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L'autobus per Port-Alfred non
tardó ad arrivare, si fermó come d'abitudine sotto la pensilina
d'imbarco indicata da un cartello, con l’orario di partenza ed i
nomi delle fermate lungo il percorso, sulla piattaforma d'imbarco c'era già il carrello con i nostri bagagli che, il
ligio facchino, aveva premurosamente avvicinato. Questo autobus era piú
vecchiotto e piú malandato di quello che avevamo preso la mattina a
Montrèal e che ci aveva fatto percorrere quasi cinquecento
chilometri. Prima di
salire a bordo mi sono avvicinato all'autista che si sgranchiva le
gambe sul marciapiede, gli ho mostrato il biglietto e gli ho fatto
capire che eravamo forestieri.
Non mi piaceva il termine stranieri, non ho mai voluto
che mi si considerasse emigrante, non ho mai accettato un tale
aggettivo qualificativo, ma la realtá era quella, non sapevo
parlare, ed anche se riuscivo a dire qualche cosa non potevo certo
farmi passare per un turista, con tutta la famiglia dietro, armi e
bagagli.
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Quando dicono é un emigrante, il significato il piú delle volte ha
carattere dispreggiativo: é un poveraccio, un morto di fame, é
quí per bisogno; non potevo sentirmi dire una cose simili.
L'autista con gentilezza mi rispose di prendere posto a
bordo, che a caricare le valigie avrebbe pensato lui, le avrebbe
messe nel bagagliaio, e che quando saremo giunti a Port-Alfred ci
avrebbe informati; ci disse di stare tranquilli, non poteva
dimenticarci, perché doveva scaricare le valigie che lo aveva già
segnato sul suo foglio di viaggio.
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Origine
del nome Port-Alfred
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Agli
inizi del secolo scorso, molte Compagnie Industriali sono
all'origine di paesi. L'industria della pasta cartaria (cellulosa),
essendo uno dei motori economici regionali, crea nella zona diversi
villaggi.
Port-Alfred vede la sua nascita nel 1917 in occasione
della costruzione della fabbrica "Ha! Ha! Bay Sulphite",
è stato riconosciuto villaggio nel 1918 e un anno dopo in Ville
(Città). Porta il nome di Port-Alfred in onore dell'industriale
Julien-Édouard Alfred Dubuc, iniziatore del progetto della
Compagnia "Ha! Ha! Bay Sulphite".
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Un'altra
curiosità, la cittadina di Arvida, tra Chicoutimi ed Alma, sede di
uno stabilimento dell'ALCAN, alluminio canada, porta le
iniziali del suo fondatore: Arthur Victor Davis, Ar-vi-da.
L'ALCAN
ha ottenuto nel 1920 il diritto di sfruttare le acque del lago
Saint-Jean, ha costruito numerose dighe e centrali elettriche e con
l'energia ricavata da esse, oltre all'erogazione pubblica, di notte
trasforma la bauxite in alluminio.
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L'autobus compí il suo giro abituale, salí la costa,
tornó sul boulevard Talbot che giá avevamo percorso arrivando, e
facendo le fermate obbligatorie, devió sulla statale 170 e si
diresse verso l'aeroporto di Bagotville.
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L'aeroporto civile, ospitava anche la base aerea militare
canadese. Un villaggio
costituito da pioccoli bungalows e cottages, era stato costruito sul
lato sinistro della strada principale, ed era abitato dai militari
che avevano famiglia, mentre il campo d'aviazione, la zona militare
con i bunkers, ed i depositi sotterranei, gli angars per gli aerei a
reazione, erano sul lato destro della strada che stavamo
percorrendo. Le piste
d'atterraggio servivano anche per gli aerei di linea civili, che
facevano scalo in una apposita aerostazione con piazzale riservato
al parcheggio privato. In comune, tra i militari ed i civili c'erano
solo le piste d'atterraggio e la torre di controllo.
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La base aerea di Bagotville era importante sul piano
strateggico di difesa U.S.A. durante il periodo della guerra fredda.
Era una base avanzata per la protezione del gran nord, faceva
parte dello "scudo del nord" e per
questo motivo vi prestavano servizio e vi risiedevano anche militari
americani, alcuni con le famiglie che quì, i residenti, chiamavano gli
"angeli custodi".
