I  TORNINI

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  Il sole non era ancora spuntato, ma all'est le montagne apparivano già delineate. Sul fondo valle si sentiva il mormorio del torrente, dal quale si innanlzava una nebbiolina che si andava depositando sulle foglie dei castagni facendole apparire brillanti. 

 La strada che stsvo percorrendo costeggiava il fiume serpeggiando attorno ai pendii delle montagne. Dopo ogni curva c'era sempre una sorpresa, un fuggi fuggi di animali. Il merlo che stava beccando sulla carreggiata qualche sfortunato lombrico che non era rientrato per tempo nel suo buco, sentendo il rumore dei miei passi, s'invola lontano emettendo il suo caratteristico "ciò ciò". Più in là un leprotto esce dalla cunetta laterale della strada, corre via saltellando in direzione opposta alla mia e sparisce infilandosi nella siepe di felci e di rovi che costeggia la via. Dopo una ripa una civetta ritardataria sorvola la mia testa per raggiungere il nido, con un grido stridulo che mi giunge improvviso e che mi fà accaponare la pelle e tirare il cuoio capelluto. Più in su un capriolo, preso di sorpresa dal rumore dei miei passi, rizza la testa e schizza via con la coda dritta, mentre nel bosco si sentono richiami e cinguettii. É la natura, con i suoi misteri della notte e l'alba con il suo risveglio, invita a contemplare.

  Quella mattina, mi ero alzato con il desiderio di percorrere tutta la strada carrozzabile, sino al bivio con la mulattiera che mi avrebbe portato in località i Tornini, quota intorno ai mille metri, zona che conosco dalla mia giovinezza, dove avevo collaborato alla costruzione di capanne per il ricovero del bestiame ed altre per alloggiare i pastori dediti alla caseificazione, col latte, che ogni giorno é munto fresco agli armenti.

  Arrancavo tranquillamente, su per l'erta strada mulattiera, fermandomi di tanto in tanto per riprendere il fiato, che si faceva sempre più grosso con il salire di quota e per il passare del tempo. Durante le pause mi voltavo verso valle per rimirare il meraviglioso panorama che avevo da poco attraversato sotto gli alberi. Una distesa di castagni dai riflessi verde scuro e giallo, e tra di essi il serpeggiante torrente che brillava nella tonalità bianco azzurra per il riflettere dei raggi del sole che, oramai superate le montagne, appariva ancora freddo nel suo colore arancione.

  L'aria cominciava a profumare, i fiori di montagna si riaprivano al nuovo giorno e formavano chiazze, quà e là, di colori vari, sgargianti e differenti tra loro a seconda dell'essenza. A quota ottocento metri il castagno arresta la sua crescita e la vegetazione cambia. Iniziano appezzamenti di cerri e di faggi, alternati da prati e distese di arbusti di ginepro, dalle cui ciocche si ricavano pipe pregiate. Dopo i mille metri é la nuda con i suoi prati, nei quali i pastori fanno pascolare mandrie bovine e greggi di pecore.

  Contemplavo tutte queste bellezze della natura, mentre d'istinto continuavo a salire passo dietro passo sino alla fontanella del pastore. Dalla roccia sgorgava una sorgente d'acqua fresca, d'acqua pura e cristallina, incanalata in un pezzo di tubo che i paesani avevano nel passato murato per facilitare il loro bisogno di bere. Sotto il tubo era stata costruita, con la pietra arenaria, una vaschetta che riceveva la caduta dell'acqua, e questa serviva per l'abbeveraggio del bestiame.

  Sul lato sinistro, sopra uno spigolo roccioso, qualcuno aveva murato una piccola lapide di marmo bianco, nella quale c'era scolpita a bassorilievo l'immagine raffigurante la Madonna ed il Bambino Gesù. Una frase era incisa: «Tu che passi, ricordati che sei uomo, rispetta ed ama la natura ed il suo Creatore». Vidi una grossa pietra, a lato della fontanella, che aveva tutta la forma di uno sgabello, sedutomici sopra, estrassi un pane ed un pezzo di salame dalla mia borsa che portavo a tracolla, e con appetito, feci uno spuntino dissetandomi di tanto in tanto sorseggiando la fresca acqua della fontanella. Rifocillato, ripresi con lena l'ultima fatica, quella che mi avrebbe fatto arrivare alla meta prefissa. Raggiunta la cima della costa di Garbia, la strada si fece meno ripida sino a diventare pianeggiante. Si vedeva bene sul fondo un'altra montagna, la cui cima é detta il monte Matto, mentre la valle sottostante, meta della mia escursione é chiamata i Tornini.Si vedevano armai bene le capanne di questa località ed il mio spirito riprese vigore. Sono quasi arrivato, avevo camminato per oltre tre ore, ma la méta era ormai vicina.

