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Maschera romana e nel teatro raffigura il classico individuo
popolano, indolente e attaccabrighe; il tipico bullo, si può
dire, che è sempre pronto alla litigata, all'insulto alla rissa
anche armata di coltello. Il nome deriva da patacca
che indicava una moneta, forse la paga del soldato, che
corrispondeva a circa cinque carlini.
Veste calzoni al ginocchio stretti da legacci di colore rosso, una
giacca di velluto marrone su una camicia bianca con grande
colletto, calza calzettoni a righe gialli e rossi e scarpe marron.
Cinge la vita una sciarpa anch'essa a righe di colore giallo e
rosso sgargiante ed una retina gli raccoglie i capelli facendo
fuoriuscire solamente un ciuffo.
Verso la fine del '600,
Giuseppe Berneri,
lo rende popolare in dialetto romanesco nel poema: "Meo Patacca" ovvero
"Roma in feste nei trionfi di Vienna".
Il coltello è un'arma necessaria allo spaccone il quale vi ricorreva in qualsiasi
momento avesse dovuto difendersi o attaccare. La donna di Meo è Nina, un carattere simile a quello del suo
amico, anch'essa pratica nel maneggiare il coltello. Secondo la tradizione, e così fece Nina con Meo, la ragazza
regalò all'amico, quale pegno d'amore, un coltello con il proprio
nome inciso. Quest'arma era il compagno fidato da tenere sotto il
cuscino la notte e in saccoccia, a portata di mano durante il giorno.
Si racconta che a quell'epoca una ragazza si maritava
malvolentieri con un giovane che non avesse mai avuto a che fare
con gli sbirri e con la giustizia.
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