| I TORNINI | ||
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Il sole non era ancora spuntato, ma all'est le montagne apparivano già delineate. Sul fondo valle si sentiva il mormorio del torrente, dal quale si innanlzava una nebbiolina che si andava depositando sulle foglie dei castagni facendole apparire brillanti. La
strada che stsvo percorrendo costeggiava il fiume serpeggiando attorno ai
pendii delle montagne. Dopo ogni curva c'era sempre una sorpresa, un
fuggi fuggi di animali. Il merlo che stava beccando sulla carreggiata
qualche sfortunato lombrico che non era rientrato per tempo nel suo
buco, sentendo il rumore dei miei passi, s'invola lontano emettendo il
suo caratteristico "ciò ciò". Più in là un leprotto esce
dalla cunetta laterale della strada, corre via saltellando in direzione
opposta alla mia e sparisce infilandosi nella siepe di felci e di rovi
che costeggia la via. Dopo una ripa una civetta ritardataria sorvola la mia testa per
raggiungere il nido, con un grido stridulo che mi giunge improvviso e
che mi fà accaponare la pelle e tirare il cuoio capelluto. Più in su un capriolo,
preso di sorpresa dal rumore dei miei passi, rizza la testa e schizza
via con la coda dritta, mentre nel bosco si sentono richiami e
cinguettii. É la natura, con i suoi misteri della notte e l'alba con il
suo risveglio, invita a contemplare.
Quella mattina, mi ero alzato con il desiderio di
percorrere tutta la strada carrozzabile, sino al bivio con la mulattiera
che mi avrebbe portato in località i Tornini, quota intorno ai mille
metri, zona che conosco dalla mia giovinezza, dove avevo collaborato
alla costruzione di capanne per il ricovero del bestiame ed altre per
alloggiare i pastori dediti alla caseificazione, col latte, che ogni
giorno é munto fresco agli armenti.
Arrancavo tranquillamente, su per l'erta strada
mulattiera, fermandomi di tanto in tanto per riprendere il fiato, che si
faceva sempre più grosso con il salire di quota e per il passare del
tempo. Durante le pause mi voltavo verso valle per rimirare il
meraviglioso panorama che avevo da poco attraversato sotto gli alberi.
Una distesa di castagni dai riflessi verde scuro e giallo, e tra di essi
il serpeggiante torrente che brillava nella tonalità bianco azzurra per
il riflettere dei raggi del sole che, oramai superate le montagne,
appariva ancora freddo nel suo colore arancione.
L'aria cominciava a profumare, i fiori di montagna si
riaprivano al nuovo giorno e formavano chiazze, quà e là, di colori
vari, sgargianti e differenti tra loro a seconda dell'essenza. A quota
ottocento metri il castagno arresta la sua crescita e la vegetazione
cambia. Iniziano appezzamenti di cerri e di faggi, alternati da prati e
distese di arbusti di ginepro, dalle cui ciocche si ricavano pipe
pregiate. Dopo i mille metri é la nuda con i suoi prati, nei quali i
pastori fanno pascolare mandrie bovine e greggi di pecore.
Contemplavo tutte queste bellezze della natura, mentre
d'istinto continuavo a salire passo dietro passo sino alla fontanella
del pastore. Dalla roccia sgorgava una sorgente d'acqua fresca, d'acqua
pura e cristallina, incanalata in un pezzo di tubo che i paesani avevano
nel passato murato per facilitare il loro bisogno di bere. Sotto il tubo
era stata costruita, con la pietra arenaria, una vaschetta che riceveva
la caduta dell'acqua, e questa serviva per l'abbeveraggio del bestiame.
Sul lato sinistro, sopra uno spigolo roccioso, qualcuno aveva murato una
piccola lapide di marmo bianco, nella quale c'era scolpita a
bassorilievo l'immagine raffigurante la Madonna ed il Bambino Gesù. Una
frase era incisa: «Tu che passi, ricordati che sei uomo, rispetta ed
ama la natura ed il suo Creatore». Vidi una grossa pietra, a lato della
fontanella, che aveva tutta la forma di uno sgabello, sedutomici sopra,
estrassi un pane ed un pezzo di salame dalla mia borsa che portavo a
tracolla, e con appetito, feci uno spuntino dissetandomi di tanto in
tanto sorseggiando la fresca acqua della fontanella. Rifocillato,
ripresi con lena l'ultima fatica, quella che mi avrebbe fatto arrivare
alla meta prefissa. Raggiunta la cima della costa di Garbia, la strada
si fece meno ripida sino a diventare pianeggiante. Si vedeva bene sul
fondo un'altra montagna, la cui cima é detta il monte Matto, mentre la
valle sottostante, meta della mia escursione é chiamata i Tornini.Si
vedevano armai bene le capanne di questa località ed il mio spirito
riprese vigore. Sono quasi arrivato, avevo camminato per oltre tre ore,
ma la méta era ormai vicina.
