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Aggiornato il  24-02-2008

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I N D I C E

  1. BASSIGNANI  Andrea vulgo Lolin

  2. BENEDETTI  Argante

  3. BRUNINI  Mari o e fratelli

  4. TAURELLI Giovanni vulgo Giovanin d'Angà

  5. GROSSI Luigi vulgo Zòn-zò

  6. GUASTALLI  Beppino   vulgo Barilin

  7. LEONARDI  Luigi vulgo Pincino

  8. LUNASTRI  Fortunato vulgo Mangamarazina

  9. SCARPELLINI  Antonio vulgo Bigiol

  10. STURLESI  Luigi vulgo Pomini

  11. Caralino di Lillà

 

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LEONARDI  LUIGI  

Leonardi Luigi era nato a Bagnone il 8 Novembre 1895, combattente della prima guerra 1915-1918, deportato in Germania nella seconda guerra 1940-1945, fu Vigile Urbano del Comune di Bagnone.

Sposato con Magnani Maria ebbero tre figli: Algeo, Brigadiere dei Carabiniere; Emilio vulgo Beppino impiegato all'anagrafe del comune di Bagnone; Alberto maresciallo dei Carabinieri.

Leonardi Luigi, vulgo Pincino, è stato il terrore di noi ragazzini perchè, quando ci sorprendeva a giocare al pallone per le strade o per le piazze del Paese, ci rincorreva per le vie del borgo, fingendo di volerci tagliare con un grosso coltello il pallone se riusciva a prenderci. 

Uomo ligio e integro nel suo incarico comunale, è deceduto anziano a Fidenza (PR) il 29 Giugno 1980.

Di Lui un aneddoto. Nell'immediato dopoguerra, siamo nel 1947, durante la visita del Prefetto al Comune di Bagnone, il cinquantenne Vigile, volendo interpretare il suo ruolo, diresse il parcheggio dell'auto blu, facendo strani segnali e gridò all'autista: "Rinculi, rinculi signor Prefetto!"

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BENEDETTI  ARGANTE

   Vigile urbano del Comune di Bagnone  (in ricerca)

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XXX Giovanni vulgo Giovanin d'Angà

Calzolaio di Bagnone, socialista. (in ricerca)

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BASSIGNANI ANDREA vulgo "LOLIN"

Simpatico e scherzoso personaggio, da lui ne ho sentite raccontare di tutti i gusti. 

Durante la guerra, era militare nell'autocentro in Sardegna, e siccome non avevano molto da fare, lui passave intere giornate con una bella signorina. La madre preoccupata, perchè non aveva più notizie, si rivolse ai Carabinieri di Bagnone, i quali fecero subito ricerche. Quando il superiore di Lolin venne a conoscenza del fatto, lo obbligò  a scivere a sua madre, per un anno tutti le settimane.  Lolin acquistò le cinquanta carte postali con lo sconto dei militari, che consegnò alla sua bella e le chiese di spedirne una alla volta all'indirizzo di sua madre, e di copiare la frase che lui aveva già scritto su una cartolina. A fine guerra, al bar con gli amici, ricordava scherzosamente il Lolin, e tutti scopiammo in una risata generale, che finita la guerra, sua madre riceveva ancora le carte postali con la frase: "Sono sempre sotto la solita pianta. Andreino" .

Impiegato del Comune con la qualifica di fontaniere, si occupave dell'impianto di distribuzione idrica del Capoluogo e delle numerose frazioni. Aveva ottenuto il posto grazie all'intervento del fratello "Lolò", attivista democristiano, segretario dell'Onorevole Negrari, sindaco di Bagnone.

(in ricerca)

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STURLESI LUIGI vulgo "POMINI"

Sturlesi Luigi, vulgo "Pomini", era nato l' 8 Maggio 1883, ben presto dipendente del comune di Bagnone con l'incarico di Spazzino e Becchino.

