Aggiornato il 05-02-2008

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Peyretti Enrico

LE  SORPRESE  DI  INTERNET

1 Dicembre 2006 – ore 5:43

Ho visto in internet dei dati su www.bagnonemia.it

Io sono Enrico Peyretti, vivo a Torino, ma durante la guerra, e un poco prima e dopo ho vissuto a Bagnone.

Sono figlio di Luisa Bellegotti (morta nel 1990) e nipote del prof. Lanfranco Bellegotti (1856-1954), allora molto noto in paese, figura tipica.

Sulla storia di Bagnone, tempo fa, misi in un sito il racconto di un episodio di guerra avvenuto a Bagnone negli ultimi giorni di aprile '45. 

Ma ora non riesco più a trovare quel sito che contenga questo mio racconto.

Ho fatto le medie a Villafranca (dal 1945 al 1948) e un Giovanni Ruggeri (nome frequente) era mio compagno di classe.

Parlo con la stessa persona?  Sarebbe interessante!..

Comunque, saluti e buon lavoro per la cultura a Bagnone!

Enrico Peyretti, Torino

   Tel.: 011-447.67.57;  Cell.: 338.84.55.275
 

LA  CORRISPONDENZA  DI  UN  GIORNO

   Friday, December 01, 2006 10:18 PM

Caro Enrico.

Una lacrima mi stà calando sullo zigomo, forse piangerò. L'emozione é immensa ed il ricordo ancora più grande. Si! Ti ricordo molto bene, per me sei amcora un bambino, un bel bambino biondo che dopo un decennio è sparito da Bagnone. Anche a Bagnone eri costretto ad una vita piuttosto ritirata negli ambienti familiari, era il vostro modo di vivere, erano questi i costumi dell'aristocrazia locale che ci differenziavano e che a te lo imponevano.

Si, sono Giovanni Ruggeri (1932), forse un po' più vecchio, ed abbiamo frequentato le scuole medie assieme.

Noi eravamo rientrati a Bagnone con mamma Maria e mio fratello Marcello (1934) da Taggia, dove mio padre nel 1942 era deceduto, avevo 10 anni. 

Poi tre persi, anni scolastici di confusione: l'esame d'ammissione a Pontremoli, un annno di Avviamento Professionale a Bagnone, una sessione trascorsa nella sede della Pretura di Bagnone, scuola organizzata da Pietro Maffei per impegnare i ragazzi e non abbandonarli sulla strada, anni che non mi hanno servito a nulla, quindi inizio delle scuole medie a Villafranca nel 1945-1948. Eravamo in tanti a quei tempi oggi ci siamo tutti separati. 

Come vedi il destino mi ha portato a Montréal in Canada ove risiedo da quarant'anni. L'estate, ormai da quindici anni, la trascorro a Bagnone, ove possiedo un appartamentino, e dove rincorro i ricordi e dove faccio le mie ricerche che poi d'inverno trascivo e pubblico su internet per la memoria.

Caro Enrico, sapevo del tuo sacerdozio, dell'abbandono, me ne parlava Don Aurelio Filippi, ma poi non ho più avuto tue notizie.

Su bagnonemia.it ho trattato del Prof. Bellegotti grande cultore di Dante, della Villa di Nezzana finita nelle mani di gente inglese, di Padre Carlo Raffaelli barnabita. Non conosco della tua famiglia, non possiedo informazioni che gradirei tanto avere, per poter raccontare per la memoria, chi erano i Raffaelli, come si arriva ai Bellegotti, ecc. ecc.

Mi parli di un tuo articolo che hai pubblicato da qualche parte su un sito di internet. io non lo conosco. Immagino si tratti dell'eccidio dei tre tedeschi di piazza Roma a Bagnone, perpretato dai Partigiani a guerra finita. Anch'io ho scritto di questo brutto episodio nel mio: "50 anni fà c'ero anch'io", che trovi sul mio sito, oppure nel "Cronicus" tenuto da Don Filippi.

Quando avrai letto tutti i miei lavori, 140 circa che appaiono in bagnonemia.it, ti sarai rifatto un ripasso di tutta la storia di Bagnone. Coraggio e buona lettura. 

Se hai notizie su Bagnone, una tua biografia, quant'altro desideri sia pubblicabile non fai che inviarmelo, mi farà piacere.