  Il territorio é di proprietà dei Beni Sociali di Iera, e nel dopoguerra, quando da noi si praticava ancora l'agricoltura intensiva, era frequentato dai contadini locali che si alternavano settimanalmente nelle mansioni pastorizie.

  All'inizio di ogni primavera, il bestiame di ogni agricoltore veniva raccolto e condotto al pascolo montano sino alla fine di settembre, nelle proprietà comuni, dette Beni Sociali.  Gli agricoltori, a turno, si trasformavano in pastori e percorrendo la stessa strada che stò risalendo, andavano a dare il cambio a quelli che avevano già dato il loro servizio e che avevano diritto a rientrare in famiglia per occuparsi della loro terra.

  Purtroppo il tempo ha cambiato tutto, anche la nostra zona é stata spopolata, con l'esodo della gente al nord, nell'industria o nel commercio, in lavori più redditizzi e meno faticosi. Era rimasto un solo pastore che passava l'intera stagione in montagna e che scendeva a valle solo quando aveva una buona scorta di forme di buon formaggio da vendere. Ma la maggior parte della sua produzione la vendeva in loco, in montagna alle comitive di passaggio o agli amici che lo andavano a trovare percorrendo le strade carrozzabili esistenti sul versante parmense.

  Trovai infatti le capanne in pessimo stato di conservazione, alcune avevano il tetto crollato, altre invece erano ancora in buono stato, si direbbe che fossero abitate.  Mentre mi facevo questi ragionamenti, volsi lo sguardo al di sopra delle capanne, e vidi un uomo seduto su una pietra che con la testa rivolta verso di me controllava ogni mio movimento.

  Alla vista di un umano, in quella solitudine e in quella pace silenziosa, levai il braccio destro e agitandolo, inviai al mio osservatore un saluto e rimessomi la borsa a tracolla, che avevo da poco depositato a terra per alleggerirmi del peso, mi diressi verso di lui.

  Quell'uomo non si era mosso, non mi aveva contraccambiato il saluto, rimase seduto a guardarmi. Forse si chiedeva chi fossi, cosa ero andato a fare sino lassù a disturbare la sua pace.

  Appena fui in grado di vedere chiaramente la sua fisonomia, la mia mente lo ha fotografato così.

  Uomo sulla settantina, capelli lunghi forse un tempo castani ma oggi quasi tutti bianchi, spiccava una folta barba incolta e indossava una logora camicia di panno a grossi quadri verdi su un pantalone lercio di velluto marron. Calzava degli scarponi che un tempo erano sicuramente belli, ma oggi consumati e spelacchiati dai rovi e dalle pietre. Teneva tra le mani un randello, ricavato da un ramo di faggio ed anche lui aveva una vecchia borsa grigia di tipo militare che appoggiava a terra e la cinghia era rimasta appesa alla sua spalla sinistra.

  Non si era ancora mosso, quando io mi rivolsi a lui per primo.

  «Buon giorno signore, come va?».

  Finalmente mosse la testa, la ruotò di novanta gradi verso sinistra, quindi torse il busto pivottando sul suo sedere spostando i piedi, prima il sinistro e poi il destro. In questa nuova posizione mi ha risposto:

  «Buon giorno anche a Lei».

  La risposta non era molto incoraggiante per far iniziare un dialogo, ma non mi persi d'animo e continuai:

  «É una bella giornata oggi, sono partito da Bagnone per venire quassù, per passare qualche ora all'aria pura. Conoscevo un vecchio pastore che si chiamava Antonio, pensavo di trovarlo quì, era la sua zona».

