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Aggiornato il  23-12-2005

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Vetrina

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I mulini di Bagnone ai primi del '900

la casa bassa.

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Foto 1

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Foto 2

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Foto 3

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Le macine in pietra arenaria

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Ponte dei mulini di Iera

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I quadri dipinti sono del pittore

A. Ghironi 

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I vecchi mulini di Vico Valle

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Ruderi del Mulino di Compione

Foto  di

W. Martini

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I mulini di Iera

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La mora

di Corlaga

Presa d'acqua

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Veduta parziale del Castello di Corlaga con la torre.

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Mulino tra i monti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DAL  1400  AD  OGGI

La Lunigiana, i suoi vecchi borghi, i boschi, i castagneti, i torrenti, le meraviglie dell'Appennino, offre oggetto di ricerca continua, di una storia non ancora finita di scoprire e di scrivere. I mulini erano infatti di primaria importanza nell'organizzazione agricola e famigliare del tempo passato. Tutto avveniva attorno al mulino; il trasporto dei macinandi, la sosta degli animali raglianti, legati per ore ed ore ad un gancio, l'attesa, le chiacchiere per ammazzare il tempo, le sbornie all'osteria tra una macinata e l'altra, il rientro con le some cariche di farina ed il villano brillo che si faceva trainare sino a casa dall'asino sapiente perchè gli teneva stretta tra le mani la sua coda. Un'attività importante quella del mulino che   originò proteste e rivolte nel sistema economico locale di quel tempo.

La fotografia nº 1 ci mostra alle pendici del colle sul quale sorge il Castello, alcuni vecchi edifici e resti di muraglie di sostegno e di difesa lungo il canale Pendeggia (in dialetto Pandèza), sulla riva sinistra del torrente Bagnone. In base a qualche traccia superstite, di lavori eseguiti anticamente lungo il canale, si potrebbe ipotizzare che in epoca altomedievale (1100) esistesse un primo mulino per le esigenze del Castello.

Un secondo mulino, denominato Pizzati, era sino alla fine dell'ottocento operante al di la del ponte della Pialastra, porta Fiorentina, foto nº 2, che immetteva nella via Fiorentina, che transitava per Cà d'Timorat, quindi per Castiglione del Terziere. Le costruzioni dell'antico mulino, furono poi demolite e modificate e divennero case di abitazione per i dipendenti della Società Elettrica. Le macine sono tutt'oggi evidenti, forse coperte dai rovi, nel giardino sottostante le costruzioni.

L'attività molitoria bagnonese è antichissima ed un'altra storica memoria è nella cartolina pubblicata nella fotografia nº 3, nella quale si vedono, da sinistra a destra, il ponte Vecchio che dalla via Pendeggia o dal Castello immetteva nel borgo murato "Gutula" attraverso la porta di Santa Caterina, alcune basse costruzioni con giochi di tetti vari vicine al corso del torrente, e quindi il Ponte Nuovo, costruito nel 1866, poi intitolato a Vittorio Emanuele II, e sulla spalletta del quale si nota un artistico lampione della vecchia illuminazione pubblica. Nei bassi edifici vicini al torrente funzionarono per secoli i mulini fatti costruire nel 1446 dai Malaspina di Bagnone, vedi "I Moti di Pastina", e che in seguito appartennero ai Conti Noceti. Su di un edificio della nostra epoca che sovraste le basse costruzioni, una lapide ricorda l'antichità dei mulini bagnonesi.

LA LOCALIZZAZIONE DEI MULINI

Nel percorso del Torrente Bagnone, di cui mi occupo particolarmente, e di quattro importanti affluenti, l' Acquetta, il Re di Valle, il Mangiola e il Bagnolecchia, tutti a carattere torrentizio, sino alla confluenza col fiume Magra, si contavano ben diciotto mulini attivi.

Solo nel territorio di Bagnone,  le acque dei cinque torrenti servivano, fino agli anni 1950 ed alcuni ancora oggi in operazione, ad alimentare per mezzo di prese e di canali ben 13 mulini costruiti  lungo il loro corso.

Nome del Mulino

Località

Torrente

- Pompiglio Villafranca L. Bagnone
- Cagnacci Filetto Bagnone
- Cagnacci Filetto Bagnone
- Tardiani Virgoletta Bagnone
- Centrale Bagnone Bagnone
- Pizzati Bagnone Capoluogo Bagnone
- Conti Noceti Bagnone Capoluogo Bagnone
- Marzo Bagnone Capoluogo Bagnone
- Corlaga Corlaga di Bagnone Bagnone
- Vico Valle Vico di Bagnone Re di Valle
- Vico Simonetti Vico di Bagnone Acquetta
- Vico Ricco Vico di Bagnone Acquetta
- Iera Cavalieri Iera di Bagnone a monte Bagnone
- Iera Cavalieri Iera di Bagnone a valle Bagnone
- Biagini Compione di Bagnone Bagnolecchia
- Zani Mochignano di Bagnone Mangiola
- Casalecchio Collesino di Bagnone Mangiola

RICERCA STORICA

Tutti i mulini sono di origine remota e tutti erano, sino alla metà del secolo scorso, ancora in operazione, mentre alcuni, come ho già detto, sono tutt'oggi in esercizio, utilizzando la medesima tecnica molitoria che non ha subito mutamenti sostanziali dal periodo feudale.

