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Come mai mi son trovato con
tutta la famiglia, armi e bagagli, su quell'aereo dell'Alitalia in
quel lontano agosto 1966 ?.... Cerco ancora
oggi di trovare la risposta. Io ho sempre avuto timore delle
situazioni difficili, dei problemi che si affacciano nella vita e
che vanno affrontati e risolti in un modo o nell'altro. Forse la
risposta la troverò nello svolgere i capitoli che seguono,
intanto mi riprendo, torno indietro nel tempo per riallacciarmi
alla mia realtá.
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Terminati gli studi tecnici
nel 1954, venni incanalato sul mercato del lavoro, l'Italia era in
piena ricostruzione e la forza lavoro era richiesta ovunque, anche
se le retribuzioni non erano delle migliori.
Iniziai al paese come libero professionista, diressi alcuni
cantieri scuola, gli operai erano retribuiti con settecento lire al giorno
e gli si dava una minestra a mezzogiorno; l'ingaggio era
trimestrale. I risultati erano buoni,
gli operai lavoravano indefessi da mattina a sera, e le strade,
scavate a mano, avanzavano e si raggiungevano le mete prefisse.
Ricordo che i banchi di roccia venivano frantumati con le
mine, caricate con polvere nera, introdotta in fori di tre
centimetri di diametro perforati a mano, a colpi di mazza, e fatte
brillare con una miccia, accesa con la brace di un sigaro toscano.
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Stavamo costruendo la strada comunale di Iera. Era stato
assunto come esperto minatore il Marubin, un anziano combattente,
perché a suo dire, aveva fatto saltare a colpi di mine, durante la grande guerra del
1915-1918, mezza divisione corazzata austriaca.
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Un pomeriggio, ed era sempre
alle ore tre che si facevano brillare le mine, durante le
operazioni di innescamento, ci fu l'improvvisa esplosione della
mina sotto i piedi di Marubin, ed il poveraccio venne scagliato in
aria. Marubin si
ritrovó tra i rami di un vecchio castagno dal quale fu aiutato a
scendere dai compagni di lavoro.
Era diventato pallido, sudava per la paura avuta, era
indolenzito, ma si teneva in piedi, era ancora tutto d'un pezzo.
La giornata lavorativa venne sospesa dopo questo incidente, ma il
giorno dopo, il povero Marubin e compagni erano puntuali al loro posto, non potevano
rinunciare alle settecento lire giornaliere.
Il minatore, non riusciva a rendersi conto di come abbia
potuto far brillare cosí rapidamente la mina, senza avere il
tempo di scappare nel suo nascondiglio.
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Questa mia attivitá duró
alcuni anni, ma ben presto la regione si spopoló ed anch'io feci
i bagagli per Milano, a raggiungere la fidanzata che mi aveva
preceduto, con la quale mi sposeró nel 1959.
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Dopo i primi periodi incerti,
ed alcuni impieghi che ho dovuto cambiare per migliorare lo
stipendio, trovai sistemazione presso una grande impresa di
costruzioni che faceva parte di un grande gruppo finanziario,
nella quale mi ero ben piazzato ed ero stimato, ma lo stipendio
non mi faceva mai arrivare alla fine del mese con qualche
centesimo in tasca.
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Avevamo in quegli anni
parecchi cantieri a Milano, era il "boom" degli anni
sessanta, mi era stata assegnata la direzione di un grande
complesso in via Meravigli angolo via Camperio, coadiuvato da un
grande capomastro di nome Angelo Ponti.
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Questo competentissimo uomo,
al quale devo molto, perché con lui mi sono fatto una grandissima
esperienza che mi aiuterá per tutta la vita, era originario di
Gavirate, comune del varesotto, sulla estremitá nord-occidentale
del lago di Varese. Faceva il pendolare, e come tutti i lavoratori della
costruzione, era puntuale agli orari d'arrivo e di partenza, perché
condizionato dal treno che lo portava al mattino e lo riconduceva
a casa alla sera. Aveva
la moglie ammalata, era inferma, in casa coabitava la suocera che
accudiva alle facende domestiche, la figlia era studentessa.
