CINQUANT'ANNI FA C'ERO ANCH'IO  

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capitolo 1

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capitolo 2

 

    

      Della mia famiglia ho tante cose da dire e da narrare, e per essa scrivo questa biografia.

      Una famiglia che si é stabilita in Pastina di Bagnone, proveniente dal modenese al seguito di un prete, incaricato della parrocchia nel 1574.

      I miei predecessori, con la volontá e per l'attaccamento al lavoro, nel tempo, sono diventati commercianti; una famiglia piccolo borghese con una discreta fortuna in proprietà immobiliari, alcuni fabbricati ed un fondo rustico condotto a mezzadria.

      Il bisnonno si stabilirá nel capoluogo Bagnone, nella seconda metá dell'ottocento. Fu un uomo intrapprendente, che saprá, con saggezza, consolidare la sua attivitá e diventare anche sindaco.  Acquista e abiterà un grosso edificio nell'antico borgo, nel centro del paese, gestirà due commerci, uno di generi alimentari e l'altro di calzoleria in due immobili di sua proprietà.  Due fratelli continueranno a vivere a Pastina, anche loro benestanti, capostipiti delle famiglie collaterali.

      Uno dei due, viveva una vita piuttosto anticonformista, filo carbonaro, si dilettava a poetare ed era chiamato "il poeta".

      Si dice che di lui esistono delle composizioni scritte, tenute segrete e nascoste da un suo discendente ed io non sono mai stato capace di accedere alla loro lettura.  Forse sono andate perse nel tempo, o forse non sono mai state scritte.

      Mio nonno ne conosceva alcune a memoria e me la declamava spesso.  Una trattava l'esistenza di un ponticello che collegava le opposte rive del torrente Mangiola e che suo tramite, dalla frazione di Pastina si poteva arrivare a quella di Collesino.  Doveva essere un luogo d'appuntamento o d'incontro che lui descriveva nelle sue poesie.

      Di questa lunga tiritera che il nonno mi aveva tante volte recitato, mi rimane a memoria solo una frase ermetica che inquadra il manufatto:

 "il picciol ponticel sparapettato...."

      L'altra invece tratta delle gesta delle gioventú di due paesini vicini:

 "la gioventú di Pastina

 di Mochignan non teme,

 lo han giurato insieme

 di vincere o morir".

       Le frazioni del comune di Bagnone sono ubicate sulle colline dell'Appennino, tutte sullo spiovente toscano, valicato il crinale ci troviamo in Emilia, nel parmense.

      Questo prozio, era amante della lirica,  e si dice che cavalcasse sovente il crinale  per recarsi a Parma ove era un "habitué" delle prime rappresentazioni e frequentatore  delle stagioni liriche.

      A Pastina doveva vivere una vita normale, quindi come tutti, frequentare i locali pubblici, le osterie paesane, e come accade a coloro che bazzicano luoghi di baldoria, dopo alcuni bicchieri di buon vino, e naturale esibirsi in canti corali e sovente in alcuni assoli, tratti da brani lirici tra i piú famosi, che lui aveva imparato per averli ascoltati piú volte. 

      Prediligeva il Rigoletto nell'aria: "Questa o quella per me pari sono".  Questa frase cantata con la pronunzia un pó dialettale e sotto l'effetto del buon vino, non suonava sempre perfetta. La dizione di: "...pari sono" risuonava "...parisoni" per cui i paesani, a forza di sentirgli cantare lo stesso pezzo, e commettere sempre il solito errore di pronuncia, sopranominarono lo zio canterino e poeta "il Parisoni".

      Ancor oggi, a Pastina, cosí sono sopranominati i vari esponenti della nostra famiglia con il nomignolo "parisoni". Giovanni dei parisoni, Sante dei parisoni, Egidio dei parisoni, ecc. Insomma la famiglia dei Parisoni.

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     Tornando al bisnonno, il Sante dei parisoni, lascerà una prosperosa fortuna al figlio Giovanni che, primogenito, diverrà l'erede continuatore della dinastia.

      La secondogenita ed unica figlia Elisa, dopo il matrimonio si trasferirá a Genova con il marito, conduttore di tram.

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      Quella che ho conosciuto, del nonno Giovanni, era una bella e numerosa famiglia, tre fratelli e tre sorelle con i genitori, tutti viventi. Il primo nato, morí bambino, si chiamava Espedito.  La nonna lo nominava spesso: "il povero Espedito", già il nome lo aveva predestinato ad una scomparsa repentina.  Dei sei figli viventi, il primo era mio padre Dario, il solo sposato, gli altri lo faranno poi, mentre delle sorelle solamente una si mariterà.

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      Siamo agli inizi del secolo, subito dopo la grande guerra.

       Ho potuto ricostruire questi avvenimenti interrogando tanti conoscenti ed amici di mio padre, tutti concordi nell'affermare che, per volontà del genitore, devoto a San Giovanni Bosco,il figlio Dario fu mandato a studiare nel collegio dei Salesiani presso Lerici, in provincia di La Spezia.

