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Dopo le divagazioni fatte nei due
capitoli precedenti, cercherò ora di attenermi di più alla
narrativa, anche se la paura di dimenticare mi fa accellerare lo
scrivere; siamo quindi arrivati a Montréal
in Canada.
La hostess ci fece passare per
un lungo corridoio sotterraneo che collega la sala di sbarco,
all'edificio principale dell'areoporto di Dorval, dove
recupereremo i nostri bagagli e dove si trovano gli uffici della Dogana
e dell' Emigrazione.
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Il tragitto non é faticoso da
percorrere, perché il lungo corridoio é fiancheggiato da un nastro
trasportatore che ci evita la sgambata. In questo tunnel dovevano
obbligatoriamente passare tutti i passeggeri, ed il tempo scorre
velocemente in quanto la mente é continuamente occupata a
guardare con curiosaità e meraviglia le grandi immagini
fotografiche di tutte le zone caratteristiche del Québec, e per
estensione del Canada. Ad ogni foto si accoppia il suono od il
rumore del soggetto fotografato. La foresta con il cinguettio
degli uccelli, l'alce con il suo sordo brontolio, la banchisa del nord con gli
orsi le foche e i pinguini ed il fiume con i salmoni ed il gorgogliare dell'acqua di una
cascata, i
castori nuotano nel lago e sono accompagnati dal rumore che fanno sbattendo la
coda a spatola sulla superficie dell'acqua. Immagini meravigliose che
danno al nuovo arrivato il benvenuto e il desiderio e la gioia di poter un giorno
vedere dal vivo tutto questo. |
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La hostess di servizio a
ricevere e ad aiutare i passeggeri fu molto gentile,
ci accompagnó all'ufficio dell'immigrazione e siccome eravamo in transito per
Port-Alfred, ci fece evitare una lunga coda.
Un funzionario dell'emigrazione ci accolse e con l'intervento della
hostess come interprete, ci organizzó il pernottamento a Montrèal in una
pensione sul boulevard Dorchester, proprio in faccia alla stazione degli
autobus. Ci diede anche i biglietti per
il viaggio Montrèal/Port-Alfred sulle linee degli autobus "Voyageur",
con partenza alle ore otto del mattino. Recuperati
i bagagli che da un pezzo ci attendevano e continuavano a girare in giostra sul
nastro trasportatore d'arrivo, caricati su un carrello, siamo stati accompagnati
all'uscita dell'aeroporto a cercare un taxi per farci condurre alla pensione.
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All'arrivo del taxi, io e mia
moglie ci siamo guardati in faccia, ci sembrava di vedere un
transatlantico, il cofano posteriore dell'auto ha inghiottito
tutto il bagaglio,
valigie e borse a mano, lasciando ancora spazio per altri,
mentre all'interno della Chevrolet, potevano salire e sistemarsi
bene altre due persone. |
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Areoporto
di Dorval |
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Il traffico di Montreal,
contrariamente a quello milanese, é lento ed ordinato. Impiegammo una
mezz'oretta per arrivare alla pensione. Nella
stanza trovammo due grandi letti e la stanchezza del viaggio ci invogliava ad
usarli, mentre i bambini ci si erano giá gettati sopra e stavano quasi
addormentandosi vestiti.
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Ammucchiate le valigie in un
angolo della camera, decidemmo di uscire a cercare un ristorante per poter
mangiare qualche cosa prima di coricarci. A
due passi dalla pensione ne trovammo uno, uno di quei ristoranti-pizzerie
all'americana, ove i tavoli sono allineati e fissati al muro.
Ci si siede su delle panche imbottite e foderate in skai, con schienale
che fa ridosso con la panca del tavolo dietro.
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La cameriera ci ha fatto segno
d'entrare e ci ha indicato un tavolo per quattro, verso il quale
ci dirigemmo acconsentendo con un sorriso.
Molto di piú non potevamo fare, conoscevo un pochino di
francese studiato a scuola, insufficiente per tentare una
conversazione. Una volta preso
posto, ci sedemmo io con a fianco Dario ed Ebe con Simonetta,
mentre la cameriera ci
portó due menú. Sfogliando
le pagine di uno di questi eleganti "cataloghi"
rilegati, potei capire attraverso le figure, di cosa si trattava.