Il territorio é di proprietà dei Beni Sociali di Iera, e
nel dopoguerra, quando da noi si praticava ancora l'agricoltura
intensiva, era frequentato dai contadini locali che si alternavano
settimanalmente nelle mansioni pastorizie.
All'inizio di ogni primavera, il bestiame di ogni
agricoltore veniva raccolto e condotto al pascolo montano sino alla fine
di settembre, nelle proprietà comuni, dette Beni Sociali.
Gli agricoltori, a turno, si trasformavano in pastori e
percorrendo la stessa strada che stò risalendo, andavano a dare il
cambio a quelli che avevano già dato il loro servizio e che avevano
diritto a rientrare in famiglia per occuparsi della loro terra.
Purtroppo il tempo ha cambiato tutto, anche la nostra zona
é stata spopolata, con l'esodo della gente al nord, nell'industria o
nel commercio, in lavori più redditizzi e meno faticosi. Era rimasto un
solo pastore che passava l'intera stagione in montagna e che scendeva a
valle solo quando aveva una buona scorta di forme di buon formaggio da
vendere. Ma la maggior parte della sua produzione la vendeva in loco, in
montagna alle comitive di passaggio o agli amici che lo andavano a
trovare percorrendo le strade carrozzabili esistenti sul versante
parmense.
Trovai infatti le capanne in pessimo stato di
conservazione, alcune avevano il tetto crollato, altre invece erano
ancora in buono stato, si direbbe che fossero abitate. Mentre mi facevo questi ragionamenti, volsi lo sguardo al di
sopra delle capanne, e vidi un uomo seduto su una pietra che con la
testa rivolta verso di me controllava ogni mio movimento.
Alla vista di un umano, in quella solitudine e in quella
pace silenziosa, levai il braccio destro e agitandolo, inviai al mio
osservatore un saluto e rimessomi la borsa a tracolla, che avevo da poco
depositato a terra per alleggerirmi del peso, mi diressi verso di lui.
Quell'uomo non si era mosso, non mi aveva contraccambiato
il saluto, rimase seduto a guardarmi. Forse si chiedeva chi fossi, cosa
ero andato a fare sino lassù a disturbare la sua pace.
Appena fui in grado di vedere chiaramente la sua fisonomia, la mia mente
lo ha fotografato così.
Uomo sulla settantina, capelli lunghi forse un tempo
castani ma oggi quasi tutti bianchi, spiccava una folta barba incolta e
indossava una logora camicia di panno a grossi quadri verdi su un
pantalone lercio di velluto marron. Calzava degli scarponi che un tempo
erano sicuramente belli, ma oggi consumati e spelacchiati dai rovi e
dalle pietre. Teneva tra le mani un randello, ricavato da un ramo di
faggio ed anche lui aveva una vecchia borsa grigia di tipo militare che
appoggiava a terra e la cinghia era rimasta appesa alla sua spalla
sinistra.
Non si era ancora mosso, quando io mi rivolsi a lui per primo.
«Buon giorno signore, come va?».
Finalmente mosse la testa, la ruotò di novanta gradi verso sinistra,
quindi torse il busto pivottando sul suo sedere spostando i piedi, prima
il sinistro e poi il destro. In questa nuova posizione mi ha risposto:
«Buon giorno anche a Lei».
La risposta non era molto incoraggiante per far iniziare un dialogo, ma
non mi persi d'animo e continuai:
«É una bella giornata oggi, sono partito da Bagnone per
venire quassù, per passare qualche ora all'aria pura. Conoscevo un
vecchio pastore che si chiamava Antonio, pensavo di trovarlo quì, era
la sua zona».