      Nella stessa provincia, nella bassa valle del Magra sorge Sarzana, importante nodo stradale e ferroviario, fiorente centro commerciale ed agricolo, con alcune industrie.

     Il capoluogo, cinto da resti di mura medioevali, conserva numerose vestigia di un glorioso passato. Una storia eclesiastica e vescovile che condizionerà tutto il territorio compreso nella sua diocesi.  Porta d'entrata della Lunigiana e dell'intera Val di Magra, nel 1572 passó definitivamente alla repubblica di Genova. 

      Gli abitanti della Lunigiana son detti "toscani", il capoluogo é Pontremoli, importante feudo Malaspiniano, sulla direttissima ferroviaria e autostradale A15, che collega Roma con Milano.

Parma/La Spezia, e del non meno noto passo appenninico della Cisa, che ci ha da sempre collegati direttamente col parmense con la strada statale nº 62.  

      Chi é in arrivo dal sud e vuole raggiumgere una localita della Lunigiana, deve percorrere una parte della Liguria prima di poter rientrare in territorio "toscano".

       Perché poi la Lunigiana si trovi in regione Toscana, lascia molto a pensare, e perché non la si potrebbe aggregare alla Liguria od all'Emilia?

       Io la vedrei piú una regione autonoma tipo Val d'Aosta e non l'appendice della Toscana, regione questa che ci ha tanto snobbati, e sempre lasciati soli ed abbandonati.

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      Per chiarire ai giovani lettori le azioni che stanno per svolgersi in questo mio racconto, devo esporre alcune notizie d'epoca, senza voler fare apologia o reputarmi storico.  Le note le ho attinte qua e lá nelle mie ricerche. 

      "In questo stesso periodo, cioé in quello in cui mio padre inizió a frequentare le scuole salesiane, ebbe inizio il movimento politico fascista che si ispirava ed ubbidiva agli impulsi Mussoliniani".     

     "La guerra 1915/1918, esempio di violenza, con il precedente della rivoluzione russa, partiti e stato indeboliti e logorati, la delusione e la stanchezza generale dei cittadini, determinarono una sitazione di malessere che degeneró in agitazioni incomposte e sanguinose da parte dei partiti estremi". 

     "Il Paese, retto da governi deboli, andava frattanto alla deriva". "Industriali ed agrari appoggiarono decisamente il movimento fascista dal quale scatturirono squadre intimidatrici". 

      Sarzana era una cittadina molto calda, gli scioperi dei ferrovieri erano all'ordine del giorno e come gli storici ci hanno tramandato, contro di essi si schierarono le squadre d'azione fasciste.

       Mio padre, che alla scuola preferiva la vita libera, si trovó giovane, coinvolto in attivitá che lo videro benpresto e all'insaputa dei sui genitori, fochista ed aiuto macchinista, sulla linea ferroviaria Parma/La Spezia. 

      Non so quanto poterono durare queste ed altre attivita di propaganda politica da parte del giovane Dario, mi ricordo solo che, quando sfoggiava la divisa di fascista, poteva fregiarsi dei titoli di "Squadrista, Sciarpa al Littorio, Marcia su Roma e Unitá d'Italia"; riconoscimenti che negli anni futuri gli serviranno come se avesse conseguito un titolo di studio.

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       La mamma era l'ultima di cinque sorelle, di una famiglia bagnonese. Il padre Davide di professione liutaio e suonatore di violino, passó la sua vita nelle sale da ballo piú che in quelle di lavoro. La madre Fabiola, una donnina piccola, gestiva con l'aiuto delle figlie, una trattoria tabaccheria in Bagnone, sul ponte nuovo.     

      La primogenita Elvira, avrá la fortuna di sposare Arturo De Ambris, uno dei cinque fratelli, originari della vicina Licciana Nardi e giá segretario capo del comune di Viareggio.

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      I De Ambris divennero famosi per l'attivitá sindacale di Alceste.

      "Socialista dalle origini, fu segretario alla Camera del Lavoro di Parma, e per atti di violenza in uno sciopero d'agricoltori, dovette emigrare. Rimpatrió solo dopo la prima sua nomina a deputato, fu interventista e volontario di guerra. Fu con D'Annunzio a Fiume, quindi avversario del fascismo, dovette esulare in Francia dove morí nel 1934".

      La zia Elvira andó con il marito a Viareggio, e portó a vivere con se l'ultima sorella, mia madre che aveva l'etá di una studentessa. 

     La mamma ricordava spesso che durante la sua giovinezza aveva conosciuto personalmente il grande musicista Giacomo Puccini ed il poeta di moda Gabriele D'Annunzio, tutti e due frequentatori della casa De Ambris.

Fu in quel periodo, durante quel gioioso soggiorno viareggino, che poté assistere alla rappresentazione di Madame Butterfly, di La Boheme e della Tosca.

Nei giorni di gaiezza, la si poteva udire canticchiare: "Un bel di vedremo levarsi un fil di fumo..." oppure il triste finale di Mimí: "Son partiti... fingevo di dormire..."