Amante delle belle donne, gioiva quando lo sopranominavano "Peramore" che per lui valeva una medaglia "Per l'amore". 

Con il suo somarello ha, per una vita, contribuito alla pulizia del Paese e al mantenimento del Cimitero di Bagnone. 

Durante il periodo afoso, istallava temporaneamente una cisterna in lamiera zincata sul suo carretto e con essa riusciva ad annaffiare il soleggiato selciato del borgo, dando sollievo ai numerosi commercianti che occupavano i locali sotto i portici.

Nel 1978 ha festeggiato i suoi 94 anni ed il 28 Dicembre dello stesso anna decedeva.

Ricordo il suo daffare, a volte aiutato da uno dei due figli, a riscopare a sera il Paese dopo l'affollato mercato del lunedi o al termine di una fiera di Santa Croce o di Santa Caterina. 

Una persona gioiosa e cordiale con tutti.

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LUNASTRI FORTUNATO vulgo MANGAMARAZINA

Cacciatore di vipere

Era un omino piccino piccino, ma tanto tanto buono che si lasciva fare qualsiasi dispetto, e lui rispondeva sempre con un sorriso. 

La foto sta a dimostrare quanto affermo.

Il suo nome non dice niente, Lunastri Fortunato alias Mangamarazina, era un trovatello nato a Guinadi di Pontremoli il 2 Maggio 1871, raccolto dall’orfanotrofio di Pontremoli, venne dato in adozione ai coniugi Rosolinda Pinoni e Roberto Ferrari di Treschietto di Bagnone, località Querceto.

Sin da giovane lamentava disturbi psicopatici, con atteggiamenti stravaganti e antisociali al punto di vivere solitario sull’Appennino, in compagnia or di questo or di quel pastore. Tutti lo conoscevano come il buon Mangamarazzina, cacciatore di vipere, ne teneva sempre una viva sulla pancia, tra la camicia e la pelle, dopo averla neutralizzata.

Ogni tanto capitava giù in paese, andava dai Vigili a consegnare le ultime vipere prese. Un tempo corrispondevano una remunerazione per ogni vipera cacciata e portata all’ufficio di vigilanza, e Mangamarazzina ne approffittava, or in questo or in quel comune, secondo dove si trovava. Riusciva annualmente a fare alcune prese che gli rendevano qualche liretta. Sempre con la sua pipa in bocca, che caricava non di tabacco, ma di "scorza di vigna" che la natura gli procurava ovunque, in abbondanza e gratuitamente in un qualsiasi vigneto.

A Bagnone tutti lo conoscevano e lui con la bottiglia in mano faceva visita a tutte le osterie. I clienti abituali, lo chiamavano, volevano vedere la biscia, si divertivano con lui e dopo averlo scanzonato, gli davano da bere un bicchiere di vino. Beveva fin che poteva ed il resto lo mescolava tutto nella bottiglia che portava poi con se in montagna da bere nei giorni seguenti.

Fu un personaggio caratteristico che dava un po’ di colore alla monotona vita paesana.

In vecchiaia, rimasto solo dopo la morte dei genitori adottivi, venne  ricoverato dalle autorità, allora costumava così, nell’ospedale psichiatrico del Maggiano di Lucca. Vi morirà alla bella età di 85 anni, dopo aver vissuto scalzo sulle nostre montagne tutta la vita, sotto le intemperie o sotto il bel sole, spensieratamente, senza crucci di dover pagare tasse od altro, e senza bisogno di licenze speciali o permessi della Questura; uomo libero su montagne libere a caccia di vipere.  

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Bigiol

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SCARPELLINI  ANTONIO vulgo BIGIOL  

Un'eroe dimenticato

È sicuramente il personaggio più patetico, quello che ha lasciato più commozione nell’animo di chi lo ha conosciuto.

Bagnonese d’origine, viveva con i famigliari nella frazione di Mochignano, da dove ogni mattina, percorrendo strade mulattiere e scorciatoie, scendeva a Bagnone. 