Ti vedo molto coinvolto con le opere di Sant'Egidio, pace, nonviolenza....

Leggerò il tuo sito  e.pey@libero.it, mi farò sicuramente una cultura di cose che io non conosco.

Mi sono diplomato e subito ho iniziato a lavorare ed ho continuato per una vita nelle costruzioni. Non ho una formazione universitaria, per cui il mio lessico è quello puerile che deriva dal bagnonese. Cerco di scrivere meglio che posso, ma non sempre mi riesce con facilità.

Mi ha fatto tanto piacere ricevere la tua e-mail e il chiacchierare con te. Continua pure, ne sarò fiero.

Colgo l'occasione per inviarti i miei più cordiali saluti.

Giovanni Ruggeri

 

   Friday, December  01, 2006 11:16 PM

Caro Giovanni, appena letto, ti rispondo subito in breve. Miracoli di internet! Poi ci scriveremo meglio. Anch'io provo un gran piacere in questo re-incontro, anche se ci siamo allora conosciuti poco, da ragazzini. Entreremo poi negli argomenti. Qui è sera tardi, e sono stanco. Lavoro molto, da pensionato attivo. Da vecchietto, vivo anch'io nel mondo dei ricordi, ma anche nell'attività.

Eravamo tre fratelli e una sorella, Pia, nata a Bagnone nel 1945, a gennaio. Io del '35, Franco del 1937, Pier Giorgio del '39. Purtroppo, lui, il più giovane dei tre, è morto il 24 settembre 2004, di un tumore cerebrale, dopo un anno di malattia penosissima. Sto scrivendo un opuscolo su di lui. Ricordami di mandartelo. Franco (che legge in copia) ha già pubblicato due libri di memorie. Anche il nostro cugino Emilio Sbarra, che vive a Firenze, ed era con noi alla scuola di Villafranca, ha scritto un opuscolo. Mal comune...

Mi interessano i testi a cui alludi su quel fatto del '45.

Se hai voglia, qualcosa di quello che faccio è nei siti (quella che indichi qui sotto è la posta elettronica):

http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti 

- Bibliografia Difesa senza guerra:

http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_2668.html

http://italy.peacelink.org/pace
- Centro Studi Sereno Regis:

www.cssr-pas.org

- il foglio:

www.ilfoglio.info 

Sono sposato dal 1975, abbiamo due figlie, e siamo nonni da 5 mesi di Alessandro, che ti faccio vedere in foto allegata.

Buona notte qui e buon giorno lì!

Ciao! Enrico 

 

8 dicembre 2006 - 00:46

Caro Giovanni, devo stare attento perché ho negli indirizzi un altro Ruggeri Giovanni, con indirizzo @libero.it.

Hai ricevuto questo mio messaggio, qui sotto?

Ora sono di nuovo in fretta (qui è festa, l'Immacolata e partiamo per Sestri Levante fino a domenica) ma voglio allegarti quel mio resoconto sull'episodio di Bagnone, che era pubblicato nel sito di Bagnone che non trovo più.

In questi giorni non posso aprire internet perché compare e non si lascia cancellare un'offerta strana e sospetta Fast Track. 

Leggerò nel sito quando avrò risolto il problema.

Un caro saluto, Enrico

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LA  BIOGRAFIA

Enrico Peyretti (Torino, 1935) 

Dopo diversi anni di vita Clericale, come seminarista e sacerdote, è tornato al laicato e dal 1971 ha insegnato nei licei Storia e Filosofia; ha fondato con altri, e diretto fino al 2001, il mensile torinese il foglio, che esce tuttora regolarmente; è ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'IPRI (Italian Peace Research Institute); è membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Università piemontesi, e dell’analogo comitato della rivista Satyagraha, edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; è membro del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione.

