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Giuseppe Micheli - Biografia

Parma, 19 Ottobre 1874 - Roma, 17 Ottobre 1948; è stato un emerito politico italiano.

Laureato in giurisprudenza, seguì le orme paterne ed esercitò per anni la professione di Notaio.  Amico e collaboratore di Romolo Murri, fu eletto deputato per il Partito Popolare Italiano e divenne ministro dell'agricoltura nel secondo governo Nitti (21 maggio 1920 al 15 giugno 1920), incarico che gli venne confermato nel quinto governo Giolitti (15 giugno 1920 al 4 luglio 1921).

Titolare del dicastero dei Lavori Pubblici nel primo governo Bonomi (4 luglio 1921 al 26 febbraio 1922), si schierò successivamente contro il fascismo e partecipò alla difesa di Parma del 1922, divenendo quindi un bersaglio del regime di estrema destra. Durante il ventennio mussoliniano si rese irreperibile ma fondò e diresse clandestinamente il quotidiano La montagna.

Al termine della Seconda guerra mondiale fu deputato all'Assemblea Costituente, ministro della Marina Militare nel secondo governo De Gasperi e senatore della I Legislatura, il tutto con la Democrazia Cristiana. Alla vigilia della Costituente, lancia sul suo giornale “La Giovane Montagna”, l’idea di una grande regione emiliano-lunense "Lunezia" comprendente le province della Spezia, Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia e il circondario di Pontremoli (Alta Lunigiana).

Estratto da: http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Micheli

 

LA  REGIONE  DIMENTICATA  DALLA  STORIA

Giuseppe Micheli, prestigioso esponente del movimento cattolico e dal 1922 deputato del Partito popolare. Fondatore del la rivista "La Givane Montagna" che dal 1920 si dichiara Organo provinciale. Adottando il formato quotidiano che la distinguerà nel corso del tempo, la rivista nasce il 3 marzo del 1900 come settimanale “Organo delle vallate parmensi e pontremolesi”; nel 1923 diviene bisettimanale e dal 1925 ancora settimanale. Dal 1926 fino al 1930 diviene “Mensile di studi ed interessi montanari” ed avvia la pubblicazione di una serie di collane costituite in parte da monografie autonome, in parte da articoli apparsi sul periodico o altre riviste e ripresi organicamente: “Biblioteca” (1905-1944), “Quaderni” (1937-1944), “Studi e documenti monticellesi”, “Le pievi dell’Appennino ligure-emiliano”, “Studi e testi dialettali” etc., approfondiscono gli importanti contributi che la rivista offre allo studio del folklore, economia, cultura, religiosità, arte, lingua delle aree montane. Nella collana di poesia dialettale “Tra zufoli e zampogne” apparvero “Bornisi” di Renzo Pezzani e “Al suel” di Marco Vinciguerra. 

La testata sospende le pubblicazioni nel 1931 e le riprende nel 1937, proseguendo con regolarità fino al febbraio 1944; nell’agosto di quell’anno e fino al gennaio 1945 viene ripresa a Roma sempre sotto la direzione del Micheli, che rientrato dall’esilio romano pubblica ancora a Parma, a Liberazione avvenuta, i due numeri del settembre e dell’ottobre/dicembre 1945. L’ultima edizione è costituita da un numero unico del dicembre 1946, nel quale si propone all’Assemblea costituente l’istituzione della Regione emiliano-lunense. 

La linea politica del periodico fu segnata dalle posizioni del suo direttore: sostenne uomini di spicco dell’area cattolica, abbracciò posizioni antifasciste, s’impegnò alla formazione delle sezioni del partito popolare ed a frenare la diffusione del socialismo. Si fece portavoce della cultura e dei problemi dell’Appennino, propugnando una serie di iniziative volte a combattere lo spiccato individualismo dei suoi abitanti ed appoggiandosi in questo all’opera coordinatrice dei parroci: la fondazione di casse rurali, latterie sociali ed associazioni dei piccoli proprietari furono alcune di esse. Il giornale si mostrò inoltre sensibile e pronto al dibattito sui grandi temi nazionali, dalla politica alla sociologia, dalla storia alla letteratura.

Durante le giornate dell’agosto 1922 ha la propria redazione in Borgo delle Saline 2 da cui, dopo il 20 luglio, posticipa la propria uscita al 17 agosto.

Da: http://www.regionelunezia.4000.it/storia

 

Bibliografia

Giuseppe Micheli nella storia d’Italia e nella storia di Parma.

a cura di Giorgio Vecchio e Matteo Truffelli

Il volume raccoglie i saggi scaturiti dalle relazioni presentate all’omonimo convegno tenutosi a Parma nel 2000, nell’ambito delle iniziative tese a ricordare il più significativo rappresentante del cattolicesimo politico parmense della prima metà del ‘900 in occasione del cinquantenario della morte, avvenuta nel 1948, e del centenario della fondazione dell’associazione “La Giovane Montagna”, fondata da Giuseppe Micheli nel 1899 nell’intento di avviare un processo di modernizzazione e di vera e propria rinascita dell’appennino parmense in una stagione difficile, segnata dall’abbandono della montagna e dalla diffusa emigrazione alla ricerca di più umane condizioni di vita. 

Un modello – quello de “La Giovane Montagna” – rivolto, a un tempo, a rivitalizzare le energie cattoliche in quelle aree depresse, alla scoperta e alla valorizzazione del territorio appenninico attraverso l’incontro fra società cittadina e comunità montane, a sua volta favorito da un “escursionismo sociale” che persegue l’obiettivo della “cristianizzazione” di quella regione anche sul piano simbolico, attraverso l’erezione di croci e la collocazione di cippi sulle cime e i crinali appenninici: un modello associazionistico e di testimonianza che si diffonde, a partire dalle vicine zone appenniniche del Reggiano e del Modenese, e che costituisce un tratto significativo dell’azione di Micheli e del cattolicesimo democratico a cavallo del 1900. 

