CINQUANT'ANNI FA C'ERO ANCH'IO  

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capitolo 2

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capitolo 3

 

    

      Il secondo figlio Lorenzo, consegue gli studi magistrali a Pontremoli, ed alterna la sua vita giovanile tra i banchi di scuola e la vita paesana.  E` nota la sua passione per il calcio, milita nella squadra del Bagnone, composta da coetanei residenti, tutti inquadrati nelle organizzazioni giovanili fasciste.

      Lorenzo é un bel giovane, alto,  di capelli scuri, porta dei leggeri baffetti alla Clark Gable, é conteso dalle ragazzine, si fidanza con la sua Elsa che poi sposerà, preferendolo ad un altro spasimante di Villafranca, ma non avranno tempo per avere figli.

      Erano gli anni forti del fascismo, gli anni in cui il Duce nei suoi raduni di piazza arringava il popolo italiano, che facilmente   si lasciava trascinare.  Erano gli anni della guerra contro l'Etiopia, gli anni delle sanzioni del 1935/1936.

      Erano gli anni in cui si sentivano dalle prime radio le canzonette, che le nostre mamme e zie orecchialmente cercavano di ripetere per casa mentre accudivano alle faccende domestiche.  Erano i motivetti che il regime faceva divulgare; ricordo, non i titoli, ma alcune frasi che ho sentito tante volte canticchiare dalla zia Andreina, una delle tre sorelle di mio padre:

"Faccetta nera piccola abissina..."

oppure:

"guarda la Regina che dona la sua fede, quella che il Re gli diede..."

od anche, la piú triste, per me, che da bambino ascoltavo con amarezza:

"... E Gianni fu dottor, Gastone minator, l'idea l'avean divisa nel cammin..."

  ***

      Il popolo in generale, la massa silenziosa, era infatuata dalla propaganda per tutta l'attivitá mussoliniana.

      I figli della lupa, i balilla, le piccole italiane, gli avanguardisti, il sabato fascista, ecc. facevano parte delle attività ricreative che aiutavano a far vivere ai giovani una vita meno scialba.

      Solo i veri antifascisti non approvavano questo tipo di lavaggio del cervello, ma a dire il vero loro erano pochi, in Italia si contavano a quell'epoca, non ricordo esattamente quante, diversi milioni di baionette...

      Per infatuazione giovanile, o per fede politica, o per impiego, Lorenzo si arruolerá ben presto nella M.V.S.N. (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) e prenderá servizio a La Spezia.

      Siccome il buon sangue non mente, come il fratello Dario, non perderá occasione per dimostrare il suo attaccamento al Duce ed alla causa fascista.

      Erano gli anni del franchismo e si troverá in Spagna a fianco dei falangisti e parteciperá alla liberazione dell'assedio dell'Alcazar di Toledo, che le forze governative avevano imposto ai giovani dell'accademia militare che si era schierati con Franco.

     Tornerá in Italia col grado di sergente, continuerá a prestare  servizio nella milizia, facendo il pendolare tra Bagnone e La Spezia,

      Le serate le trascorrerá nei bar del paese, con i suoi soliti amici di sempre, parlando di pallone e di signorinelle.  

* * *

      Ho lasciato il lettore al tempo in cui mio padre venne trasferito a Gallarate. 

      Era l'anno 1938 ed io dovevo iniziare le scuole elementari.

      Quanti pianti il primo giorno di scuola, quanti strilli si intrecciavano nei corridoi della Scuola Elementare di via Tiro a Segno di Madonna di Campagna di Gallarate.

      Bambine e bambini si tenevano stretti, aggrappati alle gonne delle rispettive mamme, nessuno voleva distaccarsi da esse, perché stavano per essere agguantati dalle signore vestite di scuro, che inforcavano, con tanta compuntezza, quei terribili occhialetti di metallo,  che mi inculcavano terrore.

      Quel tipo di occhialetti alla Cavour, mi hanno sempre destato sospetto e mi sono sempre stati estremamente antipatici. Ricordo che, anche il nonno, per poter dare piú valore alle storielle che fingeva di leggermi, con fare diplomatico estraeva da un cofanetto di legno, brillante perche' lucidato dal tempo, un paio di occhialetti finto oro, e mi raccontava alcune sue strane avventure che diceva di aver avuto da giovane, con il lupo, sui monti circostanti e che addesso, diceva che le pubblicavano anche sui giornali.

      Non voglio allontanarmi troppo dal primo giorno di scuola, anche perché servirá a localizzare nel tempo, un periodo estremamente difficile, quello della mia adoloscenza.

     Nonostante i miei strilli, il sorriso della mamma prevalse e mi rassicuró; vedrai, mi disse, la tua insegnante é una brava signora, ti vorrá tanto bene e ti insegnerá tante cose nuove.  Venni cosi accalappiato dalla signora Segani che mi infiló tra gli altri recalcitranti e piagnucolosi nel gruppo della prima elementare.

     Inquadrato nei ranghi, dal posto dove mi trovavo, avrei voluto scagliare il cestino della merenda contro mia madre che mi stava tradendo, ma una voce si levó piú forte delle altre, e comandó:

-  "Bambini,...in classe".

      Da qui ebbe inizio il mio silenzioso destino, silenzioso perché unicamente dovuto al lavoro, destino perché voluto dal fato e non dalle mie naturali ed ataviche aspirazioni.  Quello che leggerete é il debutto della mia vita, lo stralcio di una  storia, il racconto di sei anni di vita vissuta mezzo secolo fá.