I menú all'americana sono validi annualmente, o meglio a
vita, solo un
foglietto aggiuntivo inserito nella prima pagina dopo la
copertina, elenca i piatti del giorno, mentre il vero menú,
sembra un catalogo da grandi magazzini, tramite le illustrazioni
fotografiche, ci mostra già nel piatto quello che ci verrá servito. Ogni scelta porta un numero, é facile ordinare, basta
pronunciare il numero relativo, oppure indicare la foto del piatto
stesso. Cosí facemmo
noi, ordinammo tre pizze "old drest", contraddistinte dal numero
“8” perchè ci sembravano le più nutrienti. Ne abbiamo ordinate solo tre perché abbiamo visto,
guardando i vicini giá serviti,
che per i bambini una pizza divisa in due era sufficiente.
Le pizze sono confezionate su ordinazione, e si possono
avere di diametri differenti e farcite a piacere. Quelle scelte da
noi "old drest" sono le più correnti e sono composte
da strati diversi di: salsa di pomodoro aromatizzata con l'origano, salame qui chiamato "peperonì",
fette di peperoni verdi, da funghi bianchi tagliati a fettine ed in ultimo uno spesso
strato di formaggio tipo mozzarella. Preparate
e cotte al momento in un fornetto in mattoni refrattari,
riscaldato con fuoco di legna, abbiamo dovuto attendere una buona mezz'ora prima di poterle
gustare. |
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Contro il muro sopra ogni
tavolo c'era un piccolo "juke-box" a monetine, ed i bambini in
ginocchio sui sedili e con i gomiti appoggiati sul piano del tavolino, allungavano il collo
per avvicinarsi il piú possibile per vedere i dischi ed il loro meccanismo di
funzionamento.
- "Fai suonare qualche
cosa, papá? Un disco di Mina o di Celentano". Mi aveva chiesto Simonetta, ed io senza riflettere, perché
contemporaneamente stavo parlando con Ebe, gli diedi alcuni spiccioli.
Simonetta e Dario introdussero i soldini nell'apposita feritoia ed hanno
anche schiacciato a caso i tasti senza chiedere il mio intervento.
Anche se lo avessero richiesto non potavamo sapere quale musica il disco
avrebbe suonato, perché i titoli erano in inglese.
Riconoscemmo peró la voce di Presley prima e quella dei Beetles dopo,
tanto di moda in quegli anni.
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La scelta delle tre pizze
l'avevamo fatta bene, erano ottime e da allora, una volta sistemati nella nostra
casa, abbiamo preso l'abitudine di consumarle regolarmente, in
America il "delivery" e previsto nel costo, basta dare una mancia al
fattorino, portano a casa quello che ordini. Questa pizza e tanti altri
cibi scoperti in seguito, entrarono regolarmente nel nostro menú
famigliare.
Tra monosillabi e sorrisi
riuscii a pagare il conto. Avevo letto da qualche parte che le mance sono d'obbligo e si
aggirano attorno al 15% del conto presentato.
Fu facile calcolarla e credo di averla lasciata buona, perché la
cameriera non cessava di ripetere:
- "Merçi, merçi
beaucoup, au
revoir...".
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Usciti all'aperto, volevamo fare quattro passi
per respirare una boccata d'aria canadese in santa pace, ma i bambini
cominciavano ad accusare la stanchezza, erano diventati lenti, si facevano
trascinare. Decidemmo di rientrare
alla pensione e raggiunta la nostra camera, spogliammo i bambini e mentre ci
accingevamo a coricali udimmo uno strano rumore.
Era uno sbattere d'ali contro le pareti, un enorme affare nero ci volava
sulla testa. Mia moglie cominció a
gridare e si chinó vicina al letto, mentre io preso alla sprovvista, mi sentii
preso dai brividi, mi venne la pelle d'oca.
Agguantai un cuscino e me lo misi sulla testa, quando compresi che si
trattava di un pipistrello che, attratto dalla luce, era entrato dalla finestra
aperta e dopo aver girato un pó attorno alle pareti della stanza se ne uscí
prendendo la via da dove era arrivato. Mi
affrettai a chiudere la finestra e dopo questa parentesi movimentata, ce ne
andammo a letto e ci addormentammo come ghiri.