Non a caso, le iniziative in campo economico e sociale e l’interesse per la valorizzazione dell’ambiente rendono l’uomo politico parmense assai popolare in un’area ben più ampia della sua Parma e dell’Appennino parmense, mentre “La Giovane Montagna” è il nome della rivista che costituisce il primo strumento, in ambito locale, dell’azione politica di Micheli

Teso a un’analisi complessiva della figura e dell’opera dell’uomo politico – che fu tra i fondatori del PPI e della DC, deputato dal 1908 al 1925, membro della Consulta e dell’Assemblea Costituente, ministro con Nitti, Giolitti, Bonomi e De Gasperi – il volume, senza trascurare gli aspetti più conosciuti della sua vicenda politica, mette a fuoco aspetti della sua personalità e gli ambiti assai diversi in cui si dispiegò la sua azione pubblica. 

La sua religiosità, il rapporto (così attentamente costruito) con i suoi elettori, l’opera a favore della casse rurali e quella dispiegata per lo sviluppo della montagna nell’ambito del progetto popolare di una più ampia riforma agraria, dagli studi di storia del diritto e delle antiche istituzioni locali all’azione a favore del decentramento e delle autonomie locali è culminata nell’originale (e perdente) proposta regionalistica presentata da Micheli alla Costituente. 

Particolare attenzione viene dedicata all’impegno politico diretto di Micheli sulla questione dei sistemi elettorali (nel primo e nel secondo dopoguerra) e ai suoi rapporti con il movimento cattolico e con la realtà economica e sociale della sua città, a giustificare la duplice dimensione, nazionale e locale, su cui il convegno e il libro sono stati costruiti.

Alberto Preti    

 

Giuseppe Micheli (vol. 14)
Un cattolico in politica tra "vecchia" e "nuova" Italia
di Monica Vanin

Giuseppe Micheli (1874-1948) ha contribuito in modo decisivo alla presenza dei cattolici nella società e nelle istituzioni, accanto a Meda, Murri e don Sturzo. Politico, giurista, uomo di cultura, instancabile organizzatore, difensore dell'Appennino rurale, si è battuto per una più reale democrazia rappresentativa nei drammatici anni tra le due guerre. Deputato del PPI, antifascista, ha avuto un ruolo significativo nella DC e in Parlamento dopo la liberazione. 

Questo libro ripercorre l'itinerario di questo protagonista della transizione dalla "vecchia" Italia dei notabili alla "nuova" Italia dei partiti di massa.

  Da:  http://www.cittadelluomo.it/index.
 

Cariche ricoperte :

Membro delle istituzioni italiane - Politico italiano del XXº secolo - Deputato del Regno d'Italia - Politico del Partito Popolare Italiano - Ministro del Regno d'Italia - Deputato dell'Assemblea Costituente - Deputato della Democrazia Cristiana - Ministro della Repubblica Italiana - Senatore italiano.

Lunezia è già esistita (dal libro “Lunezia”)

Di Giuseppe Benelli

 Introduzione:

Nello chalet del passo del Lagastrello di Comano, che divide le province di Massa Carrara, Parma e Reggio Emilia, il 22 luglio 1989 si riunisce il comitato promotore per la costituzione della regione emiliano-lunense. Al convegno estivo sono presenti il giudice Alberto Grassi, presidente del «Centro studi delle valli del Parma, Ceno, Enza e Taverone», Sergio Veschi, segretario del Comitato che coordina la raccolta delle adesioni al progetto, Nicola Michelotti, presidente dell'associazione lunigianese «Amici del Campanone» di Milano, Giuseppe Benelli, presidente della sezione pontremolese della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi e dell'associazione «Amici della Lunigiana» di Genova, i giornalisti Lorenzo Sartorio e Livio Bernini della «Gazzetta di Parma», Giancarlo Biagini, Valter Bay, Riccardo Boggi, Roberto Veschi, Enrico Briasco, Gianfirmo Bianchi, Giancarlo Bergamaschi, Luciano Bassignani, Antonio Amorfìni, Nello Belli e altri.

Il comitato intende promuovere una regione a cavallo dell'Appennino tosco-emiliano che comprenda i territori delle province di Massa Carrara, La Spezia, Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Cremona, Mantova e Garfagnana.

In un documento, stilato al termine della riunione, dopo aver richiamato i legami storici della nuova regione, si analizza la situazione di città che per posizione geografica e scelte politiche non sono in grado di esprimere tutta la loro potenzialità, perché «avulse e distaccate dai propri rispettivi contesti regionali». La Spezia «rischia l'asfissia da parte di Genova e rischia pure di diventare il "dormitorio" del porto della città della Lanterna, se non trova una sua ben precisa connotazione». Massa e Carrara potrebbero «offrire e dare molto di più sotto il profilo economico e di promozione turistico-culturale», se fossero protagoniste del proprio destino e non "Cenerentole" della Toscana. Non basta celebrare il premio Bancarella a Pontremoli, quando la città e la sua provincia sono avvolte nella spirale della disoccupazione e del ristagno economico.

Le stesse cose si possono dire per Reggio Emilia «che, nel contesto di una nuova aggregazione, potrebbe trovare ulteriori potenzialità e potrebbe uscire alla grande confermandosi un importante polo industriale; cosa che ora non può essere realizzato data la preponderanza che esercita Bologna su tutte le città dell'Emilia». Mantova e Cremona «per motivi storico-culturali e commerciali e financo affettivi gravitano più sulla sponda parmense che non su quella milanese e rischiano, come tutti i centri di piccole o medie dimensioni, di essere dimenticate e sovrastate da una regione di dimensioni notevoli che non può offrire loro grandi possibilità di affermazione e di sviluppo». Parma «si trova al centro della Food-Valley in virtù dei suoi prodotti alimentari unanimemente riconosciuti in tutto il mondo» e «al centro di una posizione geografica che non sbaglieremmo a definire strategica, che le può consentire una proiezione europea di grande importanza». Ma anche Parma, se non trova una sua collocazione da protagonista, «rischia di essere soverchiata da Bologna da una parte e di essere schiacciata da Milano dall'altra».

