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Superata la barriera della dogana, dopo che il
sottufficiale di servizio della polizia di frontiera si era
accertato delle nostre identitá, ci sentivamo giá dei
forestieri.
Raggiunto l'ampio salone di transito della vecchia
Malpensa, ci eravamo raggruppati, trainando i bagagli a mano, in
un angolino dove avevamo trovato libere due poltroncine,
tra tanta gente ammutolita in attesa.
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Da questo momento, lasciavo alle spalle un lungo
passatato, trentacinque anni di vita vissuta. Il mio cervello si
stava arroventando, come quello di un computer, quando gli si
chiedono simultaneamente troppe informazioni. Ero sul punto di andare in tilt.
Tutto mi veniva alla mente, i ricordi più belli del
recente e del passato; ero angosciato e nello stesso tempo volevo
uscire da questo stato d'animo senza farmene accorgere da mia
moglie. I bambini erano piccoli, loro non potevano soffrire, il
solo dispiacere era quello di lasciare i nonni e gli zii. Parenti
che, quella mattina, erano accorsi all’aeroporto per darci
l'ultimo saluto d'addio. Ci avevano lasciati d’innanzi all’entrata
d'imbarco e loro erano saliti sulla terrazza dell’aeroporto
Malpensa, attendevano che si uscisse sul piazzale, per rivederci
ancora una volta, forse l'ultima, prima di entrare definitivamente
sull'aereo.
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Furono momenti tormentosi che riuscii a superare anche se
gli occhi inumiditi lasciavano sicuramente trapelare questo mio
stato d'animo che si attenuò quando ripresi il contatto con la
realtà.
Cercavo di tenere calmi i bambini che avevano visto,
attraverso la grande vetrata che separa la sala d'aspetto con il
soleggiato e luminoso piazzale dell'aeroporto, l'aereo posteggiato
sul quale saliremo tra poco, per attraversare l'Atlantico e
raggiumgere la nostra destinazione, Montréal in Canada.
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É indescrivibile l'entusiasmo di mio figlio Dario, di
soli sei anni, quando vide da vicino, il grande aereo
dell'Alitalia. Era simile a quello che ci sorvolava la testa,
quando eravamo in prossimitá dell'aeroporto Forlanini. Ci
appariva d'improvviso tra il verde dei campi, accompagnato da un
forte rumore dei motori in fase di decollo, oppure come quello che
vedevamo arrivare da lontano e che si faceva sempre piú grosso
mano mano che si avvicinava alla pista d'atterraggio.
Noi
abitavamo Milano, e andavamo spesso all'Idroscalo per vedere
atterrare o decollare piccoli idrovolanti, ed era facile vedere da
lontano l'atterraggio oppure il decollo di alcuni aerei di linea.
Quel giorno eravamo alla Malpensa, il grande aereo lo avevamo a
due passi, sotto gli occhi; Dario lo guardava stupefatto, piegando
la testa or verso la spalla destra, or su quella sinistra, per
vederlo meglio da differenti punti di vista, quando ad un tratto
esclamó:
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- "Quant'é grosso! Guarda papá come é grande,
com'é alto e le ali come sono larghe".
Dopo averlo osservato a lungo, con il naso appiccicato al
cristallo della vetrata della sala d'aspetto, riprese il commento
ad alta voce, aveva scoperto qualche cosa:
- "Papá! Papá! Quella é la cabina di pilotaggio.
Guarda, guarda, dal finestrino si vede un signore in cabina... quello deve essere il pilota, il
comandante."
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Dopo questo scoppio d'entusiasmo del bambino, ed anche
per tenerlo calmo, perché dalla gioia si agitava e disturbava gli
assopiti viaggiatori in attesa, l'ho fatto sedere accanto a me ed
assieme abbiamo elencato i vari coponenti della meravigliosa
macchina volante.
- "Guarda Dario," iniziai, "quel grande
tubo é la fusoliera, sulla quale emerge il timone di direzione ed
in orizzontale, uno a destra e l'altro a sinistra, sono i due
timoni di profonditá".