Eravamo stanchi ed in piú c'era il fuso orario che ci aveva fatto vivere
quella giornata sei ore di piú, avevamo trascorso una giornata di trenta ore.
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L'indomani mattina, alle sette
eravamo giá in movimento. Dopo
una dormita ristoratrice fatta di una sola tirata, ci sentivamo in
piena forma, pronti ad affrontare la seconda parte del nostro
viaggio. Preso per
mano Dario, per toglirlo dai piedi di sua madre, che stava
richiudendo la valigia nella quale aveva riposto i pigiamini e le
trous da toilette, uscimmo sul viale e ci avviammo alla stazione
degli autobus, a cercare un facchino che venisse a prendere i
nostri bagagli. L'uomo
di colore in divisa, con insegna pettorale e tanto di chepì
grecato, era attrezzato di un carrellino e con lui tornammo sui
nostri passi sino alla pensione.
Scendemmo le valigie e la borse a mano che vennero
accatastate sul carrello e che in un sol viaggio il portabagagli
riuscì a trasportare nella sala d'attesa degli autobus. Lasció tutto sul carrello in attesa dell'arrivo
dell'autobus, ci fece cenno di sederci e io con un sorriso
ringraziai e feci accomodare Ebe ed i bambini.
Dopo una decina di minuti arrivó il nostro autobus che
fece sosta di fianco al marciapiede di scalo, ove un vistoso
cartello blu con scitte bianche annunciava la partenza per Quebéc
alle ore 8 del mattino. |
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Imbarcati i bagagli
sull'autobus "Voyageur", retribuii il collaboratore che
li ha trasportati dandogli cinque dollari.
Lo vidi raggiante e sorridente, ed in inglese mi ripeteva:
- "Tenk yu mister, tenk
yu mister, tenk yu".
Saliti a bordo, abbiamo preso
posto su quattro seggiolini, due innanzi agli altri, sul lato
sinistro del veicolo. Dopo l'esperienza fatta sull'aereo il giorno prima, per non
farci troppo cuocere dal sole, sapendo che dovevamo dirigerci
verso il nord, ho preferito i posti di sinistra, da quel lato il
sole ci sarebbe arrivato solo nel tardo pomeriggio.
In poco tempo l'autobus si
riempí di viaggiatori e puntuale l'autista mise in moto il
veicolo e partí. Dopo
aver zigzagato per le
strade di Montreal, imboccó l'autostrada 20 in direzione della
cittá di Québec distante circa 240 chilometri.
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Dopo una trentina di
chilometri da Montreal, il paesaggio divenne monotono, grandi
distese di granoturco, di foraggio, di tabacco. |
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Ogni tanto si vedeva una "farm", complessi agricoli
composti da una grande stalla, da uno o piú silos per i mangimi e
da una rimessa per i macchinari agricoli.
Le "farm" non hanno una casa colonica, perché
l'agricoltore vive in un confortabile "bungalow" |
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edificato lontano dal complesso agricolo, su un terreno
"paysagé".
Immensi appezzamenti di
terreno incolto, recintati da un solo filo elettrificato, contenevano ciascuno
in media una cinquantina di mucche pezzate bianche e nere, che venivano lascite
libere a pascolare tutto il giorno. Tra una proprietá e l'altra
immense distese di boschi di betulle, di aceri e di abeti.
Il paesaggio, ovunque si guardava era uguale.
Campi, boschi, mucche, il complesso colonico e l'abitazione
dell'agricoltore.
Guardavo mia
moglie e Lei mi rimandava l'occhiata di meraviglia, ci capivamo, ci domandavamo
dove eravamo finiti.
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Il pulman percorreva alcuni
chilometri e in
lontananza spuntava un nuovo campanile attorniato da un piccolo gruppo di case, mentre
i cartelli indicatori delle uscite dell'autostrada portavano scritto il nome del
"Rang" o della Parrocchia, ed erano tutti identificati con
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nomi di
Santi. Compresi subito l'importanza e
l'autorità che ha avuto la Chiesa Cattolica, tramite i suoi
missionari, durante il periodo della colonizzazione.