Inoltre, sempre a Parma, si sono create strutture che stanno preparando la città ducale al grande decollo: «l'aeroporto, l'Ente Fiere, il Cepim, le nuove ed importanti strutture alberghiere, il termalismo di Salso e Tabiano, una imprenditoria sempre più a livello internazionale, le varie ed importanti manifestazioni culturali ("Festival verdiano" e "Celebrazioni correggesche") fanno tutte parte del corredo della Parma del Duemila che dovrebbe essere punto di riferimento di questa nuova aggregazione». Una nuova regione di questo tipo, continua il documento, «servirebbe anche e soprattutto a togliere dal ghetto dell'emarginazione e dall'isolamento sociale, turistico ed economico, zone e altrettanti centri paesaggisticamente di prim'ordine e non serviti da alcuna rete viaria». Un'importante struttura viaria, infatti, ben studiata e ben congegnata potrebbe essere «il primo importante passo verso questa aggregazione che vuole nascere in sintonia con le attese, le ansie e le aspettative delle nuova Europa».

Per raggiungere questo scopo, il comitato promotore auspica che il problema sia attentamente vagliato dalle autorità competenti, dalle associazioni di categoria, dalle forze imprenditoriali del lavoro e dalle associazioni culturali, allo scopo di sottoporlo alle autorità di governo per un serio ed oculato esame.

«Ma per fare tutto ciò - continua il documento redatto al termine dei lavori effettuati dal Comitato promotore per la costituzione della Regione Lunezia, Passo del Lagastrello (MS), 22 luglio 1989  - è necessaria una ben precisa e determinata volontà politica che non si perda nei rivoli e nelle camarille delle varie segreterie di partito, ma si snodi in modo trasversale nell'interesse delle nostre terre al di là e al di sopra delle conventicole, degli interessi personali e di quei privilegi, che poi privilegi non sono, se non per qualche politico che a queste zone non ha mai dato nulla e non darà mai nulla».

Per questo il comitato propone di fare elaborare un programma dall'Università di Parma, «che tenga presente gli aspetti geografici, economici, culturali e sociali della proposta» e di realizzare, a tempi brevi, «un incontro alla presenza delle massime autorità dello Stato, allo scopo di concretizzare il progetto anche in considerazione degli aspetti giuridico-legali».

Il nome da dare alla nuova regione viene proposto alla fine della riunione, fuori dall'albergo del Lagastrello dove si sono svolti i lavori, quando il giudice Grassi, che è anche un poeta, propone di dare alla nuova aggregazione il nome "Lunezia".  Il magistrato spiega che il riferimento alla colonia romana di Luni, città scomparsa, simbolo di una regione che cerca lo sbocco verso il mare, non offende nessun capoluogo di provincia e che la finale della parola in "-ezia" richiama la magica Venezia ed è ricca di musicalità.

I partecipanti al convegno mai avrebbero potuto sospettare che quell'incontro potesse avere tanta eco sulla stampa e sui mezzi d'informazione. Nei giorni successivi i giornali riportano su scala nazionale la nascita di una nuova regione. Enrico Ferri, "il ministro dei 110 orari”, noto per aver ricoperto il dicastero dei lavori pubblici nel governo De Mita e per il provvedimento legislativo contro la velocità sulle strade, da la sua piena adesione al progetto promotore. Tutti i partecipanti vengono intervistati da giornalisti che analizzano i problemi della nuova regione e s'interrogano sulla validità della proposta, che deve superare tanti ostacoli e difficoltà legislative per essere istituita.

 

Ciao Giovanni,

Qui sotto invece ti trasmetto un estratto dal libro del Prof. Benelli, "LUNEZIA" (ed. Luna), che probabilmente verrà riportato anche sulla prossima pubblicazione in progetto.

Troverai notizie interessanti in merito al periodo del Sen. Micheli.

Buona lettura e a presto.....

(Parmesan 22-03-2008) .

Il progetto Lunezia del 1946:

Ecco ora quanto scrive il prof. Giuseppe Benelli nel suo libro “Lunezia”, allorchè riferisce dei lavori della “Costituente” del 1946. La Costituente stava predisponendo un piano di ripartizione del territorio, basato su Regioni a statuto ordinario e speciale. Tuttavia tale piano, realizzato forse con troppa fretta in modo impermeabile ed irrevocabile, derivava a sua volta da ispirazioni post unitarie nate dopo la formazione del Regno d’Italia con plebisciti che ancor oggi lasciano perplessità ed attraverso la tracciatura di confini fatta a “tavolino” senza tener conto delle reali aggregazioni sociali, sviluppatesi sui vari territori della Penisola.

Parrebbe di poter affermare che i Padri Costituenti, presi dalla fretta di un dopoguerra caotico, fecero del loro meglio, ma non riuscirono a tener conto delle peculiarità e delle realtà locali effettive.

Solo dibattiti accademici e poco senso pratico… parrebbe di capire senza sfociare nella “lesa maestà” delle commissioni di studio del tempo.

Molta impreparazione storica e sociale, molta supponenza lessicale, troppa convenienza partitica di schieramento.

Ma vediamo cosa riporta sempre nel libro “Lunezia”, G.Benelli, dopo aver trovato l’intera documentazione storica.

L'Assemblea Costituente e il progetto della Regione Emiliano-Lunense:

Nell'ambito della Seconda Sottocommissione il progetto della Regione Emiliano- Lunense viene ampiamente dibattuto dagli onorevoli Fuschini, La Rocca, Terracini, Lami Starnuti, Giovanni Conti, Lussu, Bulloni, Vanoni, Mortali, Ravagnan, Targetti, Uberti, Paolo Rossi. La proposta viene approvata a sorpresa dalla Seconda Sottocommissione, il 17 dicembre 1946. Ma nello stesso giorno Micheli scrive a Formentini :

«Nella Sottocommissione abbiamo una grande opposizione dell'On. Lami-Starnuti. Io ho controbattuto anche con Lui, e la maggioranza dei componenti mi ha promesso, in seguito ad un lavoro personale di persuasione. Ma vi è il tentativo di rinviare la decisione all'Assemblea, bisognerà mettersi d'accordo per un'azione comune».

