FINE  DELLE  ACQUE  PROFONDE

INDICE

CAPITOLO VIº

VAI  AL CAPITOLO VIIº

 

L'autobus per Port-Alfred non tardó ad arrivare, si fermó come d'abitudine sotto la pensilina d'imbarco indicata da un cartello, con l’orario di partenza ed i nomi delle fermate lungo il percorso, sulla piattaforma d'imbarco c'era già il carrello con i nostri bagagli che, il ligio facchino, aveva premurosamente avvicinato. Questo autobus era piú vecchiotto e piú malandato di quello che avevamo preso la mattina a Montrèal e che ci aveva fatto percorrere quasi cinquecento chilometri.  Prima di salire a bordo mi sono avvicinato all'autista che si sgranchiva le gambe sul marciapiede, gli ho mostrato il biglietto e gli ho fatto capire che eravamo forestieri.  Non mi piaceva il termine stranieri, non ho mai voluto che mi si considerasse emigrante, non ho mai accettato un tale aggettivo qualificativo, ma la realtá era quella, non sapevo parlare, ed anche se riuscivo a dire qualche cosa non potevo certo farmi passare per un turista, con tutta la famiglia dietro, armi e bagagli.

Quando dicono é un emigrante, il significato il piú delle volte ha carattere dispreggiativo: é un poveraccio, un morto di fame, é quí per bisogno; non potevo sentirmi dire una cose simili.

L'autista con gentilezza mi rispose di prendere posto a bordo, che a caricare le valigie avrebbe pensato lui, le avrebbe messe nel bagagliaio, e che quando saremo giunti a Port-Alfred ci avrebbe informati; ci disse di stare tranquilli, non poteva dimenticarci, perché doveva scaricare le valigie che lo aveva già segnato sul suo foglio di viaggio.

Origine del nome Port-Alfred

Agli inizi del secolo scorso, molte Compagnie Industriali sono all'origine di paesi. L'industria della pasta cartaria (cellulosa), essendo uno dei motori economici regionali, crea nella zona diversi villaggi. 

Port-Alfred vede la sua nascita nel 1917 in occasione della costruzione della fabbrica "Ha! Ha! Bay Sulphite", è stato riconosciuto villaggio nel 1918 e un anno dopo in Ville (Città). Porta il nome di Port-Alfred in onore dell'industriale Julien-Édouard Alfred Dubuc, iniziatore del progetto della Compagnia "Ha! Ha! Bay Sulphite".

Un'altra curiosità, la cittadina di Arvida, tra Chicoutimi ed Alma, sede di uno stabilimento dell'ALCAN, alluminio canada, porta le iniziali del suo fondatore: Arthur Victor Davis, Ar-vi-da.

L'ALCAN ha ottenuto nel 1920 il diritto di sfruttare le acque del lago Saint-Jean, ha costruito numerose dighe e centrali elettriche e con l'energia ricavata da esse, oltre all'erogazione pubblica, di notte trasforma la bauxite in alluminio. 

---ooOoo---

L'autobus compí il suo giro abituale, salí la costa, tornó sul boulevard Talbot che giá avevamo percorso arrivando, e facendo le fermate obbligatorie, devió sulla statale 170 e si diresse verso l'aeroporto di Bagotville.  

L'aeroporto civile, ospitava anche la base aerea militare canadese.  Un villaggio costituito da pioccoli bungalows e cottages, era stato costruito sul lato sinistro della strada principale, ed era abitato dai militari che avevano famiglia, mentre il campo d'aviazione, la zona militare con i bunkers, ed i depositi sotterranei, gli angars per gli aerei a reazione, erano sul lato destro della strada che stavamo percorrendo. Le  piste d'atterraggio servivano anche per gli aerei di linea civili, che facevano scalo in una apposita aerostazione con piazzale riservato al parcheggio privato. In comune, tra i militari ed i civili c'erano solo le piste d'atterraggio e la torre di controllo.  

La base aerea di Bagotville era importante sul piano strateggico di difesa U.S.A. durante il periodo della guerra fredda.  Era una base avanzata per la protezione del gran nord, faceva parte dello "scudo del nord" e per questo motivo vi prestavano servizio e vi risiedevano anche militari americani, alcuni con le famiglie che quì, i residenti, chiamavano gli "angeli custodi".