Piccolo di statura, possedeva una forza straordinaria. Era lo scaricatore del carro prima e poi del camion dei Bicchierai, che ogni giorno facevano spola dalla stazione ferroviaria di Villafranca a Bagnone paese, distante 4,5 km. Era anche l’aiutante di tutti coloro che avevano bisogno di un colpo di mano. Mio nonno ricorreva a lui ogni volta che aveva bisogno di incantinare damigiane di vino, accatastare nel fondo la legna per l’inverno, spostare casse e sacchi di merce nei negozi e per qualsiasi lavoro pesante.

Assomigliava nell’aspetto a Charlot e come lui portava dei neri baffetti quadrati e delle scarpe sicuramente di ricupero, più lunghe dei suoi piedi, e come Charlot aveva un’andatura dondolante. Vestiva con indumenti dimessi che la famiglie benestanti gli offrivano, qindi aveva un portamento assai elegante; sopra la camicia vestiva un panciotto scuro con vistose macchie di lozzo, che lo serrava in vita. La giacca invece anch'essa ricoperta di unti vari, la teneva quasi sempre sul braccio o la lasciava appesa all’attaccapanni di un’osteria, ma gli serviva e diventava indispensabile quando doveva scaricare dei colli rigidi o pedr coprirsi a sera durante il rientro notturno.

Per proteggersi le spalle quando doveva scaricare casse e bauli, si lasciava cadere la giacca dietro la schiena e la tratteneva con la testa, attorno alla fronte come se fosse un cappuccio.

Indossata a questo modo la giacca proteggeva le spalle dagli spigoli delle casse di legno, e per il principio dovuto all’attrito, con la testa tratteneva il carico dando sollievo alle braccia che gli permettevano di nuoversi ed appoggiarsi con maggiore equilibrio.

Le giornate per Bigiol non erano tutte uguali, i servizi che rendeva erano i più disparati. Usciva tutto bianco quando era chiamato a scaricare il camion della farina per il fornaio, o tutto nero quando scaricava i sacchi di carbone. Bigiol era di poche parole, raramente l’ho inteso parlare, solo annuiva e bisbigliava, sorrideva a chi gli ofriva un bicchiere di vino. 

Lui accorreva al volere di chi lo faceva lavorare e sotto i grossi carichi a volte più voluminosi di lui, dava l’impressione di cedere e di farsi schiacciare. Era un omino piccino ma robusto, come quei soldatini di piombo che non si rompono mai.

Le prime elezioni politiche del dopoguerra erano state indette e dure si scatenarono le lotte per le investiture. Molti erano i partigiani che si schierarono politicamente nei vari partiti e tutti, lo si sapeva, erano armati e pronti a tutto. Tutti erano scuscettibili, tutti potevano agire con prepotente autoritarismo.

Una sera Bigiol prese, come faceva da sempre, la strada del rientro per Mochignano, in poche parole è la strada di casa. Strada che a lui non riservava alcun segreto. Anche i sentieri e le scorciatoie che erte attraversavano i castagneti li conosceva bene; era una vita che mane e sera passava di là. Le nere figure che di notte i grossi alberi raffiguravano, non lo avevano mai spaventato. Su quelle strade e quei sentieri c’era passato allegro, sborniato, accaldato o bagnato dalla pioggia. Nessuno mai gli aveva contestato questa sua maniera di vivere. Era un cittadino libero, lo è sempre stato, anche durante la dittatura fascista. Per lui importava solo scaricare i carri ed i camion e dare un buon servizio a chi glielo chiedeva.

Quella sera Bigiol, il 3 settembre 1945, rientrava a casa, forse stanco per una giornata dura, forse allegro perchè un amico, e non poteva avere che degli amici Bigiol, gli aveva fatto un regalo inaspettato. Ad altro non poteva pensare in quella tarda sera Bigiol. Lui non faceva politica, non poteva immaginare che dietro un vecchio tronco di castagno qualcuno tramava contro di lui. Contro di lui? Ma perchè?