In una lettera a Formentini, datata 19 dicembre 1946, Carlo Sforza scrive:

«Non è solo come lunigianese ma come italiano ch'io mi accuoro di vedere lo strazio di cui è minacciata la nostra piccola Lunigiana; anche dal punto di vista nazionale sarebbe segno di ottusità storica di cominciare una grande riforma negando l'essenza profonda delle piccole patrie. Ieri Micheli mi diceva che aveva cercato di persuadere Starnuti ma che questi gli aveva opposto che il movimento pontremolese era fittizio, che tutto il progetto parmense-lunense era inattuabile, ecc. A me sembra che i ragionamenti e le pressioni che i Suoi autorevoli amici spezzini useranno verso gli amici di Carrara e di Massa dovrebbero piuttosto lumeggiare i punti pratici seguenti (ché l'amore dell'unità lunigianese o si sente o non si sente):

a)    - vi furono terre nostre che furono "sassi annessi" pei Ducati: fu più un'ironia che altro, perché i Ducati fecero molto per la Lunigiana; ma certo per la ricca Toscana noi non diverremmo che dei "sassi annessi" senza valore economico e senza prestigio morale;

b)   - che Parma può trovare interessi nelle nostre spiagge, non certo Lucca che ha Viareggio e il Forte dei Marmi e Camaiore;

c)   - che il porto di Carrara ha molto più da temere da un porto a larghe vedute espansive come Livorno che non dalla Spezia che colla Parma-Spezia ha ben altro retroterra che Carrara;

d)   - che un avvenire non tanto lontano può, quando sorga un futuro possibile periodo di prosperità, associare la Spezia e il porto di Carrara per sviluppi concordati, mentre ciò sarebbe impossibile da concepirsi per Livorno;

e)   - che l'unione dei lavoratori del marmo della Versilia e quelli di Carrara creerebbe acuti problemi di dislivello economico che è savio evitare. Taluni obietteranno in cuor loro il rischio dei cambiati equilibri elettorali; queste sono cose difficili a discutersi; ma i più rispettabili interessi elettorali non saran certo salvati in una regione immiserita, lasciata in un angolo (come inutile e morta) da una ricca e vivida Toscana, che forte dei suoi centri non ha alcun interesse a espandersi».

La decisione approvata il 17 dicembre '46 viene riaperta il 1° febbraio '47 dalla Commissione per la Costituzione o «Commissione dei 75», riunita in adunanza plenaria. Tra gli altri prende la parola l'on. Nilde Iotti per sostenere l'inscindibilità dell'Emilia, che «economicamente, linguisticamente ed anche come storia è una regione perfettamente unita, da Piacenza a Rimini».

Mentre per l'on. Lami Starnuti il problema non esiste, «se non in piccoli cenacoli di intellettuali e di amatori delle vecchie storie d'Italia».

Alla fine della seduta un nuovo ordine del giorno, a firma degli onorevoli Moro, Mole, Targetti, Iotti, viene approvato all'unanimità:

«La Commissione dei 75, preso in esame il problema della istituzione delle nuove regioni già approvato dalla Seconda Sottocommissione, considerato che sono in corso accertamenti presso gli organi locali delle popolazioni interessate, sospende ogni decisione in merito, riservandosi di riprendere in esame il problema non appena in possesso degli ulteriori necessari elementi di giudizio».

II 3 Febbraio 1947 Giuliani scrive a Micheli:

«Spero abbia ricevuto i trenta manifestini di questo Comitato pro Emilia lunigianese e alcune copie della Strà Neva con il resoconto del comizio qui tenuto per la nostra regione, e, in più. copia della lettera di questi comunisti astensionisti per la regione, ma entusiasti per l'aggregazione alla Provincia di Parma. Nel frattempo vi è stata una adunanza straordinaria del Consiglio Comunale nella quale è stato votato alla unanimità, compresi quindi i comunisti, un ordine del giorno in favore della regione Emiliano-Lunigianese. [...] Evidentemente questi comunisti sono alquanto più intelligenti di quelli della Spezia, i quali hanno votato per la grande Emilia, cioè per avere il capoluogo a Bologna e non per Emilia Lunigianese con capoluogo a Parma, perché quest’ultima è voluta dai dirigenti fascisti (sic!).[...] Alla Spezia,  in sostanza, puntano sulla grande Emilia per la fìsima di conquistare al loro porto il mercato di Bologna! Colà, alla Spezia, se la fanno sicura di aver la ferrovia Bologna, Collagna-Fivizzano Spezia, che, per loro, potrebbe anche diventare un'arma a due tagli.

Per la faccenda di Parma, cioè per l'aggregazione a quella provincia - continua la lettera di Giuliani - qui sono intransigenti e il popolo è tanto avverso a Massa quanto alla Spezia. Certo se dovesse capitarci l’annessione alla provincia della Spezia, sia pure nell'ambito della regione Emiliano-Lunigianese, sarebbe un grosso colpo per noi che abbiamo sostenuto la regione. Dalle parole della sua ultima lettera parrebbe proprio che dovesse andare così, se non ho mal interpretata la sua frase dove dice che il nostro movimento per Parma dovrebbe essere fatto apparire come la subordinata nel caso di fallimento della regione Emiliano-Lunigianese. Per carità non ci venga a mancare anche Lei che è stato fin qui il nostro solo difensore. Una notizia simile fermerebbe di colpo l'agitazione per la regione. Ora il popolo è irritato contro la Spezia anche per la decisione, alla quale colà si mira, di far licenziare dai lavori e dagli impieghi, operai e impiegati risiedenti fuori della Provincia!»

Sempre Giuliani scrive a Micheli il 17 febbraio '47:

«Ieri domenica abbiamo tenuto qui in Pontremoli un Congresso per l'unione all'Emilia, che è riuscito benissimo, al di là di ogni previsione. Sono intervenuti i rappresentanti del Comune e della provincia della Spezia, e dei comuni, enti, associazioni di tutta la Val di Magra. Fivizzano, sul quale Massa faceva tanto affidamento, si è dichiarato entusiasticamente per l'Emilia e per la Spezia. L'unico paese che non ha risposto all'appello è stato Casola, comune al confine con la Garfagnana. Dove la concordia è perfetta  nella volontà di liberazione da Massa.

Malgrado ciò abbiamo fatto voti perché, per evitare uno smembramento della Lunigiana, anche Carrara, Massa e Montignoso si decidano ad aderire all'Emilia. Però molti preferiscono che Massa se ne vada anche dalla Lunigiana. Dopo più di 80 anni di capoluogato di Provincia è un bel successo!

