CINQUANT'ANNI FA C'ERO ANCH'IO  

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capitolo 20

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capitolo 19

 

    

     

     Ormai, mesto e sfiduciato me ne vado girovagando per i monti, a rivivere con la fantasia le calde estati della mia giovinezza.

     Raggiunto il solito curvone, dal quale si domina tutta la vallata, mi siedo, come un automa, sempre sulla solita pietra e da quell'eremo di tranquillità contemplo le solite cose che immobili testimoniano la nostra storia.

     Una storia lontana quella dei castelli ed una storia recente quella della deturpante autostrada, con le sue ingombranti infrastrutture di cemento, che a valle fiancheggiano il ghioaioso letto del fiume Magra, a tratti luccicante per il riflesso del sole sul misero rivo.

     Di castelli, alcuni nascosti tra il verde dei castagneti, altri più appariscenti sul cucuzzolo di una collina, se ne contano almeno una decina. Magioni dei feudatari malaspiniani, che hanno retto le sorti della Lunigiana per molti secoli.

     Di fronte a me si erge quello di Mulazzo, visitato da Dante durante il suo peregrinare, per il quale lasciò scritta l'epigrafe: Mulazzo, mulo ti trovo e mulo ti lascio.

     Dal mio punto d'osservazione, sul lato sinistro spuntano lontane all'orizzonte le cime delle Alpi Apuane e di fronte l'Appennino ligure-toscano, dietro al quale si nasconde il golfo di La Spezia con le rinomate località di Lerici, Fiascherino, Portovenere e Le Grazie; alle spalle l'Appennino tosco-emiliano, con alla mia destra il passo della Cisa ed alla mia sinistra quello del Lagastrello. In alto il sole che brilla nell'infinito cielo azzurro.

     In questa beatitudine, di serenità, di contentezza, di letizia, la mia mente inizia a vagare e mi riporta lontano nel tempo.

     Eravamo nel '48, all'ombra di un grosso castagno, seduti sopra dei teli, una decina di persone attorniavano la tovaglia bianca stesa a terra, sulla quale erano state depositate tutte le vivande per una cena all'aria aperta.

     La mamma aveva accettato l'invito di alcuni parenti, ed avevamo, come si usava, riunito le provviste in una unica tavolata.

     iascuno di noi aveva il suo compito, chi quello di trovare delle pietre per appoggiare la pentola da riscaldare, chi quello di cercare deglio stecchi secchi per accendere il fuoco; a me fu dato l'incarico di andare ad attingere un paio di fiaschi d'acqua fresca alla sorgente.

     Era il 15 agosto, festa di Santa Maria, sì, una delle cinquanta Sante Marie festeggiate nel calendario cristiano, a gioia di mia madre che si chiamava Maria. Ma a dire il vero non voleva che si festeggiassero tutte, aveva le sue Sante Marie, solo le sue. L'intero mese di maggio, perché dedicato alla Madonna e quindi a Maria, la Concezione di Maria, la Nascita di Maria, l'Assunzione di Maria, ed in fine il Nome di Maria.

     Assumeva un atteggiamento di superiorità, la povera mamma, quando azzardavamo ricordarle che quello che festeggiavamo era il suo quinto o sesto onomastico dell'anno e che che ci stava costando assai in rose.

     Ma lei, sorridente in risposta:

     "E voi, miei cari figli, anche se vi vedo sempre con tanta gioia, mi costate assai in ravioli ed altre leccornie".

     Povera mamma, quanto ci voleva bene e quanto desiderava averci vicini... mentre il destino ci ha tenuti sempre lontani.

     Le tradizioni tramandate da padre in figlio ci facevano trascorrere così il giorno di Ferragosto. Era d'uso che, dopo la celebrazione religiosa della festa di Santa Maria, tutte le famiglie si riunissero per la cena, nei castagni di Mochignano, in località "i Pianelli".

