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- Torrente in piena
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- Scorre, discende,
- irrompe sto rivo
- tra candida schiuma.
- Vapori di nebbia,
- s’innalzano tremoli
- verso il nuvoloso cielo.
- Tutto trascina al mare,
- la mia partenza,
- di me non si cura,
- mi umilia, non sá.
- Di lui, da lontano
- serbo un rammento,
- atavico eritaggio,
- di nostalgici desii
- tra aride pietre.
- Incantevoli spazi
- di riposo, di sogno,
- ebbri trastulli
- di mia gioventù.
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- Piazzetta Santa Maria
Piazzetta
della francescana chiesetta
di Santa Maria,
che alla festa raduna la pia
e bigotte consorelle
ai tocchi di due campanelle.
Al secondo richiamo
il devoto figlio d’Adamo
accorre all’altare,
perché Dio vuol venerare
chino sulle predelle
ai tocchi di due campanelle.
Don Mori alle nove,
al terzo squillare, si muove
al sacrificio misto
del corpo e sangue di Cristo,
con le monachelle,
ai tocchi di due campanelle.
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- Atavica dimora
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Ostello del nonno Toneto,
una dimora silenziosa,
loco austero e discreto
di una vita doviziosa.
Rustica la residenza
nostalgica del pittore,
santuario di una esistenza,
di ricordi e di calore.
Per godersi la stagione,
nel suo caro paesello,
vi conserva la magione
ai piedi del castello.
Riprodotti qui, con estro
di colori, un’emozione,
ci fà sognare il maestro,
scorci ameni di Bagnone.
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- Angoli nascosti
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Sotto il sole cocente,
- nelle fresche stamberghe
- d’un tempo, di squallida
- e desolata armonia,
- accogliesti
- la povera gente.
- Scaldata d’inverno dal fuoco
- dei sarmenti,
- tra il fumo e lo scoppiettio
- delle castagne arrosto,
- ristoratrici e sazienti
- in un tempo magro.
- Antri reconditi ed astrusi
- nell’accettazione
- importante di un atto,
- di una parola, di un discorso,
- di una vita.
- Luogo appartato e scrigno
- di fugaci virtù,
- di coraggiosi valori
- e di vincoli morali.
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- Reconditi pensieri
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- Angusto anfratto,
- vicolo lastricato,
- rumoroso dallo zoccolare
- dei bimbi sul selciato.
- Nello svago serale
- lo correvamo ansanti,
- ed ai furtive amori
- turbavamo gli incanti.
- Nei segreti meandri,
- nella notte abbracciati,
- la lanterna spenta
- celava gli innamorati.
- Lontane rimembranze
- di una vita sincera,
- che qui, rivivo felice
- sul finir della sera.
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- Visione colorata
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- Fasci di luce e colori
- da osteriggi infiltrati
- tra use mura, valori
- dal tempo conservati.
- Vestigio di epoche
- e di meriggi, lontane
- orme e tracce ataviche,
- di memorie nostrane.
- Labirinto segreto
- di viuzze e gradinate,
- rifugio discreto
- nelle fredde invernate.
- riscaldavano i cuori,
- tra gerani e narcisi,
- i reconditi amori
- ed i maliziosi sorrisi.
- Antri oscuri e segreti,
- noti a tanti bambini,
- nei trastulli irrequieti
- dei loro rimpiattini.
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- Mio borgo amico
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- Riflette il caldo sole
- sul plumbeo borgo secolare,
- lastre chiare e lucenti,
- e risonanti, allo zoccolare
- delle indaffarate comari,
- atte a quotidiana spesa,
- ai lesti passi del nonno,
- sui consulti selci, in attesa.
- Mio borgo amico, or sono
- di fanciulleschi ricordi,
- nel tuo sapore immerso,
- che mi inebriano concordi.
- Cogitabonda é l’anima mia
- nei tuoi sogni, fantasie
- vaganti, agitate nel tormento
- e da uggiose melanconie.
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- La volta.
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- Antro non é
- l’accesso alla contrada,
- c’era l’antico forno a legna,
- dell’anziana Annunziada.