Disgraziatamente però non abbiamo potuto votare l'ordine del giorno per l'Emilia-Lunigianese perché, a rappresentare il comune della Spezia, era venuto il solito Varese, comunista, quello stesso che portò la confusione nell'adunanza del Consiglio Comunale della Spezia, che ha tirato fuori i suoi soliti argomenti, costringendoci, per non guastare l'unanimità, a votare genericamente per l'unione all'Emilia. All'ultimo momento il Sindaco di Parma ci aveva fatto sapere che sarebbe intervenuto volentieri, ma era troppo tardi. Non era stato invitato, sapendolo comunista, e dubitando che non venisse a rompere qualche uova nel paniere. Presto terremo un comizio all'Aulla».

Infatti il 6 marzo Giuliani scrive:

«Per la regione, Domenica prossima si avrà un convegno all'Aulla con il concorso dei rappresentanti dei Comuni della ex Lunigiana estense, o media Val di Magra.

Prossimamente poi, per iniziativa del Comitato "Pro Spezia", diretto da Amedeo Torracca, sarà convocato un nuovo Congresso alla Spezia.  Questi voti per l'Emilia paiono anche a me pericolosi, ma in parte sono imposti dalla fissazione dei comunisti, in parte dalla cantonata della Spezia che non vuole urtarsi con Bologna per la fisima della ferrovia Bologna-Fivizzano-Spezia. Secondo loro non si deve entrare nella questione della sistemazione dell'Emilia, che l'Emilia dovrà risolvere da sé, senza intromissioni di estranei. Ma a me pare che per la Lunigiana sia una cosa ben diversa appartenere a una regione con capoluogo a Parma o a una grande Emilia con capoluogo a Bologna. Che cosa conterà in questa vastità? Ora si è mossa anche Genova dove sono stati promossi convegni per la questione regionale ligure. Vi è intervenuto anche Formentini. Massa è irriducibile, specialmente  ora che ha ottenuto il ristabilimento della zona industriale, della qual cosa mena gran vanto». 

II 5 Aprile 1947 sempre in una lettera a Micheli lo studioso pontremolese scrive con preoccupazione:

«Ho ricevuto la sua e non mi spiego come nell'ordine del giorno portato dall'Aulla vi sia il voto per l'aggregazione alla provincia della Spezia. Il convegno dell'Aulla aderì allo stesso ordine del giorno che era stato votato nel precedente convegno di Pontremoli, nel quale, per necessità di concordia, ci si limitò ad auspicare l'inclusione nella generica regione emiliana. [...] Il territorio da annettere alla Provincia di Parma sarebbe il territorio dell'alta Val di Magra, cioè i 6 comuni di Pontremoli, Zeri, Mulazzo, Villafranca, Bagnone, Filattiera. La media Val di Magra (ex Lunigiana estense) tende invece decisamente verso la Provincia della Spezia. Specialmente i comuni dell'Aulla, di Fivizzano, di Licciana, insieme con gli altri più piccoli, si sono pronunciati per la Spezia con slancio entusiastico. Purtroppo anche a me pare che le cose non vadano troppo bene. I miei dubbi sorsero subito quando vidi fallire il tentativo per l'immediata annessione a Parma. Ora anche Bagnone e Villafranca,  nell'alta Lunigiana (ex parmense) si sono orientali verso la Spezia. Pontremoli, invece, è ferma per Parma, al punto di quasi preferire un ritomo a Massa, fallendo l'unione a Parma, piuttosto che andare sotto Spezia. E' un paradosso curioso, alimentato forse dalle nostalgie di ex gerarchi. [...] Ad ogni modo la questione delle province, secondo il progetto, dovrebbe sorgere in un secondo tempo: per ora credo convenga battere per la questione regionale e per l'unione all'Emilia».

II 4 maggio 1947 si tiene alla Spezia il «Convegno lunigianese per il nuovo ordinamento regionale», promosso dalla Camera di commercio, industria e agricoltura e dall'Accademia lunigianese di scienze G. Capellini. La relazione di Giuliani, La Regione Emiliana e la Lunigiana, guarda alla geografia storica del territorio e all'incongruenza del confine ligure-toscano per sostenere la sistemazione della nuova regione. «Non è arbitrario desiderio di novità, come ad alcuni può parere, la proposta di unire la Lunigiana alla regione padana, ma anzi è il risultato di una lunga serie di tentativi: una conclusione e non una innovazione. Come non sorprende che il Genovesato si estenda a settentrione della valle appenninica, nel versante padano, così non deve parere un'assurda proposizione che la Lunigiana, attraverso le antiche comunicazioni dei suoi facili valichi, tenda a saldarsi sempre meglio con la regione appenninica settentrionale e con i centri padani ad essa connessi, subendone a sua volta l'influenza».

Per Giuliani la forza intima che sta al fondo di questa tendenza di unificazione territoriale si ricollega alla pressione delle popolazioni padane verso il mare, alla ricerca dello sbocco marittimo regionale. Così il territorio della regione Emiliano-lunense viene a gravitare sul porto della Spezia, il cui sviluppo commerciale d'importanza non solo locale è particolarmente auspicato.

Dopo la crisi di governo del maggio 1947, risoltasi con l'esclusione dei socialisti e comunisti, la proposta Micheli incontra sempre più difficoltà. Il 22 luglio l'Assemblea decide di rinviare la discussione sull'articolo del progetto relativo alle circoscrizioni regionali in cui non figura più la regione Emiliano-lunense. Scrive Micheli a Formentini :

«Ho fatto appena in tempo a oppormi con tutte le possibili eccezioni di procedura, tenendo in discussione l'Assemblea per tre ore. Così ho impedito la votazione di sorpresa, e guadagnando due o tre giorni con altri espedienti sono riuscito a far rinviare alla riapertura di settembre».