Nessuno ha mai negato l'esistenza nella base di bombe
atomiche e di missili per trasportarle. La base era dotata dei
migliori aerei d'epoca, compreso il caccia bireattore americano a
geometria variabile Grumman "F-14 Tomcat", sostituito poi
dai piú moderni e perfezionati "F-18".
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La popolazione viveva tranquilla anche se l'incubo di
possibili rappresaglie potesse esistere e diventare pericoloso per
tutti. Non ci sono mai state proteste, tutti vivevano senza remore,
la base era una fonte di guadagno per l'economia regionale ed un
dato di fatto accettato da tutti.
Un soffisticato sistema radar era stato installato a
protezione della inespugnabile base militare, concepita ed armata a
difesa del suolo americano.
Un giorno l'intero sistema difensivo é stato messo a
dura prova; fu uno smacco per il comandante in capo e per il
ministero della difesa canadese.
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Due caccia non identificati sono apparsi a bassa quota
sopra la base militare di Bagotville, hanno sorvolato tutta la
pista, quindi con una ampia virata sono tornati indietro ed hanno
ripreso la via del ritorno indisturbati.
Presi di sorpresa, anche se le sirene suonavano l'allarme,
era ormai troppo tardi per poter reagire. Si venne poi a sapere che
era stata una beffa dei cugini americani che hanno voluto provare
l'efficacia difensiva della base di Bagotville. Cosa avevano escogitato gli alti ufficiali americani per
assaggiare l'invulnerabilità della base aerea?
Due caccia americani provenienti dall'Atlantico, volando a
fior d'acqua sono entrati prima nel golfo del fiume San Lorenzo,
quindi imboccato il fiordo del fiume Saguenay che in quel tratto é incassato
tra due strapiombi rocciosi, ne hanno seguito il percorso sino
all'altezza della base militare. Usciti dal fiume, sono apparsi
improvvisamente sopra la zona militare senza essere stati
intercettati.
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Scoppió lo scandalo militare, qualche generale venne
messo a riposo, il ministro ed il Governo furono accusati di
incapacitá, mentre il neo comandante della base provvederá a
migliorare la difesa stendendo cavi tra le pareti del fiordo,
aumentando l'impianto dei radar in quel preciso settore
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indifeso,
spendendo in fine fior di miglioni, prelevati dalle tasse versate
dai contribuenti.
L'autobus riprese il suo itinerario e dalla base militare
scese al paese di Bagotville, importantissimo porto fluviale in
acque profonde, nella Baia degli Ha! Ha!
Fin quí il fiume é dagli abitanti chiamano mare, perché
l'acqua é salata.
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Leggenda della "Baie des Ha ! Ha !".
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Questo
racconto popolare si tramanda da quando la sola maniera di
viaggiare, tra una località e l'altra, era quella di camminare
lungo il bordo del fiume. Un giorno una donna, portando tra le
braccia suo figlio di pochi mesi, aveva tentato di attraversare il
fiume nel momento in cui la marea stava salendo.
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La
povera donna è riuscita ad attraversare, ma al prezzo di un ghrande
sacrificio. All'arrivo, stanca, per evitare di affogare s'è
aggrappata ad una roccia, ma il suo bambino gli è scivolato dalle
mani ed è caduto in acqua ed è sparito senza più
riapparire.
Mentre
la sventurata supplicava le turbolenti acque di rendergli il figlio,
ella udì al di sopra del rumore delle onde una voce strana che
diceva:
....Ha!
Ha! Ha! le onde cullano il tuo bambino.
Da
questa leggenda deriva il nome del luogo, "la Baia degli Ha!
Ha!".
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Un'altra
versione me l'ha raccontata il gestore dell'albergo dove andremo a
riparare dopo il nostro arrivo a Port-Alfred.
Sembra
sia l'esclamazione, così mi ha spiegato, di chi arriva dalla strada
della base militare di Bagotville, quando sotto gli occhi gli appare
la baia che il fiume Saguenay forma alla confluenza della
"Rivière-á-Mars".
"Ha!
Ha! che meraviglia questa baia naturale esclamano i viandanti.
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Una
baia che servirà ai colonizzatori come bacino di deposito e di
scorzatura del legname, trasportato via acqua sino a lì, prima di
essere estratto dall'acqua ed accatastato per la sua frantumazione
per poi diventare cellulosa per la carta.