Ha curato il volume collettivo Al di là del “non uccidere” (Cens, Liscate, Milano 1989, oggi editrice Servitium, Sotto il Monte); ha pubblicato Dall’albero dei giorni. Soste quotidiane su fatti e segni (Servitium, Sotto il Monte 1998); La politica è pace (Cittadella Editrice, Assisi, 1998); Per perdere la guerra, (Beppe Grande editore, Torino, 1999); Dov’è la vittoria? Piccola antologia aperta sulla miseria e la fallacia del vincere (Il Segno dei Gabrielli editori, Nogarine, Verona, 2005); Esperimenti con la verità. Saggezza e politica di Gandhi (Pazzini editore, Villa Verucchio, 2005), e numerosi articoli su riviste e volumi collettivi; ha tradotto il volume di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace, (Edizioni Plus, Pisa University Press 2004)

Siti internet:

http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti

http://www.ilfoglio.info/default.asp?id=14&mnu=14 

www.cssr-pas.org

 

LIBERI  DALL' UCCIDERE

Memorie di liberazione dalla mimesi omicida

Questo scritto è un rifacimento e ampliamento della seconda parte ("Storie di resistenza alla guerra", pp. 64-67) del mio intervento "Memorie di liberazione dall'uccidere" (pp. 53-67) nel convegno romano "La Resistenza nonarmata", del 24-25 novembre 1994, i cui atti sono pubblicati, con lo stesso titolo, da Sinnos editore, Roma 1995.

Questo testo è stato pubblicato nel n. 810, del 15 gennaio 2005, del quotidiano telematico "La nonviolenza è in cammino".

I

Nel capitolo "Quelli dell'ultima ora" di questo volume [si possono trovare nel testo riferimenti come questo ad un volume collettivo, che non è mai uscito], vediamo uomini che combattevano dalla parte ingiusta compiere, anche a prezzo della vita, atti di riscatto umano dalla violenza. D'altra parte, ci fu anche chi, combattendo dalla parte giusta, fu travolto dalla propria violenza ingiustificabile (dirò più avanti come simili episodi non permettono di infangare la Resistenza). Ma è spesso possibile rintracciare, accanto a questi comportamenti, atti umani che restituiscono speranza di umanizzazione. E' quello che vorrei leggere in un episodio di guerra vissuto personalmente.

Come altri della mia età, io ho visto uccidere prima che morire di morte naturale. L'unico episodio di sangue a cui mi trovai presente da bambino, durante la guerra, cresce di significato nella mia memoria.

Erano tre nemici, soldati dell'esercito tedesco che aveva occupato anche il nostro paese, aveva compiuto violenze sui civili e omicidi gratuiti, aveva deportato cittadini inermi, fatto stragi di cui già si sapeva (Vinca, Sant'Anna di Stazzema non erano lontane). Quei tre uomini avevano perso il contatto coi loro reparti sconfitti e fuggitivi, erano ormai disarmati e inoffensivi. Catturati, passavano ora sotto le nostre finestre, circondati da uomini armati, col capo chino di chi sa che va a morire. Ero un bambino di nove anni, ma capivo i loro sentimenti. Li vedo ancora, dopo sessant'anni, con la morte sul capo, camminare i loro ultimi passi, verso la piazza del paese e verso la morte. Sono tornato recentemente su quella piazza e tutta la presenza di quel ricordo è venuta per l'ennesima volta, con la forza profonda di un giusto appello, che chiede di essere ritrasmesso. 

Avevamo tutti festeggiato il 25 aprile - quello originale, il primo - per le strade, dove bandiere rosse e cavalli nel sole splendente eccitavano la nostra fantasia di bambini. Ero passato per tutte le osterie del paese, dove tanta gente mescolata brindava alla fine della lunga guerra. Ero piccolo, vedevo i grandi dal basso in alto. Ricordo il contatto freddo col calcio tutto metallico di un fucile chiamato "sten". Forse è stata, grazie a Dio, l'unica arma che ho toccato nella mia vita. 

Era finita la guerra! La presenza di un ospedale militare tedesco aveva protetto dalle bombe il paese in cui eravamo, Bagnone, in Lunigiana, paese nativo di mia madre Luisa (1904-1990). C'erano state alcune scaramucce nei dintorni, non grossi fatti di guerra. Gli anglo-americani non erano ancora arrivati. In paese non c'era alcuna autorità costituita. Sulla piazza, il parroco don Aurelio Filippi, riuscì a far sospendere l'esecuzione dei tre soldati tedeschi e fece appello al popolo presente, unica autorità, chiedendo che alzasse la mano chi approvava la loro fucilazione.