Nessuno ha mai negato l'esistenza nella base di bombe atomiche e di missili per trasportarle. La base era dotata dei migliori aerei d'epoca, compreso il caccia bireattore americano a geometria variabile Grumman "F-14 Tomcat", sostituito poi dai piú moderni e perfezionati "F-18". 

La popolazione viveva tranquilla anche se l'incubo di possibili rappresaglie potesse esistere e diventare pericoloso per tutti. Non ci sono mai state proteste, tutti vivevano senza remore, la base era una fonte di guadagno per l'economia regionale ed un dato di fatto accettato da tutti.

Un soffisticato sistema radar era stato installato a protezione della inespugnabile base militare, concepita ed armata a difesa del suolo americano.    

Un giorno l'intero sistema difensivo é stato messo a dura prova; fu uno smacco per il comandante in capo e per il ministero della difesa canadese.

Due caccia non identificati sono apparsi a bassa quota sopra la base militare di Bagotville, hanno sorvolato tutta la pista, quindi con una ampia virata sono tornati indietro ed hanno ripreso la via del ritorno indisturbati.  Presi di sorpresa, anche se le sirene suonavano l'allarme, era ormai troppo tardi per poter reagire. Si venne poi a sapere che era stata una beffa dei cugini americani che hanno voluto provare l'efficacia difensiva della base di Bagotville.  Cosa avevano escogitato gli alti ufficiali americani per assaggiare l'invulnerabilità della base aerea?  Due caccia americani provenienti dall'Atlantico, volando a fior d'acqua sono entrati prima nel golfo del fiume San Lorenzo, quindi imboccato il fiordo del fiume Saguenay che in quel tratto é incassato tra due strapiombi rocciosi, ne hanno seguito il percorso sino all'altezza della base militare. Usciti dal fiume, sono apparsi improvvisamente sopra la zona militare senza essere stati intercettati. 

Baie_ha_ha.jpg (25986 octets)

Scoppió lo scandalo militare, qualche generale venne messo a riposo, il ministro ed il Governo furono accusati di incapacitá, mentre il neo comandante della base provvederá a migliorare la difesa stendendo cavi tra le pareti del fiordo, aumentando l'impianto dei radar in quel preciso settore 

indifeso, spendendo in fine fior di miglioni, prelevati dalle tasse versate dai contribuenti.

L'autobus riprese il suo itinerario e dalla base militare scese al paese di Bagotville, importantissimo porto fluviale in acque profonde, nella Baia degli Ha! Ha!  Fin quí il fiume é dagli abitanti chiamano mare, perché l'acqua é salata. 

  Leggenda della "Baie des Ha ! Ha !".

Questo racconto popolare si tramanda da quando la sola maniera di viaggiare, tra una località e l'altra, era quella di camminare lungo il bordo del fiume. Un giorno una donna, portando tra le braccia suo figlio di pochi mesi, aveva tentato di attraversare il fiume nel momento in cui la marea stava salendo.

La povera donna è riuscita ad attraversare, ma al prezzo di un ghrande sacrificio. All'arrivo, stanca, per evitare di affogare s'è aggrappata ad una roccia, ma il suo bambino gli è scivolato dalle mani ed è caduto in acqua ed è sparito senza più riapparire. 

Mentre la sventurata supplicava le turbolenti acque di rendergli il figlio, ella udì al di sopra del rumore delle onde una voce strana che diceva:

 ....Ha! Ha! Ha! le onde cullano il tuo bambino.  

Da questa leggenda deriva il nome del luogo, "la Baia degli Ha! Ha!".

Un'altra versione me l'ha raccontata il gestore dell'albergo dove andremo a riparare dopo il nostro arrivo a Port-Alfred.

Sembra sia l'esclamazione, così mi ha spiegato, di chi arriva dalla strada della base militare di Bagotville, quando sotto gli occhi gli appare la baia che il fiume Saguenay forma alla confluenza della "Rivière-á-Mars"

 "Ha! Ha! che meraviglia questa baia naturale esclamano i viandanti.

