FINE  DELLE  ACQUE  PROFONDE

INDICE

CAPITOLO  IIº

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L'emigrare, come dato di fatto, é un fenomeno per cui gli uomini o gli animali si spostano, trasloccano, per motivi vari e per periodi piú o meno lunghi oppure definitivamente. Il termine é entrato in uso per indicare l'espatrio di persone, mentre per gli animali si dice comunemente migrazione.

La storia umana ci offre esempi di spostamenti di tribú e di intere popolazioni, da zone infauste a terre piú propizie. Le maggiori correnti emigratorie erano alimentate dalla Cina, dal Giappone, dalla Russia, dalla Germania e dall'Italia e dirette prevalentemente verso le Americhe.

La vita economica e sociale dell'Italia, dalla sua unificazione (1861), é stata segnata dalla forte emigrazione degli italiani. Dopo un periodo relativamente corto, subito dopo la formazione del nuovo Stato, l'emigrazione ha preso una estensione rapida in quasi tutta la Penisola. Si calcola che dal 1861 alla fine del secolo, su una popolazione di circa 33 milioni di abitanti, piú di mezzo milione hanno espatriato. L'esodo si interromperá solo nel periodo tra le due Grandi guerre mondiali e durante il governo fascista che lo fermerá decisamente per favorire l'incremento demografico. L'eccesso di popolazione di alcune regioni veniva avviato verso le colonie o altre zone meno popolate, si ricorda la colonia etnica di commercio italiana della Tunisia. Nel decennio successivo la seconda Guerra mondiale, hanno lasciato l'Italia in media circa 240 mila individui l'anno, di cui la metá circa era diretta su paesi europei, Francia colonia etnica di politica, quella dei fuorusciti, Svizzera e Belgio, e su paesi del bacino mediterraneo per lavori stagionali. Gli altri invece optavano per i paesi d'oltre oceano, Argentina, U.S.A., Canada, Australia, Venezuela, Brasile, Cile, Colombia, Nuova Zelanda, per risiederci definitivamente.

Secondo i recenti dati statistici emersi alla Conferenza di Berlino del 1995, organizzata dal Consiglio Generale degli Italiani all'estero, d'intesa con il Ministero degli Esteri ed il Dipartimento per l'Informazione e l'Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, sono quasi 25 milioni gli italiani che tra il 1870 ed il 1960 hanno lasciato l'Italia. Una comunitá che ha raggiunto oggi la quarta generazione ed é stimata in circa 57 milioni di individui sparsi nel mondo. La maggior parte, specie i piú giovani, hanno perduto l'uso della lingua italiana, pur conservando idiomi o dialetti o nulla di tutto questo perché si sono integrati nella societá ospitante, ma hanno mantenuto il nome italiano, e con la terra d'origine i legami culturali ed affettivi, il campanilismo sportivo. Molti, dedicatisi al commercio, hanno intrapreso contatti economici ed attivitá commerciali con la vecchia Italia.

Entro il 1880 e il 1920, quattro milioni di emigranti Italiani sbarcano negli Stati Uniti. Di riflesso anche il Canada diventa un luogo di destinazione per gli emigranti Italiani, in particolare Montrèal. Il numero rimane assai limitato, si calcola intorno alle sessantamila unitá, ma crescerá considerabilmente con la seconda ondata d'emigrazione, dopo la seconda guerra mondiale.

In Canada, la costruzione delle grandi vie fluviali, le chiuse ed i canali della via marittima del San Lorenzo, che collegherá i grandi laghi al mare, le linee ferroviarie in grande espansione, lo sfruttamento di risorse naturali, attireranno molti emigranti, gran parte provenienti dagli Stati Uniti, ingaggiati per lavori temporanei o stagionali.

É questo il periodo ove si notano ed agiscono i primi agenti di collocamento.  Sono individui influenti ed astuti che operano d'intesa con le compagnie di navigazione, permettendo di recrutare direttamente in Italia.  