  Alle mie frasi interrogative non ci fu nessuna risposta, solo una leggera smorfia fece muovere i baffi dello sconosciuto. Dovetti continuare, e per incitarlo a rispondermi, gli rivolsi una domanda più diretta:

  «Lei chi é, cosa fa quassù, come si chiama?», e lui, quasi seccato:

  «Lei signore vuol sapere troppe cose. Prima é venuto quì a disturbare la mia quiete, poi mi ha rivolto un sacco di domande, ed ora vuol sapere anche il mio nome. Ma Lei chi é, é della polizia forse? Guardi che io non ho nulla da nascondere, sono quì solo perché desidero la pace».

  A queste crude parole non trovai modo di insistere, tanto più che aveva iniziato a dialogare, solo ebbi il coraggio di dirgli:

  «Le chiedo scusa se non mi sono presentato prima, mi chiamo Giovanni, abito a Bagnone e non sono un investigatore. Sono quì solo per passare qualche ora in montagna».

  Non dette importanza alle mie scuse, l'uomo si alzò, guardò lontano ed emise un forte fischio che rimbombo in tutta la vallata, poi dirigendosi verso di me, disse:

  «Torniamo alla capanna, devo accendere il fuoco e far bollire dell'acqua, le risponderò strada facendo».

  Ero preso ad ascoltare l'uomo che non si era ancora identificato, quando dietro di me sento un galoppo sfrenato, mi volto e vedo arrivare a tutta velocita il cane che era accorso al fischio del padrone. La bestiola con la bava alla bocca cominciò a girarci attorno ed a saltellare per farci festa. Era un cane bastardo col pellame nero chiazzato quà e là con macchie bianche, un vero cane da pastore che sorveglia i branchi e tiene riunite le pecore impedendo loro di andare a pascolare lontano l'una dall'altra e diventare preda dei lupi che non attendono altro.

  L'animale continuava a farci festa, io lo accarezzai, poi il misterioso compagno vociò forte all'animale:

  «Vai, corri», indicandogli la zona dove erano le pecore, ed il cane ubbidiente, con un trottarellare meno veloce di prima, riprese la via da dove era venuto.

  In quattro balzi raggiungemmo la capanna, l'uomo spinse la porta che era socchiusa e vi entrò, mentre io mi accontentai di sostare sulla soglia. 

  La capanna era veramente un ricovero, non aveva niente di accogliente. Le mura erano in pietra arenaria, ed il tetto in lamiera ondulata sostenuto da travi rotonde, ricavate dall'abbattimento di piante di cerro. Erano queste in un discreto stato di conservazione. Le dimensioni della capanna ad occhio e croce non dovevano superare i tre metri per quattro. Arredata con due brandine, un tavolaccio ed una specie di armadietto. Due sedie sgangherate ritenute con del fil di ferro erano accostate al tavolo. Appesi al muro, sostenuti da pezzi di rami di faggio infissi tra le pietre, penzolavano pentolini vari di rame anneriti dalla caligine, alcuni tegami e tegamini; due o tre piatti ed alcuni bicchieri erano invece accatastati su un ripiano, anch'esso incastrato nel muro. Nell'angolo opposto alle brandine, c'era una specie di focolaio, o meglio due alari e della cenere a terra. Si capiva che in quel luogo vi accendevano  il fuoco. Il fumo si spandeva nell'ambiente e usciva attraverso le lamiere, nella parte superiore dello spiovente del tetto. Per questa ragione l'interno della capanna era quasi tutto nero fumo di Londra.

  Avevo avuto il tempo di dare una occhiata in giro prima che il barbone mi invitò ad entrare indicandomi una sedia per sedere vicono al tavolo, ed iniziò un soliloqio a mezza voce:

  «Lei mi trova quì solo, perchè il mio amico Luigi, proprietario del branco di pecore che ha visto pascolare, oggi si trova giù in paese; è sceso ieri sera con un carico di formaggio e sarà di ritorno verso sera con le nuove provviste».

  Si rialza dal tavolo, si avvicina alla mensola, e da un tegame estrae un pezzo di formaggio che depone in mezzo al tavolo. Poi prende dall'armadietto un pezzo di focaccia rafferma e due bicchieri che erano capovolti sulla mensola.

  Si risedette e cominciò a chiacchierare senza che gli rivolgessi altre domande. Io lo lasciai fare, e Lui:

  «Vede signor Giovanni, Lei non mi conosce, però io so tante cose anche di Lei».