- Dietro la volta
- gestiva Mori l’osteria.
- quelli del tressette bevevano,
- giocando in allegria.
- La casa in giallo
- é quella dei Biagini
- confinava sul fianco l’antico
- e rinomato bar Pierini.
- Meandro di contrade,
- che s’intrecciano secrete
- alle piazzette, luoghi d’incontro
- e di rinomata quiete.
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- La gora
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- La giovinetta é china
- sulla lastra della gora,
- ciarla con la vicina,
- mentre risciacqua ancora.
- Un bimbo immerge il piede
- nell’acqua lì scorrente,
- la madre non lo vede
- nascosto tra la gente.
- Di fronte, all’osteria,
- siede al tepor del sole
- mori, fuma la pipa;
- dalla lavanderia
- le donne con la prole,
- risalgono la ripa.
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- Contrada bassa
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- Tetti che si sfiorano,
- tra gronde invadenti,
- facciate che si guardano,
- finestresorridenti,
- senza remore e paure
- celano tante sventure.
- Vicolo angusto, stretto,
- il borgo della contrada,
- loco d’antico aspetto.
- Il selciato della strada,
- calpesto dai coturni
- dei giovani nutturni.
- D’aere respiro agreste
- del lito del maniero,
- tra l’ore che fuggon meste
- nel travaglio giornaliero,
- nei tuguri, case di geli,
- bramo il brillar dei cieli.
- La vedo, io son sicuro,
- volta nella mantellina,
- di fretta, rasa il muro,
- or sale svelta la china.
- É una vecchietta bianca.
- Si! Si! É la mamma stanca.
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- La salita
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- Deserta é la china,
- stretta ciottolosa,
- tra le alte muraglie,
- salita faticosa.
- Ricordo le infanti
- gaiemie primavere,
- nel materno rifugio
- v’imparai il dovere.
- Sul muro il cortile,
- vecchi ippocastani
- riparavan dal sole
- ludi pomeridiani.
- La scuola infantile,
- gestita dalle suore,
- tra giochi di bimbi,
- c’insegnavan l’amore,
- Pregavamo la pace
- al Dio redentore,
- cantavamo le laudi
- al Padre, al Signore.
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- Prima culla
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- Piazzetta dei Maffei,
- la bella signorina
- c’era una volta… Lei,
- graziosa un po’ ciccina.
- L’artista scapigliata,
- volle l’amor trovare,
- non fu mai coronata,
- non salirà l’altare.
- Rifugio di due amori
- quel grande casamento,
- ospitò i nostri cuori.
- Ricamata dal nulla,
- nacque, vagir contento,
- la nostra prima culla.
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- Solitudine
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- Un antrio buio,
- scoscesa la contrada,
- scalinate ciottolose,
- entrate discrete,
- di un recondito borgo,
- di speranze virtuose.
- Volti e archi,
- angoli d’inganni,
- strade con lucerne,
- malfamati regni
- di sbirri, non invisi
- in epoche moderne.
- Posti di guardia.
- luoghi di gabelle,
- anfratti senza luce;
- immagine di un uomo
- bieco, sotto il tabarro
- fugge la vita truce.
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- L’asilo
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- Un’opera di bene,
- voluta in questa terra,
- dedita al lor Lorenzo
- perito nella Guerra.
- Raccolsero l’invito
- le suore della Cabrini,
- missionarie del S. Cuore,
- tenere con I Bambini.
- Accolti dai sorrisi
- di affabili sorelle,
- Giovanna, Vincenzina,
- e Fulgenza monachelle.
- Loco frequentato
- dal pargolo paesano,
- per imparar lo scibile
- del lessico nostrano.
- Asilo per l’infanzia,
- di gaudio e d’esultanza,
- prezioso monile di festose,
- giornate di fragranza.
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- Via Antonio Noceti
Dalla piazza della chiesa
a san Nicola dedicata,
vi s’imbocca la scoscesa
strada, stretta, lastricata,
che separa la pretura
dalla sede comunale,
di lá, scende malsicura
- al crocicchio circondale.