Con il viaggio prepagato, rimborsabile in Canada dopo l'ingaggio, hanno creato una corrente emigratoria continua fra l'Italia ed il Canada.

Il rientro di operai stagionali in Italia, contribuisce a far conoscere ancora di piú il Canada ad altri connazionali, che non tarderanno ad emigrare.  Appoggiandosi sui parenti giá residenti, o tramite legami d'amicizia tra compaesani di Montrèal ed anche di Toronto, la popolazione emigratoria aumenta considerabilmente. La metá degli abitanti di alcuni paesi del Molise e della Campania si trasferiscono in massa in Canada.  Grossi contingenti di emigranti arrivano dal sud, dalla Sicilia, dalla Calabria, dalle Marche e dal Lazio, mentre dal nord Italia giungono numerosi dal Veneto e dal Friuli.       

Dopo la seconda guerra mondiale, quando il movimento emigratorio si riprende, l'Italia diventa per il Canada, la principale fonte di risorsa in mano d'opera specializzata e manovalanza comune. 

La laboriositá, lo spirito di sacrificio e d'adattamento dei nostri emigranti, assunti nella costruzione di reti ferroviarie, impianti idroelettrici, nell'entroterra, lontano dalle famiglie, servirá a valorizzare il profilo professionale dell'emigrante italiano e l'evoluzione particolare del mercato del lavoro canadese ha generato una domanda crescente di mano d'opera non specializzata  sempre disposta alle incertitudini di un lavoro stagionale oppure di accettare gli sforzi fisici legati ai lavori di costruzione di strade ferrate e di canali. 

Il desiderio di accumulare del danaro per potersi permettere di raggiungere uno scopo, il matrimonio, la casa, far venire la famiglia, invogliavano l'emigrante a sacrifici considerabili, anche quelli di lavorare dodici ore al giorno, per sette giorni la settimana, a turni di due settimane consecutive, lontani dalla casa o dalla famiglia, prima di avere due giorni di riposo.  In un Paese ove il clima é rigido, lavorare a quelle condizioni, era il massimo sfruttamento e la maniera illecita con la quale la societá capitalista poteva trarre un profitto dal lavoro altrui.

Attorno agli emigranti italiani degli anni trenta e quaranta, operavano loschi individui.  Erano connazionali, anch'essi ex emigranti, che per la loro capacitá di rifiorire le cose alla napoletana, dopo aver imparato un pó la lingua, si erano intruffolati nel giro degli ingaggi, con le buone e con le cattive maniere, operando da intermediari prima e da "padroni" dopo.

Gli emigranti, attesi allo sbarco dai collaboratori del padrone, accettavano la protezione e le offerte di lavoro che gli offrivano, incoraggiati dal fatto che parlavano la loro stessa lingua ed a volte lo stesso dialetto.  I piú non avevano nulla da perdere, accettavano cosí le proposte di lavoro senza malizia, libere da pregiudizi. 

É cosí accertato che la maggior parte degli operai italiani sono stati introdotti in Canada tramite la mediazione di agenti di collocamento di Montrèal o di Toronto, noti sotto il nome di "padroni".  Le leggi canadesi, meno ristrettive di quelle americane, accordavano una maggiore libertá d'azione ai datori di lavoro ed ai loro dipendenti circa la forma di recrutamento utilizzata.

I datori di lavoro, quasi sempre grandi multinazionali, i cui dirigenti per non crearsi grattacapi e per non mancare di manodopera, accettavano i servigi del trafficante che riusciva sempre a far assumere gli ultimi arrivati, ed a sfruttarli, pretendendo e riscuotendo mensilmente da loro la tariffa d'ingaggio.  Inutile dire che se qualcuno si rifiutava di pagare perdeva il posto di lavoro, oltre a subire maltrattamenti da parte di aguzzini intemperanti.