II primo agosto '47 Giuliani scrive a Micheli di essere «rimasto proprio male nel vedere come si sono messe le cose». «Si parla del voto di tanti comuni e sono stati dimenticati i voti dei comuni di Pontremoli e della Val di Magra che, pure, sono stati manifestati con memoriali, ordini del giorno, telegrammi ecc. Del resto la relazione mi pare tirata molto via e mal digerita. Nel quadro statistico si registrano, nella Provincia di Massa, 19 voti di comuni favorevoli alla unione con l'Emilia: invece nel testo si parla solo del parere dei capoluoghi senza specificare e spiegare il valore dei voti favorevoli al cambiamento di regione, nel resto del territorio. E perché lasciare in silenzio le ragioni della Val di Magra, da Sarzana in su, sostenute con tanta concordia, vivacità, documentazione da voti di Comuni e di popoli? E che cosa sono i 37 voti di Reggio contrari alla Emilia Romagna?

Allora era favorevole alla lunense? E che vuol dire quel voto in favore dell'annessione della Spezia e della Garfagnana? Ma Garfagnana o Lunigiana? - Ma queste ed altre contraddizioni e confusioni saranno precisamente quelle che avranno servito a Lei per impedire la conclusione disastrosa. Meno male che Le è stato possibile intervenire in tempo e parare il colpo. La situazione della Spezia mi pare ben pericolosa, dato l'atteggiamento dei Comuni della Provincia. Ora bisognerà tentare di riparare. Può immaginare come l'attendiamo qui, dove certo non si aspettava una simile conclusione. La subordinata della Emilia Romagna Lunigiana non ha evidentemente avuto fortuna. E perché, se è stato registrato quello di Borgotaro, non si è ricordato il voto di Pontremoli per il Circondario?».

Il 30 ottobre la «Commissione dei 75», giunge al compromesso col voto favorevole all'ordine del giorno Targetti-Cevolotto-Grieco, deliberando «che - salva la procedura per istituire nuove Regioni - siano nell'articolo 13 costituite le Regioni storico-tradizionali». Dopo un lungo dibattito l'on. Moro dichiara il voto favorevole del gruppo democristiano, perché ritiene che in questo momento l'Assemblea Costituente non abbia elementi sufficienti per procedere ad una seria determinazione delle circoscrizioni regionali secondo i criteri innovativi che vengono da più parti richiamati. Tuttavia con questa votazione non s'intende precludere «la possibilità che in avvenire, ad opera delle Assemblee legislative, dopo studi seri ed attenti sulla realtà economica, politica, geografica, sociale delle regioni interessate, dopo più attenta e più seria consultazione delle popolazioni interessate si giunga ad un diverso assetto delle circoscrizioni regionali».

Micheli, che dal luglio 1946 è ministro della marina nel secondo gabinetto De Gasperi, si trova obbligato a rinunciare alla proposta della formazione della Regione Emiliano-lunense ed aderire all'ordine del giorno Targetti e all'articolo aggiuntivo dell'on. Mortali il quale consente che entro 5 anni si possa provvedere con legge costituzionale alla modifica delle circoscrizioni regionali. Ma ribadisce che non ci sono «argomenti storici e tradizionali e molto meno statistici che esigano la riunione in una sola Regione di tutto il territorio che va da Piacenza a Rimini»; che sono «incontestabili le ragioni di convenienza le quali reclamano che le popolazioni del golfo della Spezia siano unite, anche amministrativamente, al loro naturale entro terra della Valle Padana»; che è «indiscutibile la necessità, nella quale si trova la Valle della Magra ed il suo centro maggiore Pontremoli, di fare parte finalmente di unità amministrative più rispondenti agli interessi di queste popolazioni». Per tutto questo, grazie all'articolo Mortali, «la Regione Emiliano-lunigianese sarà domani un fatto compiuto».

La proposta, dunque, non viene attuata perché i costituenti pur apprezzandola, preferiscono rinviare le modifiche regionali per l'assillo di dover varare la carta istituzionale della Repubblica.

L'ostruzionismo di Bologna, l'opposizione di Carrara, la scarsa incisività della Spezia e le forti critiche avanzate determinano il ritiro del progetto regionale.

Il 9 novembre Micheli scrive a Formentini:

«La nostra questione non ha potuto, almeno per ora, raggiungere il traguardo. Il giorno prima che si arrivasse al voto il gruppo democristiano, dopo lunga discussione, ha deliberato a notevole maggioranza di ripassare sopra un emendamento aggiuntivo Mortali, che consentiva entro cinque anni di ottenere con provvedimenti legislativi modificazioni nelle circoscrizioni regionali, senza bisogno di modificare la Costituzione. [...] L'aperto dissenso determinato dal partito democratico in tutte le province ci fece mancare completamente Modena. Piacenza voleva andare a Milano e a Genova! Poi sorse, ad indebolire la tesi, la richiesta preminente nella Spezia di unirsi all' Emilia-Romagna. [...] Il guaio poi principale è stato il mantenimento delle province, dato che è rimasto impossibile negli articoli della Costituzione stabilire nuovi confini per le province. E così Massa ha tirato buon filo per la sua tela».

Il 22 dicembre 1947 viene approvato il testo della Costituzione. La soluzione regionalistica viene codificata negli articoli 114-133 della carta costituzionale che contemplano le regioni come enti autonomi e ne fissano la ripartizione e le funzioni. Per l'urgenza da cui scaturiscono, le regioni a statuto speciale hanno rapida realizzazione, mentre remore politiche e burocratiche ritardano la costituzione delle regioni a statuto ordinario. L'attuazione concreta dell'ordinamento regionale nella sua interezza, infatti, viene rinviata per molti anni a causa di vari fattori. Da un lato, la ricostruzione economica del paese avviene secondo una logica centralizzatrice che mal sopporterebbe la presenza di variegati governi regionali, dotati di competenze tali da poter interferire con le scelte imprenditoriali; dall'altro, l'attuazione delle regioni consentirebbe che forze politiche, emarginate all'opposizione in sede centrale, potessero svolgere un ruolo di governo in sede regionale. Con la morte di Giuseppe Micheli, avvenuta il 17 ottobre del 1948, e il lungo rinvio parlamentare il progetto della regione Emiliano-lunense sembra tramontare definitivamente.

La questione regionale:

Il progetto di creare una regione emiliano-lunense non è nuovo e si è presentato più volte nel corso della storia. Ai lavori preparatori del Congresso di Vienna, al momento dell'unità d'Italia e all'Assemblea Costituente si è prospettata la possibilità di dare unione amministrativa a un territorio che rivendica una identità di tradizioni storiche e culturali.

