in Francia personificava il diavolo.

Popolare maschera italiana, uomo poco serio e senza opinione, rappresenta il genere non dignitoso né sincero, il voltafaccia.

In politica uomo di tutti i colori che muta facilmente opinione e partito.

Molti attori furono celebri Arlecchini; tra questi Alberto Naselli, Tristano Martinelli, Angelo Costantini, Domenico Biancoletti e Carlo Bertinazzi detto Carlin. Nel secolo scorso il più famoso Arlecchino fu Marcello Moretti (1910-1961).

ARLECCHINO SERVITORE DI DUE PADRONI, commedia di Carlo Goldoni, rappresentata nel 1745 in forma di scenario, e poi stesa per intero. La malizia di Arlecchino provoca una lunga serie di comici equivoci, fra due contrastate vicende d'amore.

ARLECCHINATA, Azione compiuta da Arlecchino. Figurativo: Buffonata, pagliacciata. Teatro: Componimento di genere comico, misto di prosa e musica, particolarmente in voga in Inghilterra nel XIX secolo.

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