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A
mezzogiorno ci riunivamo, io, Ponti e due capisquadra: Severino e
Ilario. Avevamo
una stanzetta comunicante con l'ufficio di cantiere che ci serviva
da spogliatoio e da refettorio.
Il magaziniere ogni giorno si occupava di fornire sulla
tavola un bottiglione di vino, che naturalmente pagavamo in parti
uguali, e di far riscaldare la "schiscetta" nome della
gavetta usata dagli operai nel milanese, che Angelo apriva
lasciando fuoriuscire una nuvola di vapore, che aveva sempre lo
stesso buon odore, quello della pastasciutta. I primi tempi non
osavo, ma poi un giorno mi feci coraggio e gli domandai:
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- "Signor Ponti ?
Ma lei mangia solo e sempre spaghetti al sugo ?".
- "Vede", mi risponse sorridente, "mia
suocera non sa fare altro, ma deve credermi non sono mai la stessa
cosa".
- "Mi sembra di vedere sempre pastasciutta".
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C'era Severino e Ilario che non osavano intervenire,
seguivano il nostro dialogo ma non dissero nulla. Si leggeva sui loro visi che erano anche loro curiosi di
sapere come mai era sempre pastasciutta, ma non avrebbero mai
osato di chiedere a Ponti una cosa simile.
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- "Sempre pastasciutta si, ma una volta é troppo
cruda, una volta e troppo cotta, una volta é salata, una volta
affumicata, per cui dico che non mangio mai la stessa cosa, é
ogni giorno una sorpresa".
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Ponti aveva una suo temperamento, una sua filosofia della
vita, amava il suo lavoro e lo svolgeva con diligenza e
competenza. Il pasto di mezzogiorno al cantiere poteva essere
frugale, ma alla sera in famiglia era ben altra cosa.
Era il piú anziano nell'impresa, era benvoluto e stimato
da tutti.
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Beneficiavo di questa sua esperienza e lo seguivo
coadiuvando ogni sua richiesta.
Vivendo nella sua ombra, e collaborando con lui, mi vennero
attribuiti dei meriti, per cui ero entrato nel gruppo dirigente
dell'impresa con buone prospettive di carriera.
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Il fatto che mi ha dato maggiore popolaritá, avvenne un
giorno a causa di un furto. Infatuato dai filmetti televisivi del
tempo, presi le vesti di "Maigret" e svolsi una mia
investigazione.
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Ponti ogni anno prendeva le
sue ferie annuali il mese di luglio, ed io lo sostituivo, come si
voleva ormai da alcuni anni.
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Era d'uso dare agli operai,
se lo richiedevano, degli acconti settimanali sulla paga e a fine
mese, consegnavamo la busta paga, con sopra calcolate le ritenute
ed il saldo. Toccó a
me quel mese, distribuire le paghe mensili agli operai, i quali
controllati i contenuti di ogni singola busta paga, firmavano il
foglio di ricevuta, una volta usciti dall'ufficio non eravamo piú
responsabili dei loro stipendi.
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Quella sera, venni messo al
corrente da Severino che ad un carpentiere gli era stata sottratta
la sua busta paga con dentro il denaro corrispostogli.
Il caposquadra mi consigliò di recarmi nello spogliatoio
degli operai, per ascoltare la dichiarazione di furto fatta dal
carpentiere derubato. Lo ascoltai, quindi mi rivolsi a tutti i
presenti affermando che avrei desiderato che il possessore di quel
sudato guadagno, lo restituisse, facendolo pervenire all'ufficio
di cantiere con qualsiasi mezzo, anonimo o altro, entro la
riapertura dell'ufficio di cantiere del giorno seguente, caso
contrario avremmo preso delle procedure punitive collettive, ove
naturalmente gli innocenti avrebbero pagato per i colpevoli.
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Diedi ordine al magaziniere di aprire il cancello e di
lasciar uscire il personale, fare una perquisizione era illegale,
chiamare la polizia era l'azione meno desiderata perché dava
discredito all'impresa, poi non avrebbe risolto nulla perché il
malloppo poteva ormai essere stato nascosto. L'indomani alle sette
ero giá in cantiere, i due capisquadra non tardarono, diedi
l'ordine di raggruppare il personale nel refettorio e di prendere
le presenze. La busta paga non era stata riconsegnata quindi il
furto era avvenuto ed io avrei dovuto attendere l'apertura degli
uffici dell'impresa per potermi consigliare con i dirigenti sul da
farsi.
