FINE  DELLE  ACQUE  PROFONDE

INDICE

CAPITOLO Vº

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Dopo le divagazioni fatte nei due capitoli precedenti, cercherò ora di attenermi di più alla narrativa, anche se la paura di dimenticare mi fa accellerare lo scrivere; siamo quindi arrivati a Montréal in Canada.

La hostess ci fece passare per un lungo corridoio sotterraneo che collega la sala di sbarco, all'edificio principale dell'areoporto di Dorval, dove recupereremo i nostri bagagli e dove si trovano gli uffici della Dogana e dell' Emigrazione. 

Il tragitto non é faticoso da percorrere, perché il lungo corridoio é fiancheggiato da un nastro trasportatore che ci evita la sgambata. In questo tunnel dovevano obbligatoriamente passare tutti i passeggeri, ed il tempo scorre velocemente in quanto la mente é continuamente occupata a guardare con curiosaità e meraviglia le grandi immagini fotografiche di tutte le zone caratteristiche del Québec, e per estensione del Canada. Ad ogni foto si accoppia il suono od il rumore del soggetto fotografato. La foresta con il cinguettio degli uccelli, l'alce con il suo sordo brontolio, la banchisa del nord con gli orsi le foche e i pinguini ed il fiume con i salmoni ed il gorgogliare dell'acqua di una cascata, i castori nuotano nel lago e sono accompagnati dal rumore che fanno sbattendo la coda a spatola sulla superficie dell'acqua. Immagini meravigliose che danno al nuovo arrivato il benvenuto e il desiderio e la gioia di poter un giorno vedere dal vivo tutto questo.

La hostess di servizio a ricevere e ad aiutare i passeggeri fu molto gentile, ci accompagnó all'ufficio dell'immigrazione e siccome eravamo in transito per Port-Alfred, ci fece evitare una lunga coda.  Un funzionario dell'emigrazione ci accolse e con l'intervento della hostess come interprete, ci organizzó il pernottamento a Montrèal in una pensione sul boulevard Dorchester, proprio in faccia alla stazione degli autobus.  Ci diede anche i biglietti per il viaggio Montrèal/Port-Alfred sulle linee degli autobus "Voyageur", con partenza alle ore otto del mattino.  Recuperati i bagagli che da un pezzo ci attendevano e continuavano a girare in giostra sul nastro trasportatore d'arrivo, caricati su un carrello, siamo stati accompagnati all'uscita dell'aeroporto a cercare un taxi per farci condurre alla pensione.

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All'arrivo del taxi, io e mia moglie ci siamo guardati in faccia, ci sembrava di vedere un transatlantico, il cofano posteriore dell'auto ha inghiottito tutto il bagaglio, valigie e borse a mano, lasciando ancora spazio per altri, mentre all'interno della Chevrolet, potevano salire e sistemarsi bene altre due persone.

Areoporto di Dorval

Il traffico di Montreal, contrariamente a quello milanese, é lento ed ordinato. Impiegammo una mezz'oretta per arrivare alla pensione.  Nella stanza trovammo due grandi letti e la stanchezza del viaggio ci invogliava ad usarli, mentre i bambini ci si erano giá gettati sopra e stavano quasi addormentandosi vestiti.

Ammucchiate le valigie in un angolo della camera, decidemmo di uscire a cercare un ristorante per poter mangiare qualche cosa prima di coricarci.  A due passi dalla pensione ne trovammo uno, uno di quei ristoranti-pizzerie all'americana, ove i tavoli sono allineati e fissati al muro.  Ci si siede su delle panche imbottite e foderate in skai, con schienale che fa ridosso con la panca del tavolo dietro. 