Immaginate quello che hanno subito e sofferto quei poveri italiani, reputati ottimi lavoratori nella costruzione, costretti a vivere in lugubri dimore, con un riscaldamento a legna, senza acqua calda, in un paese che per sette mesi all'anno ha una temperature minima invernale, con punte glaciali.  Gente, che col lavoro, con il sacrificio e con la speranza di un domani migliore, ha nel tempo e negli anni migliorato il suo tenore di vita. 

Spariranno i "padroni", e con la sicurezza di un lavoro, conquistata dalla loro caparbietá e dallo spirito d'adattamento, sono stati riconosciuti dai datori di lavoro che li hanno valorizzati e tenuti con loro, nelle loro aziende.

Tra gli emigranti non ci sono solo degli operai, ci sono agricoltori, artigiani e commercianti, che dopo un primo periodo di adattamento e di risparmio, trovano, in una economia in espansione, la possibilitá di riprendere le loro attivitá.     

Dopo le prime esperienze di lavoro nell'entroterra canadese, i lavoratori italiani sono generalmente attirati dai grandi centri urbani come Montrèal e Toronto ed in minore numero a Vancouver.  La crescita e la rapida espansione di queste cittá, crea una forte domanda di mano d'opera, particolarmente nella costruzione, nell'espansione della rete stradale cittadina con i servizi connessi di fognature e d'acquedotti.  L'espansione industriale di Montrèal e di Toronto impiega ingegnosi operai italiani nelle gigantesche fabbriche per la costruzione di materiale viaggiante per le ferrovie. 

La cittá offre anche a coloro che hanno un senso degli affari la possibilitá di aprire piccole imprese o di esercitare i mestieri artigianali imparati al paesello.  Molti vedono il loro sogno avverarsi, e nel quartiere italiano di Montrèal, nella Piccola Italia, sorgono i primi negozi di barbiere, di calzolaio, di droghiere, di sarto, di fruttivendolo, di panettiere ed altri, al servizio di una clientela italiana ed in lingua italiana. 

La "Piccola Italia" di Montrèal ha havuto la sua massima notorietá nell'anteguerra, quando tutto era italiano.  Il regime ha edificato la Casa d'Italia, tutt'oggi centro etnico e culturale. Nella chiesa della parrocchia della Difesa, gli affreschi della cupola raffigurano il Duce ed i Gerarchi del tempo, con a fianco la Curia Romana con alla testa il cardinal Gasparri, a ricordo dei Patti Lateranensi.       

Tra la Casa d'Italia e la via Dante, é sorto il rinomato mercato all'aperto, il mercato Jean Talon, riconosciuto da tutte le etnie come il luogo migliore per approvigionarsi una volta alla settimana, facendo grandi economie sulla spesa.

Il centro della Piccola Italia é la via Dante, sulla quale oltre alla chiesa della parrocchia italiana della Madonna della Difesa, sono sorti i primi negozi di artigianato, la chincaglieria, la panetteria, un negozio di generi alimentari italiani, ed il club Deni.

Il Comm. Deni fu un grande personaggio della Piccola Italia. Uno dei fautori della Casa d'Italia, fu fascista e fondatore della banda musicale omonima.  Proprietario di un immobile sulla via Dante, vi ha insediato la sede del partito fascista dando vita ad un primo club di persone anziane, le quali si riunivano a giocare a carte, specialmente durante le uggiose giornate d'inverno.

La Piccola Italia é vitale ancora oggi, si sono aggiunti alcuni rinomati ristoranti, il negozio di generi alimentari ha assunto l'aspetto di un grande supermercato, ma la chiesa, la piazzetta con la statua di Dante Alighieri, il club Deni, che con il passare degli anni ha modificato l'insegna esterna, esponendo quella del MSI, ma la banda musicale é sempre operante  in divisa blu. 

Tutte queste cose od attivitá  sono sempre lí, a testimoniare un passato, a far ricordare la vera storia dell'emigrazione italiana a Montrèal.