-
- La contrada che non muore,
- é un rione rinomato,
- di Bagnone questo il cuore,
- conosciuto e frequentato.
- Via A. Noceti, al mio paese,
- sono scorci illuminanti;
- da lontano, un bagnonese
- li rammenta tutti quanti.
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- Il voltino
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- Scorcio che si apre al passante,
- nella cornice di un arco sghembo.
- Emerge il sole libero e raggiante
- Nel solitario ed assolato limbo.
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- Comepotrei scordar questi giulivi
- piccoli spazi del mio ciel natio,
- antri tranquilli nei meriggi estivi,
- sotto la vostra pace, nell’oblio.
-
- Esule, a conforto durante i riposi,
- a stimolar la brama ed il ricordo,
- ebbi soltanto voi. Luoghi amorosi,
-
- di gaia e scapostrata giovinezza.
- Trascorsi un tempo, in questo fiordo,
- i più bei giorni di tanta tenerezza.
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- Ricordi
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- Misteri
- di remoti passati,
- vicoli
- tra i caseggiati,
- finestre
- che si guardano sorelle,
- custodi
- di secrete marachelle.
- Organo
- vibrante e per la via
- suoni,
- scanditi in armonia.
Speranze
- di queste mie visioni
- inebriate
- tra mille illusioni.
- Spazi
- snza colori e fantasia,
- rsalta
- in bianco e nero la nostalgia.
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- Io
Sull’aia la comare
intenta a rammendare
ciarla con la vicina
ai lavoretti china.
Il sole non risplende
quel marzo alle calende,
dell’anno trentadue
ma, furon felici in due.
Papà e la mia mamma
brindando, con la fiamma
accesa del camino,
adoravano il piccino.
In questo soleggiato
ed umile caseggiato,
nacque un bel bambino
chiamato Giovannino.
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Il crocicchio
-
Nella milizia, Orazio é
richiamato
e di guardia
all’orecchione fu inviato.
Da quando tutto divenne
confusione,
non riceveva più la sua
retribuzione.
La moglie Atene,
d’originelucchese,
ridotta senza soldi per
le spese,
gridò al marito intento
a rincasare
sicuro che la cena ha da
trovare,
dopo una militaresca e
rigida giornata :
"Mangia il tu Duce,
come prima entrata,
l’ho messo a far
bollir nel marmittone,
altro non ho, per farti
il minestrone".
Al bar della Demetria,
noi bambini,
assisi fuori, attorno ai
tavolini
con i soliti avventori,
a crepapelle
ridevamo a sentir queste
storielle.
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-
Contrada
alta
Ci
ricorda il vicoletto,
l’osteria
di Tiradani,
dove
Anselmo ed Emilietto
trafficavano
i nostrani
vini
onesti d’Orturano,
riforniti
ai concessori
che,
mescolati col toscano,
dissetavan
gli avventori.
Lo
affiancò la sua Adelina
che
viveva tra i fornelli,
con
la prelibata cucina,
Lei
saziava i menestrelli.
-
-
Sullo
sfondo il Vaticano,
-
rifugio
di tanti figlioli,
-
ove
la Virginia con la mano
-
v’impastava
i testaruoli,
-
-
che
nei testi arroventati
-
dalla
fiamma del camino,
-
fragranti
e profumati,
-
li
cuoceva ogni mattino.
- .
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- Al mulino
Come é triste questo lito,
solitario ed appartato,
mentre un tempo era sito
d’asinelli frequentato.
Ben legato nell’anello
che nel muro é conficcato,
potea l’ossa il somarello
riposare, prender fiato.
- Masticare un po’ di fieno,
- fa riprendere il vigore,
- per avere il sacco pieno,
- aspettar può tante ore.
-
- Nell’attesa del mugnaio,
- che il grano ha macinato,
- avrà un litro dal vinaio,
- il bifolco tracannato.
-
- L’asinaio, non é raro,
- mangia, beve con gli amici,
- raglia invano il somaro,
- al castel scoccan le dieci.
-
- Someggiata la farina,
- barcollando, avvinazzato,
- con la bestia s’incammina,
- alla coda s’é aggrappato.