---ooOoo---

Una baia che servirà ai colonizzatori come bacino di deposito e di scorzatura del legname, trasportato via acqua sino a lì, prima di essere estratto dall'acqua ed accatastato per la sua frantumazione per poi diventare cellulosa per la carta. 

Nasce infatti sul bordo della baia un grande industria cartaria "La Baie, Abitibi-Consolidated Inc., Port-Alfred Division".

La "pulperie de Chicoutimi" era la più importante al mondo, esportando la sua produzione in Canada, negli USA e in Gran Bretagna.

papeterie.jpg (42384 octets)

La foto mostra una moderna industria cartaria "Abitibi-Consolidated"d'Alma, una delle sette industrie esistenti nella regione del Saguenay-Lac-Saint-Jean, per la fabbricazione della carta.

---ooOoo---

Il fiume é importante, non solo per la navigabilitá, ma anche per il ripopolamento ittico, tutti gli affluenti di destra e di sinistra sono dei veri santuari durante i passi migratori di risalita dei salmoni.

Fiume_Saguenay.jpg (27735 octets)

Bagotville é attraversato dalla "rivière-á-Mars" e d'estate, durante il periodo migratorio é un oasi di pace per gli amanti della pesca sportiva e per il curioso che non ha mai visto salmoni, qui li puó ammirare in territorio urbano. 

Durante l'inverno, quando le temperature scendono intorno ai meno venti gradi e piú, la Baia degli Ha! Ha! si ricopre di uno spesso strato di ghiaccio, sul quale si possono vedere centinaia di piccole capanne multicolori, costruite su travi squadrate a forma di pattini e trainate da automezzi sulla neve.  Queste casettine,o capannine, sono munite di botole sul pavimento, che permettono di trapanare il ghiaccio e di praticare, stando all'interno, al riparo dal freddo glaciale, la "pesca bianca".      

La regione "Saguenay/Lac-Saint-Jean" puó vantarsi di possedere due magnifiche zone d'acqua, il lago Saint-Jean, un grande bacino azzurro a forma rotonda, con piú di trentacinque chilometri di diametro ed il fiume Saguenay che scorre nel letto del solo fiordo navigabile, all'interno delle terre, d'America del nord. 

Questo fiume, sotto l'influsso delle maree che aumentano il suo livello minimo di oltre sei metri, é navigabile sino a Chicoutimi, distante settanta chilometri dalla confluenza col fiume San Lorenzo.  A Chicoutimi ha termine il fiordo, mentre il corso d'acqua che vi si emmette e che mantiene il nome di Saguenay acquista un aspetto fluviale.  

Tra il San Lorenzo e Chicoutimi, in un paesaggio di mare e di collina, si incontrano luoghi incantevoli: La Baie, Saint- Félix-d'Otis, Sainte-Rose-du-Nord, Rivière-Éternité, L'Anse-Saint-Jean, Petit-Saguenay, Baie-Sainte-Catherine e Tadoussac.    

Nel porto di Port-Alfred che con Bagotville, oggi è chiamato La Baie, attraccano le navi che trasportano la bauxite, roccia sedimentaria di colore rossastro, composta soprattutto di allumina, con ossido di ferro e silice. 

In questa regione la societá Alcan, che all'inizio del secolo ha costruito importanti centrali idroelettriche, impiega la bauxite per l'estrazione dell'alluminio, negli impianti di Alma, Arvida e Laterrière.  Il minerale provviene dalla Giamaica e dalle due Guiane, viene accumulato sul piazzale di scarico in prossimitá del porto, sotto forma di un gran cono alto cento metri, prima che treni ed autocarri lo trasportino agli impianti elettrolitici. 

Una brusca frenata mi ha riportato alla realtá, levando gli occhi dal libretto dell'Associazione Turistica, che avevo preso alla stazione di Chicoutimi.   

L'ultima nostra tappa fu Port-Alfred, nome che l'autista gridó per farci ben sentire.  Lasciammo che tutta la gente fosse scesa ed anche noi scendemmo e a sorpresa trovammo  i nostri bagagli che nel frattempo l'autista aveva scaricato ed allineati sul marciapiede.  L'autista prima di ripartire ci venne vicino, ci indicó i bagagli e sorridendo ci auguró un buon soggiorno.

Il nostro viaggio era cosí terminato, ci trovammo in capo al mondo soli su un marciapiede, senza sapere cosa fare.  