Nasce
infatti sul bordo della baia un grande industria cartaria "La
Baie, Abitibi-Consolidated Inc., Port-Alfred Division".
La
"pulperie de Chicoutimi" era la più importante al mondo,
esportando la sua produzione in Canada, negli USA e in Gran
Bretagna.
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La
foto mostra una moderna industria cartaria
"Abitibi-Consolidated"d'Alma, una delle sette industrie
esistenti nella regione del Saguenay-Lac-Saint-Jean, per la
fabbricazione della carta.
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Il
fiume é importante, non solo per la navigabilitá, ma anche per il
ripopolamento ittico, tutti gli affluenti di destra e di sinistra
sono dei veri santuari durante i passi migratori di risalita dei
salmoni.
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Bagotville é attraversato dalla "rivière-á-Mars"
e d'estate, durante il periodo migratorio é un oasi di pace per gli
amanti della pesca sportiva e per il curioso che non ha mai visto
salmoni, qui li puó ammirare in territorio urbano.
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Durante l'inverno, quando le temperature scendono intorno
ai meno venti gradi e piú, la Baia degli Ha! Ha! si ricopre di uno
spesso strato di ghiaccio, sul quale si possono vedere centinaia di
piccole capanne multicolori, costruite su travi squadrate a forma di
pattini e trainate da automezzi sulla neve.
Queste casettine,o capannine, sono munite di botole sul pavimento, che
permettono di trapanare il ghiaccio e di praticare, stando
all'interno, al riparo dal freddo glaciale, la "pesca
bianca".
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La regione "Saguenay/Lac-Saint-Jean" puó
vantarsi di possedere due magnifiche zone d'acqua, il lago
Saint-Jean, un grande bacino azzurro a forma rotonda, con piú di
trentacinque chilometri di diametro ed il fiume Saguenay che scorre
nel letto del solo fiordo navigabile, all'interno delle terre,
d'America del nord.
Questo fiume, sotto l'influsso delle maree che aumentano
il suo livello minimo di oltre sei metri, é navigabile sino a
Chicoutimi, distante settanta chilometri dalla confluenza col fiume
San Lorenzo. A
Chicoutimi ha termine il fiordo, mentre il corso d'acqua che vi si
emmette e che mantiene il nome di Saguenay acquista un aspetto
fluviale.
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Tra il San
Lorenzo e Chicoutimi, in un paesaggio di mare e di collina, si
incontrano luoghi incantevoli: La Baie, Saint- Félix-d'Otis,
Sainte-Rose-du-Nord, Rivière-Éternité, L'Anse-Saint-Jean,
Petit-Saguenay, Baie-Sainte-Catherine e Tadoussac.
Nel porto di Port-Alfred che con Bagotville, oggi è chiamato La Baie,
attraccano le navi che trasportano la bauxite, roccia sedimentaria
di colore rossastro, composta soprattutto di allumina, con ossido di
ferro e silice.
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In questa regione la societá Alcan, che all'inizio del
secolo ha costruito importanti centrali idroelettriche, impiega la
bauxite per l'estrazione dell'alluminio, negli impianti di Alma,
Arvida e Laterrière. Il
minerale provviene dalla Giamaica e dalle due Guiane, viene
accumulato sul piazzale di scarico in prossimitá del porto, sotto
forma di un gran cono alto cento metri, prima che treni ed autocarri
lo trasportino agli impianti elettrolitici.
Una brusca frenata mi ha riportato alla realtá, levando
gli occhi dal libretto dell'Associazione Turistica, che avevo preso
alla stazione di Chicoutimi.
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L'ultima nostra tappa fu Port-Alfred, nome che l'autista
gridó per farci ben sentire.
Lasciammo che tutta la gente fosse scesa ed anche noi scendemmo
e a sorpresa trovammo i nostri bagagli che nel frattempo
l'autista aveva scaricato ed allineati sul
marciapiede. L'autista prima di ripartire ci venne vicino, ci indicó i
bagagli e sorridendo ci auguró un buon soggiorno.
Il nostro viaggio era cosí terminato, ci trovammo in
capo al mondo soli su un marciapiede, senza sapere cosa fare.