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La collettività italiana si é subito infiltrata, testa bassa nel sistema locale, e col tempo e col lavoro ha permesso ai più l'acquisto della prima casa; con la casa é venuta la tranquillitá ed il benessere; dal benesere, granello su granello é sorto il risparmio, frutto tutto questo che andrà a beneficio dei figli.

La legge canadese da diritto a tutti i proprietari, contribuenti pagatori di tasse municipali, di partecipare alle elezioni comunali e di candidarsi ai posti di consigliere nelle circoscrizioni di residenza. Alcuni connazionali si sono distinti ed hanno partecipato alla gestione della città di Montréal.  

La nuova generazione, cresciuta con la premurosa attenzione della famiglia, ha allevato la progenitura dando loro tutto quello che non avevano essi ottenuto in gioventú.

Sono derivate delle generazioni meravigliose, sia dal punto di vista genetico che da quello culturale e professionale.  Dal punto di vista fisico, i figli hanno beneficiato di una alimentazione vasta e ricca di proteine, cosa che i padri non avevano al paesello; mentre da quello educativo hanno avuto accesso a tutti i livelli di scuola.  Si annoverano oggi avvocati, medici, ingenieri, contabili, ogni tipo di professione é praticata dai nostri giovani connazionali, risultato di un benessere economico raggiunto dai genitori e dalla volontá che questi giovani hanno avuto per emergere, farsi strada, raggiungendo in molti casi anche posti e posizioni invidiate.  

Sul piano famigliare i figli, alimentati dai valori tradizionali d'obbedienza e di rispetto filiale, contribuiscono allo sforzo comune della famiglia con un lavoro assiduo e di partecipazione. La famiglia italiana si é dimostrata capace di assorbire l'urto del conflitto delle nuove generazioni, aprendosi a dei modi di vivere, che hanno permesso la convivenza con certi valori famigliari di base validi per il vivere di oggi.  

Prevale tra i giovani un grande sentimento di rispetto e di responsabilitá che li costringe moralmente a coabitare ed aiutare i genitori che invecchiano, rinunciando a certi privilegi ed a certe autonomie nella loro vita di adulti e di coniugati.

Scrive Ramirez: "Chez les immigrants italiens, l'importance de la famille et des relations basées sur les liens de parenté n'a pas empêché le développement d'istitutions communautaires destinées à recréer un univers culturel propice à la conservation de leurs traditions et de leurs identité".

(Traduzione) "Presso gli emigranti italiani, l'importanza della famiglia e delle relazioni basate sui legami di parentela non hanno impedito lo sviluppo delle istituzioni comunitarie destinate a ricreare un universo culturale propizio alla conservazione delle tradizioni e della loro identità".

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       Tutto questo per localizzare storicamente la data della mia partenza, avvenuta nel 1966 da Milano, quindi piú tardi della grande emigrazione, perché gli esperti alla Conferenza di Berlino, calcolano che questo esodo sia terminato nel 1960.  

Mi piace questa conclusione, la condivido perché non mi sono mai considerato un emigrante, piuttosto un turista, piuttosto un girovago nel mondo alla scoperta di cose nuove.  

 Ero assorto nelle riflessioni rivivendo la vita di quei poveri emigranti,  quando sono destato da un grido, é quello di mia moglie, che mi invita ad andare a tavola perché la cena é pronta.  

Ripongo l'opuscoletto "Les italiens au Canada" di Bruno Ramirez, professore di storia all'Università di Montréal, dal quale ho tratto i dati salienti che mi hanno permesso di arricchire l'inizio di questo capitolo, mi affretto a salire di sopra per non farmi richiamare una seconda volta.

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Durante il mio soggiorno a Montréal ho conosciuto migliaia di italiani, e figli di emigranti della prima ora.  Uno di questi, Jonny, lavorava con me, lui era giá della terza generazione, piú che parlare capiva l'italiano.  

Mi raccontava, dialogando in francese, che il nonno aveva emigrato o forse era scappato dal paese. Si é sposato due volte, e la seconda volta lo ha fatto a Montrèal. La moglie che ha conosciuto lui era la seconda, ma quella non era la sua vera nonna.