La cameriera ci ha fatto segno d'entrare e ci ha indicato un tavolo per quattro, verso il quale ci dirigemmo acconsentendo con un sorriso.  Molto di piú non potevamo fare, conoscevo un pochino di francese studiato a scuola, insufficiente per tentare una conversazione. Una volta preso posto, ci sedemmo io con a fianco Dario ed Ebe con Simonetta, mentre la cameriera ci portó due menú.  Sfogliando le pagine di uno di questi eleganti "cataloghi" rilegati, potei capire attraverso le figure, di cosa si trattava.  I menú all'americana sono validi annualmente, o meglio a vita, solo un foglietto aggiuntivo inserito nella prima pagina dopo la copertina, elenca i piatti del giorno, mentre il vero menú, sembra un catalogo da grandi magazzini, tramite le illustrazioni fotografiche, ci mostra già nel piatto quello che ci verrá servito.  Ogni scelta porta un numero, é facile ordinare, basta pronunciare il numero relativo, oppure indicare la foto del piatto stesso.  Cosí facemmo noi, ordinammo tre pizze "old drest", contraddistinte dal numero “8” perchè ci sembravano le più nutrienti. Ne abbiamo ordinate solo tre perché abbiamo visto, guardando i vicini giá serviti,  che per i bambini una pizza divisa in due era sufficiente.  Le pizze sono confezionate su ordinazione, e si possono avere di diametri differenti e farcite a piacere. Quelle scelte da noi "old drest" sono le più correnti e sono composte da strati diversi di: salsa di pomodoro aromatizzata con l'origano, salame qui chiamato "peperonì", fette di peperoni verdi, da funghi bianchi tagliati a fettine ed in ultimo uno spesso strato di formaggio tipo mozzarella. Preparate e cotte al momento in un fornetto in mattoni refrattari, riscaldato con fuoco di legna, abbiamo dovuto attendere una buona mezz'ora prima di poterle gustare. 

Contro il muro sopra ogni tavolo c'era un piccolo "juke-box" a monetine, ed i bambini in ginocchio sui sedili e con i gomiti appoggiati sul piano del tavolino, allungavano il collo per avvicinarsi il piú possibile per vedere i dischi ed il loro meccanismo di funzionamento.

- "Fai suonare qualche cosa, papá? Un disco di Mina o di Celentano".  Mi aveva chiesto Simonetta, ed io senza riflettere, perché contemporaneamente stavo parlando con Ebe, gli diedi alcuni spiccioli.  Simonetta e Dario introdussero i soldini nell'apposita feritoia ed hanno anche schiacciato a caso i tasti senza chiedere il mio intervento.  Anche se lo avessero richiesto non potavamo sapere quale musica il disco avrebbe suonato, perché i titoli erano in inglese.  Riconoscemmo peró la voce di Presley prima e quella dei Beetles dopo, tanto di moda in quegli anni. 

La scelta delle tre pizze l'avevamo fatta bene, erano ottime e da allora, una volta sistemati nella nostra casa, abbiamo preso l'abitudine di consumarle regolarmente, in America il "delivery" e previsto nel costo, basta dare una mancia al fattorino, portano a casa quello che ordini. Questa pizza e tanti altri cibi scoperti in seguito, entrarono regolarmente nel nostro menú famigliare.

Tra monosillabi e sorrisi riuscii a pagare il conto.  Avevo letto da qualche parte che le mance sono d'obbligo e si aggirano attorno al 15% del conto presentato.  Fu facile calcolarla e credo di averla lasciata buona, perché la cameriera non cessava di ripetere:

- "Merçi, merçi beaucoup, au revoir...".

Usciti all'aperto, volevamo fare quattro passi per respirare una boccata d'aria canadese in santa pace, ma i bambini cominciavano ad accusare la stanchezza, erano diventati lenti, si facevano trascinare.  Decidemmo di rientrare alla pensione e raggiunta la nostra camera, spogliammo i bambini e mentre ci accingevamo a coricali udimmo uno strano rumore.  Era uno sbattere d'ali contro le pareti, un enorme affare nero ci volava sulla testa.  Mia moglie cominció a gridare e si chinó vicina al letto, mentre io preso alla sprovvista, mi sentii preso dai brividi, mi venne la pelle d'oca.  Agguantai un cuscino e me lo misi sulla testa, quando compresi che si trattava di un pipistrello che, attratto dalla luce, era entrato dalla finestra aperta e dopo aver girato un pó attorno alle pareti della stanza se ne uscí prendendo la via da dove era arrivato.  Mi affrettai a chiudere la finestra e dopo questa parentesi movimentata, ce ne andammo a letto e ci addormentammo come ghiri.  Eravamo stanchi ed in piú c'era il fuso orario che ci aveva fatto vivere quella giornata sei ore di piú, avevamo trascorso una giornata di trenta ore.