  Mi vennero dei dubbi e delle remore. Feci un rapido esame di coscienza ma non mi venne niente in mente. Chi sarà costui? Rapidamente decisi di lasciarlo continuare a raccontare, può darsi che si riveli e che riesca a capire cosa vuol dire.

  «Molti anni orsono, prima della guerra, ero un dirigente della Boceda, a Villafranca Lunigiana. Di famiglia nobile, ottenni, tramite mio padre che era Ispettore delle ferrovie, un impiego presso la società, io a quei tempi, quando era di moda la famosa canzonetta, guadagnavo già più di mille lire al mese. Si, dovevo portare i famosi stivaletti con i pantaloni alla cavallerizza, la camicia nera, però non ho mai fatto male a nessuno, anzi direi di aver aiutato tanta povera gente, di aver fatto del bene».

  A sentirlo narrare, con voce tremante, di chi ricorda con nostalgia, intervenni con curiosità:

  «Ma allora Lei era un fascista».

  «Cosa vuole insinuare, con il fascista, a quei tempi dovevi attenerti all'etichetta del momento. A me non interessava il valore politico della parola, quello che mi interessava era lo stipendio».

  Non si era ancora identificato ed io non osavo chiederglielo, lo lasciai continuare nel suo ragionamento.

  «Nessuno ama la vita più di chi sta invecchiando». Borbottò in maniera che riuscii appena a comprenderlo.

  «Sofocle ripeteva spesso questa frase, é molto riflessiva, ed io quassù ho il tempo e lo spazio per filosofare. Faccio quello che da giovane non ho avuto il tempo di fare, della meditazione».

  Aveva lo sguardo fisso verso il muro, sicuramente era assente, non vedeva me, era immerso nel ricordare il passato.  Si riprese dalla momentanea assenza e si voltò verso di me, i suoi occhi ripresero a brillare e continuò:

  «Vivevo a La Spezia con i miei genitori e facevo il pendolare a Villafranca per il mio lavoro, quando conobbi sul treno una ragazza, la quale mi piacque subito e decisi di volerla sposare. Era una ragazza timida, di buona famiglia, ero certo che avrei ottenuto il consenso dei miei, così avvenne, me la sposai».

  Sorrideva al ricordo della sua giovinezza, al matrimonio felice, agli agi che il bel mondo gli aveva concesso di godere.  Sembrava soddisfatto, e riprese a narrare ritornando coi ricordi agli anni quaranta.

  «Sempre e per tutti nelle avversità della vita, ciò che genera più infelicità é il ricordare di essere stati un tempo felici».

  Ci fu un momento di riflessione, l'uomo si accarezzò la barba mentre gli occhi gli si  inumidivano, era triste ed  accennava un si, muovendo ripetutamente il suo capo. Lo lasciai alcuni istanti ai suoi pensieri, poi gli chiesi:

  «Si vuole finalmente identificare, affinché io possa capire meglio e sapere di chi mi parla?».

  Sforzò un sorriso, poi:

  «Abbiamo persino un lontano legame di parentela tra noi. Alcuni tuoi cugini con mia moglie erano cugini, tutti figli di fratelli, ed io mi chiamo Ario».

  Da come lo conoscevo, nelle condizioni che l'ho rivisto dopo parecchio tempo, con la barba lunga ed in quella foggia da pastore, non avrei mai indovinato chi fosse.

  Al mio stupore, prima che potessi domandargli perché avesse deciso di vivere così, Lui mi precedette:

  «Dopo la guerra, lo stabilimento della Montecatini di Villafranca fermò la sua attività e tutti ci trovammo senza lavoro. Mia moglie maestra di scuola, ottenne un incarico a Roma dove ci trasferimmo. Io mi dedicai al commercio, presi la rappresentanza di una ditta di Milano in generi alimentari concentrati per le istituzioni: enti, collegi, ospedali, conventi, ecc.

  Questo mio lavoro mi piacque e divenne redditizio, specie dopo l'arrivo a Roma del nostro Deputato e della Sua importante posizione in seno al partito. A livello diplomatico ho potuto conoscere tante persone che mi hanno aperto molte porte».

  Ogni tanto interrompeva il suo racconto, forse tornava a quei tempi ricordava cose che non voleva dire, o che voleva solo pensare e non dire, ponderava prima di narrare.

