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capitolo 2 |
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Il
secondo figlio Lorenzo, consegue gli studi magistrali a Pontremoli, ed
alterna la sua vita giovanile tra i banchi di scuola e la vita paesana.
E` nota la sua passione per il calcio, milita nella squadra del
Bagnone, composta da coetanei residenti, tutti inquadrati nelle
organizzazioni giovanili fasciste.
Erano gli anni forti del fascismo, gli anni in cui il Duce nei suoi
raduni di piazza arringava il popolo italiano, che facilmente
si lasciava trascinare. Erano
gli anni della guerra contro l'Etiopia, gli anni delle sanzioni del
1935/1936.
Erano gli anni in cui si
sentivano dalle prime radio le canzonette, che le nostre mamme e zie
orecchialmente cercavano di ripetere per casa mentre accudivano alle
faccende domestiche. Erano i
motivetti che il regime faceva divulgare; ricordo, non i titoli, ma alcune
frasi che ho sentito tante volte canticchiare dalla zia Andreina, una
delle tre sorelle di mio padre: "Faccetta
nera piccola abissina..." oppure: "guarda
la Regina che dona la sua fede, quella che il Re gli diede..." od
anche, la piú triste, per me, che da bambino ascoltavo con amarezza: "...
E Gianni fu dottor, Gastone minator, l'idea l'avean divisa nel
cammin..."
Il popolo in generale, la massa silenziosa, era infatuata dalla
propaganda per tutta l'attivitá mussoliniana.
I figli della lupa, i balilla, le piccole italiane, gli avanguardisti, il
sabato fascista, ecc. facevano parte delle attività ricreative che
aiutavano a far vivere ai giovani una vita meno scialba.
Solo i veri antifascisti non approvavano questo tipo di lavaggio del
cervello, ma a dire il vero loro erano pochi, in Italia si contavano a
quell'epoca, non ricordo esattamente quante, diversi milioni di
baionette...
Tornerá in Italia col grado di sergente, continuerá a prestare
servizio nella milizia, facendo il pendolare tra Bagnone e La
Spezia,
Le serate le trascorrerá nei bar del paese, con i suoi soliti amici di
sempre, parlando di pallone e di signorinelle. * * *
Era l'anno 1938 ed io dovevo iniziare le scuole elementari.
Inquadrato nei ranghi, dal
posto dove mi trovavo, avrei voluto scagliare il cestino della merenda
contro mia madre che mi stava tradendo, ma una voce si levó piú forte
delle altre, e comandó: -
"Bambini,...in classe".
Da qui ebbe inizio il mio silenzioso destino, silenzioso perché
unicamente dovuto al lavoro, destino perché voluto
Quante volte l'ho ricordata e pregata.
Una donna severa e capace di tenere a freno con il solo sguardo una
scolaresca come la nostra.
Possedeva un cuore grande come una montagna.
Trenta scalmanati e scalmanate che avevano voglia solo di giocare,
correre e schiamazzare. Sicuramente tutti i miei compagni di scuola la ricorderanno. Io ho una vecchia foto gruppo di quel tempo, vi rivedo tutti compagni miei, i nomi dei piú mi sfugge, ma alcuni li rammento: -
Enrico, il biondino figlio del prestinaio. - Giuseppe..., tu che abitavi
nella cascina accanto a noi....
Alla scuola, alle ore di lezione della lunga settimana, si
alternavano le ore di svago che si trascorrevano all'oratorio.
Per chi non é mai stato in Lombardia, l'oratorio era, almeno ai
miei tempi, un luogo di insegnamento religioso e di divertimento.
Controllato e diretto dal parroco della parrocchia, consisteva in una sala
ritrovo, attigua alla chiesa parrocchiale, e di un terreno da gioco
recintato. Piú il campo era
grande, piú l'oratorio era prestigioso.
Ogni volta che si incontrava per strada un frate o un prete ed al quale
gli si rivolgeva il saluto: "Sia lodato Gesú Cristo",
contemporaneamente alla risposta: "Sempre sia lodato", si
abbinava l'azione che vedeva il religioso allungare la mano fino a toccare
il fondo dell'enorme tasca ed estrarre una medaglietta, un santino o una
caramella.
Il bilancio famigliare doveva quadrare, niente era azzardato e tentato
senza ponderazione.
Sono stati, quelli di Gallarate, anni indimenticabili che mamma ha
sempre ricordato come i migliori della sua vita.
Anche per noi bambini sono stati anni di vita sana, di vita
all'aperto, nel giardino della villa, nei campi retrostanti, all'oratorio,
a scuola.
Noi eravamo piovuti in
Lombardia, non conoscevamo le abitudini dei lombardi; gli uomini e le
donne lavoravano nelle fabbriche tutta la settimana.
La domenica, delle giornate d'estate, il viale antistante la nostra casa,
era un via vai di gitanti in bicicletta che, cadenzata la pedalata sul
ritmo del canto di "reginella campagnola", percorrevano decine e
decine di chilometri per spostarsi da un paese
all'altro a festeggiare.
Papá legava un piccolo cuscino attorno alla canna della bicicletta sul
quale mi sedeva.
Per non far piangere Marcello, che ci vedeva partire, la mamma gli diceva
che mi portava dal dottore a farmi fare la puntura.
Una volta che la mamma aveva convinto Marcello, con la promessa che
gli avrebbe acquistato un gelato dal prossimo venditore ambulante che
sarebbe passato davanti al cancello, la via era libera.
Ho vissuto e le ricordo come addesso,le "tre valli varesine" del
1939; erano gli anni dei grandi Bartali, Coppi, Magni e compagni.
Il lavoro e la famiglia erano
tutto per lui. Mamma si
accontentava di questa situazione purché tutto fosse grato al marito e
che i figli non ne avessero a soffrire. *** |
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