L'indomani mattina, alle sette eravamo giá in movimento.  Dopo una dormita ristoratrice fatta di una sola tirata, ci sentivamo in piena forma, pronti ad affrontare la seconda parte del nostro viaggio.  Preso per mano Dario, per toglirlo dai piedi di sua madre, che stava richiudendo la valigia nella quale aveva riposto i pigiamini e le trous da toilette, uscimmo sul viale e ci avviammo alla stazione degli autobus, a cercare un facchino che venisse a prendere i nostri bagagli.  L'uomo di colore in divisa, con insegna pettorale e tanto di chepì grecato, era attrezzato di un carrellino e con lui tornammo sui nostri passi sino alla pensione.  Scendemmo le valigie e la borse a mano che vennero accatastate sul carrello e che in un sol viaggio il portabagagli riuscì a trasportare nella sala d'attesa degli autobus.  Lasció tutto sul carrello in attesa dell'arrivo dell'autobus, ci fece cenno di sederci e io con un sorriso ringraziai e feci accomodare Ebe ed i bambini.  Dopo una decina di minuti arrivó il nostro autobus che fece sosta di fianco al marciapiede di scalo, ove un vistoso cartello blu con scitte bianche annunciava la partenza per Quebéc alle ore 8 del mattino.   

Imbarcati i bagagli sull'autobus "Voyageur", retribuii il collaboratore che li ha trasportati dandogli cinque dollari.  Lo vidi raggiante e sorridente, ed in inglese mi ripeteva:

- "Tenk yu mister, tenk yu mister, tenk yu".

Saliti a bordo, abbiamo preso posto su quattro seggiolini, due innanzi agli altri, sul lato sinistro del veicolo.  Dopo l'esperienza fatta sull'aereo il giorno prima, per non farci troppo cuocere dal sole, sapendo che dovevamo dirigerci verso il nord, ho preferito i posti di sinistra, da quel lato il sole ci sarebbe arrivato solo nel tardo pomeriggio.

In poco tempo l'autobus si riempí di viaggiatori e puntuale l'autista mise in moto il veicolo e partí.  Dopo aver zigzagato  per le strade di Montreal, imboccó l'autostrada 20 in direzione della cittá di Québec distante circa 240 chilometri. 

Dopo una trentina di chilometri da Montreal, il paesaggio divenne monotono, grandi distese di granoturco, di foraggio, di tabacco.  

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Ogni tanto si vedeva una "farm", complessi agricoli composti da una grande stalla, da uno o piú silos per i mangimi e da una rimessa per i macchinari agricoli.  Le "farm" non hanno una casa colonica, perché l'agricoltore vive in un confortabile "bungalow" 

edificato lontano dal complesso agricolo, su un terreno "paysagé". 

Immensi appezzamenti di terreno incolto, recintati da un solo filo elettrificato, contenevano ciascuno in media una cinquantina di mucche pezzate bianche e nere, che venivano lascite libere a pascolare tutto il giorno.  Tra una proprietá e l'altra immense distese di boschi di betulle, di aceri e di abeti.  Il paesaggio, ovunque si guardava era uguale.  Campi, boschi, mucche, il complesso colonico e l'abitazione dell'agricoltore.  

Guardavo mia moglie e Lei mi rimandava l'occhiata di meraviglia, ci capivamo, ci domandavamo dove eravamo finiti.   

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Il pulman percorreva alcuni chilometri e in lontananza spuntava un nuovo campanile attorniato da un piccolo gruppo di case, mentre i cartelli indicatori delle uscite dell'autostrada portavano scritto il nome del "Rang" o della Parrocchia, ed erano tutti identificati con 

 nomi di Santi. Compresi subito l'importanza e l'autorità che ha avuto la Chiesa Cattolica, tramite i suoi missionari, durante il periodo della colonizzazione.