Nel nostro territorio i mulini sono disposti lungo il corso del torrente Bagnone e suoi affluenti; settore ovest, da dove traggono l’acqua necessaria per far girare le macine di pietra arenaria. Nel settore est, lungo il Civiglia non vi sono mulini perchè il torrente non ha sorgenti naturali continue, come il torrente Bagnone. L'acqua che scorre, anche nei periodi di minima magra è continua e sufficiente a generare l'energia motoria necessaria per far azionare i mulini. L'opera idraulica inizia da uno sbarramento fluviale "la mora" che serve da "presa" nel greto del torrente, dalla quale parte la canalizzazione scoperta, "la gora", che convoglia l'acqua al mulino dove, per caduta, crea un flusso costante atto ad imprimere la forza richiesta per muovere la ruota idraulica ad asse verticale, ubicata sotto la macina.

Nel tentativo di ricostruire il mondo di uomini e cose che ruotavano intorno ai mulini, va in primo luogo sottolineato che i proprietari erano sempre i feudi o rappresentanti della classe del patriziato urbano o comunque colui che poteva realizzare quel notevole investimento di capitale che la costruzione del mulino comportava.

Il proprietario dava, dietro pagamento di un canone, la gestione del mulino ad un mugnaio (al mòlinar), che decideva di gestirlo con l'aiuto della famiglia, quasi sempre con la moglie o con una figlia, (la mòlinara), con la quale divideva, teoricamente, lucro e spese.

Al funzionamento e alla manutenzione della mola, alla pulitura della gora, alle riparazioni in generale era  l'uomo che se ne occupava; il compito di trasportare il macinante fino alla tramoggia e successivamente insaccarlo spettava, all'aiutante (ma spesso chi occupava questo posto erano le stesse persone).

I prodotti nostrani che venivano trattati al mulino erano in stagioni diverse: il grano, la segala, il mais, le castagne secche. La nostra agricoltura, adattata al territorio montagnoso, non aveva grandi produzioni di cereali, era invece abbondante quella delle castagne. 

Il territorio è coperto da vastissime estensioni di castagneti e la pulizia del sottobosco ed il raccolto occupavano per parecchi mesi il lavoro annuale della famiglia contadina. Il Castagno era il produttore del "Pane" della Lunigiana. Le castagne secche (gusson), macinate, davano dell'ottima farina dolce, con gli scarti (pasturi), anch'essi macinati, davano una farina più scadente che serviva per l'alimentazione degli animali, specialmente per i maiali da ingrasso.  Questa farina unita agli avanzi della cucina bagnonese, davano degli ottimi risultati nell'allevamento del bestiame, nella produzione della carne suina, per cui si confezionavano insaccati e salumi di primissima qualità. 

"Ecco parchè la roba ad me nona l'er pu bona!" 

Persino la buccia delle castagne, una volta essicate, il rusco, in dialetto "al rusch", veniva raccolto in sacchi e conservato per l'inverno; serviva a ricoprire i ceppi ardenti del camino e così bruciando lentamente sviluppava calore, quindi aiutava a riscaldare l'ambiente.  

Il mulino era un opificio importante e di primissima necessità nelle zone agricole. Se ne contavano tanti, perchè dovevano deservire tutta la popolazione del luogo, a quei tempi da noi numerosissima, circa ottomila abitanti.

Il mulino, nel periodo medioevale, è stato oggetto di crisi politico-economiche importanti nel nostro territorio. Trascrivo qui di seguito due dei più gravi moti di protesta che si sono verificati da noi nel '400 e '500.

I  MOTI  DI  PASTINA

 “…l’ultimo feudatario di Bagnone fu il Marchese Cristiano Malaspina, primogenito del Marchese Giorgio, uomo assai stimato dai suoi conterranei. Il Marchese Cristiano amareggiato dai tentativi del fratello Eduardo di volergli usurpare il potere,  e dai moti del popolo, in particolare da quello di Pastina, di volersi sottrarre alla sua autorità, a ciò istigato da certo Corrado del Buono originario di Filattiera soprannominato Fantauzzo, ed in fine anche dai segreti maneggi del Granducato di Toscana che già aveva ricevuto in accomandigia il feudo di Bagnone e del quale ora aspirava all’annessione. *

Il Marchese quindi  decise di liberarsi della situazione accennata, divenuta per lui insostenibile, col vendere ai Fiorentini il Feudo e le terre dipendenti, in cambio di 8.000 fiorini d’oro". 