Non mi persi d'animo, dietro di me c'era un ristorante-tabacchino-giornalaio tuttofare, nel quale entrai con la scusa di acquistare un pachetto di sigarette, e chiesi come sapevo al commesso, che nel frattempo mi dava il resto dei cinque dollari che gli avevo dato per pagare, dove potevo trovare un albergo.

 "C'e n'é uno a due passi", mi disse," girato l'angolo in fondo alla discesa, si chiama "Hotel Saguenay", é piccolo, una buona gestione famigliare".  

Era proprio quello che ci voleva per noi, pensai, per i bambini soprattutto.

- "Merci beaucoup, merci monsieur, merci beaucoup". Piú volte ripetevo il grazie tante, piú lunga veniva la frase, cosí sembrava che parlassi abbastanza bene il francese, mentre non mi era difficile comprenderlo. 

Non era possibile trovare in quel luogo un facchino, era una fermata secondaria, di quelle da angolo di strada e senza starci troppo a pensare feci da solo.  Con Dario che faceva finta di aiutarmi, percorrendo un paio di volte avanti ed indietro la stessa distanza di marciapiede, portavo le due valigie una ventina di metri piú in avanti, quindi tornavo a prendere i bagagli a mano e le borse, cosí facendo arrivammo tutti e quattro alla porta dell'albergo.

Una volta entrati incontrammo la padrona, una signora simpatica che al primo "bon soir" ci ha capiti e con un sorriso a piena faccia, reso piú evidente dall'abbondante rossetto che decorava le labbra della sua bocca, ci ha presi sotto la sua protezione, indicandoci un luogo ove depositare provvisoriamente le valigie.  

Mi sono fatto capire che avrei dovuto incontrare il signor Taillefer, un funzionario dell'immigrazione canadese, ma dato che oggi era sabato, lui non sarebbe stato reperibile e fino a lunedí avrei preso alloggio da loro.  Ci diede una camera con due doppi letti ci informó degli orari per i pasti e ci invitó a scendere subito per la cena, avrebbe cercato di rimediare qualche cosa per noi, perché i suoi clienti avevano giá cenato.

Auberge de la Grande Baie Établissement très confortable, doté d'un aménagement de qualité appréciable et qui offre plusieurs services et commodités. 

Albergo_labaie.jpg (16652 octets)

Située en bordure du majestueux fjord du Saguenay, l'Auberge de la Grande Baie vous charmera tout en vous proposant un séjour de qualité. Réputée pour son accueil des plus chaleureux, elle offre toutes les commodités afin de faire de votre séjour une expérience unique et mémorable. Récipiendaire de nombreux prix et distinction, l'auberge est une tradition hospitalière reconnue.

Que ce soit pour des vacances, un séjour d'affaires ou simplement pour venir déguster un bon repas, l'Auberge de la Grande Baie saura répondre à vos besoins. Vos hôtes, la famille Gagnon-Marcoux, propriétaire de l'entreprise, ainsi que tout le personnel, vous accueillent bras ouvert tous les jours de l'année. 

> > Membre:

L'albergo ha cambiato nome, mi hanno informato che è bruciato e che la nuova gestione ha deciso così; non si chiama più "Hotel Saguenay" oggi è "Auberge de la Grande Baie". 

   Il contatto con il funzionario

Taillefer era ormai un nome noto, a Milano Gagnon me lo aveva nominato piú volte, loro si conoscevano da vecchia data, avevano fatto da giovani gli stessi tirocinii, i medesimi addestramenti pratici, prima di ottenere gli incarichi di responsabilitá come funzionari federali.  Il destino e le attitudini individuali, li hanno portati a separarsi e ad esercitare in luoghi diversi, ma sempre al servizio del ministero dell'immigrazione, la loro professione di funzionari federali.

Cartiera_labaie.jpg (19439 octets)

L'alberghetto era di fronte ad una fabbrica di cellulosa, nel suo piazzale ergeva un grandissimo cumulo di tronchi d'albero, tutti della lunghezza massima di un metro e venti.  La piramide arrivava come la bauxite ad una altezza di cento metri.