A fianco dei campanili la chiesa e la casa parrocchiale, ed il villaggio, con i negozi di prima necessitá per servire gli abitanti per la maggior parte agricoltori.   

Quello che mi aveva colpito di piú oltre alle mucche, era che in ogni villaggio c'era sempre un piazzale recintato dentro il quale parcheggiavano allineati in dupplice fila numerosi autobus gialli.  

Mi domandavo a cosa servissero. Poi capii e mi dissi, questa è gente ben organizzata, la vita dei bambini è una cosa seria. Più tardi, quando iscriveremo i bambini a scuola, siamo stati informati del servizio guatuito a cui avevano diritto i bambini che risiedevano oltre un miglio di distanza dalla sede scolastica. Ci hanno anche dato le prime istruzioni di come ci si deve comportare e come si deve preparare ed insegnare al bambino che deve prendere l'autobus; ricordo che siamo nel 1966, quarant'anni fa.

       Una nota interessante che condenso in otto punti:

  1. Non lasciare uscire i bambini di casa troppo presto; in attesa alla fermata dell'autobus i bambini potrebbero allontanarsi o fare delle sciocchezze.

  2. Assicurarsi che il bambino sa cosa deve fare nel caso che perda l'autobus, rincasare subito, o se al ritorno deve tornare a scuola e chiedera l'aiuto di un'insegnante. Non salire mai sul veicolo di uno sconosciuto.

  3. Se la fermata dell'autobus e distante da casa, istruire il bambino sul da farsi e come comportarsi durante il percorso a piedi.

  4. Assicurarsi che il bambino sa camminare sul marciapiede e sa tenersi a distanza dalla corsia carrozzabile, e che deve avvicinarsi all'autobus solo quando è fermo e che ha già aperto la portiera.

  5. Spiegare al bambino di attraversare la strada passando sempre davanti all'autobus e di farlo ad una distanza di almeno tre metri dal veicolo per permettere all'autista di vederlo.

  6. Vietare ai bambini di correre, di darsi le spinte e di litigare tra loro.

  7. Se è buio, evitare di vestirli di scuro, meglio se portatori di giubbetto fluorescente, o un nastro simile attaccato al giubbotto.

  8. Dire ai bambini di fare sempre la stessa strada insegnata senza mai,  per nessun motivo, cabiarla.

Gli autobus scolari sono i mezzi di trasporto più sicuri sulla strada, e sono ancora più sicuri a causa delle norme severe che ne controllano la costruzione e  l'applicazione sui mezzi scolastici, sotto la diretta sorveglianza di "Trasporto Canada", l'ufficio della motorizzazione federale. Ecco perchè sono tutti simili e di forma un po' rozza, direi rudimentale, per i rinforzi richiesti dalle norme di sicurezza.

I seggiolini, sui quali siedono i bambini, sono studiati per essere confortevoli e nello stesso tempo sicuritari. I vetri sono infrangibili, i finestrini sono asportabili con il semplice azionamento di una levetta di sicurezza, anche sul tetto vi sono delle uscite supplementari in caso di emergenza, d'estate servono anche per dare aria senza che i bambini siano portati ad aprire i finestrini col conseguente pericolo che possono sporgersi.

Alcune foto degli scolarbus per il trasporto degli scolari:

 

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Aperto il segnale di STOP-ARRET

nessuno deve passare.

Strada facendo, ogni tanto un campanile con un villaggio ed il recinto degli automezzi gialli. Mi divertivo a contare gli autommezzi, l'autostrada sopraelevata scorreva lontana, quindi il campo visivo era lungo, avevo il tempo di contarli; dove dieci, dove quindici, dove venti automezzi, di questi posteggi ne ho visti tantissimi.          

Mi resi poi conto che erano gli autobus scolari, che in agosto, periodo di vacanza, restavano immobili in attesa della riapertura delle scuole.  Il quantitativo variava in funzione al numero degli alunni che erano iscritti alle classi ed al programma per la raccolta degli allievi.