Non mi persi d'animo, dietro di me c'era un
ristorante-tabacchino-giornalaio tuttofare, nel quale entrai con la
scusa di acquistare un pachetto di sigarette, e chiesi come sapevo
al commesso, che nel frattempo mi dava il resto dei cinque dollari
che gli avevo dato per pagare, dove potevo trovare un
albergo.
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"C'e n'é uno a due passi", mi disse,"
girato l'angolo in fondo alla discesa, si chiama "Hotel
Saguenay", é
piccolo, una buona gestione famigliare".
Era
proprio quello che ci voleva per noi, pensai, per i bambini
soprattutto.
- "Merci beaucoup, merci monsieur, merci
beaucoup". Piú volte ripetevo il grazie tante, piú lunga
veniva la frase, cosí sembrava che parlassi abbastanza bene il
francese, mentre non mi era difficile comprenderlo.
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Non era possibile trovare in quel luogo un facchino, era
una fermata secondaria, di quelle da angolo di strada e senza starci
troppo a pensare feci da solo.
Con Dario che faceva finta di aiutarmi, percorrendo un paio
di volte avanti ed indietro la stessa distanza di marciapiede,
portavo le due valigie una ventina di metri piú in avanti, quindi
tornavo a prendere i bagagli a mano e le borse, cosí facendo
arrivammo tutti e quattro alla porta dell'albergo.
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Una volta entrati incontrammo la padrona, una signora
simpatica che al primo "bon soir" ci ha capiti e con un
sorriso a piena faccia, reso piú evidente dall'abbondante rossetto
che decorava le labbra della sua bocca, ci ha presi sotto la sua
protezione, indicandoci un luogo ove depositare provvisoriamente le
valigie.
Mi sono fatto
capire che avrei dovuto incontrare il signor Taillefer, un
funzionario dell'immigrazione canadese, ma dato che oggi era sabato,
lui non sarebbe stato reperibile e fino a lunedí avrei preso
alloggio da loro. Ci
diede una camera con due doppi letti ci informó degli orari per i
pasti e ci invitó a scendere subito per la cena, avrebbe cercato di
rimediare qualche cosa per noi, perché i suoi clienti avevano giá
cenato.
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Auberge
de la Grande Baie |

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Située
en bordure du majestueux fjord du Saguenay, l'Auberge
de la Grande Baie vous charmera tout en vous
proposant un séjour de qualité. Réputée pour son accueil
des plus chaleureux, elle offre toutes les commodités afin de
faire de votre séjour une expérience unique et mémorable. Récipiendaire
de nombreux prix et distinction, l'auberge est une tradition
hospitalière reconnue.
Que
ce soit pour des vacances, un séjour d'affaires ou simplement
pour venir déguster un bon repas, l'Auberge de la Grande Baie
saura répondre à vos besoins. Vos hôtes, la
famille Gagnon-Marcoux, propriétaire
de l'entreprise, ainsi que tout le personnel, vous
accueillent bras ouvert tous les jours de l'année.
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L'albergo
ha cambiato nome, mi hanno informato che è bruciato e che la nuova
gestione ha deciso così; non si chiama più "Hotel
Saguenay" oggi è "Auberge
de la Grande Baie".
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Il contatto con il
funzionario
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Taillefer era ormai un nome noto, a Milano Gagnon me lo
aveva nominato piú volte, loro si conoscevano da vecchia data,
avevano fatto da giovani gli stessi tirocinii, i medesimi
addestramenti pratici, prima di ottenere gli incarichi di
responsabilitá come funzionari federali.
Il destino e le attitudini individuali, li hanno portati a
separarsi e ad esercitare in luoghi diversi, ma sempre al servizio
del ministero dell'immigrazione, la loro professione di funzionari
federali.
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L'alberghetto era di fronte ad una fabbrica di cellulosa,
nel suo piazzale ergeva un grandissimo cumulo di tronchi d'albero,
tutti della lunghezza massima di un metro e venti.
La piramide arrivava come la bauxite ad una altezza di cento
metri.
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I tronchetti
venivano portati al culmine da un nastro trasportatore che li
lasciava cadere, alimentando questa vasta piramide. Gli alberi abbattuti, spogliati dei rami, sezionati in
tronchi ed in tronchetti, dai boschi venivano trasportati e
scaricati in un vicino lago, creato sull'esempio dei castori, con la
costruzione di una rudimentale diga in legno.