Improvvisamente, senza avvertimento – Bigiol non intese lo sparo -  crollò esamine a terra, lasciando cadere al suo fianco la giacca amica ed un fagotto con dentro un tozzo di pane imbottito con due fette di mortadella.

Dopo la mezzanotte, un ritardatario lo trovò esamine, in 

fin di vita. Trasportato d’urgenza all’ospedale di Pontremoli vi decedeva.

Dalle ricerche fatte in Comune di Bagnone, il detto Bigiol si chiamava Scarpellini Antonio Luigi, di fu Pietro e di Fu Olivieri Maria. Era nato a Bagnone il 2 febbraio 1892, giorno della Candelora, ed era celibe.

Dagli atti anagrafici risulta che è deceduto all’ospedale di Pontremoli alle ore 2,30 del giorno 4 settembre 1945, all’età di 53 anni. Nessuna menzione della causa della morte venne fatta nei registri dello Stato Civile del Comune di Bagnone, quando tutti sappiamo che il povero Bigiol fu ucciso da una o più pallottole che squartarono il suo misero cuore. 

Nesuna indagine fu svolta, l’assassino ha vissuto tranquillo, il Bigiol non era sposato, fu inumato probabilmente a Pontremoli.

Nessuno a cercato mai di fare giustizia. 

Non era un delitto di guerra, questo era un delitto che violava una norma penale per le quali non esistono amnistie, sono previste solo delle condanne. 

Nessuno reagì. Gli anziani del tempo tacquero. L’unico a ricordarlo sono io in questa paginetta, a completamento della storia di Bagnone, con il sacrificio dimenticato di un suo figlio.

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 Brunini Mario con il suo contrabasso

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I Brunini in festa in località "Al Postiz"

BRUNINI MARIO  

Fu un grande militante socialista, capo carismatico della locale sezione, fu sempre stato eletto Consigliere Comunale di minoranza. 

Appartenente ad una numerosa famiglia, fu con i fratelli Antonio, Orazio e Adolfo, un buon musicista, suonatore di bombardino, chitarra e di contrabbasso.

Membro della locale Filarmonica di Santa Cecilia, nella quale ha sempre adirito e partecipato.

Di professione materassaio e barbiere, mestiere artigianale che gli permise di manifestare la sua fede politica anche durante il fascismo, lo esercitava  in un locale in Piazza Roma di Bagnone, con il fratello Adolfo anche lui virtuoso di bengio.

(in ricerca)

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La numerosa famiglia dei Brunini  La madre e il padre dei  Brunini Mario Brunini e la famiglia I fratelli e le sorelle Brunini con la madre in una foto del 1950 
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L'orchestrina 1930: 

Romiti Giovanni

Brunini Mario

Bandelli Gaspare

Barbieri Lorenzo

????

L'orchestrina 1930:

Brunini Mario

Bassignani Antonio

Barbieri Lorenzo

Romiti Giovanni

Bandelli Gaspare

Il trio 1928:

Brunini Mario

???

Brunini Orazio

Gruppo d'amici in gita a Comano con l'orchestrina dei fratelli Brunini del 1928, con la prima corriera della ditta Zani & Simonini di Bagnone.

Nell'ultima foto: Zangani Giuseppe; Bertoli Luigi; Zani Adolfo; Soccini Albino; Simonini Luigi; Brunini Mario (chitarra); Vinghetti; Zangani Luigi; Bressi Luigi; Brunini Antonio (violino); Vinciguerra Mario (violino); Accorsi Enrico (fisarmonica); Brunini Orazio (bengio); Zangani Oreste; Mattei Elia; Zangani Giovanni; Vinciguerra Giovanni; Simonini Giovanni; Gnetti Oreste; Accorsi Desiderio; Negrari Guido; Guidi Enrico; Turchi Mario; Corvi Pellegrino; Zoppi Ernesto; Zangani Evaristo.