- "Di mia nonna vera non conosco neppure il nome, mentre della seconda moglie, il nome era Adele, che noi chiamavamo nonna e che ha vissuto tanti anni con noi ed é morta molto vecchia".  

Queste frasi Jonny le componeva malamente, alternando vocaboli in inglese, al che io gli chiesi:

- "Hai imparato a parlare l'italiano da Lei ?".

- "Qualche cosa; in casa parlavano tutti il dialetto ed io ho frequentato le scuole in francese ed in inglese e non avevo dialogo con i nonni".  

Jonny, era nato a Montréal nel 1941, sulla via Beaubien, battezzato nella Chiesa della Difesa, gli erano stati imposti i nomi di Giovanni e Giuseppe, ma veniva chiamato Jonny all'americana; aveva vissuto un ambiente diverso da quello dei suoi nonni. 

I genitori di Jonny erano nati a Montrèal parlavano il dialetto larinese e il francese. I Nonni erano invece originari del Molise, quasi sicuramente di Larino, comune in provincia di Campobasso, localizzato sulla collina alla destra del Biferno, in una zona a quei tempi molto fertile.  Oggi invece distrutta dalla civilizzazione e dallo sviluppo autostradale.  Mi raccontano che il municipio di Boiano ha venduto l'acqua ad una municipalitá vicina, cosí il Biferno si é essicato, non c'é piú acqua per irrigare, ed i giardini di un tempo non esistono piú.

L'amico Jonny riprende a raccontare con piú vigore, sembra di aver riaperto lo scrigno dei ricordi, e continua:

- "Rapporti migliori li ho avuti con i genitori di mia madre".

- "Cosa sai di loro ?".

- "Ho vissuto con loro sino all'etá di sedici anni, il nonno Belpulzo Vincenzo si uccupava del giardino, coltivava ortaggi, mentre la nonna Fiorito Iolanda faceva la casalinga, stava quasi sempre in casa".

-   "Avrai parlato con loro? Avrai sentito raccontare qual che cosa?"

-  "Non proprio, come ti ripeto io avevo una vita diversa, avevo amici anche di origine italiana, ma come me non parlavamo altro che l'inglese ed il francese".

- "Allora in casa non c'era dialogo tra voi?".

- "È vero, con i nonni non c'era, ci limitavamo alle frasi essenziali".

- "E con i tuoi genitori?". 

- "Loro erano nati come me a Montrèal, quindi in casa noi parlavamo correntemente il francese"; Jonny si ferma un attimo a pensare poi prosegue:

- "La nostra è una famiglia numerosa, dal lato paterno ho due zii, mentre da quello materno ho tre zii e quattro zie con un gran numero di cucini e di secondi cugini, oltre ai mariti ed alle mogli degli zii e zie e dei cugini".

- "Siete veramente in tanti".

- "In tanti, ma non ci incontriamo spesso. Noi abbiamo ormai perso le tradizioni ed i costumi dei nostri nonni. Da quando la nonna materna è morta, in casa abbiamo vissuto alla francese, prendendo le abitudini locali".

- "Abbiamo trascorso un'infanzia povera".

- "Perché dici infanzia povera, Jonny?".

- "Perché non avevamo le comodità di oggi, la casa era riscaldata a legna e non avevamo l'acqua calda". 

- "Guarda Jonny che a quei tempi era così anche in Italia. Nell'immediato dopo guerra, anni della tua infanzia, anche da noi ci si scaldava a legna". Non riusciva Jonny a fare un legame logico tra la vita di Montrèal, città nord americana in piena espansione degli anni quaranta, con quella che ha vissuto lui comparandola alla vita di oggi, con le sue comodità. 

- "Sai, noi eravamo poveri, la domenica per passare la giornata andavamo in bicicletta sull'isola Saint-Helene, poi tornavamo a casa.