Durante l'inverno il legname tagliato in autunno, veniva
slittato nel bacino che era diventato ghiacciato.
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In primavera, nel periodo di disgelo, quando l'acqua é
abbondante, la diga veniva fatta saltare con una carica di esplosivo
e la massa di legname galleggiante scendeva a valle per la via dei
corsi d'acqua naturali, in quella stagione in piena causa il disgelo.
Lungo il percorso, la discesa del legname era controllata
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da esperti boscaioli chiamati "i draveurs" che riuscivano a sbloccare gli ingorghi camminando
sui tronchi stessi ed aiutati da pertiche arpionate ridavano
movimento alla massa che si andava ammucchiando or in questo or in
quel meandro, ognivolta che una roccia od una qualsiasi altra
asperitá, bloccava la libera discesa del legname.
Era un mestiere rischioso, un mestiere che ha dato da vivere
a moltissime famiglie, unitamente a quello del taglialegna, ma che
ha anche creato molte vedove.
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I tronchi d'albero, erano destinati alle segherie che li
trasformavano in legname da costruzione, mentre i trochetti lunghi
un metro e venti (quattro piedi), venivano incanalati verso le
fabbriche di cellulosa, sempre situate in prossimitá di importanti
corsi d'acqua o di baie. All'arrivo, i tronchetti trattenuti da una barriera di grossi
tronchi galleggianti, incatenati l'uno all'altro
"estacade", ed a mezzo di
imbarcazioni a motore venivano lentamente trainati in una insenatura
di fronte al piazzale della cartiera.
Rimanevano tutto l'inverno in acqua ghiacciata affinché la
corteccia imbevuta d'acqua, sotto
l'effetto del ghiaccio e dello sfregamento dei tronchi tra di
loro, per il continuo saliscendi causato dalle maree, si potesse
staccare da sola.
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In primavera il tronco ripulito veniva tratto a riva e
ammucchiato sul piazzale per diventare della preziosa cellulosa che,
caricata su navi, sará venduta e spedita in tutto il mondo.
Mentre guardavo dalla finestra della nostra camera
d'albergo l'industria davanti a noi, pensavo al mio lavoro, dove
questo poteva essere, facendomi tante idee e tante illusioni.
Volevo approffittare della mia esperienza e metterla al
servizio del nuovo datore di lavoro,
perché ero certo di poter fare buona figura conoscedo bene
il mio mestiere, e poter ottenere un buon trattamento economico che
mi avrebbe aiutato economicamente a meglio vivere.
Quando si é nuovi di un posto e quando non si conosce
l'ambiente, ci si crede indispensabili perché si é richiesti.
Siamo portati a fare tanti ragionamenti ed a considerarsi
superiori. La realtá
invece sará ben diversa. Tutti
siamo utili ma nessuno é indispensabile.
Questo detto vale sempre e ognora, in qualsiasi parte della
terra ci si trovi. Ero
ansioso d'incontrare il funzionario federale e sapere dove saremmo
finiti.
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Il lunedí mattina, all'ora di apertura degli uffici
federali, mi sono presentato puntuale, carte alla mano, per
incontrare il signor Taillefer.
Non era ancora in ufficio, ho atteso una buona mezz'ora prima
che arrivasse. Port-Alfred
é un porto fluviale, aperto alla navigazione internazionale, e come
tale é sotto il cotrollo
federale. L'edificio
ospitava differenti uffici dell'amministrazione centrale,
l'immigrazione, la dogana, l'ufficio sanitario, gli uffici portuali
e quanto altro si allacciava ai servizi connessi.
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I Doganieri, come le
Giubbe Rosse, nella loro uniforme
d'ordinanza, erano inconfondibili.
Pantaloni neri modello a trombetta, con banda grigia lungo la
cucitura esterna, terminavano su un paio di scarpe si direbbero due dita più lunghe del piede, verniciate di
nero brillante. La camicia grigia con cravatta blu e sulla manica
alta, sotto la spallina, un distintivo con scitto "Dogana
Canada". Quello
che colpiva di piú in alto era il berretto con visiera, decorato
con una greca d'argento alta quattro dita, e sul davanti uno stemma
in metallo che ripeteva la scritta "Dogana Canada", mentre
in basso calzavano luccicanti scarponcini neri con puntale in
acciaio,
per il rinforzo metallico incorporato a protezione delle dita.