Il rapporto della popolazione con gli occupanti tedeschi non era certo stato tranquillo. L'ospedale aveva protetto il paese, sì, e anche curato la popolazione, ma c'erano pure stati rastrellamenti degli uomini: nel luglio 1944 furono presi tutti, dai 14 ai 60 anni, anche i medici e i preti. C'erano stati episodi atroci: una madre era andata a richiedere il suo ragazzo quattordicenne, i tedeschi avevano finto di acconten­tarla, avevano accompagnato entrambi verso casa, poi, mandata avanti la madre, le avevano ammazzato il ragazzo sulla strada. In alcuni casi avevano sparato a donne al lavoro nei campi. Un giovane studente, di nome Botero, che veniva in casa nostra a dare lezioni di matematica ad una mia cugina liceale, accusato di contatti coi partigiani, era stato torturato dai tedeschi, sballottato in motocarrozzetta da una frazione all'altra, infine fucilato davanti alla gente nella frazione di Lusana.

In quei giorni, a guerra appena finita, molti uomini deportati erano ancora in Germania, molti soldati erano dispersi in Russie, perduti nel gorgo della guerra nazista, non si sapeva se erano ancora vivi. Aldino, l'auti­sta del paese, non sarebbe mai più tornato. Eppure nessuno, in piazza, dopo la festa per la pace, eccetto (forse, secondo una testimonianza recente, di cui allora non ebbi notizia) una sola voce isolata e nessun altro, si dichiarò per la morte, per approvare che si compisse ancora un triplice omicidio, a guerra finita (1).

Credo proprio che, in quel popolo in piazza, nessuno cono­scesse il concetto di nonviolenza, né avesse letto Gandhi, che era già edito in italiano. Probabilmente nemmeno il parroco.  Molti avranno pensato al perdono cristiano. Altri al fatto che la fine della guerra faceva finire l'orrenda necessità o spinta ad uccidere. Col passare del tempo, mi cresce nella memoria, tra i personaggi del triste episodio, quella gente di paese, che, in tutta semplicità, non alzando la mano, alza tutta se stessa al di sopra della vendetta, del sangue per sangue. Amo registrare questo fatto, ad onore del paese di mia madre e di tanti simili comportamenti dimenticati.

Il capo imprecò, definendo «pecoroni» i bagnonesi e ordinò il fuoco. Una donna della banda diede ai tre il colpo di grazia. Da casa nostra, a breve distanza, sentimmo le raffiche. In questa casa, qualche mese prima, i miei avevano aiutato un bersagliere repubblichino (milanese, di nome Vismara) a disertare e passare ai partigiani. Le donne in casa piangevano. Noi bambini, ammutoliti, mettevamo in cuore queste cose, senza ancora sapere che le avremmo ricordate per sempre.

Vidi tornare i tre uccisi, dopo pochi minuti, ammucchiati come sacchi su un carretto tirato da un asino, rossi di sangue, che colava ancora sulle lastre di pietra della strada centrale del paese. Li ho sempre davanti agli occhi. Ho impresso nel ricordo il contrasto impensabile tra quell'asino in cammino, vivo, la poca gente attorno, e quei tre poveri uccisi. Venivano portati nel cimitero di guerra tedesco, sotto i castagni, accanto a quello civile, a monte del paese. Ho una fotografia di quel cimitero, grigio come le divise tedesche, scattata nel 1953, prima che tutte le salme, una dopo l'altra, fossero riportate in Germania.

Dopo oltre cinquant’anni ho saputo, tramite amici tedeschi che si sono informati presso le apposite organizzazioni statali, che i tre uccisi di quel giorno sono ora sepolti, senza nome, nel cimitero militare tedesco di Costermano, presso il lago di Garda. Avrei voluto, se fosse stato possibile, comunicare alle loro famiglie i miei sentimenti di bambino per i loro morti. Un giorno vorrò visitare la loro tomba. [Sono stato in quel cimitero: i tre non hanno nome, sono sconosciuti, come tantissimi altri. Non ho potuto rintracciare la loro tomba tra le migliaia di tombe].