I tronchetti venivano portati al culmine da un nastro trasportatore che li lasciava cadere, alimentando questa vasta piramide.  Gli alberi abbattuti, spogliati dei rami, sezionati in tronchi ed in tronchetti, dai boschi venivano trasportati e scaricati in un vicino lago, creato sull'esempio dei castori, con la costruzione di una rudimentale diga in legno.  Durante l'inverno il legname tagliato in autunno, veniva slittato nel bacino che era diventato ghiacciato. 

draveurs01.gif (22528 octets)

In primavera, nel periodo di disgelo, quando l'acqua é abbondante, la diga veniva fatta saltare con una carica di esplosivo e la massa di legname galleggiante scendeva a valle per la via dei corsi d'acqua naturali, in quella stagione in piena causa il disgelo.  

Lungo il percorso, la discesa del legname era controllata 

da esperti boscaioli  chiamati "i draveurs" che riuscivano a sbloccare gli ingorghi camminando sui tronchi stessi ed aiutati da pertiche arpionate ridavano movimento alla massa che si andava ammucchiando or in questo or in quel meandro, ognivolta che una roccia od una qualsiasi altra asperitá, bloccava la libera discesa del legname.  Era un mestiere rischioso, un mestiere che ha dato da vivere a moltissime famiglie, unitamente a quello del taglialegna, ma che ha anche creato molte vedove.

I tronchi d'albero, erano destinati alle segherie che li trasformavano in legname da costruzione, mentre i trochetti lunghi un metro e venti (quattro piedi), venivano incanalati verso le fabbriche di cellulosa, sempre situate in prossimitá di importanti corsi d'acqua o di baie.  All'arrivo, i tronchetti trattenuti da una barriera di grossi tronchi galleggianti, incatenati l'uno all'altro "estacade", ed a mezzo di imbarcazioni a motore venivano lentamente trainati in una insenatura di fronte al piazzale della cartiera.  Rimanevano tutto l'inverno in acqua ghiacciata affinché la corteccia imbevuta d'acqua, sotto  l'effetto del ghiaccio e dello sfregamento dei tronchi tra di loro, per il continuo saliscendi causato dalle maree, si potesse staccare da sola. 

In primavera il tronco ripulito veniva tratto a riva e ammucchiato sul piazzale per diventare della preziosa cellulosa che, caricata su navi, sará venduta e spedita in tutto il mondo.

Mentre guardavo dalla finestra della nostra camera d'albergo l'industria davanti a noi, pensavo al mio lavoro, dove questo poteva essere, facendomi tante idee e tante illusioni.  Volevo approffittare della mia esperienza e metterla al servizio del nuovo datore di lavoro,  perché ero certo di poter fare buona figura conoscedo bene il mio mestiere, e poter ottenere un buon trattamento economico che mi avrebbe aiutato economicamente a meglio vivere.  Quando si é nuovi di un posto e quando non si conosce l'ambiente, ci si crede indispensabili perché si é richiesti.  Siamo portati a fare tanti ragionamenti ed a considerarsi superiori.  La realtá invece sará ben diversa.  Tutti siamo utili ma nessuno é indispensabile.  Questo detto vale sempre e ognora, in qualsiasi parte della terra ci si trovi.  Ero ansioso d'incontrare il funzionario federale e sapere dove saremmo finiti.

Il lunedí mattina, all'ora di apertura degli uffici federali, mi sono presentato puntuale, carte alla mano, per incontrare il signor Taillefer.  Non era ancora in ufficio, ho atteso una buona mezz'ora prima che arrivasse.  Port-Alfred é un porto fluviale, aperto alla navigazione internazionale, e come tale é sotto il  cotrollo federale.  L'edificio ospitava differenti uffici dell'amministrazione centrale, l'immigrazione, la dogana, l'ufficio sanitario, gli uffici portuali e quanto altro si allacciava ai servizi connessi.