- "Beato te Jonny, avevi una bicicletta!".

- "Per passare il tempo, se non andavamo in bicicletta, andavamo alla piscina comunale, dove per poter fare tre quarti d'ora di nuoto, dovevamo mettersi in coda un'ora prima. Questa coda la facevamo due o tre volte al giorno, per poter fare il bagno più volte".

- "La chiami miseria questa? Dimmi un po' avevi da mangiare?".

- "Mangiare grazie a Dio ne abbiamo sempre avuto, mio padre lavorava, ha fatto il pressatore di pantaloni per tutta la sua esistenza, sempre con la stessa ditta".

Jonny non parlava più, i suoi occhi lucenti si spostavano a tratti verso destra e verso sinistra, voleva cercare di dire qualche cosa ma non riusciva. Allora lo ripresi così:

- "Raccontami ancora di tuo nonno paterno".

- "Non sono sicuro, non ricordo bene, il nonno è morto che io avevo sei anni, e con lui non avevo avuto modo di dialogare molto".

- "Quindi non l'hai veramente conosciuto".

- "No! Ho sentito raccontare che era analfabeta ed io l'ho visto firmare con un segno di croce".

- "Hai detto che era fuggito dall'Italia".

- "Forse....., ha avuto problemi anche con il suo cognome".

- "Cosa intendi dire?".

- "Il suo cognome come il mio è Palassio, ma ho saputo che questo cognome era il risultato di un errore anagrafico, lui diceva di chiamarsi Panaccio".

Jonny si ferma spesso a pensare, non ha le idee chiare sui suoi antenati, così cercai di cambiare discorso domandandogli di raccontarmi qualche aneddoto qualche cosa che mi possa far capire le vere origini.

- "Sai cosa mi dicevano i nonni ogni volta che starnutivo?".

- "Non sò, cosa ti dicevano?".

- "Cresci santo".

- "Da noi, in generale si rispondeva semplicemente: Salute".

- "Quando mio nonno si arrabbiava, l'espressione era: sangue di gatta".

- "Sono vecchi detti paesani".

- "Mentre mia nonna quando accendeva la luce usava dire: Gesù Maria".

- "Eravamo veramente poveri, continua a raccontare Jonny, e per lavarci dovevamo far scaldare l'acqua nella pentola. Un giorno rimasi a dormire da una zia che aveva una casa con l'impianto dell'acqua calda. Prima di coricarmi la zia mi disse che avrei potuto fare la doccia se lo desideravo. Ringaziai e mi rinchiusi nella camera che mi avevano assegnato per dormire. Andai nel bagno ed aprii il rubinetto della doccia ma restai sorpreso quando sentii che l'acqua usciva fredda. Richiusi il rubinetto e me ne andai a dormire. L'indomani mattina ringraziai la zia dell'ospitalità, pur rimanendo con la voglia di prendere una doccia".

Jonny mi guardò, sorrire e mi disse:

- "Io non sapevo che bisognava lasciar scorrere l'acqua per evere quella calda; non volevo consumare acqua per nulla".

Non era povertà quella che racconta l'amico Jonny, era la maniera di vivere del tempo. Non era figlio di un milionario, aveva vissuto una giovinezza diversa da quella che lui ha fatto vivere a sua figlia. Oggi è diverso, il progresso, lo sviluppo edilizio, la società dei consumi ci ha dato in questi ultimi cinquant'anni tutto quello che le generazioni passate non avevano mai avuto.

La miseria era tutt'altra cosa, la vera miseria la si viveva anche in Italia, io ricordo intere famiglie vivere alla meglio, abitare in tuguri e dormire a terra su pagliericci o giacigli fatti di foglie secche o di spighe di granturco.

Janny aveva una casa, si scaldava con la legna; il padre pressatore lavorava e riusciva a far vivere la sua famiglia, a dare una educazione ai figli ed acquistare loro anche una bicicletta.  Vista oggi era una vita misera, ma a quei tempi sicuramente no.

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