Le case degli agricoltori erano sparpagliate nel territorio della Commissione Scolastica, equivalente alla Direzione Didattica italiana, e gli autobus scolari erano indispensabili per il trasporto, il servizio era gratuito per tutti coloro che non abitavano il centro del paese.  Giá nel 1966 in Canada esisteva questo importante servizio per gli scolari.  I genitori e tutti i proprietari di immobili contribuiscono con tasse proporzionate al valore dei loro beni, al finanziamento della  Commissione Scolastica, retta da un Presidente e da un Consiglio di cittadini eletti per quattro anni, i quali amministrano e gestiscono, deliberano, quando é necessario, l'aumento delle aliquote imponibili, per compensare le previsioni di bilancio.  

Mentre faccio tutte queste considerazioni, ed ammiro il monotono pulito paesaggio, l'autobus su cui viaggiamo devia, esce dall'autostrada e rallenta sino ad arrestarsi.  L'autista annuncia qualche cosa in francese che io non capisco, anche perché ha parlato troppo svelto, ma seguendo i passeggeri intuisco che quella era una fermata di ristoro, eravamo a metá strada e chi lo desiderava poteva scendere, sgranchirsi le gambe, approfittare del diurno.  C'era un ristorante tipo "grill" e ciascuno poteva ristorarsi, mangiare e bere quello che desiderava.  Siamo scesi anche noi a prendere un caffé mentre i bambini vollero mangiare un pezzo di torta di mele e bere una aranciata. 

Dopo una sosta di una mezz'ora, l'autobus riprese l'autostrada e la sua velocitá di crociera, noi continuavamo a sbirciare per vedere meglio e piú lontano, ma era sempre un paesaggio uguale; questa l'immensitá del Canada, questa la grande provincia del Québec.

Alle undici e trenta arrivammo alle porte della piú antica cittá francese del continente e la sola cittá fortificata dell'America del Nord.  Fortunatamente il paesaggio cambió, riprendemmo coraggio e cominciammo a guardarci attorno.

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L'autostrada 20 scorre sul lato destro del fiume San Lorenzo e per entrare in cittá lo si dove attraversare perché Québec é edificata sulla riva sinistra.  Passamo sopra l'antico ponte di ferro, pitturato di verde, tenuto assieme da migliaia di ribattini,

 rumoroso per lo scorrimento dei pneumatici sul suo piano stradale, costruito con un "caillebotis" di ferro zincato. 

L'autobus si dirige al "terminus", situato nella bassa Québec, nella zona del Vecchio Porto, al quale si arriva dopo ever percorso il boulevar Charest.  Durante questo tragitto si puó vedere la cittá fortificata, eretta sull'altopiano chiamato "Belvédère" che termina con il "Promontorio", il quale forma il Capo Diamante, che strapiomba sopra la fine dell'estuario del fiume San Lorenzo.  

È a Québec infatti che le acque cominciano a diventare salate e che il fiume si confonde con il mare.        

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La cittá di Québec, fondata nel 1608 da Samuel de Champlain, esploratore e colonizzatore francese al servizio di Enrico IV, é diventata col tempo pittoresca e incantevole per coloro che curiosamente la vogliono scoprire visitandola. 

  La cittá vecchia, ha le strade serpeggianti che fiancheggiano case del XVII1 secolo.  Lungo il fiume sul lato sud est della cittá, un immenso parco occupa una parte delle "Plaines d'Abraham" dove il 13 Settembre 1759 si é svolta una grande battaglia che fece cambiare il destino della Nuova Francia.

Il fatto strano che é ricordato in questa battaglia, che dura poco più di quindici minuti, fu quello dei due generali comandanti i due schieramenti, che entrambi perirono sul campo.  Le salve di cannone tirate a corta portata dagli inglesi mettono lo scompiglio e lo sterminio dell'armata francese. Il Generale inglese Wolfe di soli 32 anni muore sul campo di battaglia, mentre quello francese Montcalm è ferito durante la ritirata e muore il giorno seguente.