Alle mie frasi interrogative non ci fu nessuna risposta,
solo una leggera smorfia fece muovere i baffi dello sconosciuto. Dovetti
continuare, e per incitarlo a rispondermi, gli rivolsi una domanda più
diretta:
«Lei chi é, cosa fa quassù, come si chiama?», e lui,
quasi seccato:
«Lei signore vuol sapere troppe cose. Prima é venuto quì
a disturbare la mia quiete, poi mi ha rivolto un sacco di domande, ed
ora vuol sapere anche il mio nome. Ma Lei chi é, é della polizia
forse? Guardi che io non ho nulla da nascondere, sono quì solo perché
desidero la pace».
A queste crude parole non trovai modo di insistere, tanto più che aveva
iniziato a dialogare, solo ebbi il coraggio di dirgli:
«Le chiedo scusa se non mi sono presentato prima, mi
chiamo Giovanni, abito a Bagnone e non sono un investigatore. Sono quì
solo per passare qualche ora in montagna».
Non dette importanza alle mie scuse, l'uomo si alzò,
guardò lontano ed emise un forte fischio che rimbombo in tutta la
vallata, poi dirigendosi verso di me, disse:
«Torniamo alla capanna, devo accendere il fuoco e far
bollire dell'acqua, le risponderò strada facendo».
Ero preso ad ascoltare l'uomo che non si era ancora
identificato, quando dietro di me sento un galoppo sfrenato, mi volto e
vedo arrivare a tutta velocita il cane che era accorso al fischio del
padrone. La bestiola con la bava alla bocca cominciò a girarci attorno
ed a saltellare per farci festa. Era un cane bastardo col pellame nero
chiazzato quà e là con macchie bianche, un vero cane da pastore che
sorveglia i branchi e tiene riunite le pecore impedendo loro di andare a
pascolare lontano l'una dall'altra e diventare preda dei lupi che non
attendono altro.
L'animale continuava a farci festa, io lo accarezzai, poi
il misterioso compagno vociò forte all'animale:
«Vai, corri», indicandogli la zona dove erano le pecore,
ed il cane ubbidiente, con un trottarellare meno veloce di prima,
riprese la via da dove era venuto.
In quattro balzi raggiungemmo la capanna, l'uomo spinse la
porta che era socchiusa e vi entrò, mentre io mi accontentai di sostare
sulla soglia.
La capanna era veramente un ricovero, non aveva niente di
accogliente. Le mura erano in pietra arenaria, ed il tetto in lamiera
ondulata sostenuto da travi rotonde, ricavate dall'abbattimento di
piante di cerro. Erano queste in un discreto stato di conservazione. Le
dimensioni della capanna ad occhio e croce non dovevano superare i tre
metri per quattro. Arredata con due brandine, un tavolaccio ed una
specie di armadietto. Due sedie sgangherate ritenute con del fil di
ferro erano accostate al tavolo. Appesi al muro, sostenuti da pezzi di
rami di faggio infissi tra le pietre, penzolavano pentolini vari di rame
anneriti dalla caligine, alcuni tegami e tegamini; due o tre piatti ed
alcuni bicchieri erano invece accatastati su un ripiano, anch'esso
incastrato nel muro. Nell'angolo opposto alle brandine, c'era una specie
di focolaio, o meglio due alari e della cenere a terra. Si capiva che in
quel luogo vi accendevano il fuoco. Il fumo si spandeva nell'ambiente e usciva
attraverso le lamiere, nella parte superiore dello spiovente del tetto.
Per questa ragione l'interno della capanna era quasi tutto nero fumo di
Londra.
Avevo avuto il tempo di dare una occhiata in giro prima
che il barbone mi invitò ad entrare indicandomi una sedia per sedere
vicono al tavolo, ed iniziò un soliloqio a mezza voce:
«Lei mi trova quì solo, perchè il mio amico Luigi,
proprietario del branco di pecore che ha visto pascolare, oggi si trova
giù in paese; è sceso ieri sera con un carico di formaggio e sarà di
ritorno verso sera con le nuove provviste».
Si rialza dal tavolo, si avvicina alla mensola, e da un tegame estrae un
pezzo di formaggio che depone in mezzo al tavolo. Poi prende
dall'armadietto un pezzo di focaccia rafferma e due bicchieri che erano
capovolti sulla mensola.
Si risedette e cominciò a chiacchierare senza che gli rivolgessi altre
domande. Io lo lasciai fare, e Lui:
«Vede signor Giovanni, Lei non mi conosce, però io so
tante cose anche di Lei».