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GROSSI LUIGI vulgo Zòn-zò

Link L'ombrellaio

Le origini di Luigi Grossi (*1894/+1964) detto Zón-zò, sono piuttosto incerte, le testimonianze raccolte a Gabbiana di Bagnone, ci fanno capire che era il fratello di Felice da Nola (Nola località sotto Gabbiana, vicina al canale del Torchio di Bacco), Luigi invece, era originario di Grecciola, località sopra Gabbiana.

Probabilmente proveniva direttamente da Grecciola, dove abitava con il fratello, e dove si era sposato con la Dela (forma dialettale di Adele), e dopo il terremoto del 1920 si era trasferito nella baracca di Bussini a Gabbiana. 

Luigi Grossi viveva di espedienti, vendeva bottoni, filo, fettuccia e cose varie, ma il mestiere più redditizio era quello dell'ombrellaio e del riparatore di testi di terracotta e cocci vari di ceramica. Intrecciava salici (le virze) e faceva cesti (le panere) e canestri (i cavagni). Coltivava con la moglie un orticello e vivevano di ortaggi e di animali da cortile; era affezionato ad un cane lupo nero, che lo seguiva dappertutto.

D'inverno si arrangiava a fare violini, scendeva a Bagnone il lunedì al mercato e si fermava nella bottega diel liutaio "Davida" (forma dialettale di Davide), dove attentamente seguiva l'artigiano e così a forza di tentativi eveva imparato autodidatta a costruire violini.

Sembra che sia stato bravo a costruirne diversi, e riusci a venderne alcuni in zona, Nel tempo anche lui imparò a farne strampellare qualcuno, arrivando persino a far parte di un'orchestrina che lo ingaggiava, come secondo violino, ai matrimoni e nelle serate da ballo. Lui suonava sempre alla stessa maniera, faceva sempre e solo Zón-zò, Zón-zò, Zón-zò, e per questo venne sopranominato "Zón-zò".

Era un omino un po' timido e scontroso, passava il tempo nel canale a raccogliere bacchette che nascono in zone umide e con un rudimentale attrezzo di legno di erica comune (l'ulso) a forma di "Y", riusciva facilmente a scorzarle.

Luigi aveva avuto tre figli due femmine ed un maschio, che  morì giovane, mentre le femmine si sono accasate: una al Castello di Bagnone e la seconda con uno sbilorcio della Pieve, il figlio della Margherita.

Ha abitato a Gabbiana per tanti anni; dopo la guerra è andato via, in pianura (in barsana), come facevano i più per guadagnarsi da vivere. Luigi fu sempre attaccato alla sua terra, dove ha conservato la sua residenza, e sino alla sua morte l'ha regolarmente rivisitata, ritornava volentieri saltuariamente alla sua baracca.

In barsana,  vendeva la sua chincaglieria e raccoglieva ombrelli e ceramiche rotte, che portava a casa per riparare nei giorni di pioggia, quando non poteva fare il suo giro nelle campagne della bassa padana.

Non faceva i mercati, con la cassetta di chincaglieria legata su una vecchia bicicletta, girava casa per casa, corte per corte, e riusciva sempre a far gionata.

È morto in un incidente stradale, Lui ed un nipote, mentre tornavano a Bagnone per compiere il loro dovere di elettori. 

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Il bombo

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"al gavaron"

 con la targa

GUASTALLI  Beppino vulgo Barilin  

Barilin venne così chiamato perché fu figlio di Barilon, un uomone grosso che di professione faceva il verduraio, ebbe anche una figlia, anche lei molto grassa di nome Rosa, comunemente chiamata Rosa ad Barilon. 