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Strettamente legate allo sviluppo della cittá ed alla sua storia, sono i luoghi storici: il Parco dell'artiglieria, le Fortificazioni di Québec ed il Forte numero uno.  Questi luoghi testimoniano i conflitti che hanno minacciato la Vecchia Capitale, cosí é chiamata 

Québec dai québecchesi, ed i mezzi di difesa che sono stati predisposti. 

Le fortificazioni racchiudono la cittá con al centro il castello Frontenac, la Cittadella (la Palmanova del Québec, vedi foto), la Polveriera de l'Esplanade e lungo le mura che costeggiano il fiume ci sono la terrazza Dufferin, il chiosco Frontenac, dai quali si ammira un paesaggio d'incanto.  

Ci si puó rilassare, trascorrendo un pomeriggio di pace, nei giardini dei Governatori o nel parco Montmorency. I cannoni che si vedono visitando la cittá di Québec non si trovano girando tutta l'Italia.   

Ció stá a dimostrare l'attaccamento di un popolo giovane ai valori storici ed al

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patrimonio culturale che é esposto e lasciato nei luoghi dove erano stati disloccati a difesa nei secoli scorsi, sono ancor oggi lá, in ottimo stato di conservazione, alla disposizione ed alla vista di tutti.  Il primo luogo storico nazionale del Québec "l' Hotel du Parlement" 

è un edificio imponente dove le quattro facciate formano un quadrato di circa cento metri di lato. La sua architettura, quasi unica in America del Nord, si ispira al classicismo francese del XVIº secolo.

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Percorrendo l'itinerario preparato per i visitatori, si visita la Sala dell'Assemblea nazionale, di stile rinascimentale francese, dove siedono i deputati del Quèbec; la Sala del Consiglio legislativo, luogo dove si tengono le sedute delle Commissioni parlamentari. 

La visita è fatta su richiesta ed è possibile tutti i giorni dalle 9h alle 16h30, in gruppi di dieci persone, l'entrata è gratuita.

Mentre mi leggevo queste notizie da un depliant preso al consolato di Milano, l'autobus aveva attraversato la cittá ed era giunto al terminus.

Senza scaricare i bagagli, continueremo con lo stesso automezzo, c'era da fare solo il pieno di carburante ed un nuovo autista ci condurrá a Chicoutimi, cittadina del Saguenay.

Anche noi abbiamo fatto rifornimento, c'era un'ora di sosta prima di ripartire e all'interno della stazione un ottimo ristorante-pizzeria-tavolacalda-pasticceria, é stato preso d'assalto dai viaggiatori affamati. 

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Tornati sull'autobus, salutati dal nuovo autista, mi feci coraggio e a monosillabi gli dissi di informarci quando saremmo giunti a destinazione.  Il conducente, con un gran sorriso ci fece capire che la strada era ancora lunga per arrivare a Chicoutimi e 

che dovevamo cambiare autobus per raggiungere Port-Alfred.

La seconda parte del viaggio riprese, dovevamo percorrere altri 180 chilometri e verso le quattro pm (cosí indicavano le ore: am e pm = avant-midi e après-midi), saremmo arrivati a Chicoutimi.  Fuori Québec, l'autobus entró sulla strada 175 in direzione nord.  Si lasciava l'urbanizzazione per entrare in un paesaggio collinoso, diverso da quello visto sino ad ora.  Ci riprese la curiositá e la testa pivottava or a destra or a sinistra in cerca di scoprire cose nuove.  Si udivano esclamazioni di meraviglia da parte di tutti i viaggiatori, alla vista di uno scorcio naturale, di un laghetto contornato da numerose casette da favola.  

Sono gli chalets che gli abitanti di Québec possiedono e che frequentano nei fine-settimana sia d'estate che d'inverno.  Sono luoghi di riposo che i funzionari, gli operai, i dirigenti d'azienda, la   maggior parte dei quali reside in cittá, possiedono e che abitano regolarmente in certi periodi dell'anno, per praticare lo sci di fondo, la marcia con le racchette, la motoneve, oppure d'estate la vela, il canottaggio, il caiak, o semplicemente la caccia e la pesca in un ambiente generoso. 