Mi vennero dei dubbi e delle remore. Feci un rapido esame
di coscienza ma non mi venne niente in mente. Chi sarà costui?
Rapidamente decisi di lasciarlo continuare a raccontare, può darsi che
si riveli e che riesca a capire cosa vuol dire.
«Molti anni orsono, prima della guerra, ero un dirigente
della Boceda, a Villafranca Lunigiana. Di famiglia nobile, ottenni,
tramite mio padre che era Ispettore delle ferrovie, un impiego presso la
società, io a quei tempi, quando era di moda la famosa canzonetta,
guadagnavo già più di mille lire al mese. Si, dovevo portare i famosi
stivaletti con i pantaloni alla cavallerizza, la camicia nera, però non
ho mai fatto male a nessuno, anzi direi di aver aiutato tanta povera
gente, di aver fatto del bene».
A sentirlo narrare, con voce tremante, di chi ricorda con
nostalgia, intervenni con curiosità:
«Ma allora Lei era un fascista».
«Cosa vuole insinuare, con il fascista, a quei tempi
dovevi attenerti all'etichetta del momento. A me non interessava il
valore politico della parola, quello che mi interessava era lo stipendio».
Non si era ancora identificato ed io non osavo
chiederglielo, lo lasciai continuare nel suo ragionamento.
«Nessuno ama la vita più di chi sta invecchiando».
Borbottò in maniera che riuscii appena a comprenderlo.
«Sofocle ripeteva spesso questa frase, é molto
riflessiva, ed io quassù ho il tempo e lo spazio per filosofare. Faccio
quello che da giovane non ho avuto il tempo di fare, della meditazione».
Aveva lo sguardo fisso verso il muro, sicuramente era
assente, non vedeva me, era immerso nel ricordare il passato.
Si riprese dalla momentanea assenza e si voltò verso di me, i
suoi occhi ripresero a brillare e continuò:
«Vivevo a La Spezia con i miei genitori e facevo il
pendolare a Villafranca per il mio lavoro, quando conobbi sul treno una
ragazza, la quale mi piacque subito e decisi di volerla sposare. Era una
ragazza timida, di buona famiglia, ero certo che avrei ottenuto il
consenso dei miei, così avvenne, me la sposai».
Sorrideva al ricordo della sua giovinezza, al matrimonio
felice, agli agi che il bel mondo gli aveva concesso di godere.
Sembrava soddisfatto, e riprese a narrare ritornando coi ricordi
agli anni quaranta.
«Sempre e per tutti nelle avversità della vita, ciò che
genera più infelicità é il ricordare di essere stati un tempo felici».
Ci fu un momento di riflessione, l'uomo si accarezzò la
barba mentre gli occhi gli si inumidivano,
era triste ed accennava un
si, muovendo ripetutamente il suo capo. Lo lasciai alcuni istanti ai
suoi pensieri, poi gli chiesi:
«Si vuole finalmente identificare, affinché io possa
capire meglio e sapere di chi mi parla?».
Sforzò un sorriso, poi:
«Abbiamo persino un lontano legame di parentela tra noi.
Alcuni tuoi cugini con mia moglie erano cugini, tutti figli di fratelli,
ed io mi chiamo Ario».
Da come lo conoscevo, nelle condizioni che l'ho rivisto
dopo parecchio tempo, con la barba lunga ed in quella foggia da pastore,
non avrei mai indovinato chi fosse.
Al mio stupore, prima che potessi domandargli perché
avesse deciso di vivere così, Lui mi precedette:
«Dopo la guerra, lo stabilimento della Montecatini di
Villafranca fermò la sua attività e tutti ci trovammo senza lavoro.
Mia moglie maestra di scuola, ottenne un incarico a Roma dove ci
trasferimmo. Io mi dedicai al commercio, presi la rappresentanza di una
ditta di Milano in generi alimentari concentrati per le istituzioni:
enti, collegi, ospedali, conventi, ecc.
Questo mio lavoro mi piacque e divenne redditizio, specie
dopo l'arrivo a Roma del nostro Deputato e della Sua importante
posizione in seno al partito. A livello diplomatico ho potuto conoscere
tante persone che mi hanno aperto molte porte».
Ogni tanto interrompeva il suo racconto, forse tornava a
quei tempi ricordava cose che non voleva dire, o che voleva solo pensare
e non dire, ponderava prima di narrare.