A fianco dei campanili la
chiesa e la casa parrocchiale, ed il villaggio, con i negozi di
prima necessitá per servire gli abitanti per la maggior parte
agricoltori.
Quello che mi aveva colpito di
piú oltre alle mucche, era che in ogni villaggio c'era sempre un
piazzale recintato dentro il quale parcheggiavano allineati in
dupplice fila numerosi autobus gialli.
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Mi domandavo a cosa servissero. Poi
capii e mi dissi, questa è gente ben organizzata, la vita dei
bambini è una cosa seria. Più tardi, quando iscriveremo i
bambini a scuola, siamo stati informati del servizio guatuito a
cui avevano diritto i bambini che risiedevano oltre un miglio di
distanza dalla sede scolastica. Ci hanno anche dato le prime
istruzioni di come ci si deve comportare e come si deve preparare
ed insegnare al bambino che deve prendere l'autobus; ricordo che siamo nel
1966, quarant'anni fa. |
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Una nota interessante che
condenso in otto punti:
-
Non
lasciare uscire i bambini di casa troppo presto; in attesa alla fermata dell'autobus i
bambini potrebbero allontanarsi o fare delle sciocchezze.
-
Assicurarsi
che il bambino sa cosa deve fare nel caso che perda l'autobus, rincasare
subito, o se al ritorno deve tornare a scuola e chiedera l'aiuto
di un'insegnante. Non salire mai sul veicolo di uno sconosciuto.
-
Se
la fermata dell'autobus e distante da casa, istruire il
bambino sul da farsi e come comportarsi durante il percorso a
piedi.
-
Assicurarsi
che il bambino sa camminare sul marciapiede e sa tenersi a
distanza dalla corsia carrozzabile, e che deve avvicinarsi
all'autobus solo quando è fermo e che ha già aperto la
portiera.
-
Spiegare
al bambino di attraversare la strada passando sempre davanti
all'autobus e di farlo ad una distanza di almeno tre metri dal
veicolo per permettere all'autista di vederlo.
-
Vietare
ai bambini di correre, di darsi le spinte e di litigare tra
loro.
-
Se
è buio, evitare di vestirli di scuro, meglio se portatori di
giubbetto fluorescente, o un nastro simile attaccato al
giubbotto.
-
Dire
ai bambini di fare sempre la stessa strada insegnata senza
mai, per nessun motivo, cabiarla.
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Gli
autobus scolari sono i mezzi di trasporto più sicuri sulla
strada, e sono ancora più sicuri a causa delle norme severe che
ne controllano la costruzione e l'applicazione sui mezzi scolastici, sotto la diretta
sorveglianza di "Trasporto Canada", l'ufficio della
motorizzazione federale. Ecco perchè sono tutti simili e di forma
un po' rozza, direi rudimentale, per i rinforzi richiesti dalle
norme di sicurezza.
I
seggiolini, sui quali siedono i bambini, sono studiati per essere
confortevoli e nello stesso tempo sicuritari. I vetri sono
infrangibili, i finestrini sono asportabili con il semplice
azionamento di una levetta di sicurezza, anche sul tetto vi sono
delle uscite supplementari in caso di emergenza, d'estate
servono anche per dare aria senza che i bambini siano portati ad aprire i
finestrini col conseguente pericolo che possono sporgersi.
Alcune
foto degli scolarbus per il trasporto degli scolari:
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Aperto il segnale di STOP-ARRET
nessuno
deve passare. |
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Strada facendo, ogni tanto un campanile
con un villaggio ed il
recinto degli automezzi gialli. Mi divertivo a contare gli
autommezzi, l'autostrada sopraelevata scorreva lontana, quindi il
campo visivo era lungo, avevo il tempo di contarli; dove dieci,
dove quindici, dove venti automezzi, di questi posteggi ne ho
visti tantissimi.