 I Doganieri, come le Giubbe Rosse, nella loro uniforme d'ordinanza, erano inconfondibili.  Pantaloni neri modello a trombetta, con banda grigia lungo la cucitura esterna, terminavano su un paio di scarpe si direbbero due dita più lunghe del piede, verniciate di nero brillante. La camicia grigia con cravatta blu e sulla manica alta, sotto la spallina, un distintivo con scitto "Dogana Canada".  Quello che colpiva di piú in alto era il berretto con visiera, decorato con una greca d'argento alta quattro dita, e sul davanti uno stemma in metallo che ripeteva la scritta "Dogana Canada", mentre in basso calzavano luccicanti scarponcini neri con puntale in acciaio, per il rinforzo metallico incorporato a protezione delle dita.  Quelle calzature lucide, sproporzionate alla statura, davano al doganiere un'andatura dondolante, un buffo modo di camminare. 

I doganieri li avevo giá incontrati di sfuggita, all'areoporto di Dorval a Montréal, ma in quel momento, preso con i bagagli e con la burocrazia di sbarco, mi erano passati inosservati, non avevo avuto il tempo di contemplarli.  Qui, a Port-Alfred, seduto ad aspettare l'arrivo di Taillefer ebbi il tempo di esaminarli, continuavano a passarmi innanzi nello svolgimento del loro lavoro.

Finalmente un ometto sulla cinquantina fece il suo ingresso e la segretaria lo salutó:

- "Bon jour monsieur Taillefer"

- "Bon jour Mademoiselle" rispose.

- "C'é un signore per lei che lo attende" lo informó l'impiegata.

- "Un signore per me?".... e contemporaneamente si voltó arrestandosi a guardarmi.     

Fin quí avevo capito tutto, solo la sorpresa di Taillefer mi aveva fatto una brutta impressione.  Come, non era stato informato del nostro arrivo?.... Cosa era successo?.... Ma Gagnon allora ....  

Cominciavo a dubitare sull'organizzazione canadese e sui suoi funzionari, che stavo qualificando: "fanfaroni".  

Taillefer,  mi venne incontro, e mentre mi allungava la mano per salutarmi, mi invitó a entrare con lui nel suo ufficio.  Un locale quadrato, con una finestra da parete a parete, coperta da una tenda di stoffa bianca. Una scivania con una sedia girevole di legno, una libreria a muro e due classificatori metallici.  Le cose che risaltavano erano il quadro di Sua Maestá la Regina Elisabetta II al centro della parete alle spalle del funzionario ed in faccia a me, che mi sorrideva tranquillizzandomi momentaneamente, e nell'angolo opposto alla finestra, infilato in un supporto di cemento, l'asta con la bandiera canadese, rossa e bianca, con al centro la foglia di acero rossa.  

 A fianco della bandiera, incorniciato, era appeso un quadro piú largo che alto, contenente la riproduzione di un documento ufficiale bilingue, con al centro lo stemma del Canada con il moto "mari usque ad mare" la cui traduzione allegorica stá per "da un oceano all'altro". 

La proclamazione diceva:

- "Elisabetta seconda, per la grazia di Dio, Regina del Regno Unito, del Canada e dei suoi altri possedimenti e territori, capo del Commonwealt e difensore della Fede", proclama, dopo varie considerazioni, che dal giorno 15 febbraio 1965, la nuova banbiera  nazionale Canadese sará rossa e bianca ( e qui sono dettate la forma e le grandezze degli spazzi) con al centro, nel quadrato bianco la foglia di acero rossa".  Il sole ha sbiadito l'inchiostro per cui non si legge piú la data di proclamazione, ma si vede ancora la firma di Sua Maestá ed il moto: "Dio salvi la Regina".

Cosa significano le undici punte della foglia d'acero?

Quella che si vede sulla bandiera nazionale del Canada é una concezione artistica.  Il simbolismo lo si ritrova nella foglia stessa dell'acero, emblema tradizionale dei Canadesi.  Nessuna significazione é ufficialmente attribuita alle undici punte, anche se una voce popolare dice che rappresentano le dieci province ed il territorio del nord. 

Ho avuto il tempo di fare tutte queste considerazioni, prima che Taillefer, si sia sistemato e che gli sia venuta l'idea di iniziare a lavorare e di rivolgersi a me. Poi con calma, mentre io friggevo, ha dato uno sguardo ai documenti che gli avevo sottoposto, a lui indirizzati da Gagnon di Milano. 

Non avevo nessun appuntamento e per il funzionario io ero un'eccezione alla regola.