«Caro Ario», lo stuzzicai rivolgendomi ormai a Lui in
seconda persona, continuai:
«Allora ti sei servito della benevolenza e degli appoggi
politici per fare fortuna».
«Certo, non lo nascondo, ho portato tante volte la borsa,
avevo contatti con alti esponenti politici, eclesiastici, civili, e
militari per cui ne ho approfittato. Ho assistito a riunioni
importantissime, stando sempre dietro al nostro Onorevole. Sono ancor oggi conosciutissimo, ed avevo allora accesso ai
ministeri e persino al Vaticano. Tanti erano i Ministri, Deputati e
Cardinali con i quali avevo
rapporti di cordiale amicizia».
Ormai aveva preso coraggio ed io non mollai:
«Hai fatto parte di quella mano nera che tanto oggi se ne
parla, hai avuto il tuo tornacconto, immagino».
«Si, ho lavorato sodo, mi sono affermato, tant'é vero
che la mia ditta ha prosperato e continua ad andare bene; ricevo ancora
oggi i benefici del passato. Quanto
a tangenti ne ho dovute pagare tantissime, a volte erano fatture di
ristorante o di albergo, altre erano sotto forma di forniture
d'assistenza, ed anche in danaro».
«Ma tu, economicamente stai bene, immagino che hai un
reddito sufficiente, come mai hai scelto questa vita di montanaro a
quella del villaggio o della città dove hai tanti amici e la tua
attività?».
Tornò a lisciarsi la barba, mi guardò negli occhi, poi
dopo una smorfia di dispiacimento mi disse:
«Dopo la morte della mia amata, avvenuta in epoca assai
triste, non potei più rimanere a vivere a Roma. L'età era avanzata,
avevo maturato la pensione, quindi sistemai le cose in maniera che
potevo essere libero. Mi ritirai a vita privata e durante la stagione
calda, sino a che ne avrò la forza e la salute permettendo, sono ospite
di Mario, il quale ormai mi conosce ed accetta questa convivenza. A
settembre scendo a valle e riprendo la mia vita abituale, mi fa bene
passare alcuni mesi in solitudine a contemplare e ricordare, senza
sentire il suono del campanello del telefono ed i pettegolezzi del volgo».
Così chiacchierando, abbiamo sgranocchiato un pezzo di
pane raffermo ed una bella fetta di formaggio pecorino. Ci alzammo
contemporaneamente dalle rispettive sedie e usciti dalla capanna ci
dirigemmo verso la fonte perché eravamo assetati. Il formaggio pecorino
ci aveva dato arsura e l'acqua pura che sgorgava dalla rocia, ci ridiede
vigore.
Dal momento in cui ci siamo riconosciuti, Ario era
diventato più affabile, i nostri discorsi acquistarono un tono di
amichevole comprensione, divennero più cordiali.
«Vieni a vedere il nostro caseificio» mi disse,
indirizzandosi verso una capanna, dalla parte opposta a quella dove in
precedenza mi aveva fatto entrare. Spinse la porta e mi trovai di fronte
ad una ventina di forme fresche di formaggio, ben allineati sopra delle
tavole sistemate a scaffale, con dei supporti ricavati da giovani alberi
di faggio. Su un lato un lungo banco di lavoro, sotto al quale erano
sistemati i vari pentoloni e taniche che servivano alla raccolta e alla
lavorazione del latte. Nell'angolo destro, appena entrati, si vedevano
due supporti di pietra anneriti dalle fiamme, con della cenere sul
pavimento lastricato e dei resti di legna usta. Una lampada a gas
pendeva dalla trave mediana di sostegno del tetto di lamiera, anch'esso
affumicato, come descritto nella capanna precedente. Dietro la
costruzione scorre un ruscello che riceve il traboccare della vasca
d'abbeveraggio della sorgente, e gli scarichi della capanna, i residui
dopo la lavorazione del latte. Un tubo di plastica conduce l'acqua della
sorgente all'interno della capanna, ed il sovrappiù cola continuamente
da un bidone, localizzato in un angolo, che traboccando scarica passando
attraverso il muro esterno nel medesimo ruscello, nido di mosche e
d'animaletti di ogni genere.
Uscii dalla capanna, e devo dire che mi era dispiaciuto di aver mangiato
quel formaggio, visto il luogo e le condizioni in cui i pastori operano.