-
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- Ponte vecchio
-
- Paso di là, la prima volta ammiro,
- ritorno un giorno, guardo e sospiro,
- la terza volta mi fermai d’incanto
- quest’angolino a contemplar mi vanto.
- Come viandante non ho mai sostato
- e ome molta gente l’ho scordato.
- Lo scorcio qui ritratto mi colpisce,
- quell’azzurra visione mi ferisce.
- Ci sono due colonne, un capitello,
- il parapetto di un caro ponticello;
- s’immette nella casa l’antica strada,
- accede al borgo, alla mia contrada.
- Il ponte vecchio con il caseggiato
- riluce tra le genne del passato.
- Tant’erano i sogni che rammento,
- passo, riguardo, vedo, son contento.
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- Vicolo assolato
-
- É triste questo vicolo assolato,
- manca, con tanto sole, un po’ di vita,
- cercherò di ritrovarla nel passato,
- o nella piccola pianta rifiorita.
- Ci vissero Leonardi ed il Ferdani,
- aveano tanta prole, brava gente.
- Oggi non c’é nessuno e per domani
- speme qui più non cé, non si fa niente.
- Paese ove scarseggiano bambini,
- c’erano tante madri e l’allegria,
- s’udivano fuori le strilla di piccini,
- giovani gai, ed oggi?… melanconia.
- Via Ponte vecchio, triste, solatia,
- così dipinta dal valido Leviti,
- finestre chiuse, tutti sono via,
- case vetuste coi muri scoloriti.
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- Il Campanile
Simbolo del paese tanto amato
svetti nell’azzuro ciel velato,
domini sopra I rossi nostri tetti
guardingo gendarme degli affetti
Dalla tua loggia, il bronzeo suono
a distesa, annunciatore del buono
o del triste messaggio al vivo,
che t’ascolta or mesto or giulivo.
- Dei Bernardin fosti la dimora
- unici suonatori di buon’ora.
- Con i rintocchi delle Ave Marie
- raduni nelle Chiese tante pie.
- Nei giorni di festa e di allegria
- il cuore si riempie di armonia,
- nell’ascoltar il campanile suonare
- a stormo, le campane il lor vibrare.
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La Pandéza
L'accesso primitivo del Castello
per chi venia dal piano o d’altra calle,
percorrere dovea, col suo fardello,
il ponte di Pandéza, nella valle.
La mulattiera ripida e scoscesa,
faticosa s’inerpica tragli orti,
ed al maniero impose la difesa,
in epoca di lotte tra le corti.
Itinerario di gaie passeggiate,
percorso di salubre allenamento,
nei tardi meriggi di calde giornate,
praticarlo é puro giovamento.
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Sotto il Castello
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- Come massi dipietra accatastati,
- che il torrente in piena ha cumulati,
- le dimore del castello sono a pigna,
- ammucchiate attorno ad una vigna.
- Dalla Pandéza continuiam l’ascesa
- e del borgo s’intravvede la scoscesa
- strada selciata, e più su, rimarchi
- le case, costruite sopra gli archi.
- L,erat, che s’incunea tra due mura,
- a balzi sale ed in cima s’avventura
- nell’atro buio, cuore del rondello
- difeso dai gendarmi del castello.
- Immagine di memorie e fantasie
- di epiche e leggiadre cortesie,
- simbolo d’idee, ornato di colori,
- modesta descrizione dei valori.
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- Il rondello
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- Squallide case, tra
- archi di pietra
- illuminati da lanterne,
- accoglievano materne,
- nelle vie contorte
- le famiglie radunate dalla sorte.
- Cantine con i tini,
- depositi dei vini,
- ricoveri per gli animali,
- o botteghe artigianali,
- vipassavano gemelle
- tante candie belanti pecorelle.
- Una vita di paesello
- vissuta attorno al Castello
- in una obsolete dimora
- abitata da gente di quell’ora,
- protetta dal maniero
- di un provvido grande condottiero.