Ha rotto il ghiaccio giustificando il suo ritardo, dicendomi che era stato fuori per il fine settimana e che quella mattina non pensava di avere gente che lo attendesse.

Tornó a finire di leggere le carte preparate del suo collega mentre pensieroso si soffermó a guardare fuori della finestra; mentre si voltava Taillefer si mise le mani nei capelli.  Mi disse subito che il posto in questione non esisteva e che avrebbe parlato prima con il suo superiore di Québec e che mi avrebbe tenuto informato.  Conosceva la mia situazione famigliare, volle sapere dove avevo preso alloggio, volle conoscere anche gli altri membri della mia famiglia, quindi assieme siamo scesi in albergo.

Mi rassicuró che avrebbe fatto il possibile, ci tranquillizó dicendoci e contemporaneamente informó anche la padrona dell'albergo, che noi saremmo a carico dell'ufficio di immigrazione e che tutte le spese saranno assorbite da loro sino ad una mia sistemazione.

Io vedevo Taillefer quasi tutte le mattine, e di notizie buone non ne aveva mai, era scoraggiato per quanto ci era capitato, ma continuava a ripeterci che avrebbe fatto del suo meglio per poterci aiutare.  Ci disse di rimanere in albergo e ci dette anche del denaro per comperare ai bambini quello che desideravano.

A Milano il consolato, prima di rilasciarci il visto di immigranti ricevuti, ci ha imposto, secondo la prassi canadese, di sottoporci ad una visita medica presso uno specialista di loro fiducia e di vacinarci contro la tubercolosi e contro il vaiolo. Vacini che ci sono stati inoculati, al pronto soccorso di Milano, solo alcuni giorni prima della data di partenza.

Erano giá tre o quattro giorni che eravamo all'albergo, Simonetta non si sentiva bene, accusava febbre, ma non si capiva cosa poteva avere, pensavamo allo strapazzo dovuto al viaggio. 

Nello stesso albergo avevano preso alloggio due famiglie di militari americani che erano in missione presso la base aerea di Bagotville.  Ebe, mia moglie, aveva fatto conoscenza con le due spose degli avieri, le quali nel sentire di Simonetta, si sono consultate ed hanno decretato che si trattava di un semplice rafreddore, da curarsi a base di "Vic vaporub".  Mia moglie, spinta dalle due comari, loro parlavano inglese e noi italiano, perché agire era piú semplice che spiegare, si lasció fare.  Una di loro salí nella sua camera a prendere la scatola di unguento e un cucchiaino da caffé.  Si fecero poi accompagnare in camera ove Simonetta riposava e senza indugiare fecero aprire la bocca alla bambina e gli fecero mangiare un grosso cucchiaino di "Vic vaporub", e per evitare il contaggio, la stessa sorte la fecero subire a Dario. 

Taillefer mi veniva a prendere al mattino e mi portava in giro nella regione ad incontrare professionisti, dirigenti di industrie, per cercarmi una sistemazione.  Io non ero sempre all'albergo, e quando Ebe mi raccontó del "Vic vaporub", mi vennero, come si suol dire, i cinque minuti, ma poi, visto che non poteva succedere nulla, e che loro usavano farlo con i loro bambini, lasciai correre facendo buon viso a cattiva sorte.

A sera, quando Ebe spoglió Simonetta per metterla a letto, si accorse cos'era che la faceva star male.  Il braccio era gonfio e la vaccinazione era diventata grossa come un fagiolo.  L'indomani le due signore, quando hanno saputo cosa aveva Simonetta, si sono scusate con noi, ma nello stesso tempo dicevano che il "Vic vaporub" non avrebbe provocato nessun disturbo collaterale, era secondo loro, un toccasana contro il rafreddore.

La bambina si riprese bene, noi continuavamo a vivere in albergo nell'attesa che Taillefer si facesse vivo con qualche proposta.

Il nostro morale era alto, ma la nostalgia ci faceva ricordare spesso il nostro passato, i famigliari lontani, la nostra vita era canbiata, non avevamo più le nostre risorse morali, eravamo in attesa ed il desiderio di ritornare si affacciava ad ogni nostro dialogare.

Forse domani chiedo il biglietto per rimpatriare.

FINE  DEL  CAPITOLO  VIº

TORNA  IN  ALTO