- "Papá", mi interruppe Dario, "i due
timoni di profonditá, sono i meccanismi che lo fanno alzare o
scendere?"
- "Si, Dario, mentre quello di direzione lo fa
virare a destra o a sinistra".
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Il chiacchierare con
il bambino mi aveva tolto dalla mente tutte quelle ossessioni che
stavano diventando un incubo assillante ed angoscioso.
Ho continuato, visto l'interesse del bambino, a descrivergli tutte
le parti visibili dell'aereo:
- "Quattro grossi motori a reazione sono appesi alle
due ali, e su di esse puoi vedere, perché in questo momento il
pilota li stá facendo funzionare per prova, gli alettoni, le
alette di compensazione, gli ipersostentatori, mentre alle
estremitá delle ali vedi le luci di posizione, quelle che da
terra si vedono lampeggiare in rosso ed in verde."
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Il bambino mi ascoltava attento e nello stesso tempo
cercava di individuare
i vari elementi che io gli elencavo, indicandoli con l'indice che
appoggiava contro la lastra di vetro e continuai:
- "L'aeromobile appoggia su due carrelli di quattro
ruote ciascuno, quello di destra e quello di sinistra, oltre che
sul carrello triciclo a doppia ruota, situato davanti, sotto la
cabina di pilotaggio. Il
peso dell'aereo grava su dieci ruote."
- "Papá, é difficile, dove hai imparato tutte
queste cose? Tu il
militare non l'hai fatto..."
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Sapeva che mi occupavo d'altro ed il bimbo é rimasto
meravigliato. Mi ero preparato al mio primo volo ed avevo fatto
delle ricerche sia sul mezzo di trasporto che sull'itinerario di
viaggio. Ero fresco
di memoria e non ebbi difficoltá ad elencare le parti principali
che compongono un aereo. Ripresi
il dialogo col bambino e gli risposi:
- "Mi sono documentato Dario, e posso continuare
indicandoti che sul naso dell'aereo c'é l'apparato radar, che
permette di localizzare ad una distanza di oltre 250 chilometri
qualsiasi oggetto, oltre alle perturbazioni atmosferiche, che cosí
puó evitare."
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Erano
in servizio a quei tempi sul volo AZ 666 dell'Alitalia per Montrèal
i "Douglas DC8"
e l'aereo sul quale ci imbarcheremo era stato battezzato
"Francesco De Pinedo"; un grande aereo di linea e con
certezza in quegli anni il "non plus ultra"
dell'aeronautica moderna. Riusciva
a far volare 140 tonnellate alla velocitá di mille chilometri
l'ora, ad una altitudine di 12 000 metri con a bordo 150 persone,
che possono, secondo le destinazioni, rimanere a bordo anche fino
a dodici ore. I
passeggeri ed il personale di bordo, devono poter respirare
un'aria di una ventina di gradi, mentre fuori ci sono 40 gradi
sotto zero. I
passeggeri devono vivere, mangiare, dormire, in condizioni comode,
mentre sono lanciati ad una velocitá di circa 17 chilometri al
minuto. Oltre che
climatizzata, la cabina é anche pressurizzata ad una pressione
costante che permette ai passeggeri di vivere a 12 000
metri come se viaggiassero a 2000 metri di altezza.
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Il 28 agosto del 1966 fu una giornata di sole, ideale per
una grande trasvolata e eravamo abbinati al nome del grande
aviatore di origini napoletane.
De Pinedo aveva iniziato la sua carriera militare come ufficiale
di Marina, durante la prima guerra mondiale passó poi
all'Aeronautica. Dopo
la guerra, si dedicó ai grandi voli; nel 1925 compí quello dei
"tre continenti" e nel 1927 sul piccolo idrovolante
"Santa Maria" in compagnia di Carlo Del Prete
attraversarono l'Atlantico meridionale e le due Americhe.
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Mi fa piacere menzionare Carlo del Prete, perché come il
grande metereologo generale Bernacca, sono miei conterranei, i due
sono nati a Fivizzano in Lunigiana.