     La banda musicale, che aveva prestato servizio durante la cerimonia, alla quale avevano riaderito Mario Brunini e Giovannin Dangà, rallegrava la serata strimpellando motivetti orecchiabili, tra un boccone ed un buon bicchiere di vino offerto loro dal comitato. Era questo un ambiente paesano, erano ripresi gli antichi costumi, interrotti negli anni della guerra; l'armonia di un tempo passato stava tornando, con la commiserazione e la comprensione ci si riuniva, perché la vita doveva continuare.

     Io dovevo iniziare le scuole superiori, un parente mi aveva avvicinato ed, a modo suo, voleva farami capire tante cose. Ricordo che insisteva nel dirmi di non scoraggiarmi, perché cinque anni sarebbero passati veloci.

     "Vedrai" mi disse, "quando avrai la mia età ti accorgerai che i lustri volano via".

     Venni rinchiuso nel collegio di via Verdi a Carrara, ed i cinque anni furono lunghi ma passarono. Ottenuto il diploma, venni incanalato sul mercato del lavoro.

     Così i dirigenti nazionali avevano deciso, bisognava ricostruire l'Italia e quindi non serviva continuare a studiare, dovevamo solo lavorare e produrre.

     La maggior parte di colore che ci governavano erano ancora i nostri padri, quelli che formarono i cinquanta milioni di baionette.

     Non ebbi alternative, ero il primogenito di madre vedova, gli studi costavano cari, dovetti annuire e cominciare a lavorare.

     Ho lavorato sodo, non mi sono mai ritirato indietro, ho allevato una famiglia, dei figli. Ho sempre ubbidito, ho sempre fatto, come dicono alcuni nostri amici siciliani: "il ciuccio".

     Col tempo poi, quando i figli sono cresciuti, con la loro rivoluzione del sessantotto hanno preso il sopravvento, sono diventati i nuovi dirigenti, non mi hanno lasciato il tempo di riflettere.

     Per la famiglia ho dovuto conservare il posto di lavoro, ho dovuto così abituarmi alle nuove regole dei giovani e senza remora continuare a fare il ciuccio.

     Avevo quarant'anni di lavoro sulle spalle, quando, assorto nei ricordi venni risvegliato dalle grida dell'amico Mario che, con un grosso cesto di funghi tra le mani, mi rimproverava per questa mia sosta.

     "Cosa posso fare Mario, mi sono incantato a guardare la nostra terra, e tra un villaggio e l'altro il tempo corre, il tempo della nostra primavera, il tempo della nostra giovinezza. Vedi Mario?" gli dissi,"tra questo verde ed in questa pace riposante, mi sono lasciato andare, ho camminato lontano, lontanoi....".

     Non credo che Mario abbia capito il mio discorso, perché ha continuato a rimproverarmi dicendomi:

     "Vuoi venire per funghi, poi quando ci sei, e per di più il giorno che nascono, tu ti fermi a guardare il panorama?"

     "Hai ragione Mario, hai ragione; ora comincio a raccogliere i funghi, abbiamo tutto il nostro avvenire per farlo".

     Aveva ragione l'amico di andare in fretta, non doveva perdere tempo a rimirar le fronde sparse dal vento, i suoi giorni erano contati. Mentre io sono ancora intento a ricordarlo, un brutto male lo ha incurabilmente sottratto al nostro affetto.

     Ogni anno ritorno al curvone di Mario, ogni anno assido sulla stessa pietra, ogni anno i ricordi del passato mi trasportano lontano, ma qualcosa é cambiato, non sono più le grida dell'amico che mi ridestano e che mi riportano alla realtà.

     Quando mi riprendo, dopo aver sognato ad occhi aperti, da oltre mille metri di altitudine, di lassù, mi sento più vicino alla magnanimità del Creatore che, a braccia aperte e di volta in volta, accoglirà tutti per la nostra Pasqua, per la nostra riunificazione nell'eternità.

     Di lassù dimentico tutto, perfino le frasi altisonanti, non mi ricordo di niente, una voce lontana mi arriva all'orecchio: é quella di mia Madre che mi suggerisce di non pensare e di non dare troppa importanza ai discorsi del mondo perché sono solo fatti e detti per accalappiare ed incantare gli sciocchi ed i minchioni.

***

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FINE DEL ROMANZO FA SEGUITO "FINE DELLE ACQUE PROFONDE"

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