Siamo a pochi chilometri della barriera d'entrata del "Parco Nazionale delle Laurentide", e questa che precede il parco é zona libera ed abitabile.  Una volta superato il controllo e la barrriera, entrati nel parco, i cartelli ci informano che é fatto assoluto divieto di fumare, di tenere aperti  e di gettare oggetti fuori dai finestrini.  Le fermate sono autorizzate solo in determinate aree, edificate per ricevere la sosta degli automobilisti.  Sono  munite di servizi igienici, di fornelli per accendere il fuoco, di fontana per attingere acqua, di tavoli per il pic-nic e di immancabili contenitori per le immondizie, di estintori per incendi e di un telefono rosso. Sono questi i segnali che ci dicono che stiamo per intrapprendere una avventurta palpitante, sono misure queste necessarie per mantenere e conservare dei luoghi meravigliosi.  Si puó cosí toccare, ascoltare tutta l'energia di questo immenso paese dove la natura vive e la storia rivive.  Ogni parco é unico e diverso, offre delle attivitá che ci permettono di apprezzare al massimo questo grande patrimonio naturale, ove dappertutto, i sensi e lo spirito sono travolti dal piacere di queste beatitudini.  

Entrati nel Parco, si resta meravigliati alla vista di paesaggi d'incanto che tagliano il fiato; armonie protette dall'uomo e dalla natura, sempre uniche nel loro genere ed inrimpiazzabili.  Ogni parco é un luogo privileggiato dove si puó scoprire la vita in grandezza naturale, d'estate come d'inverno.

Sono questi degli spazi che ci onorano.  In Canada si contano ben ventidue Parchi Nazionali e una settantina di luoghi storici conservati dal Governo Federale e considerati patrimonio canadese.

Sono spazi privilegiati per osservare e per comprendere i legami spesso fragili che uniscono l'aria, la terra, l'acqua, la vita selvatica con gli esseri umani.  Bisogna interpretare la natura, perché solo comprendendola, la si puó proteggere meglio.

La guida turistica che Gagnon, il funzionario del consolato di Milano mi aveva rifornito, rispondeva esattamente a tutto quanto osservavo e a quello che vedevo passarmi davanti.  Ero estasiato in queste considerazioni quando Dario interruppe questo incantesimo rivolgendomi domande su un'altro argomento, altrettanto meraviglioso:

- "Papá ? Pensi proprio che ci saranno le trote in questi laghi ?".

Nel frattempo la strada costeggiava un grande lago, nel quale riflettevano i raggi del sole mossi dall'increspatura dell'acqua, ma si vedevano ugualmente gli anelli concentrici che si allargavano e sparivano, uno qua l'altro piú lontano per lá, sul calmo specchio d'acqua del lago. 

- "Sicuramente ci sono pesci nel lago, vedi quegli anelli concentrici che si formano un pó ovunque ? Sono i pesci che li originano, salgono a mangiare gli insetti di superficie, e nelle giornate estive é facile vedere schizzare fuori acqua la trota intenta ad acchiappare una mosca galleggiante".  

Non avevo terminato la frase che Dario gridó:

- "Hai visto papá, doveva essere una trota quella che é saltata fuori dell'acqua, hai visto com'era grossa? Mi ci porterai a pescare ?".

- "Quando seremo arrivati e quando avremo conosciuto un pó la regione vedremo cosa si potrá fare. Intanto ti posso tranquillizzare nel risponderti si".

Il bambino era contento e continuó a seguire le apparizioni delle trote che schizzavano fuori dall'acqua.

Nel frattempo l'autista devió l'autommezzo sulla destra, entró in un grande piazzale, si arrestó, eravamo arrivati a "l'étape" luogo intermedio tra Québec e Chicoutimi, punto di ristoro e fermata obbligatoria.