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Ottemperata la procedura d'appello, Severino tornò in
ufficio e mi presentó la giornaliera, libro di cantiere sul quale
sono scritti i nomi degli operai e sul quale vengono segnate
giornalmente le presenze di ciascuno. Di tutti solo uno era
assente, ma il caposquadra mi ricordó che quell'operaio era stato
richiesto da un collega su un altro cantiere per completare alcuni
lavori lasciati in sespeso. Lavoro questo che lo avrebbe occupato per una settimana
circa.
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Mi presentai nel refettorio ove
gli operai erano di pessimo umore, per spiegare quello che avrei
fatto, cioé chiedere ai dirigenti di istruirmi sul da farsi,
nell'attesa diedi il permesso di riprendere il lavoro e di
continuare come se niente fosse accaduto. Io ritornai in ufficio e
cominciai a pensare. Ad un tratto un'idea fece capolino e di
scatto chiamai Severino, che poco distante udí ed accorse.
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- "Vado al cantiere di De
Angeli Frua, voglio vedere in faccia l'operaio che non é presente
questa mattina, voglio scambiare con lui quattro
chiacchiere. Ti lascio
responsabile del cantiere, Mi raccomando....".
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Sapevo di potermi fidare di Severino, era stato allevato
da Ponti, ed era il suo prediletto.
Severino, di origine bergamasca, era piccolo di statura,
biondo con pelle lentigginosa, aveva piú o meno la mia etá, era
svelto ed intelligente.
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Lasciai il cantiere in buone mani, senza preavvisare
nessuno, perché gli uffici erano ancora chiusi, salii sulla mia
Giulietta, presi per via Meravigli e mi diressi al sud di Milano.
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In via Vincenzo Monti avevamo un'altro cantiere e
l'ultimo piano di un attiguo vecchio stabile da ristrutturare,
di proprietá dell'impresa, era stato adibito a residenza e
dormitorio per gli operai che venivano dalla Sardegna, regione
dove l'impresa ingaggiava a quei tempi la mano d'opera necessaria
per i cantieri del milanese.
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Dopo una buona mezz'ora di macchina, raggiunsi la zona di
De Angeli Frua, mi fermai all'ufficio del cantiere, per chiedere
al collega Grassini se l'operaio era arrivato e dopo avergli
spiegato le ragioni che mi avevano spinto a parlargli, chiesi il
suo permesso per poterlo riportare in via Camperio.
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L'uomo del quale non ricordo il nome, non si fece pregare
e salí in macchina con me. Era
piccolo di statura, nero di capelli, avrá avuto sulla cinquantina
d'anni, era sicuramente padre di famiglia, era a Milano per
lavorare e guadagnare per far vivere i suoi rimasti al paesello.
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Sono momenti difficili, io ho
una responsabilitá, quell'uomo é un estraneo, non lo conosco, puó
commettere qualsiasi azione, siamo soli, io e lui.
Sono convinto che dietro di noi c'é qualcuno che ci guida,
e quella che noi chiamiamo intuizione non é altro che il
suggerimento di questo "qualcuno".
In ogni modo, d'istinto, mentre ero preso a guidare nel
traffico intenso di Milano, iniziai a raccontare del furto della
paga del povero carpentiere.
Gli dissi, senza troppe cerimonie, che gli operai di via
Camperio lo volevano vedere in faccia, perché lui era l'unico
assente del giorno. Nel
frattempo transitavo lungo le mura del carcere di San Vittore e
nel discorso aggiunsi che il ladro finirá sicuramente in
prigione, la dentro, indicando nel momento in cui passavo innanzi,
l'entrata della prigione.
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A queste parole, il
poveraccio scoppió in lacrime scusandosi con me per aver commesso
una cosa orribile, ma che lui non aveva rubato; dichiaró di aver
trovato a terra la busta e di averla raccolta istintivamente e,
senza riflettere, l'aveva nascosta in una manica di una lercia
camicia da lavoro che aveva in cantiere, e che poi a sera l'aveva
recuperata e portata al dormitorio, da lavare.