     A Viareggio mia madre frequentó le scuole d'obbligo e le magistrali che dovette sospendere al terzo anno per volere di papá, il quale aveva manifestato il desiderio di avere la sua Maria a Bagnone per sposarla.                                                                                                           All'etá di venticinque anni, Dario si uni in matrimonio d'amore con la sua adorata Maria.  I primi anni di matrimonio li trascorsero a Bagnone e dall'unione nacquero due figli, la primogenita Serenella che morí giovanissima, poi arrivai io.

      Il padre gli avvió un negozio di generi alimentari e data la popolosità della zona, il genitore sperava di aver sistemato il figlio primogenito.  La gioventú, mio padre la visse con gaiezza, gli amici, le cenette a base di salatissimo stocafisso, trafugato al negozio, ed altre libertinaggini, fecero ben presto traballare economicamente il non troppo solido commercio, al quale il nonno dovette mettere rimedio chiudendolo.

      Fu questa l'ultima malefatta di Dario, perché, per intercessione del cognato altolocato, ed anche per quelle riconoscenze che ho citato sopra, fu assunto dipendente dell'ufficio imposte di consumo ed il primo incarico l'ottenne a Pietrasanta in Versilia.

      Qui nacque mio fratello Marcello, mentre per alleviare la mamma, io rimasi a vivere con i nonni a Bagnone. 

      Tutti i mestieri, se intrapresi con volontá e zelo, appassionano l'uomo che diventa ambizioso, costringendolo a cercare di migliorare la sua posizione economica, di emergere e di fare carriera. 

       Per migliorare economicamente mio padre dovrá aumentare di grado, e per aumentare di grado dovrá essere trasferito in sedi piú importanti.

       Questi trasferimenti, anche lontani dalla nostra regione, saranno sempre accettati da papá e da mamma con ardore giovanile, primo perché erano desiderati, secondo perché erano consci dei vantaggi che questi trasferimenti avrebbero apportato, per il benessere economico della famiglia. 

       Mio padre ricoprí differenti incarichi in luoghi diversi della Toscana, tra questi al Tonfano, dove abitammo una villetta vicino alla pineta ed a quattro passi del mare.

       L'ufficio del babbo era sul viale a mare e con lui lavorava la guardia Sabino.

       La vicinanza con Viareggio permetteva sia alla mamma che alla zia Elvira di scambiarsi le visite domenicali che avvenivano in carrozza, all'ombra di sgargianti ombrellini. 

       La vita della Versilia duró alcuni anni, fin quando arrivó il tanto desiderato trasferimento di papá che gli avrebbe permesso di occupare il suo primo posto dirigenziale. 

       Fu quello di Gallarate il trasferimento al quale padre e madre avevano atteso con tanta trepidanza.  Con questo primo incarico di ricevitore si apriva la sua carriera. 

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      Ci trasferimmo dalla Toscana alla Lombardia.  Papá prese in affitto un'ala di una villa a Madonna di Campagna, sul viale Milano al numero 105.  Questo viale, negli anni prima della seconda guerra, era percorso dal noto trenino chiamato "gamba de legn" che collegava Milano con Varese, passando da Busto Arsizio e da Gallarate .

      Ero un bambino di sei anni, ricordo che il trenino, o meglio il suo conducente, per evitare incidenti, durante le giornate e serate di nebbia, procedeva nel suo lento cammino facendo esplodere dei petardi, a voler dire, a tutti i passanti e a tutti coloro che si trovavano vicini alle rotaie, di tirarsi da parte e di lasciarlo passare.

       Poco distante da noi, sul lato dei binari c'era un'osteria, "la Monferina".

       Locale familiare nel quale, oltre al mescere del buon vino, si potevano mangiare anche cibi frugali e casarecci.  Nelle ore pomeridiane era frequentata da appassionati del gioco delle bocce, e da viandanti che si fermavano per dissetarsi.  

       Questo luogo era conosciuto dal conducente del trenino, nel suo itinerario era una fermata obbligatoria, per far salire e scendere i passeggeri e nello stesso tempo per il suo ristoro personale.

        Cento metri prima della fermata, prima di arrivare all'attraversamento dei binari, sul quale sapeva che ci poteva essere un cliente sbadato, od uno che usciva dall'osteria di fretta o barcollante, iniziava il suo concertino scampanellando ininterrottamente e nelle serate di nebbia vi aggiungeva l'esplosione di alcuni petardi. 

        Il tram od il trenino hanno un sistema di frenaggio ad aria compressa ed il manovratore puó aumentare l'attrito delle ruote anteriori con i binari, lasciando cadare dalle tramogge, ubicate davanti alle due ruote, della sabbia.  Le stesse tramogge venivano usate per i petardi che cadevano vicinissimi davanti alle ruote, tra ruote e rotaie e subitanei venivano schiacciati provocandone l'esplosione.

        Il trenino era per noi un segnale, un orologio, ci abituammo in fretta al suo passaggio, come a tutte le altre novitá che  abbiamo trovato arrivando in Lombardia.

      Era l'anno 1938, i primi mesi furono i piú duri, l'estate passó in fretta ed io dovevo iniziare le scuole elementari. 

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