Il tema della "regione" è una questione difficile che coinvolge argomenti di varia natura. Lo stesso concetto, inteso come ambito territoriale da "reggere", governare", implica necessariamente l'identità comune dei territori cui si rivendica l'unitarietà amministrativa. La parola può essere riferita a territori vicini fra loro per caratteri culturali, economici, politici e, in genere, per situazione geografica.

La tradizione, stabilita in particolare dalla geografia agli inizi di questo secolo, ha trasmesso l'abitudine di aggiungere un aggettivo alla parola "regione", al fine di qualificare i fenomeni che rendono conto dell'unità territoriale. Regioni "naturali", "storiche", "geografiche", "amministrative", "urbane" e altre ancora vengono abitualmente distinte, quasi ci sia il bisogno di cercare altrove la legittimità e l'unità della nozione di regione.

In primo luogo si fa appello al sentimento di appartenenza, alla coscienza degli abitanti, alla «coscienza d'una tradizione e di un ideale comune». L'unità dei tratti culturali, l'attaccamento a pratiche e a rappresentazioni fondano «l'omogeneità regionale». Sin dalla nascita, infatti, l'ambiente circostante fa penetrare in noi «un complesso sistema di riferimenti che consiste in giudizi di valore, motivazioni, fulcri di interesse».

Noi ci muoviamo «nella visione riflessiva che l'educazione ci impone del divenire storico della nostra civiltà, senza la quale quest'ultima diventerebbe impensabile, o apparirebbe in contraddizione con i comportamenti reali». Ma il richiamo al vissuto storico non sempre riesce a fornire una risposta sufficiente a delineare con chiarezza la nozione di regione. La regione diventa allora un principio relativamente astratto, dai contorni e dai contenuti incerti, dove l'analisi e il mito spesso si confondono.

Che senso ha l'istituzione politica regionale? Crea veramente la possibilità di un potere autonomo? O si tratta semplicemente di una mediazione tra il potere centrale e le popolazioni, visto che tutte le collettività territoriali appartengono all'apparato dello Stato?

Se l'azione della natura ha conferito ad alcune parti della terra delle conformazioni che, con maggiore o minore spontaneità, fanno parlare di regioni, è certo tuttavia che in gran parte è l'azione dell'uomo a creare e costituire nella storia paesaggi dotati di caratteristiche tali da essere chiamati regioni.

Il rapporto fondamentale, quindi, si colloca nell'area "natura-cultura", cioè nella capacità della popolazione di adattarsi ai luoghi. Ne deriva che ogni regione costituisce una stratigrafia con salti e linee di continuità fra la formazione economico-sociale e le risorse naturali dei luoghi. Gli insediamenti, la creazione di città, l'idea stessa di comunità, la forma e la dislocazione delle abitazioni, l'agricoltura e l'industria dipendono da questa relazione, come pure il flusso di migrazione che si stabilisce tra circondari vicini e lontani. Una regione, inoltre, non costituisce mai un fatto in sé chiuso, ma ha delle frontiere e delle zone in cui le forme di adattamento rappresentano scambi di beni e idee che sottopongono il territorio a relazioni più complesse, frutto di tensioni e d'intersezioni umane e materiali assai più ricche per quantità e intensità.

Claude Lévi-Strauss, nel suo studio Pace et Histoire, scrive: «L'umanità è costantemente alle prese con due processi contraddittori di cui l'uno tende ad instaurare l'unificazione, mentre l'altro mira a mantenere o a ristabilire la diversificazione. La posizione di ogni epoca o di ogni cultura nel sistema, l'orientamento secondo cui essa vi si trova coinvolta, sono tali che uno solo dei due processi pare avere un senso, mentre l'altro sembra essere la negazione del primo. Sennonché, dire, come si potrebbe essere inclini a fare, che l'umanità si disfi nel momento stesso in cui si fa, deriverebbe ancora da una visione incompleta. Poiché, su due piani e a due livelli opposti, si tratta pur sempre di due maniere di farsi. [...] Quel che va salvato è la diversità, non il contenuto storico che ogni epoca le ha conferito e che nessuna può perpetuare al di là di se stessa. Bisogna quindi "ascoltare la crescita del grano", incoraggiare le potenzialità segrete, risvegliare tutte le vocazioni a vivere insieme che la storia tiene in serbo [...]

La diversità delle culture umane è dietro di noi, attorno a noi, davanti a noi. La sola esigenza che possiamo far valere nei suoi confronti (creatrice per ogni individuo dei doveri corrispondenti) è che essa si realizzi in forme ciascuna delle quali sia un contributo alla maggiore generosità delle altre».Per questo il problema di una nuova autonomia investe la questione più generale dell'entità regionale, del costituirsi delle regioni da espressioni geografiche a enti autonomi territoriali con funzioni amministrative e legislative. Di qui la necessità di prendere in esame gli aspetti istituzionali, culturali, socio-economici inerenti alla proposta neoregionalista.Nel caso poi della regione emiliano-lunense (oggi Lunezia) il termine stesso coinvolge, da un lato, la "questione Emilia" e il suo rapporto con la Romagna, dall'altro, la "questione lunigianese", un territorio a cui gli avvenimenti storici e politici hanno impedito di assumere una propria autonomia.

Il trattato di Fontainebleau:

Col trattato di Fontainebieau dell'11 aprile 1814 a Maria Luigia e ai suoi discendenti in linea diretta viene assicurato il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, violando il principio di legittimità, per il quale il ducato spettava ai Borbone-Parma. Il ministro spagnolo Labrador si oppone a tale decisione avanzando le pretese dell'infante don Luigi di Borbone, appoggiato dal ministro francese Talleyrand che non desidera vedere nessun Bonaparte in Italia. A sanare la situazione provvede il congresso di Vienna, che assegna ai Borbone-Parma il piccolo ducato di Lucca e affida a Maria Luigia il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, escludendo dalla successione suo figlio, il "re di Roma".