- Vedo i fantasmi rinati
- di giovani armati,
- di paggi e bionde castellane
- di fanciulle paesane
- figlie di povera gente,
- alle faccende domestiche intente.
- Con tanto valore,
- giallo e blu il pittore,
- ha creato il tormento
- di questo momento
- mentre la verità
- sarà svelata con un’altra realtà.
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- La mia valle
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- Un pensiero ti rivolgo,
- solitario loco ameno,
- immaginar potgrò la valle
- che stà sotto al ciel sereno?
- Qui mi volto ed io lo colgo,
- quel che l’artista ha pinto,
- angolo della mia calle,
- vivo, armonioso e avvinto.
- Mentre da lontane sponde,
- onde io vivo ancora,
- ti posso risognare
- al richiamo che t’implora.
- E se l’eco non risponde,
- perché tarda é ormai l’età,
- con me voglio conservare
- la tua pace e tua beltà.
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- Il borgo del Castello
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- Ancora sui declivi,
- mi fermo a rimirare,
- gli angoli son giulivi,
- non fò che sospirare.
- Eccomi qui, ci sono
- nel borgo del Castello,
- strade che saliscendono,
- un archetto menestrello.
- Vorrei far visitare
- sto sito al mondo intero,
- reliquie d’un altare
- che vive il suo mistero.
- Assisa é sul verone,
- attende ognora invano,
- sgrana, con meditazione,
- il rosario, piano piano.
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La pergamena
Su questa pergamena bruciacchiata,
la chiesa del Castello é ricamata.
Risale agli anni mille e qualchecosa
il campanile invece non lo osa;
é sorto in epoca più recente
fa conoscer l’ora a tanta gente.
La chiesa piccolina. Si racconta
quando il bagnonese fece l’onta
di portar la reliquia custodita,
di Santa Croce, giù dove c’é vita,
l’oggetto scompariva bello bello,
tornava nottetempo, sù, al castello.
Chiesto l’intervento al Monsignore,
propugnò di farLe tanto onore.
Grande la festa, con la processione,
tutta Bagnone assiste in devozione.
I fedeli, i prelati e i religiosi,
portarono la Croce un po dubbiosi.
D’allora, non fa più le scappatelle,
si trova bene tra le consorelle.
Protegge dalle guerre i bagnonesi,
Che a Lei si rivolgono cortesi.
Salverà, chi a Lei faranno voto,
dai lutti, dalla peste e terremoto.
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- Panoramica
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- Appare solitario, misterioso,
- in tutta sua beltà e la virtude
- avvolge la modestia; imperioso,
- il turrito manier si mostra rude.
- Il tempo s’é fgermato su stò colle,
- restano le leggende e, le speranze
- aride, divenute son come le zolle,
- luogo di quiete e di rimembranze.
-
- Non servono i colori a dare vita,
- il bruno raffigura la vecchiezza,
- la storia, il passato che c’invita
- a ritrovare la pace e la fierezza.
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"Dulcis in fundo"
Corrusco, per chi viene dalontano
la prima volta, e lo vede giù, dal piano.
Sovrasta, imperterrito ed imponente,
tutta Bagnone lungo il suo torrente.
Fu dei Noceti, conti, il loro ostello,
palazzo con la torre, un bel castello,
sorto in posizione un po’ elevata,
per esplorare giù, nella vallata.
Ogni maniero ha un fascino speciale,
porta una sua storia, quella dignitale,
e queste verdi pietre logore dal vento,
testimoniano perenni il lor momento.
Tanti i castelli sorti in Lunigiana,
terra di consumata vita cortigiana,
luogo di transito d’eserciti e mercanti
latori di usi, tradizioni e vanti.
*
Le "chiacchiere" che ho cercato di rimare,
prolisse, inane, opache e amare,
hanno stancato, oppur vessato il core,
Le chiedo vennia, indulgente Lettore.
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Guida
turistica fornita
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- ©
Tutti i diritti riservati per
- disegni e testi.
- La riproduzione anche
- parziale é vietata
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La
composizione originale di questo volume é stata curata dalla
Tipografia Reprotech - di Montrèal, Qué, Canada Maggio
1996.
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