Del Prete,
era
stato secondo pilota del Colonnello de Pinedo nel famoso Raid
aereo dell'anno prima. Oltre che
con De Pinedo, compí con Ferrarin il piú grande volo senza
scalo, volando nel 1928 da Roma al Brasile.
Carlo
Del Prete muore in un incidente aereo il 16-8-1928; gli sarà
intitolato l'idroscalo di Ostia.
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Calo
Del Prete |
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Parlando di pionieri dell'aviazione non posso dimenticare
un grande eroe, nativo di Villafranca in Lunigiana, Flavio Torello
Baracchini.
Baracchini, come
Francesco Baracca, furono assi dell'aviazione italiana, erano
temutissimi su tutto il fronte dagli aviatori nemici.
Furono pluridecorati e tra queste riconoscenze ricevettero
anche la medaglia d'oro al Valor Militare.
I due eroi precipitarono in volo in distinte operazioni
belliche durante la grande guerra 1915/1918.
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Mentre ricordavo questi
grandi pionieri dell'areonautica, lo sguardo era fisso sul nome
"De Pinedo", stampato sulla fusoliera del DC8, quando
venni scosso e riportato alla realtá dall'altoparlante; una voce
femminile annunciava che l'imbarco sul volo AZ-666 per Montrèal
era imminente, e che i passeggeri dovevano presentarsi alla porta
d'uscita.
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Fu in quel preciso momento che mi resi conto della grave
decisione che avevamo preso, quella di espatriare.
Un brivido mi scosse, ci fu un attimo di tremito, quasi di
paura, dovevamo subire il battesimo dell'aria e ... raggiungere
una nuova terra ... oppure tornare indietro ... avrei potuto
farlo, bastava accusare un malessere qualsiasi.
Diedi un'occhiata a mia moglie, la vidi tranquilla, mi
ricordai che avevamo smobilitato, non avevamo piú la casa in via
Pacini, era ormai troppo tardi per ripensarci.
Questo attimo di indecisione passó subito, perché dovetti
occuparmi dei bambini e dei bagagli, oltre al biglietto d'imbarco
e a tutte le cose che si devono fare in simili circostanze.
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- "Papá, papá", mi gridava Dario, mentre
altre persone attorno a noi vociavano per differenti ragioni,
"ricordati che voglio andare vicino al finestrino, voglio
guardare giú se vedo la nonna, gli zii..."
- "Quando saremo a bordo
vedremo come saremo sistemati".
Non potevo saperne di piú, era la prima volta che
mettevo i piedi su un aereo e proprio non immaginavo cosa ci
attendeva; in quel momento ero preso a verificare di non
dimenticare qualche cosa a terra piuttosto di seguire i ragionamenti e a dare
le risposte a Dario.
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Simonetta invece piccina, aveva solo quattro anni, era di taglia
mingherlina, nella confusione si teneva stretta alla gonna della
mamma per paura di rimanere a terra e si faceva trascinare. Mia
moglie con la bambina, che dalla curiositá sgranava gli occhi da
tutte le parti, mi seguiva e cosí ci accodammo per uscire sul
piazzale dell'aerostazione, da dove a piedi avremmo raggiunto la
scaletta per salire a bordo.
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Avevamo perso i contatti con i parenti che ci avevano
accompagnato all'aeroporto, i suoceri Pina e Gino, le due cognate
Nadia e Marika, sorelle di mia moglie, e Giampiero il fidanzato di
Nadia.
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Raggiunto il piazzale, potemmo rivedere i nonni ed i
cognati che erano saliti sulla terrazza dell'aeroporto e avevano
atteso con pazienza, per poterci rivedere e mandarci l'ultimo
saluto. Al loro
agitare delle braccia, solo i bambini potevano rispondere, perché
le nostre braccia erano impegnate a portare le borse e gli oggetti vari che
l'inesperienza o la troppa prudenza avevano suggerito di portare
con noi a bordo.
- "Ciao nonni, ciao zie, ciao Giampiero"
gridavano i bambini con la testa girata indietro, mentre con una
mano riuscivamo ancora a trattenerli ed a guidarli in direzione
dell'aereo.