Barilin continuò il mestiere del padre, verduraio ambulante, conduceva un motocarro Ape, sul quale trasportava le cassette di verdura.  Apriva ogni mattina il banco sotto i portici del borgo di Bagnone, davanti alla bottega di calzature di Pasquino il calzolaio. Tra i due non circolava buon sangue, la verdura sporcava a terra e attirava insetti ed animali d'ogni sorta. 

La bottega di Pasquino era sovente invasa da api, vespe e bombi, in dialetto "gavaron", che non piacevano al commerciante il quale non perdeva occasione per lamentarsi.

Un giorno Pasquino, stanco di ripetere le stesse cose, espone denuncia ai Carabinieri i quali non tardarono a contestare il fatto al Barilin il quale, senza perdersi d'animo, così ha risposto ai militari:

"Signor Maresciallo ! Come fate a dire che l'ape in questione era mia? Che proveniva dalla mia verdura?....  L'avete rintracciata perchè avete letto la sua targa?"

Di fronte a questa risposta i Carabinieri si accontentarono di far notare al Guastalli che c'era sporcizia a terra e che questa poteva attirare le api di cui il Pasquino si lamentava. Gli dissero di essere più attento, più ordinato e se ne andarono.

Il fatto ha subito fatto eco in Paese ed ancor oggi lo si racconta e desta l'ilarità e il sarcasmo dell'ascoltatore.

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CARLINO di Lillà

Storie di paese.

Prima della seconda guerra, la vita era più semplice, genuina e ingenua e la potevi vivere stando tutto il giono al campo sportivo, e arrampicato alle piante di frutta, secondo la stagione, che ti saziavano a volontà. Oppure giocare a visti e presi facendo dei lunghi giri attorno al paese. Erano gli anni in cui noi eravamo bambini, e ci divertivamo con tutto e con tutti, il più divertente era Carlino di Lillà, un uomo più anziano di noi, che veniva preso di mira dagli uomini suo pari.

Carlino era ormai cinquant'enne, quando lo conobbi io, era invalido perchè aveva come si diceva i "piedi dolci". Non riusciva quasi più a camminare, solo sui talloni ed aiutato da un bastone di legno col manico ricurvo sul quale appoggiava tutto il suo peso.

Faceva dei piccoli servizi a quelle tre o quattro famiglie che lo avevano presso di buon occhio, alle quali rendeva piccoli servizi e dalle quali otteneva un piatto di minestra e abiti dimessi. Di vino non ne chiedeva perchè era abitudine di stuzzicarlo, facendo finta di schiacciargli un piede, che lui immediatamente reagiva col bastone alzata, ma poi tutto si quietava e gli veniva offerto il solito calice di vino che l'oste armai sapeva e che conservava con il resto dei bicchieri lasciati sul banco dagli avventori sazi. Carlino tracannava tutto ad occhi chiusi e a sera era quasi sempre ubriaco fradigio.

Da bambino abitavo coi nonni al centro del paese, la casa ha un grande e largo balcone che si affacciava sopra l'entrata del bar Francia, luogo ove Carlino di Lillà era solito arrivare per fare le solite commissioni, togliere la spazzatura; portare le bottiglie vuote nel magazzino e cambiarle con le piene; ed altre piccole cose che la padrona gli chiedeva di fare. Io dal balcone riuscivo a stuzzicare l'appetito di Carlino, possedevo un giradischi a mano col grande imbuto, sul quale le zie suonavano alcune vecchie arie, ed io invece facevo partire l'inno nazionale, a quei tempi era la "Marcia reale". 

A quel suono Carlino diventava un'altro, non si capiva se era contrario o favorevole, agitava il bastone come fa il Capo banda, mentre parlava sputacchiava da sotto i suoi baffi, la gente vicina lo guardava ma non capiva nulla. Povero Carlino, quella musica gli dava sicuramente alla testa più del vino, perchè ad un certo punto scappava dondolante sui talloni dei suoi piedi dolci, borbottando chissà cosa!

 

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