** * *

L'origine delle rivolte degli abitanti di Pastina, era dovuta al malcontento che si era da tempo creato circa l'uso degli impianti ed i costi della macinazione, che il Marchese aveva imposto sui sudditi ed in particolare su quelli di Pastina, maggiori utilizzatori dei mulini.

Le manovre politiche, aiutate dal sobillatore Fantuzzo, portarono i pastinesi a ribellarsi al Marchese e a sostenere l'annessione con Firenze. Azione che è stata accolta con simpatia dal Granduca che ha concesso alla popolazione di Pastina tante considerazioni future sull'uso del mulino e sui costi di macinazione. 

** * *

Il Feudo passerà nel 1471 sotto il dominio di Firenze.  La potestà fiorentina durerà sino al 1526, quando i Noceti sono immessi nel possesso della Rocca di Bagnone.

Vedi "Il Gurguglione" - Fascicolo Iº - La fine dei Malaspina

LA RIBELLIONE DI CORLAGA

É l’anno 1523 « ab incarnatione », allorché il dì 15 novembre, fu ultimato il restauro del Castello di Corlaga, il marchese Leonardo Malaspina vi si recò ad abitarlo; qui ricevette giuramento di fedeltà dagli Uomini di Corlaga, così come lo stesso prometteva di ben governarli e tenerli cari e di non sottoporli giammai ad altri Marchesi, obbligandosi invece nel caso di non poterli tenere sotto la sua potestà, di passarli sotto il dominio della magnifica Repubblica Fiorentina.  (Ref.: Eugenio Branchi, pag. 202).

Ma nonostante le promesse, i corlaghesi forono sottomessi a pagamenti di gabbelle enormi e a divieti di usufruire del Molino di Iera impedendone l’accesso e facendo anche « man bassa sopra di loro ».

Leonardo e gli uomini di Corlaga si rivolsero a Firenze, che impegnò i suoi Ufficiali di Lunigiana a derimere la controversia, tant’é che furono costruiti in Corlaga Torchi e Molini e lo stesso marchese Leonardo ritenne doveroso rinnovare l’accomandigia con Firenze.

Ma l’avidità del Marchese e la ristrettezza delle sue finanze lo portarono a tentare di spogliare di un benefizio il fratello del segretario del Duca di Ferrara, ciò invano rivolse le sue violenze impositive sui sudditi. A tal punto i Corlaghesi, sobillati anche dal Noceti, Commissario della Repubblica Fiorentina a Bagnone, si rivoltarono contro il proprio Signore, che incarcerato venne avvelenato.

Ma la furia popolare non si placò ed il popolo venuto a conoscenza che i figli del Marchese volevano insediarsi, guidati da un certo Orsino di Stazzone, assalirono il Castello facendo strage degli eredi, distruggendo il maniero e tutti gli arredi.

Nonostante le rivalse dei Marchesi di Treschietto, l’Imperatore concesse, in forza dell’atto di dedizione degli Uomini di Corlaga, che tutto il feudo marchionale di Corlaga rimanesse nelle mani del Duca di Firenze.

Il Senato di Milano ordinò di “aprire un’inchiesta”, come si direbbe oggi, per conoscere i fatti e accertare le responsabilità della rivolta e degli omicidi. Il risultato fu - allora come oggi -  che 15 rivoltosi di Corlaga furono formalmente condannati, seppure in contumacia, ma attesa la dedizione al Duca di Firenze, da ogni pena andarono immuni. 

Con risultato referendario Firenze pretese dagli eredi del marchese Leonardo la cessione delle ragioni loro sopra Corlaga, che avvenne con atto stipulato il 20 Gennaio 1551.

Vedi "Il Gurguglione" - fascicolo VIº - Corlaga.

Perchè non citare questa vecchia canzone che ho sempre sentito cantare dai nostri antenati, un po' brilli, nei giorni di fiera e di mercato nelle osterie del paese?

 

E sveglia molinaro!

 

E sveglia molinaro che l'è giorno.
Pin pun pan, daghe de punta daghe de tai,

Rosina daghela per carità....

son qui da stamattina
con gli occhi bianchi e neri
son qui da stamattina a macinare.

E mentre che il mulino macinava.
Pin pun pan, daghe de punta daghe de tai,

Rosina daghela per carità....
le mani dentro al petto
con gli occhi bianchi e neri
le mani dentro al petto gli metteva.

Sta fermo molinaro con le mani.
Pin pun pan, daghe de punta daghe de tai,

Rosina daghela per carità....

io tengo sei fratelli
con gli occhi bianchi e neri
io tengo sei fratelli t'ammazzeranno.

Non ho paura né di sei nemmen di sette.
Pin pun pan, daghe de punta daghe de tai,

Rosina daghela per carità....

la mise contro il sacco

della farina fina

così lui s'abbraccio la sua Rosina.

 

BAGNONE, LA  REGINA  DELLA  LUNIGIANA !

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