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A bordo, abbiamo avuto la sorpresa di trovare un vettore
stracarico, pieno zeppo. Il
volo proveniva da Roma, era stipato di emigranti, erano intere
famiglie che andavano a congiungersi con i capofamiglia espatriati
negli anni cinquanta.
Siamo stati sistemati in tre posti attigui nelle prime
file sul lato sinistro del velivolo, mentre Dario da solo ottenne
un finestrino sul lato destro.
Dal nostro obló si vedeva la terrazza dell'aeroporto
gremita di gente che continuava a gesticolare ed ad agitare
fazzoletti, certi che dall'interno noi li avremmo visti ed
apprezzati, ma che non potevano essere contraccambiati.
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Dario invece, borbottando, serio serio mi si rivolse
dicendo:
- "Papá. Io da questa parte non vedo niente."
Lo feci venire da noi e lo infilai tra mamma e sua
sorella, cosí poté soddisfare la sua curiositá e cercare di
vedere tra la folla la nonna, il nonno, le zie ed il suo caro
Giampiero.
Quello che c'era a bordo é indescrivibile. Vecchie
valigie legate con le corde e scatoloncini vari erano infilati a
forza sotto i seggiolini e molte persone avevano difficoltá a
sedersi ed ad allacciarsi le cinture di sicurezza.
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L'equipaggio, ligio al servizio ed ai regolamenti di volo
della Iata, obbligava a sistemare i bagagli nel migliore dei modi,
di liberare il corridoio centrale che doveva servire al passaggio
dei carrelli per i servizi, e con sorrisi e preghiere riusciva ad
ottenere il minimo richiesto per poter decollare.
Quando i segnali luminosi annunciarono il "vietato fumare" e "allacciare le cinture di sicurezza",
Dario suo malgrado dovette riprendere il suo posto che diventerá
buono dopo, quando l'aereo, fatta una retromarcia trainata, virerá
sulla sinistra per dirigersi verso la pista. Sará il suo lato
quello che fiancheggerá la terrazza dalla quale i parenti
mandavano gli ultimi addii.
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I portelli erano stati chiusi ed i motori avevano
aumentato il loro regime di giri.
Dall'alto soffiava un'arietta fresca sulla testa che quasi
mi fece prendere un raffreddore, prima di capire che avrei potuto
orientare l'ugéllo in altra direzione, o ridurre l'erogazione
dell'aria sino ad arrestarla completamente.
Ma che volete, era la mia prima esperienza di volo, erano i
primi contatti con un aereo.
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Uno scossone ridestó tutti i passeggeri che si erano
ammutoliti sulle poltrone; l'aeromobile si era mosso, iniziava il
nostro viaggio. Dal
finestrino, tra la testa di mia moglie Ebe e quella di Simonetta,
potei sbirciare fuori e vedere per l'ultima volta i nostri parenti
e tanta altra gente che continuava a gesticolare agitando
fazzoletti. L'aereo
raggiungeva lentamente la pista di decollaggio, seguendo altri due
aerei di linea che ci precedevano.
Dopo un'attesa di quindici minuti, che permise di vedere da
vicino la partenza dei due aeromobili, uno della Sabena e l'altro
di Air France, entrammo sulla pista.
Tenendo l'aereo frenato, il Comandante pilota accelleró i
reattori al massimo, un forte rumore invase la carlinga, quando ad
un tratto, lasciati i freni, l'aereo si trovó spinto da una forza
enorme, quella di quattro reattori della Rolls Royce, e la corsa
ebbe inizio sotto una accellerazione continua.
Noi seduti ed attaccati ai seggiolini con le cinture di
sicurezza strette sotto la pancia, la testa appoggiata contro gli
schienali delle poltroncine, senza muoversi, irrigiditi e perché
no, con un pó di paura, tra il rumore dei motori, e le vibrazioni
dell'aereo, sul carrello che rullava sulla pista di cemento,
pregavo il Signore e tutti i Santi del paradiso affinché ci
proteggessero.... Dario inevece, con la testa attaccata all'obló,
seguiva tutte le manovre ed incantato ammirava.