Quelle calzature lucide, sproporzionate alla statura, davano
al doganiere un'andatura dondolante, un buffo modo di
camminare.
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I doganieri li avevo giá incontrati di sfuggita,
all'areoporto di Dorval a Montréal, ma in quel momento, preso con i
bagagli e con la burocrazia di sbarco, mi erano passati inosservati,
non avevo avuto il tempo di contemplarli.
Qui, a Port-Alfred, seduto ad aspettare l'arrivo di Taillefer
ebbi il tempo di esaminarli, continuavano a passarmi innanzi
nello svolgimento del loro lavoro.
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Finalmente un ometto sulla cinquantina fece il suo
ingresso e la segretaria lo salutó:
- "Bon jour monsieur
Taillefer"
- "Bon jour Mademoiselle" rispose.
- "C'é un signore per lei che lo attende" lo
informó l'impiegata.
- "Un signore per me?".... e contemporaneamente
si voltó arrestandosi a guardarmi.
Fin quí avevo capito tutto, solo la sorpresa di
Taillefer mi aveva fatto una brutta impressione.
Come, non era stato informato del
nostro arrivo?.... Cosa era
successo?.... Ma Gagnon allora ....
Cominciavo a dubitare sull'organizzazione canadese e sui suoi
funzionari, che stavo qualificando: "fanfaroni".
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Taillefer, mi
venne incontro, e mentre mi allungava la mano per salutarmi, mi
invitó a entrare con lui nel suo ufficio.
Un locale quadrato, con una finestra da parete a parete,
coperta da una tenda di stoffa bianca. Una scivania con una sedia
girevole di legno, una libreria a muro e due classificatori
metallici. Le cose che
risaltavano erano il quadro di Sua Maestá la Regina Elisabetta II
al centro della parete alle spalle del funzionario ed in faccia a
me, che mi sorrideva tranquillizzandomi momentaneamente, e
nell'angolo opposto alla finestra, infilato in un supporto di
cemento, l'asta con la bandiera canadese, rossa e bianca, con al
centro la foglia di acero rossa.
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A
fianco della bandiera, incorniciato, era appeso un quadro piú largo
che alto, contenente la riproduzione di un documento ufficiale
bilingue, con al centro lo stemma del Canada con il moto "mari
usque ad mare" la cui traduzione allegorica stá per "da
un oceano all'altro".
La
proclamazione diceva:
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- "Elisabetta seconda, per la grazia di Dio, Regina
del Regno Unito, del Canada e dei suoi altri possedimenti e
territori, capo del Commonwealt e difensore della Fede",
proclama, dopo varie considerazioni, che dal giorno 15 febbraio
1965, la nuova banbiera nazionale
Canadese sará rossa e bianca ( e qui sono dettate la forma e le
grandezze degli spazzi) con al centro, nel quadrato bianco la foglia
di acero rossa". Il
sole ha sbiadito l'inchiostro per cui non si legge piú la data di
proclamazione, ma si vede ancora la firma di Sua Maestá ed il moto:
"Dio salvi la Regina".
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Cosa significano le undici punte della foglia d'acero?
Quella che si vede sulla bandiera nazionale del Canada é
una concezione artistica. Il
simbolismo lo si ritrova nella foglia stessa dell'acero, emblema
tradizionale dei Canadesi. Nessuna
significazione é ufficialmente attribuita alle undici punte, anche
se una voce popolare dice che rappresentano le dieci province ed il
territorio del nord.
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Ho avuto il tempo di fare tutte queste considerazioni,
prima che Taillefer, si sia sistemato e che gli sia venuta l'idea di
iniziare a lavorare e di rivolgersi a me. Poi con calma, mentre io friggevo,
ha dato uno sguardo ai documenti che gli avevo sottoposto, a lui
indirizzati da Gagnon di Milano.
Non avevo nessun appuntamento e per il funzionario io ero
un'eccezione alla regola.