Mi
resi poi conto che erano gli autobus scolari, che in agosto,
periodo di vacanza, restavano immobili in attesa della riapertura
delle scuole. Il
quantitativo variava in funzione al numero degli alunni che erano
iscritti alle classi ed al programma per la raccolta degli
allievi. |
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Le case degli agricoltori
erano sparpagliate nel territorio della Commissione Scolastica, equivalente alla
Direzione Didattica italiana, e gli autobus scolari erano indispensabili per il
trasporto, il servizio era gratuito per tutti coloro che non abitavano il centro
del paese.
Giá nel 1966 in Canada esisteva questo importante servizio per gli
scolari. I genitori e tutti i
proprietari di immobili contribuiscono con tasse proporzionate al valore dei
loro beni, al finanziamento della Commissione
Scolastica, retta da un Presidente e da un Consiglio di cittadini eletti per
quattro anni, i quali amministrano e gestiscono, deliberano, quando é
necessario, l'aumento delle aliquote imponibili, per compensare le previsioni di
bilancio.
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Mentre faccio tutte queste
considerazioni, ed ammiro il monotono pulito paesaggio, l'autobus
su cui viaggiamo devia, esce dall'autostrada e rallenta sino ad
arrestarsi. L'autista
annuncia qualche cosa in francese che io non capisco, anche perché
ha parlato troppo svelto, ma seguendo i passeggeri intuisco che
quella era una fermata di ristoro, eravamo a metá strada e
chi lo desiderava poteva scendere, sgranchirsi le gambe,
approfittare del diurno.
C'era un ristorante tipo "grill" e ciascuno
poteva ristorarsi, mangiare e bere quello che desiderava.
Siamo scesi anche noi a prendere un caffé mentre i bambini
vollero mangiare un pezzo di torta di mele e bere una aranciata. |
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Dopo una sosta di una
mezz'ora, l'autobus riprese l'autostrada e la sua velocitá di
crociera, noi continuavamo a sbirciare per vedere meglio e piú
lontano, ma era sempre un paesaggio uguale;
questa l'immensitá del Canada, questa la grande provincia del Québec.
Alle undici e trenta arrivammo
alle porte della piú antica cittá francese del continente e la
sola cittá fortificata dell'America del Nord.
Fortunatamente il paesaggio cambió, riprendemmo coraggio e
cominciammo a guardarci attorno. |
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L'autostrada 20 scorre sul
lato destro del fiume San Lorenzo e per entrare in cittá lo si
dove attraversare perché Québec é edificata
sulla riva sinistra. Passamo
sopra l'antico ponte di ferro, pitturato di verde, tenuto assieme
da migliaia di ribattini, |
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rumoroso per lo scorrimento dei
pneumatici sul suo piano stradale, costruito con un
"caillebotis" di ferro zincato.
L'autobus si dirige al "terminus", situato nella bassa Québec, nella zona del Vecchio
Porto, al quale si arriva dopo ever percorso il boulevar Charest.
Durante questo tragitto si puó vedere la cittá fortificata, eretta
sull'altopiano chiamato "Belvédère" che termina con il
"Promontorio", il quale forma il Capo Diamante, che strapiomba sopra
la fine dell'estuario del fiume San Lorenzo.
È
a Québec infatti che le acque cominciano a diventare salate e che il fiume si
confonde con il mare.
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La cittá di Québec, fondata nel
1608 da Samuel de Champlain, esploratore e colonizzatore francese al servizio di
Enrico IV, é diventata col tempo pittoresca e incantevole per coloro
che curiosamente la vogliono scoprire visitandola.
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La cittá
vecchia, ha le strade serpeggianti che fiancheggiano case del XVII1 secolo.
Lungo il fiume sul lato sud
est della cittá, un immenso parco occupa una parte delle "Plaines
d'Abraham" dove il 13 Settembre 1759 si é svolta una grande battaglia che fece cambiare il
destino della Nuova Francia.
Il fatto strano che é
ricordato in questa battaglia, che dura poco più di quindici minuti, fu quello dei due generali comandanti i due
schieramenti, che entrambi perirono sul campo. Le salve di cannone tirate
a corta portata dagli inglesi mettono lo scompiglio e lo sterminio dell'armata
francese. Il Generale inglese Wolfe di soli 32 anni muore sul campo di
battaglia, mentre quello francese Montcalm è ferito durante la ritirata e muore
il giorno seguente.