Mi pare di vederli ora, su quel carretto, i tre uccisi. In essi vedo tutta l'infinita moltitudine degli uccisi di tutte le guerre. Continuano a sanguinare su tutta la terra. Su tutte le strade del mondo c'è un asino paziente, più buono degli uomini, che accompagna al riposo nella terra i poveri uccisi, piangenti lacrime esauste di sangue. E c’è anche, dappertutto, un popolo che non condanna a morte neppure i nemici, ma che non sa come fermare la catena della violenza.

Quei tre nemici uccisi, di cui non ho mai saputo il nome, sono i miei primi maestri della necessità della pace.

C'era un quarto militare tedesco, che assistette alla fucilazione dei tre dal palazzo del Municipio, dove era trattenuto, col terrore di venire poi ucciso anche lui. L'ho conosciuto esattamente cinquant’anni dopo, nel marzo 1995, stringendo poi con lui una calda amicizia: è il signor Josef Schiffer, oggi (2005) novantunenne, di cui ho scritto più volte (p. es., Più uomo che soldato, in Rocca, 15 aprile 1995). Non conosceva i tre fucilati, che erano di un altro reparto, dislocato altrove. Fu salvato dalle testimonianze spontanee di molti che sapevano in quanti modi, a suo rischio, aveva protetto la popolazione civile, già durante l'occupazione.

Nè allora, né da testimonianze successive, mi è mai risultato che i tre tedeschi uccisi fossero personalmente accusati di crimini. Furono uccisi in quanto nemici, per vendetta impersonale, oggettiva. Ma se anche fossero stati molto colpevoli, era ormai l'ora di smettere. Furono uccisi, quando la furia doveva finire. Anche se fossero stati Caino, che Dio protegge anche più di Abele (cfr Genesi 4,15), il loro sangue sparso a terra grida, grida, da quella piazza e da quella via di paese lastricata di antiche pietre, e da ogni angolo della terra.

La guerra è questo, per me. Ho conosciuto anche la paura del bombardamento, ma per me la guerra è soprattutto quella fucilazione, l'animo che la produsse. Nessuna causa al mondo può giustificare queste cose.

So bene che la guerra partigiana aveva grandi ragioni, e se racconto questo episodio non è certo per disconoscerle né per fare uguali tutte le parti e tutte le violenze, come oggi qualcuno fa insensatamente. Sappiamo che allora non c’era una cultura della nonviolenza, anche se molta parte della Resistenza fu condotta nello spirito e coi mezzi della nonviolenza attiva. So bene che, se mai ci fu una guerra giustificabile, questa è stata la resistenza al nazifascismo. So anche, però, che la causa più giusta, difesa con la violenza omicida, ne viene facilmente snaturata e rischia di diventare irriconoscibile e irraggiungibile. Proprio una guerra "giusta" dimostra l'ingiustificabilità della guerra: l'arma trascina l'uomo alla brutalità gratuita, rende ingiusto e più difficile il cammino verso lo scopo giusto.

Giuliano Pontara ha esaminato nel dettaglio il processo corruttore degli uomini e anche dei loro scopi giusti che la violenza opera quasi fatalmente (cfr Se il fine giustifichi i mezzi, Ed. Il Mulino, Bologna 1974). I sapienti ce lo dicono. Pascal: «È necessario uccidere per impedire che ci siano malvagi? Ma ciò è farne due invece di uno» (Pensieri, ediz. Brunschvigc, n. 911). Kant: «La guerra è un male perché fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo» (Per la pace perpe­tua, 1795). Primo Mazzolari scriveva già nel 1952: «Se facessimo la resistenza come l’abbiamo fatta ieri con l'animo di oggi, saremmo in peccato» (Tu non uccidere, ed. La Locusta, Vicenza, varie edizioni dal 1955, p.86 dell'edizione 1965, p. 81 dell’edizione San Paolo 2002). Giovanni XXIII: «E' fuor di ragione pensare che la guerra possa essere strumento di giustizia» (Pacem in terris, 1963).

Quella gente in piazza entrava in questi pensieri, anche senza saperli dire. Era la liberazione. C'era chi intendeva che la liberazione dai tedeschi consistesse nell'ucciderli, nel vendicarsi, anche ora su quei tre, ridotti inoffensivi. Ma c'era chi intuiva che ci si poteva liberare dall'uccidere. Lo intuiva debolmente, senza la consapevolezza e la preparazione sufficienti a sostenere questa ragione e renderla efficace nei fatti. In Italia in quel momento Aldo Capitini, da solo, diceva questa idea di liberazione.