Ebe ed i bambini entrarono nell'autogrill a prendere delle lecornie, io mi fermai fuori a guardare attraverso la rete metallica un deposito del ministero dei trasporti nel quale erano  parcheggiati numerosi camion con d'avanti enormi piastre a chiglia  alcuni con aspiratori a vite e grossi tubi di scarico, altri con dei cassoni a tramoggia che terminava con un piatto girevole.  Non erano macchine da cantiere, ma dal nome "ministero dei trasporti" compresi che si trattava dell'ANAS canadese e che il macchinario doveva servire per lo sgombro dalla neve dalle strade.  L'inverno non tarderá ad arrivare e questi ordigni li vedró tutti  in operazione.

Eravamo ripartiti da "l'étape" ed avevamo giá alle spalle Québec per due terzi della distanza, quando arrivammo all'uscita del parco nazionale delle Laurentide.  Nessuna operazione burocratica, l'autista ha consegnato il permesso d'entrata sul quale erano stati segnati il numero dei passeggeri che erano a bordo dell'autobus, autista compreso.  É questa una logica ed importante precauzione che la sicurezza civile attua per conoscere il numero esatto di persone che si trovano tra le barriere.  In caso di incendio o di altri incidenti, possono controllare, conoscere esattamente quante persone si trovano all'interno delle zone protette, aiutarle ad uscire ed a salvare i malcapitati.  

D'un tratto, ci é apparsa di fronte ad una grande radura, il bosco lo avevamo lasciato dietro e ci stavamo avvicinando ad una nuova regione, quella del Saguenay.  La strada aveva cominciato a scendere, stavamo entrando in un territorio basso, una conca al centro della quale scorre il fiume Saguenay, emissario del lago Saint-Jean, ed affluente di sinistra del San Lorenzo.

Il centro piú importante é Chicoutimi, detta la "Reine du nord", capitale del Reame del Saguenay, capoluogo regionale.  Tutte espressioni queste usate per definire questa cittadina sul bordo del fiume Saguenay.  Il suo nome deriva dalla lingua inuita della tribu dei "Montagnais" il cui significato é: "Fine delle acque profonde".  Era una agglomerazione di una ventina di mila persone fondata nel 1842 ed abitata da una popolazione essenzialmente di lingua francese e di religione cattolica praticante.  Una piccola cittadina non lontana dalle frontiere del nord e dalle leggende.

Anche prima della fondazione di Chicoutimi, ai tempi della Nuova Francia, in questa zona, la compagnia della "Baie d'Hudson" aveva istituito un posto per il traffico delle pellicce e la Chiesa aveva creato un centro missionario per l'evangelizzazione degli "indiani".

Chicoutimi é diventata in questi anni un importante centro; sede vescovile, sede dell'Universitá di Québec a Chicoutimi (UQAC),  sede di un Collegio classico e di un Seminario, porto fluviale, é il piú grande centro mondiale per la produzione della cellulosa per la fabbricazione della carta.  E` una cittadina che si estenderá unificandosi con altre piú piccole in una unica municipalitá, e che tratteró in seguito dopo averla abitata e scoperta meglio.

Anche questa volta, con la lettura delle note su Chicoutimi, ottenute dal solito depliant che avevo portato con me, mi avevano accompagnato sino all'arresto dell'autobus di fronte alla stazione, ubicata in basso alla costa, tra il ponte di ferro sul fiume Saguenay e lo scalo portuale.

Dovemmo scendere, ricuperare i bagagli, attendere un nuovo autobus locale che ci avrebbe condotto a Port-Alfred.

Durante l'attesa Dario aveva trovato il sistema di divertirsi, senza che ce ne accorgemmo ha scassato una cabina fotografica, introducendo nella feritoia ove si mettono le monete per far azionare la macchina fotografica, alcuni gettoni del telefono  della Stipel, che si era ritrovato per le tasche, all'insaputa di tutti. 

La macchina si é bloccata, Dario ricevette il suo primo rimprovero in terra canadese e l'atto sará ricordato periodicamente.  Fu questo il primo danno che abbiamo recato al meticoloso sistema canadese.

GALLERIA  FOTOGRAFICA  DI  CHICOUTIMI

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Estratto da: http://membres.lycos.fr/marcgaudreault/sag/chicoutimi/chicoutimi2.html