Ha rotto il ghiaccio giustificando il suo ritardo,
dicendomi che era stato fuori per il fine settimana e che quella
mattina non pensava di avere gente che lo attendesse.
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Tornó a finire di leggere le carte preparate del suo
collega mentre pensieroso si soffermó a guardare fuori della
finestra; mentre si voltava Taillefer si mise le mani nei capelli.
Mi disse subito che il posto in questione non esisteva e che
avrebbe parlato prima con il suo superiore di Québec e che mi
avrebbe tenuto informato. Conosceva
la mia situazione famigliare, volle sapere dove avevo preso
alloggio, volle conoscere anche gli altri membri della mia famiglia,
quindi assieme siamo scesi in albergo.
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Mi rassicuró che avrebbe fatto il possibile, ci
tranquillizó dicendoci e contemporaneamente informó anche la
padrona dell'albergo, che noi saremmo a carico dell'ufficio di
immigrazione e che tutte le spese saranno assorbite da loro sino ad
una mia sistemazione.
Io vedevo Taillefer quasi tutte le mattine, e di notizie
buone non ne aveva mai, era scoraggiato per quanto ci era capitato,
ma continuava a ripeterci che avrebbe fatto del suo meglio per
poterci aiutare. Ci disse di rimanere in albergo e ci dette anche del denaro
per comperare ai bambini quello che desideravano.
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A Milano il consolato, prima di rilasciarci il visto di
immigranti ricevuti, ci ha imposto, secondo la prassi canadese, di
sottoporci ad una visita medica presso uno specialista di loro
fiducia e di vacinarci contro la tubercolosi e contro il vaiolo.
Vacini che ci sono stati inoculati, al pronto soccorso di Milano,
solo alcuni giorni prima della data di partenza.
Erano giá tre o quattro giorni che eravamo all'albergo,
Simonetta non si sentiva bene, accusava febbre, ma non si capiva
cosa poteva avere, pensavamo allo strapazzo dovuto al viaggio.
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Nello stesso albergo avevano preso alloggio due famiglie
di militari americani che erano in missione presso la base aerea di
Bagotville. Ebe, mia moglie, aveva fatto conoscenza con le due spose degli avieri, le
quali nel sentire di Simonetta, si sono consultate ed hanno
decretato che si trattava di un semplice rafreddore, da curarsi a
base di "Vic vaporub".
Mia moglie, spinta dalle due comari, loro parlavano inglese e noi italiano, perché agire era piú
semplice che spiegare, si
lasció fare. Una di
loro salí nella sua camera a prendere la scatola di unguento e un
cucchiaino da caffé. Si
fecero poi accompagnare in camera ove Simonetta riposava e senza
indugiare fecero aprire la bocca alla bambina e gli fecero mangiare
un grosso cucchiaino di "Vic vaporub", e per evitare il
contaggio, la stessa sorte la fecero subire a Dario.
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Taillefer mi veniva a prendere al mattino e mi portava in
giro nella regione ad incontrare professionisti, dirigenti di
industrie, per cercarmi una sistemazione.
Io non ero sempre all'albergo, e quando Ebe mi raccontó del
"Vic vaporub", mi vennero, come si suol dire, i cinque
minuti, ma poi, visto che non poteva succedere nulla, e che loro
usavano farlo con i loro bambini, lasciai correre facendo buon viso
a cattiva sorte.
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A sera, quando Ebe spoglió Simonetta per metterla a
letto, si accorse cos'era che la faceva star male.
Il braccio era gonfio e la vaccinazione era diventata
grossa come un fagiolo. L'indomani
le due signore, quando hanno saputo cosa aveva Simonetta, si sono
scusate con noi, ma nello stesso tempo dicevano che il "Vic
vaporub" non avrebbe provocato nessun disturbo collaterale,
era secondo loro, un toccasana contro il rafreddore. |
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La bambina si riprese bene, noi continuavamo a vivere in
albergo nell'attesa che Taillefer si facesse vivo con qualche
proposta.
Il nostro morale era alto, ma la nostalgia ci faceva
ricordare spesso il nostro passato, i famigliari lontani, la
nostra vita era canbiata, non avevamo più le nostre risorse
morali, eravamo in attesa ed il desiderio di ritornare si
affacciava ad ogni nostro dialogare. Forse
domani chiedo il biglietto per rimpatriare. |
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