Torno a guardare i protagonisti di quel fatto emblematico. I tre uccisi; la gente del paese, che fu per i fucilati l'ultima scena di questo mondo, nell'atto umano di non condannarli, di guardarli con pietà sia pure impotente, atto che forse richiamò nei condannati tutta l'umanità dimenticata e fu forse redenzione dai loro eventuali delitti; gli uomini e la donna che spararono, armati per una causa giusta e resi ingiusti dal contagio del potere mortale delle armi, che non sentirono né leggi di limite alla guerra né pietà del nemico disarmato, e forse sono invecchiati pensando come me a quel giorno di aprile, o forse l'hanno dimenticato tra le altre durezze della guerra.

Ecco i protagonisti di quel fatto emblematico, simile a mille e mille altri, ma unico per chi vi muore e per chi ne è toccato. Vorrei che tutte queste persone passassero un poco nella testimonianza di questa pagina, come vivono nella mia coscienza, a ripetere non un messaggio morale o ideologico, ma la parola che, prima, sopra e contro tutte le teorizzazioni, da ogni volto umano, dice con la semplice forza della presenza: tu non uccidere, non uccidere più, non uccidere mai. Tu, anche tu solo, non uccidere. Chi accoglie questa parola e la vive, entra in una libertà, conduce il mondo verso la libertà dalla morte. La vita senza morte comincia dalla vita senza uccidere.

II

Ho un altro ricordo successivo: due racconti dalla campagna dell'Armir in Russia, ascoltati negli anni ‘60, il primo di un anarchico carrarese (di cui conservo un grande dono, le Ultime lettere da Stalingrado), il secondo di un prete, un monsignore di qualche notorietà, che era stato cappellano militare. I due non si sono mai conosciuti. Raccontavano due episodi di guerra identici. Entrambi, nella ritirata, si erano trovati di fronte ad un partigiano russo armato: se non sparavano venivano uccisi. Entrambi spararono ed uccisero.

L'anarchico mi confidò il fatto con grande vergogna, mi disse che non aveva mai osato confessarlo a sua moglie (che pure non trattava con molta delicatezza) e che di notte quel rimorso lo svegliava: vedeva davanti a sé gli occhi dell’uomo da lui ucciso. Il monsignore mi raccontò un fatto identico per dire che in guerra è così, non può essere diverso, e per ridimensionare le mie giovanili idee pacifiste: «Io ho ucciso. In quella situazione o si muore o si uccide. Cosa ci vuoi fare?». Grazie a Dio, in quelle idee pacifiste sono cresciuto e invec­chiato. Non so cosa farei in un caso simile, che Dio me lo eviti. Ma spero che almeno sentirei il tormento incon­solabile di quell'anarchico, per poter essere perdonato.

Il prete si sentiva giustificato dalla morale: in quella situazione, la legittima difesa mi autorizza ad uccidere. E' brutto, ma non ne ho colpa. Così, il monsignore era tranquillo. L'anarchico invece continuava, dopo molti anni, ad essere tormentato dal rimorso e nascondeva anche alla moglie quel pesante segreto. Il primo era tutelato dalla morale, posta di mezzo tra lui e la realtà dell'uomo ucciso; compiangeva la propria vittima, ma era a posto con la legge; la sua coscienza non "sentiva" più quel fatto.

Il secondo, uomo senza Dio né morale, era nudo, scoperto di fronte alla propria azione, di fronte al morto ucciso da lui, che tornava nel sonno ad interrogarlo; tra lui e l'altro uomo, cui l'aveva opposto in uno scontro mortale l'istinto di sopravvivenza, non c'era alcun riparo.

Una cosa straordinaria era avvenuta, lo capisco adesso: la guerra, che oppone mortalmente uomini che non hanno motivo di odiarsi, che perciò è opera sommamente dia-bolica (dia-bolos, diavolo, è colui che divide calunniando), aveva opposto in una orrenda gara ad uccidersi quattro uomini (ed infiniti altri alle spalle di quelle due scene arrivate a me); due furono uccisi, due uccisori; di questi due, uno aveva trovato il modo per non essere più turbato dal volto giudicante del suo morto, mettendo tra sé e lui, tra il proprio cuore e i suoi occhi, un argomento, una regola, uno schermo; l'altro uccisore non aveva a disposizione nessuna di queste belle e sottili armi della mente e dello spiri­to, e perciò continuava ad incontrare il suo morto. Nel primo la guerra diabolica, che divide gli uomini, continuava la sua opera.