  «Caro Ario», lo stuzzicai rivolgendomi ormai a Lui in seconda persona, continuai:

  «Allora ti sei servito della benevolenza e degli appoggi politici per fare fortuna».

  «Certo, non lo nascondo, ho portato tante volte la borsa, avevo contatti con alti esponenti politici, eclesiastici, civili, e militari per cui ne ho approfittato. Ho assistito a riunioni importantissime, stando sempre dietro al nostro Onorevole. Sono ancor oggi conosciutissimo, ed avevo allora accesso ai ministeri e persino al Vaticano. Tanti erano i Ministri, Deputati e Cardinali con i quali  avevo rapporti di cordiale amicizia».

  Ormai aveva preso coraggio ed io non mollai:

  «Hai fatto parte di quella mano nera che tanto oggi se ne parla, hai avuto il tuo tornacconto, immagino».

  «Si, ho lavorato sodo, mi sono affermato, tant'é vero che la mia ditta ha prosperato e continua ad andare bene; ricevo ancora oggi i benefici del passato.  Quanto a tangenti ne ho dovute pagare tantissime, a volte erano fatture di ristorante o di albergo, altre erano sotto forma di forniture d'assistenza, ed anche in danaro».

  «Ma tu, economicamente stai bene, immagino che hai un reddito sufficiente, come mai hai scelto questa vita di montanaro a quella del villaggio o della città dove hai tanti amici e la tua attività?».

  Tornò a lisciarsi la barba, mi guardò negli occhi, poi dopo una smorfia di dispiacimento mi disse:

  «Dopo la morte della mia amata, avvenuta in epoca assai triste, non potei più rimanere a vivere a Roma. L'età era avanzata, avevo maturato la pensione, quindi sistemai le cose in maniera che potevo essere libero. Mi ritirai a vita privata e durante la stagione calda, sino a che ne avrò la forza e la salute permettendo, sono ospite di Mario, il quale ormai mi conosce ed accetta questa convivenza. A settembre scendo a valle e riprendo la mia vita abituale, mi fa bene passare alcuni mesi in solitudine a contemplare e ricordare, senza sentire il suono del campanello del telefono ed i pettegolezzi del volgo».

  Così chiacchierando, abbiamo sgranocchiato un pezzo di pane raffermo ed una bella fetta di formaggio pecorino. Ci alzammo contemporaneamente dalle rispettive sedie e usciti dalla capanna ci dirigemmo verso la fonte perché eravamo assetati. Il formaggio pecorino ci aveva dato arsura e l'acqua pura che sgorgava dalla rocia, ci ridiede vigore.

  Dal momento in cui ci siamo riconosciuti, Ario era diventato più affabile, i nostri discorsi acquistarono un tono di amichevole comprensione, divennero più cordiali.

  «Vieni a vedere il nostro caseificio» mi disse, indirizzandosi verso una capanna, dalla parte opposta a quella dove in precedenza mi aveva fatto entrare. Spinse la porta e mi trovai di fronte ad una ventina di forme fresche di formaggio, ben allineati sopra delle tavole sistemate a scaffale, con dei supporti ricavati da giovani alberi di faggio. Su un lato un lungo banco di lavoro, sotto al quale erano sistemati i vari pentoloni e taniche che servivano alla raccolta e alla lavorazione del latte. Nell'angolo destro, appena entrati, si vedevano due supporti di pietra anneriti dalle fiamme, con della cenere sul pavimento lastricato e dei resti di legna usta. Una lampada a gas pendeva dalla trave mediana di sostegno del tetto di lamiera, anch'esso affumicato, come descritto nella capanna precedente. Dietro la costruzione scorre un ruscello che riceve il traboccare della vasca d'abbeveraggio della sorgente, e gli scarichi della capanna, i residui dopo la lavorazione del latte. Un tubo di plastica conduce l'acqua della sorgente all'interno della capanna, ed il sovrappiù cola continuamente da un bidone, localizzato in un angolo, che traboccando scarica passando attraverso il muro esterno nel medesimo ruscello, nido di mosche e d'animaletti di ogni genere.

  Uscii dalla capanna, e devo dire che mi era dispiaciuto di aver mangiato quel formaggio, visto il luogo e le condizioni in cui i pastori operano. Ma fu soltanto un'impressione momentanea, non ci pensai più, tant'é vero che continuo regolarmente a consumare il formaggio pecorino che acquisto dai pastori e che trovo squisito.