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Strettamente legate allo
sviluppo della cittá ed alla sua storia, sono i luoghi storici: il Parco
dell'artiglieria, le Fortificazioni di Québec ed il Forte numero uno.
Questi luoghi testimoniano i conflitti che hanno minacciato la Vecchia
Capitale, cosí é chiamata
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Québec dai québecchesi, ed i mezzi di difesa che
sono stati predisposti.
Le fortificazioni racchiudono
la cittá con al centro il castello Frontenac, la Cittadella (la Palmanova del
Québec, vedi foto), la Polveriera de
l'Esplanade e lungo le mura che costeggiano il fiume ci sono la terrazza
Dufferin, il chiosco Frontenac, dai quali si ammira un paesaggio d'incanto.
Ci si puó rilassare, trascorrendo un pomeriggio di pace, nei giardini
dei Governatori o nel parco Montmorency. I
cannoni che si vedono visitando la cittá di Québec non si trovano girando
tutta l'Italia.
Ció stá a
dimostrare l'attaccamento di un popolo giovane ai valori storici ed al
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patrimonio culturale che é esposto e lasciato nei luoghi dove erano stati
disloccati a difesa nei secoli scorsi, sono ancor oggi lá, in ottimo stato di conservazione, alla
disposizione ed alla vista di tutti.
Il
primo luogo storico nazionale del Québec "l' Hotel du Parlement"
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è un
edificio imponente dove le quattro facciate formano un quadrato di circa cento
metri di lato. La sua architettura, quasi unica in America del Nord, si ispira
al classicismo francese del XVIº secolo.
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Percorrendo
l'itinerario preparato per i visitatori, si visita la Sala dell'Assemblea
nazionale, di stile rinascimentale francese, dove siedono i deputati del
Quèbec; la Sala del Consiglio legislativo, luogo dove si tengono le sedute
delle Commissioni parlamentari.
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La
visita è fatta su richiesta ed è possibile tutti i giorni dalle 9h alle 16h30,
in gruppi di dieci persone, l'entrata è gratuita.
Mentre mi leggevo queste
notizie da un depliant preso al consolato di Milano, l'autobus aveva
attraversato la cittá ed era giunto al terminus.
Senza scaricare i bagagli,
continueremo con lo stesso automezzo, c'era da fare solo il pieno di carburante
ed un nuovo autista ci condurrá a Chicoutimi, cittadina del Saguenay.
Anche noi abbiamo fatto
rifornimento, c'era un'ora di sosta prima di ripartire e all'interno della
stazione un ottimo ristorante-pizzeria-tavolacalda-pasticceria, é stato preso
d'assalto dai viaggiatori affamati.
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Tornati sull'autobus, salutati
dal nuovo autista, mi feci coraggio e a monosillabi gli dissi di informarci quando saremmo
giunti a destinazione. Il conducente, con un gran sorriso ci fece capire che la
strada era ancora lunga per arrivare a Chicoutimi e
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che dovevamo cambiare autobus per raggiungere
Port-Alfred.
La seconda parte del viaggio
riprese, dovevamo percorrere altri 180 chilometri e verso le
quattro pm (cosí indicavano le ore: am e pm = avant-midi e après-midi),
saremmo arrivati a Chicoutimi. Fuori Québec, l'autobus entró sulla strada
175 in direzione nord. Si lasciava l'urbanizzazione per entrare in un paesaggio collinoso, diverso da quello visto
sino ad ora. Ci riprese la curiositá
e la testa pivottava or a destra or a sinistra in cerca di scoprire cose nuove.
Si udivano esclamazioni di meraviglia da parte di tutti i viaggiatori, alla vista di uno scorcio
naturale, di un laghetto contornato da numerose casette da favola.
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Sono gli chalets che gli abitanti di Québec possiedono e che frequentano
nei fine-settimana sia d'estate che d'inverno.
Sono luoghi di riposo che i
funzionari, gli operai, i dirigenti d'azienda, la maggior parte dei quali reside in cittá, possiedono e che
abitano regolarmente in certi periodi dell'anno, per praticare lo sci di fondo,
la marcia con le racchette, la motoneve, oppure d'estate la vela, il
canottaggio, il caiak, o semplicemente la caccia e la pesca in un ambiente
generoso.