Nel secondo la guerra, dopo averlo usato, aveva perso il potere su di lui, perché i suoi strumenti di divisione erano caduti, vinti da ciò che un volto sa dire ad un volto, spezzati dal raggio unico che unisce due sguardi umani, anche se si incontrano una sola volta nell'istante estremo di uno che uccide per paura e dell'altro che non riesce ad uccidere e muore nella stessa paura. Nel tormento notturno del mio amico anarchico, affratellato per sempre al suo povero nemico, vedo i dolori del parto che genera la liberazione dalla guerra, le slogature lasciate dalle convulsioni del demonio bellico che una forza buona ha cacciato via da un cuore umano.

Mi verrebbe, a questo punto, una domanda come quella che conclude una parabola evangelica: «Dei due, chi pensate che sia giusti­ficato?». In quale di quei due sopravvissuti il diavolo della guerra è stato vinto e legato? In quale dei due è ancora in agguato pronto a ripetere l'omicidio giustificabile? Il confronto tra i due è analogo a quello tra il fariseo e il pubblicano nel capitolo 18 del vangelo di Luca.

Chi è «persuaso di essere giu­sto» non è giustificato, mentre lo è chi si sente peccatore. Il monsignore crede di avere staccato la morte dalla sua mano, ma, giustificando quell'atto mortale, non rinnegandolo, se la tiene attaccata. L'anarchico sente e soffre quell'atto di morte, ma non lo accetta, e giudicando se stesso, ne è libero. E' lui che la compassione per il suo ucciso rende libero dall'uccidere. Il primo, all'occasione, potrebbe anche uccidere di nuovo. Il secon­do è preparato a resistere al potere della guerra.

Devo aggiungere un particolare. Diversi anni dopo il racconto che ho riferito, quel monsignore malato e vicino a morire mi scrisse chiedendomi di vederci e parlarci. Non seppi trovare il modo e il momento, e ne ho rimorso. Voglio immaginare, senza alcun indizio reale, che volesse scusarsi per lo scandalo dato ad un giovane che condannava la guerra. Vorrei tranquillizzarlo: le vicende umane si completano una con l'altra. L'anarchico ha ben rimediato allo scandalo del monsignore.

Del resto, i miei due personaggi, come i due partigiani russi loro vittime, sono, tutti insieme, vittime di chi architetta le guerre, vero demonio umano che condanna gli uni a morire, gli altri ad uccidere, uno a giustificare questo uccidere, uno a patirne la pena in cuore per tutta la vita. Se qualcosa può insegnare questa storia vera, è che alla guerra si deve disobbedire per tempo, ripudiarla dal principio, prima che ti afferri nella sua trappola mortale, che ti condanni come un gladiatore ad un gioco di schia­vi, tutti perdenti, per il piacere e il potere di qualche padrone.

La testimonianza del mio vecchio amico anarchico mi dice che in ogni uomo c'è un cuore sensibile all'altro uomo e a tutto ciò che vale. Certamente, il costume e la cultura dominanti migliorano o peggiorano, con la loro pressione, quella sensibilità, e di ciò dobbiamo molto curarci. Certamente, la ricerca morale umana ha bisogno anche di formularsi in princìpi di valore e in regole di esperienza, senza cessare di essere ricerca. Ma non sono i moralisti che danno il cuore, né gli immoralisti che lo tolgono. E' il volto dell'altro, l'alto abisso del suo sguardo, il tu incontrato apertamente, che sveglia e chiama il cuore. Se non si pone alcuno schermo tra noi e l'altro, questo appello può liberare le persone dalla violenza e la storia dalla guerra.

Può. Quanto tarderà a farlo? Ma - gente di poca fede che noi siamo! - non ci sta già liberando? Non ho forse qui raccontato di segni ed annunci che, in mezzo alla zizzania delle contraddizioni, sono cresciuti nei pochi anni di una memoria attenta?