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Mi
pregó di perdonarlo, di non portarlo in via Camperio al cospetto
dei suoi amici di lavoro, ma di passare piuttosto per via Vincenzo
Monti, dove mi avrebbe restituito la busta paga con il contenuto.
Mi confessó tra l'altro, che aveva passato una notte insonne, fu
il destino ad avergli fatto commettere quel brutto gesto, del
quale solo il caso e la tentazione, sono stati i veri
responsabili, che lo hanno spinto ad agire cosí. Giustificó il suo gesto dicendomi che non aveva rubato, che
non aveva cercato volontariamente di rubare, ma che fortuitamente
si era trovato di fronte la busta paga e che l'egoismo e l'istante
non gli avevano dato il tempo per riflettere.
Si dichiaró colpevole, si scusó del gesto e mi pregó di
fermarmi in via Vincenzo Monti.
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Raggiunto il cantiere di
Vincenzo Monti, accompagnai l'operaio in ufficio ed alla presenza
del mio collega e di un altro testimone feci dichiarare che lui
era il responsabile del furto della busta paga e che sarebbe
salito nel suo alloggio a prendere la refurtiva.
Cosa che fece e che mi consegnó.
Lo pregai di restare a disposizione che gli avremmo fatto
conoscere le decisioni dell'ufficio del personale nei suoi
riguardi.
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Suonava mezzogiorno quando
feci ritorno al cantiere di via Camperio ove trovai Severino e
Ilario che mi aspettavano per mangiare.
Entrai in ufficio con la busta in mano ed intesi le
esclamazioni:
- "Come ha fatto? ... é un miracolo,
bravo". |
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Andammo tutti e tre al
refettorio degli operai, dove il malumore cessó non appena mi
videro entrare con la busta.
Fu un grido generale di esultanza, fu il grido di vittoria
dei buoni sul cattivo che li aveva messi tutti sullo stesso
livello, tutti accusati e tutti punibili.
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Fu un caso, non ci fu certamente dell'abilitá in me, non
ho certamente risolto nessun enigma, come ripeto credo nella
protezione e nel terzo senso, credo che c'é qualcuno che ci
assiste e che ci guida.
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Nel pomeriggio venni chiamato in direzione, l'ing. Stasio
mi ricevette nel suo ufficio, volle essere messo al corrente del
fatto in ogni dettaglio e mi disse:
- "Il posto che occupo mi obbliga a congratularmi
con Lei di come ha gestito e diretto il recupero della refurtiva.
Verrá sicuramente tenuto conto questo suo operato nella
valutazione personale che noi faremo a fine d'anno".
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Dopo una riflessione silenziosa riprese:
- "Siccome personalmente le voglio bene..."
L'ing. Stasio, romano di provenienza, si esprimeva col
sorriso ed era molto espansivo.
Aveva ormai raggiunto l'etá della pensione, capelli
bianchi ed una robusta corporatura da buongustaio.
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un attimo a guardarmi poi riprese: |
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- "Siccome é uno dei nostri migliori dirigenti,
proseguí, essendomi Lei personalmente simpatico, le voglio dare
un consiglio, dato che mi sembra di trovarmi nella posizione di
poterglielo dare. Mi ascolti bene e rifletta.
La
prossima volta, se ci sará una prossima volta, io voglio sperare
di no, ma se un fatto simile si dovesse riverificare, mi segue
?... Lei mi sembra
intelligente..., lasci perdere, il gioco non vale la
candela".
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Venni a sapere poi che l'impresa era assicurata, e che i
furti sul cantiere potevano essere rimborsati.
Ponti riprese servizio, dopo le sue vacanze, non osai
riferirgli l'accaduto, ma quando lo venne a sapere, mi prese solo
a solo, mi tiró le orecchie forte forte da farmi male, e mi
disse:
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- "Non posso assentarmi, prendere le mie ferie
tranquillamente, dovete sempre, in mia assenza, combinarne una
grossa. In avvenire pensi prima di prendere una decisione e non
agisca mai se prima non avrá fatto come il gallo: lui canta sempre tre volte
prima….."
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