Ma fu soltanto un'impressione momentanea, non ci pensai più, tant'é
vero che continuo regolarmente a consumare il formaggio pecorino che
acquisto dai pastori e che trovo squisito.
Il sole brillava ormai in alto, nel cielo azzurro terso,
ed i suoi raggi cominciavano a riscaldare le pietre raffreddatesi
durante la notte.
Ario, che si era allontanato da me, girò dietro la capanna e ricomparve
dalla parte opposta facendomi dei segni. Mi indicava il fondo valle,
dove aveva individuato una persona che stava salendo preceduta dal suo
asinello, con il basto carico. «É Mario che stà ritornando», mi
disse e continuò:
«Si dovrà riposare, poi nel primo pomeriggio mungere gli
armenti e cagliare il latte. É un bravo giovane, attivo, non si concede
un attimo di pausa; quella del pastore é una vita d'impegni e di
costanza».
Mi avvicinai ad Ario, guardai verso valle e vidi la coppia
che stava risalendo, per la stessa ed unica strada, quella che avevo
percorso in mattinata.
Si stava levando un leggero venticello che faceva
tremolare le foglie degli alberi, mentre in lontanaza si vedevano le
bianche greggi che brucavano
la tenera erbetta e passo dopo passo si avvicinavano sempre più
all'ovile. Il cane nero, in posizione rialzata, seduto sulla coda,
orecchie ritte, attento e guardingo, osservava se le pecore rimanevano
riunite e se gli agnelli non si disperdevano intorno. Ogni tanto partiva
abbaiando in direzione di una pecora che non seguiva le altre e una
volta che l'aveva rimandata nel branco ritornava al suo posto di
vedetta.
Antonio con il suo asinello carico di provviste aveva
raggiunto la capanna di base ed era indaffarato a scaricare la soma, a
togliere il basto e liberare l'asino che non vedeva l'ora di immergere
le labbra nella vasca della fontanella per rifarsi, dopo la faticosa
risalita.
Con Ario, mi somo avvicinato ad Antonio per salutarlo mentre Ario
mi ha preceduto complimentandolo per la sua puntualità.
«Bravo! Sei stato di parola, sei arrivato a mezzodì. La
notte é passata tranquilla, non ci sono cose nuove qui».
Antonio intervenne:
«Meglio così, mi sarei fermato di più a casa con mia madre,
non si sentiva troppo bene ieri sera, ma questa mattina mi ha assicurato
che potevo tornare a custodire le bestie. Non posso stare troppo
assente, tra poco dovrò iniziare la mungitura, quindi fare il formaggio
giornaliero».
Ario mi presentò all'amico, dicendogli:
«Questo é Giovanni, é salito questa mattina per fare
una scampagnata, é di Bagnone, forse lo conosci».
«Mi pare di si, credo sia uno della famiglia dei Parisòni?».
Ario confermò con un cenno della testa e riprese:
«Ho già acceso il fuoco e messo a bollire l'acqua per
fare due spaghetti, spero avrai portato un pò di sugo».
«Ieri sera ho fatto le provviste, ne abbiamo per un pò».
Mentre i due compari si scambiavano domande e risposte, io
vidi che il sole aveva raggiunto lo zenit, i suoi raggi cadevano a
piombo sulle spalle, faceva molto caldo. Decisi di riprendere la via del
ritorno, sarei rincasato verso le quattro del pomeriggio.
Salutai Ario ed Antonio, allungando la mano destra dissi:
«Arrivederci amici, ci ritroveremo a Bagnone».
«Come, te ne vai, ormai resta a mangiare con noi».
«Tante grazie Ario, come se avessi accettato. Ora che mi
sono ben riposato, posso iniziare la discesa ed essere a casa di bonora.
Sai le mogli dicono che stanno sempre in pensiero. Arrivederci».
Mi rimisi il sacco in spalla e scesi sino alla fontanella
del pastore. Mi fermai a sorseggiare l'acqua, gli occhi mi ricaddero
sulla lapide e rilessi la frase incisa.
La strada del ritorno fu più facile a percorrere perché
in discesa e quella carrozzabile tra i castagni fu altrettanto
distensiva.
Rientrai puntuale a casa, dove dopo una bella doccia
ristoratrice mi sedetti a tavola affamato. Mia moglie aveva cucinato una
della nostre specialità bagnonesi, la torta di erbe, che divorai con
appetito.
RUGgGIO
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