        Enrico Peyretti (E-mail: e.pey@libero.it)

Postilla - 29 aprile 2005 – Oggi sono stato a Costermano, sul Garda: cimitero di 22.000 ammazzati in guerra. Non importa che siano tedeschi, sono uomini, colpevoli e non colpevoli. Irreperibili i miei tre senza nome. Tantissime sono le tombe senza nome: “Ein deutsch Soldat. Zwei, drei…”, e persino “vier deutschen Soldaten” nella stessa piccola tomba. Uno dei tanti cimiteri di guerra, dappertutto. Ogni morto dice che c'è stato un omicidio. Tutti insieme gridano come la terra insanguinata da Abele che c'è stata - e c'è tuttora - una follia diabolica. Questa visita mi ha molto commosso. Sto leggendo Drewermann, "La guerra è la malattia, non la soluzione" (Claudiana). Da psicologo dice che in realtà, prima della guerra, lo stesso sistema militare è la malattia della politica, della convivenza umana.

Ho lasciato queste pagine al direttore del cimitero.

(1) Dopo la stesura di questi vivi ricordi, avvalorati da quelli di una testimone più diretta di me, allora giovane ragazza presente nella piazza stessa, la signora Anna Agnetti Belforti, che ricorda con precisione (e mi riferisce intorno al 1990) le parole del parroco e la risposta della gente, vedo un vecchio articolo In memoria di don Aurelio Filippi, su Il Corriere Apuano (settimanale della diocesi di Pontremoli, in cui rientra Bagnone) del 23 marzo 1974. Tra i meriti di don Filippi è ricordato l'episodio di cui parlo, ma con particolari che mi hanno sorpreso.

L'articolo parla di «folla inferocita» e calca molto le tinte, probabilmente per esaltare un po' retoricamente, senza alcuna necessità, l'azione del parroco. Ho sentito di nuovo la testimone suddetta ed ho appurato: non è esatto e non corrisponde al vero il particolare della «folla inferocita»; la gente era non inferocita ma spaventata e disapprovava l'azione; è esatto e corrisponde al vero che quella del parroco fu l'«unica voce» levatasi, ma ebbe subito l'appoggio manifesto della popolazione presente; nessuno dei civili infierì sui corpi degli uccisi. Secondo il mio ricordo di allora, si diceva che una donna partigiana diede il colpo di grazia ai condannati.

Versioni simili a quella citata e similmente romanzate appaiono alle pp. 26, 28, 43 dell'opuscolo Josef Schiffer, il Tedesco Buono, l'uomo che salvò Pallerone, pubblicato dall'Amministrazione Comunale di Aulla, a cura di Giulivo Ricci, Tipografia Artigianelli, Pontremoli 1999. Tali versioni citano in modo assai impreciso ricordi miei, che qui esprimo nel modo più accurato che mi sia possibile. Su Josef Schiffer si veda il capitolo a lui dedicato in questo stesso libro. L'opuscolo citato di Giulivo Ricci è stato tradotto in tedesco a Düsseldorf.

L’episodio qui raccontato è molto sinteticamente ricordato da Mattia Feltri, in La Stampa, 15 aprile 2005, p. 29, in un articolo sulla guerra partigiana in Lunigiana, con alcune imprecisioni, e soprattutto, data la brevità, senza la distinzione, per me di primaria importanza, tra il significato e valore della Resistenza e singoli episodi di gratuita crudeltà, come questo. Il giornalista, da me interpellato, si è detto del tutto d’accordo nel riconoscere quel valore e questa differenza.

-- E' il testo per "Lotte non violente nella storia" --

Questo libro, di vari autori, non è mai uscito. Doveva contenere, sotto il titolo qui sopra indicato, i risultati di un gruppo di lavoro e di ricerca che ha operato, negli anni ’90, nel Centro Studi “Sereno Regis”, via Garibaldi 13, 10122 Torino, tel 011-53.28,24; regis@arpnet.it

(testo rivisto il 15 marzo 1998, poi 30.1.99, poi 19.3.99, poi 5.01.05, poi 22.04.05; piccola aggiunta tra parentesi quadra l’8 dicembre 2006)

Publicato il 10-12-2006