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Siamo a pochi chilometri della
barriera d'entrata del "Parco Nazionale delle Laurentide", e questa
che precede il parco é zona libera ed abitabile.
Una volta superato il controllo e la barrriera, entrati nel
parco, i cartelli ci informano che é fatto assoluto divieto di
fumare, di tenere aperti e di gettare oggetti fuori dai finestrini.
Le fermate sono autorizzate solo in determinate aree,
edificate per ricevere la sosta degli automobilisti.
Sono munite di
servizi igienici, di fornelli per accendere il fuoco, di fontana
per attingere acqua, di tavoli per il pic-nic e di immancabili
contenitori per le immondizie, di estintori per incendi e di un
telefono rosso. Sono questi i segnali che ci dicono che stiamo per
intrapprendere una avventurta palpitante, sono misure queste
necessarie per mantenere e conservare dei luoghi meravigliosi.
Si puó cosí toccare, ascoltare tutta l'energia di questo
immenso paese dove la natura vive e la storia rivive.
Ogni parco é unico e diverso, offre delle attivitá che ci
permettono di apprezzare al massimo questo grande patrimonio
naturale, ove dappertutto, i sensi e lo spirito sono travolti dal
piacere di queste beatitudini. |
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Entrati nel Parco, si resta
meravigliati alla vista di paesaggi d'incanto che tagliano il
fiato; armonie protette dall'uomo e dalla natura, sempre uniche
nel loro genere ed inrimpiazzabili.
Ogni parco é un luogo privileggiato dove si puó scoprire
la vita in grandezza naturale, d'estate come d'inverno.
Sono questi degli spazi che ci
onorano. In Canada si
contano ben ventidue Parchi Nazionali e una settantina di luoghi
storici conservati dal Governo Federale e considerati patrimonio
canadese.
Sono spazi privilegiati per
osservare e per comprendere i legami spesso fragili che uniscono
l'aria, la terra, l'acqua, la vita selvatica con gli esseri umani.
Bisogna interpretare la natura, perché solo
comprendendola, la si puó proteggere meglio. |
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La guida turistica che Gagnon,
il funzionario del consolato di Milano mi aveva rifornito,
rispondeva esattamente a tutto quanto osservavo e a quello che vedevo passarmi
davanti.
Ero estasiato in queste considerazioni quando Dario
interruppe questo incantesimo rivolgendomi domande su un'altro
argomento, altrettanto meraviglioso:
- "Papá ? Pensi proprio
che ci saranno le trote in questi laghi ?".
Nel frattempo la strada
costeggiava un grande lago, nel quale riflettevano i raggi del
sole mossi dall'increspatura dell'acqua, ma si vedevano ugualmente
gli anelli concentrici che si allargavano e sparivano, uno qua
l'altro piú lontano per lá, sul calmo specchio d'acqua del lago.
- "Sicuramente ci sono
pesci nel lago, vedi quegli anelli concentrici che si formano un pó
ovunque ? Sono i pesci che li originano, salgono a mangiare gli
insetti di superficie, e nelle giornate estive é facile vedere
schizzare fuori acqua la trota intenta ad acchiappare una mosca
galleggiante". |
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Non avevo terminato la frase
che Dario gridó:
- "Hai visto papá,
doveva essere una trota quella che é saltata fuori dell'acqua,
hai visto com'era grossa? Mi ci porterai a pescare ?".
- "Quando seremo arrivati
e quando avremo conosciuto un pó la regione vedremo cosa si potrá
fare. Intanto ti posso tranquillizzare nel risponderti si". |
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Il bambino era contento e
continuó a seguire le apparizioni delle trote che schizzavano fuori dall'acqua.
Nel frattempo l'autista devió
l'autommezzo sulla destra, entró in un grande piazzale, si arrestó, eravamo
arrivati a "l'étape" luogo intermedio tra Québec e Chicoutimi, punto
di ristoro e fermata obbligatoria.