      E` passato veloce questo mezzo secolo, le immagini di quello che racconto sono ancora nitide nella mia memoria come se fosse accaduto ieri.

      La mia prima insegnante, fu la signora Segani. 

      Quante volte l'ho ricordata e pregata. 

      Una donna severa e capace di tenere a freno con il solo sguardo una scolaresca come la nostra. 

      Possedeva un cuore grande come una montagna.  Trenta scalmanati e scalmanate che avevano voglia solo di giocare, correre e schiamazzare. 

      Sicuramente tutti i miei compagni di scuola la ricorderanno.  Io ho una vecchia foto gruppo di quel tempo, vi rivedo tutti compagni miei, i nomi dei piú mi sfugge, ma alcuni li rammento:  

-  Enrico, il biondino figlio del prestinaio. - Giuseppe..., tu che abitavi nella cascina accanto a noi....

      Alla scuola, alle ore di lezione della lunga settimana, si alternavano le ore di svago che si trascorrevano all'oratorio.  

      Per chi non é mai stato in Lombardia, l'oratorio era, almeno ai miei tempi, un luogo di insegnamento religioso e di divertimento.

      Controllato e diretto dal parroco della parrocchia, consisteva in una sala ritrovo, attigua alla chiesa parrocchiale, e di un terreno da gioco recintato.  Piú il campo era grande, piú l'oratorio era prestigioso.         

      Quello di Madonna di Campagna non era male, quante scarpe vi abbiamo consumato tra io e mio fratello, fortuna che il nonno, negoziante in calzature, su pressione della nonna, ci riforniva periodicamente. Era certo un bel sollievo questo per il portafogli di papá.

      Furono questi i piú begl'anni di mia vita; che gioia ritrovarsi in quel cortile della parrocchia tra coetanei e poter giocare assieme.  E quando il parroco, Don Luigi Cassani, veniva sorridente tra noi, e con gioiosa maliza, lasciava cadere dalle sue miracolose tasche alcune caramelle,  strilli di gioia si levavano nell'aria e che ruzzoloni facevamo nella polvere, per poter arrivare primi a raccoglierle.

      Le tasche dei religiosi erano veramente dei depositi, vi introducevano una mano e mezzo braccio, e piú si piegavano  di lato per raggiungere il fondo a rimeschiare, piú cose strane ne uscivano. 

      Ogni volta che si incontrava per strada un frate o un prete ed al quale gli si rivolgeva il saluto: "Sia lodato Gesú Cristo", contemporaneamente alla risposta: "Sempre sia lodato", si abbinava l'azione che vedeva il religioso allungare la mano fino a toccare il fondo dell'enorme tasca ed estrarre una medaglietta, un santino o una caramella.

      Furono per me gli anni piú cari, gli anni che mi permisero di scoprire il mondo. Erano anni ove le famiglie vivevano una vita modesta, una vita rapportata alla reale disponibilitá, in funzione al guadagno. 

      Il bilancio famigliare doveva quadrare, niente era azzardato e tentato senza ponderazione. 

      Sono stati, quelli di Gallarate, anni indimenticabili che mamma ha sempre ricordato come i migliori della sua vita.  Anche per noi bambini sono stati anni di vita sana, di vita all'aperto, nel giardino della villa, nei campi retrostanti, all'oratorio, a scuola.

      Noi eravamo piovuti in Lombardia, non conoscevamo le abitudini dei lombardi; gli uomini e le donne lavoravano nelle fabbriche tutta la settimana.

      La domenica, delle giornate d'estate, il viale antistante la nostra casa, era un via vai di gitanti in bicicletta che, cadenzata la pedalata sul ritmo del canto di "reginella campagnola", percorrevano decine e decine di chilometri per spostarsi da un paese  all'altro a festeggiare.

       Arrivó anche il nostro giorno, meglio dire quello mio e di mio padre, perché la mamma era costretta a rimanere a casa con mio fratello piú piccolo.

       Papá riuscí finalmente, a comperarsi una bicicletta; una meravigliosa Bianchi, tutta nera con le cromature.  Aveva toccato il cielo con un dito.  Era l'indipendenza, non avrebbe piú atteso l'arrivo del tram, avrebbe potuto recarsi al lavoro con piú tranquillitá senza avere l'assillo degli orari.  Ora ci si poteva muovere soli, era questo l'inizio di una evoluzione che troveremmo oggi esagerata. E` lo stesso sviluppo che il popolo italiano avrá, nel dopo guerra, con la motoretta.

       Le domeniche d'estate che seguirono, furono per me e per mio padre giornate di svago in giro per il varesotto. 

      Papá legava un piccolo cuscino attorno alla canna della bicicletta sul quale mi sedeva. 

      Per non far piangere Marcello, che ci vedeva partire, la mamma gli diceva che mi portava dal dottore a farmi fare la puntura.  Una volta che la mamma aveva convinto Marcello, con la promessa che gli avrebbe acquistato un gelato dal prossimo venditore ambulante che sarebbe passato davanti al cancello, la via era libera.

      Scoprimmo: Lonate Pozzuolo, la Malpensa, Busto Arsizio e tante altre localitá.

      Ho vissuto e le ricordo come addesso,le "tre valli varesine" del 1939; erano gli anni dei grandi Bartali, Coppi, Magni e compagni.

      Papá era fiero della sua bicicletta, con essa poteva svolgere il suo lavoro di daziere con maggiore efficacia e celeritá.

      Il lavoro e la famiglia erano tutto per lui.  Mamma si accontentava di questa situazione purché tutto fosse grato al marito e che i figli non ne avessero a soffrire.

 ***   

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