  Il sole brillava ormai in alto, nel cielo azzurro terso, ed i suoi raggi cominciavano a riscaldare le pietre raffreddatesi durante la notte.

  Ario, che si era allontanato da me, girò dietro la capanna e ricomparve dalla parte opposta facendomi dei segni. Mi indicava il fondo valle, dove aveva individuato una persona che stava salendo preceduta dal suo asinello, con il basto carico. «É Mario che stà ritornando», mi disse e continuò:

  «Si dovrà riposare, poi nel primo pomeriggio mungere gli armenti e cagliare il latte. É un bravo giovane, attivo, non si concede un attimo di pausa; quella del pastore é una vita d'impegni e di costanza».

  Mi avvicinai ad Ario, guardai verso valle e vidi la coppia che stava risalendo, per la stessa ed unica strada, quella che avevo percorso in mattinata.

  Si stava levando un leggero venticello che faceva tremolare le foglie degli alberi, mentre in lontanaza si vedevano le bianche greggi che  brucavano la tenera erbetta e passo dopo passo si avvicinavano sempre più all'ovile. Il cane nero, in posizione rialzata, seduto sulla coda, orecchie ritte, attento e guardingo, osservava se le pecore rimanevano riunite e se gli agnelli non si disperdevano intorno. Ogni tanto partiva abbaiando in direzione di una pecora che non seguiva le altre e una volta che l'aveva rimandata nel branco ritornava al suo posto di vedetta.

  Antonio con il suo asinello carico di provviste aveva raggiunto la capanna di base ed era indaffarato a scaricare la soma, a togliere il basto e liberare l'asino che non vedeva l'ora di immergere le labbra nella vasca della fontanella per rifarsi, dopo la faticosa risalita.  

  Con Ario, mi somo avvicinato ad Antonio per salutarlo mentre Ario mi ha preceduto complimentandolo per la sua puntualità.

  «Bravo! Sei stato di parola, sei arrivato a mezzodì. La notte é passata tranquilla, non ci sono cose nuove qui».

  Antonio intervenne: 

  «Meglio così, mi sarei fermato di più a casa con mia madre, non si sentiva troppo bene ieri sera, ma questa mattina mi ha assicurato che potevo tornare a custodire le bestie. Non posso stare troppo assente, tra poco dovrò iniziare la mungitura, quindi fare il formaggio giornaliero».

  Ario mi presentò all'amico, dicendogli:

  «Questo é Giovanni, é salito questa mattina per fare una scampagnata, é di Bagnone, forse lo conosci».

  «Mi pare di si, credo sia uno della famiglia dei Parisòni?».

  Ario confermò con un cenno della testa e riprese:

  «Ho già acceso il fuoco e messo a bollire l'acqua per fare due spaghetti, spero avrai portato un pò di sugo».

  «Ieri sera ho fatto le provviste, ne abbiamo per un pò».

  Mentre i due compari si scambiavano domande e risposte, io vidi che il sole aveva raggiunto lo zenit, i suoi raggi cadevano a piombo sulle spalle, faceva molto caldo. Decisi di riprendere la via del ritorno, sarei rincasato verso le quattro del pomeriggio.

  Salutai Ario ed Antonio, allungando la mano destra dissi:

  «Arrivederci amici, ci ritroveremo a Bagnone».

  «Come, te ne vai, ormai resta a mangiare con noi».

  «Tante grazie Ario, come se avessi accettato. Ora che mi sono ben riposato, posso iniziare la discesa ed essere a casa di bonora. Sai le mogli dicono che stanno sempre in pensiero. Arrivederci».

  Mi rimisi il sacco in spalla e scesi sino alla fontanella del pastore. Mi fermai a sorseggiare l'acqua, gli occhi mi ricaddero sulla lapide e rilessi la frase incisa.

  La strada del ritorno fu più facile a percorrere perché in discesa e quella carrozzabile tra i castagni fu altrettanto distensiva.

  Rientrai puntuale a casa, dove dopo una bella doccia ristoratrice mi sedetti a tavola affamato. Mia moglie aveva cucinato una della nostre specialità bagnonesi, la torta di erbe, che divorai con appetito.

   

            RUGgGIO

 

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