Ebe ed i bambini entrarono
nell'autogrill a prendere delle lecornie, io mi fermai fuori a guardare
attraverso la rete metallica un deposito del ministero dei trasporti nel quale
erano parcheggiati numerosi camion
con d'avanti enormi piastre a chiglia alcuni con aspiratori a vite e grossi tubi di scarico, altri
con dei cassoni a tramoggia che terminava con un piatto girevole.
Non erano macchine da cantiere, ma dal nome "ministero dei
trasporti" compresi che si trattava dell'ANAS canadese e che il macchinario
doveva servire per lo sgombro dalla neve dalle strade.
L'inverno non tarderá ad arrivare e questi ordigni li vedró tutti
in operazione.
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Eravamo ripartiti da "l'étape"
ed avevamo giá alle spalle Québec per due terzi della distanza, quando
arrivammo all'uscita del parco nazionale delle Laurentide.
Nessuna operazione burocratica, l'autista ha consegnato il permesso
d'entrata sul quale erano stati segnati il numero dei passeggeri che erano a
bordo dell'autobus, autista compreso. É
questa una logica ed importante precauzione che la sicurezza civile attua per
conoscere il numero esatto di persone che si trovano tra le barriere. In caso di incendio o di altri incidenti, possono
controllare, conoscere esattamente quante persone si trovano all'interno delle
zone protette, aiutarle ad uscire ed a salvare i malcapitati.
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D'un tratto, ci é apparsa di
fronte ad una grande radura, il bosco lo avevamo lasciato dietro e
ci stavamo avvicinando ad una nuova regione, quella del Saguenay.
La strada aveva cominciato a scendere, stavamo entrando in
un territorio basso, una conca al centro della quale scorre il
fiume Saguenay, emissario del lago Saint-Jean, ed affluente di
sinistra del San Lorenzo.
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Il centro piú importante é
Chicoutimi, detta la "Reine du nord", capitale del Reame del Saguenay,
capoluogo regionale. Tutte
espressioni queste usate per definire questa cittadina sul bordo del fiume
Saguenay. Il suo nome deriva dalla
lingua inuita della tribu dei "Montagnais" il cui significato é:
"Fine delle acque profonde". Era
una agglomerazione di una ventina di mila persone fondata nel 1842 ed abitata da
una popolazione essenzialmente di lingua francese e di religione cattolica
praticante. Una piccola cittadina
non lontana dalle frontiere del nord e dalle leggende.
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Anche prima della fondazione
di Chicoutimi, ai tempi della Nuova Francia, in questa zona, la
compagnia della "Baie d'Hudson" aveva istituito un posto
per il traffico delle pellicce e la Chiesa aveva creato un centro missionario
per l'evangelizzazione degli "indiani".
Chicoutimi é diventata in
questi anni un importante centro; sede vescovile, sede
dell'Universitá di Québec a Chicoutimi (UQAC),
sede di un Collegio classico e di un Seminario, porto
fluviale, é il piú grande centro mondiale per la produzione
della cellulosa per la fabbricazione della carta.
E` una cittadina che si estenderá unificandosi con altre
piú piccole in una unica municipalitá, e che tratteró in
seguito dopo averla abitata e scoperta meglio. |
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Anche questa volta, con la lettura
delle note su Chicoutimi, ottenute dal solito depliant che avevo
portato con me, mi avevano accompagnato sino all'arresto
dell'autobus di fronte alla stazione, ubicata in basso alla costa,
tra il ponte di ferro sul fiume Saguenay e lo scalo portuale.
Dovemmo scendere, ricuperare i
bagagli, attendere un nuovo autobus locale che ci avrebbe condotto
a Port-Alfred. |
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Durante l'attesa Dario aveva
trovato il sistema di divertirsi, senza che ce ne accorgemmo ha
scassato una cabina fotografica, introducendo nella feritoia ove
si mettono le monete per far azionare la macchina fotografica,
alcuni gettoni del telefono della
Stipel, che si era ritrovato per le tasche, all'insaputa di tutti.
La macchina si é bloccata, Dario ricevette il suo primo
rimprovero in terra canadese e l'atto sará ricordato
periodicamente. Fu
questo il primo danno che abbiamo recato al meticoloso sistema
canadese. |
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