Quanto sia grande l'interesse dell'Austria per la questione parmense lo scrive il generale Neipperg nel suo Memoriale, con cui intende dimostrare che gli interessi austriaci coincidono con quelli di Maria Luigia. «È il più grande interesse di Stato del nostro Augusto Monarca far uso del trattato di Fontainebieau con ogni forza. Poterono mai dei possessi essere acquistati con miglior coscienza che i Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, i quali nelle mani d'una Principessa d'Austria solamente garantiscono alle nostre Province lombarde quell'appoggio e quel grado di sicurezza che manca loro completamente senza gli stessi e senza che uno stesso Signore abbia dominio su ambedue le rive del Po?

Se la Casa Borbonica e con essa l'influsso politico della Francia dovesse estendersi fino a Guastalla, dunque fino alle porte di Mantova, allora anche il Re di Sardegna sarebbe trascinato in questa alleanza palesemente contraria al nostro interesse. Nel qual caso poi tutti i possessi austriaci fra il Ticino ed il Mincio rimarrebbero, in tali condizioni, senza confine militare e sarebbero esposti alla prima guerra ad una inevitabile invasione. Posso aggiungere con convinzione che il Re di Napoli, la cui esistenza politica si fonda soltanto sul suo trattato di alleanza con l'Austria [...], dal momento in cui un ramo borbonico venisse di nuovo in possesso dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, intuirebbe a prima vista la somma incertezza della sua posizione, e passerebbe per la sua conservazione a quella violenza e a quei mezzi di sobillazione, che purtroppo, dato il generale malcontento dominante in Italia, stanno a sua disposizione e che non si possono giudicare alla leggera. L'Austria ne sentirebbe più profondamente le spiacevoli conseguenze e, anziché trovare un risarcimento per i vent'anni di sacrifìci, troverebbe nel possesso dell'Italia soltanto il germe di continui torbidi la cui repressione porterebbe con sé altrettante fatiche quante innumerevoli e spiacevoli conseguenze».

Ma, prima di giungere a questa conclusione, a Fontainebleau viene discussa dai maggiori statisti europei l'unione amministrativa e statale dei territori di Parma, Piacenza, della Spezia e della Val di Magra.

L'impegno è di assegnare a Maria Luigia un piccolo stato, ben amalgamato ed economicamente efficiente, che garantisca a Francesco d'Austria il controllo dell'area centrale padana confinante col Lombardo-Veneto. Si stabilisce che Maria Luigia debba regnare sul ducato di Parma e Piacenza, completato dal suo naturale sbocco sul mare, cioè dai territori della Val di Magra e della Spezia. Ma all'ultimo momento Talleyrand mette il suo veto, osservando che la Spezia dista poche ore di navigazione dall'isola d'Elba, dove Napoleone si trova in esilio, e che Maria Luigia potrebbe facilmente liberare il marito.

Durante i lavori del congresso di Vienna il problema di creare per la moglie di Napoleone uno stato più ampio, che arrivi fino al mare, non si ripropone. Per Maria Luigia esiste la difficoltà di confermare quanto è stato deciso dal trattato di Fontainebieau. Vengono, infatti, avanzate varie proposte per risarcirla dei ducati che le vengono contestati, ma Maria Luigia dichiara al Metternich che mai rinuncerebbe ai suoi diritti, assicurati per altro da un trattato, e molto meno accetterebbe risarcimenti o pensioni di qualsiasi genere dalla Francia o dalla Spagna.

Proprio mentre le diplomazie europee trattano di dare esecuzione a quanto è stato deciso a Fontainebleau, Napoleone evade dall'isola d'Elba e rientra armato in terra francese, creando nuove gravi difficoltà a Maria Luigia che rimette le sue sorti nelle mani del padre e promette una sottomissione completa, dichiarandosi del tutto estranea alla condotta e alla sorte di Napoleone. Al congresso di Vienna i protagonisti di questi accordi appaiono molto indecisi o comunque in attesa di tempi più sicuri. Con manovre diplomatiche segrete e intese di famiglia Maria Luigia affida all'imperatore, in un momento in cui il congresso non è ancora terminato e si apre la fase dei "cento giorni", l'amministrazione del nuovo stato. Maria Luigia prende possesso del ducato il 20 aprile 1816 e lo governa sino al 17 dicembre 1847, coadiuvata dall'austriaco Neipperg, suo amante e dopo la morte di Napoleone suo marito morganatico.

Probabilmente, se non ci fosse stato l'ostacolo e il pericolo di Napoleone, l'unione della Lunigiana con l'Emilia occidentale si sarebbe attuata e, per l'inerzia con cui le circoscrizioni statali e amministrative si tramandano, la naturale regione emiliano-lunense trattata a Fontainebleau si sarebbe recepita nell'ordinamento amministrativo risorgimentale. Tuttavia la proposta e l'analisi dei lavori dei congressisti è ancora oggi fondamentale, perché è l'unica volta in cui statisti di grande competenza e di prestigio internazionale esaminano quale sia il miglior assetto amministrativo dei nostri territori e lo risolvono formulando l'unione della Spezia e della Val di Magra coll'Emilia occidentale. Del resto una simile soluzione va incontro ai sintomi di malessere che fin dagli inizi dell'Ottocento si manifestano per denunciare l'assurdità delle divisioni amministrative di cui soffre la Lunigiana.

Significativa la lettera del "cittadino Vincenzo Porrini" che nel 1803 scrive da Giovagallo al "cittadino Vice Prefetto del distretto di Massa di Carrara": «La Lunigiana, presentemente divisa fra la Toscana e le due Repubbliche Italiana e Ligure, deformata mostruosamente per tante spezzettature e ritagli, è uno scheletro senza vita. Ma qualora fosse riunita sotto un solo governo, potrebbe alzarsi al grado di una Provincia mercantile e commerciale per le sue comunicazioni fra il Mediterraneo e la Lombardia».

Queste in sintesi le considerazioni e le documentazioni pubblicate dal Benelli nel suo libro Lunezia.

Dagli argomenti che abbiamo testè riportato, traspare che il problema della Emiliano-Lunigianese cioè (mutatis mutandis) della attuale nostra Lunezia, non è argomento concluso, ma soltanto posposto a tempi successivi.

Si tratta dunque di capire se quelli odierni siano i tempi finalmente maturi per il riesame costituzionale.

E-mail Pubblicato il 30 Marzo 2008 TORNA SÙ