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D'un tratto, il rumore diminui, la rullata era finita,
l'aereo divenne piú leggero, s'inclinó verso l'alto
distaccandosi dal suolo, ed in meno che non si dica la terra si
allontanó da noi, la macchina volante aveva decollato, eravamo giá
in alto e sotto tutto ci appariva piccolo. I motori non si
sentivano piú, mentre continuavano ad imprimere all'aereo una
velocitá sufficiente per sollevarlo e mantenerlo sospeso
nell'aria.
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I segnali luminosi continuavano ad inporci il divieto di
fumo e di tenere allacciate le cinture di sicurezza.
L'aereo continuava a prendere quota, sotto un angolo
d'inclinazione di una trentina di gradi.
L'ascesa per raggiungere la quota di crociera fu assai
lunga, ma quando ormai tutti eravamo abituati sia al rumore che
alla posizione dell'apparecchio, un suono di carillon "din
don" ci informava che si poteva fumare e che potevamo anche
toglierci le cinture di sicurezza, infatti i due segnali luminosi
si erano spenti.
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La prima ora di volo passó assai veloce, i passeggeri
erano occupati a seguire il personale di volo che dava le
dimostrazioni di come usare, nei casi di emergenza, le maschere ad
ossigeno e di come indossare il giubbotto di salvataggio.
Meglio non pensare a queste cose, dicevo tra me e me,
mentre nei tre seggiolini accanto, Dario sbuffava, cominciava ad
annoiarsi perché dall'alto non si vedeva piú niente, inoltre non
si poteva muovere, gli occupanti i due posti attigui a lui, due
vecchietti, dalla noia, si erano assopiti.
Dopo poco mi accorsi che Dario non aveva perso le sue
abitudini, anche lui si era addormentato.
Gli succedeva sempre ogni volta che lo salivo in macchina,
si sdraiava sul seggiolino posteriore e dormiva per tutta la
durata del viaggio.
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Eravamo seduti sul lato sinistro dell'aereo ed il caldo
non tardó a farsi sentire. Viaggiando
verso il Canada, dall'Italia ci sono circa otto ore di volo, ed a
causa del fuso orario di sei ore, si parte da Milano intorno a
mezzogiorno e si arriva a Montreal verso le due del pomeriggio, si
fa tutto il viaggio con il sole allo zenit.
L'aereo, sotto i raggi del sole di agosto, era diventato
una sauna svedese, l'aria pressurizzata non riusciva a ridurre il
fattore caldo.
A
bordo, oltre ai nostri, c'erano bambini di tutte le etá, alcuni
piccini che camminavano barcollanti, si aggrappavano ai braccioli
delle poltroncine ad ai pantaloni od alle gonne dei passeggeri,
lasciando impronte untuose ove toccavano.
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Piagnucolavano perché soffrivano il caldo, erano scalzi
con le malodoranti mutandine alle ginocchia, sgambettavano per il
corridoio, continuamente ripresi dalle madri ormai stanche e
svogliate che riuscivano sbuffando e con l'aggiunta di qualche
sculaccione, tra strilli e pianti e brontolii a ricondurli ai
rispettivi posti. Poveri piccini, stavano calmi sino a quando la mamma li
ninnava, magari con l'ausilio del succhiotto, ma quando la donna
stanca si concedeva un attimo di riposo, si svincolavano
nuovamente dalle prese materne e ricominciavano il gironzolare per
il corridoio, or in piedi or a carponi. Si sedevano sulla moquette
del corridoio, quando trovavano qualche oggetto per giocare. Le
scarpe di uno le mescolavano con quelle del vicino, tiravano fuori
dalle borse qualsiasi cosa gli
capitava sottomano. Trascinavano
tutto, sino in fondo
al corridoio. Uno riuscì a sfilare lo scialle ad una signora
anziana che appisolata lo aveva lascito penzolare sul bracciolo
della poltroncina, che al suo risveglio cercò invano e lo ritrovò
solo prima dello sbarco, tra
le mani di una hostes,
che cercava il suo legittimo proprietario.
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Fu un lungo viaggio del quale mi sono rimasti impressi
gli scatoloni legati con le corde, ed i queruli bambini, tutti
dentro un grosso tubo arroventato.
Avevamo fatto colazione due volte, ci eravamo appisolati
sonnecchiando, avevamo letto alcune riviste, la noia prevaleva e
le ore passavano lente, piano piano ci allontanavamo dall'Italia,
dal nostro paesello, dai nostri cari. Anch'io avevo lasciato la
mamma sessantenne, e mi prese un nodo alla gola, quasi mi venne da
piangere, ma mi feci forza e pensai al domani, al futuro.
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La
traversata atlantica era terminata, eravamo giá da un'ora sul
territorio canadese, e l'aereo stava scendendo lentamente.
Dall'alto si vedevano sempre meglio le verdi distese di
foreste ed una miriade di laghi e lagetti riflettenti i raggi del
sole. Migliaia di
chilometri quadrati di spazio inabitato, un vero paradiso
geologico testimone di un passato vulcanico della regione.
E man mano che si perde quota, in quel panorama eccezionale
si notano le colline arrotondate separate da fiumi e da torrenti,
emissari di laghi tanquilli, tra boschi di aceri colorati e di
abetaie silenziose, il tutto per noi ed a beneficio delle
generazioni future.
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Come tutte le cose hanno una fine, anche il nostro
viaggio arrivava alla sua conclusione, quando al "din
don" fece seguito la voce del Comandante che ci informava
dell'imminente atterraggio all'aeroporto Dorval di Montrèal entro
una ventina di minuti.
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Ci fu un risveglio generale. Tutti ripresero vigore. La
coda alle "toilettes", che per tutto il viaggio fu
affollata, diminui rapidamente.
Ciascuno riprese il proprio posto perché il suono del
carillon di bordo, aveva anticipato l'accensione dei due segnali
luminosi che riannunciavano di non fumare e di allacciare le
cinture di sicurezza. La
traversata fu meravigliosa, non un vuoto d'aria, nessuna
turbolenza, anche l'atterraggio fu morbido e l'equipaggio venne
applaudito dai passeggeri che avevano finalmente toccato terra.
Toccato terra per modo di dire, é l'aereo che si appoggia
al suolo, mentre i passeggeri devono attendere ancora una buona
mezz'ora e piú, prima di posare i propri piedi sul suolo
canadese.
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Lo sbarco avvenne tra la confusione la piú
indescrivibile. Chi
gridava a destra, chi chiamava il bambino a sinistra. Uno spingeva
il vicino per poter estrarre da sotto il suo seggiolino un paio di
scatoloncini, l'altro cercava di ritrovarere le sue scarpe che
erano state scaraventate una a levante e l'altra a ponente.
Tutti in piedi, in fila lungo il corridoio, si accalcavano
di fronte ai portelli d'uscita che non erano ancora stati aperti.
Noi, risistemati gli abiti, rivestimmo i bambini e ci preparammo a
scendere restando fermi al nostro posto in attesa che la ressa
terminasse, mentre gran parte dei passeggeri rimasero a bordo
perché il loro viaggio si concludeva a Toronto.
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Eravamo una famiglia distinta, mia moglie indossava un
tailleur da viaggio con cappellino e soprabito di renna, io un
abito grigio con impermeabile e borsalino, i bambini, vestiti
all'inglese, non facevano sfigurare.
Ricordo che tra le mani avevo il mio ombrello nero ed un
involto di carta che racchiudeva le mie canne da pesca, che non
avevo potuto mettere nei bagagli perché erano troppo lunghe.
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Sono sceso ultimo dall'aereo,
dando precedenza a Ebe ed ai bambini. Abbiamo sicuramente dato
nell'occhio, al punto che il comandante italiano ci ha salutati in inglese,
ed una hostess di terra si é avvicinata e ci ha chiesto se
avevamo bisogno di aiuto.
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La signorina fu la benvenuta, eravamo veramente dei pesci
fuori d'acqua, ci siamo subito messi nelle sue mani pregandola di
farci strada, perché il nostro viaggio non terminava a Montrèal,
ma a Port-Alfred nella contea di Bagotville, al nord del Québec.
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