FINE  DELLE  ACQUE  PROFONDE

INDICE

CAPITOLO VIIIº

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La  regione del Quèbec che abbiamo abitato durante il secondo lustro degli anni sessanta è chiamata “Saguenay – Lac-Saint-Jean”. La sua traduzione mi sembra superflua perché Saguenay è il nome del fiume e Lac-Saint-Jean (San Giovanni) è il nome del grande lago.

Questa regione si vanta di possedere due meravigliose distese d’acqua uniche nel loro genere: il fiume che scorre in parte in un letto accidentato e il resto in un fiordo navigabile nell’entroterra, il solo in America del nord ed il più meridionale del mondo: lungo 120 km è il solo emissario del lago Saint-Jean, un vero mare interno di oltre 35 km di diametro, 1350 kmq situato a 98 m s.l. mare.

Alla fine del periodo glaciale, il mare ha invaso questa antica valle glaciale formatasi 12 000 anni fa formando un fiordo di 240 m di profondità media, in certi luogi anche 2 km di larghezza, le acque sono scure e sovraposte da pareti rocciose scoscese spesso alte più di 300 m.

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La scoperta di questo immenso territorio e delle sue vie d’acqua, dette "vie delle pellicce", fu l’inizio di una lunga epoca commerciale tra gli Inuit della tribù dei Montagnais e i bianchi nuovi arrivati. 

L’aggettivo inuit è invariabile ed è relativo agli  Inuit cioè agli Esquimesi, la cui lingua parlata è l’inuktitut

Sono molte le popolazioni indiane raggruppate in Tribù, dell’America del Nord, che parlano la stessa lingua. Tra essi gli: Algonquins, i Ojibwa, i Cheyenne, gli Arapaho, ecc. I Montagnais sono una tribù di derivazione Algonquins che si sono spostati di più verso l'est del continente nord-americano il Ka na dà e che hanno sempre vissuto nel Quèbec.

Da Tadoussac, cittadina sul fiume San Lorenzo, e centro del commercio delle pellicce, alla Baie  d’Udson, i fiumi e i laghi costituiscono una rete di circolazione e di comunicazione, che serve ancora oggi. Grandi lavori edili sono ancor oggi riforniti per via marittima con gossi zatteroni motorizzati.

Dall’inizio del XIXº secolo, tutto questo territorio è stato colonizzato. La zona del Saguenay s'industrializzerà per lo sfruttamento delle sue risorse idriche e per le foreste di pino bianco, mentre la zona del Lac-Saint-Jean si svilupperà in agricoltura e nell'allevamento del bestiame.

I suoi abitanti, calorosi, affabili e stravaganti, quasi tutti di origine francofona, arrivati in America al seguito di colonizzatori francesi, sono scherzosamente chiamati Bleuets (Mirtilli), perché nella regione queste bacche, di colore nero bluastro, nascono spontanee e in abbondanza; gli abitanti le coltivano e le raccolgono in grandi quantità, le trasformano in confetture e le commercializzano in loco, in tutto il Canada e negli Stati Uniti; in questa regione, i frutti, raggiungono un’ottima grossezza e una perfetta maturazione.

La regione, oggi è idonea a soddisfare differenti tipi di visitatori, per chi piace mangiare tipicamente paesano e per chi invece ama la natura e gli spazi all’aria aperta. Sono programmate escursioni e visite stupende sugli alatipiani circostanti e sui numerosi corsi d’acqua che la solcano.

Il fiordo inizia a Tadoussac, cittadina alla confluenza del Saguenay con il San Lorenzo. Tadoussac, che nell’idioma inuita dei Montagnais è scritto Tatoushak, significa promontorio, poggio, baluardo; è stato un bastione nella storia Quebècchese. Infatti, i primi colonizzatori francesi, Jacques Cartier, Pier Chovin e Samuel de Champlain, vi hanno approdato e da qui hanno dato inizio all’espansione territoriale francese in America del Nord.

Tadoussac, ridente cittadina sul San Lorenzo,  è un centro di villeggiatura, luogo amato dai turisti, da dove partono le escursioni d’osservazione, sul San Lorenzo per vedere e ascoltare il soffio delle balene, o per la fantastica crociera nel fiordo, seguendo il ritmo delle maree che raggiungono altezze anche di sette metri, dove l’acqua salata si mescola con quella dolce, dando origine ad una fauna eccezionale.

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L'albergo

La baia

La balena

A Tadoussac esiste un meraviglioso parco marino di oltre mille chilometri quadrati, creato per la protezione e la conservazione  delle speci ittiche e dell’ambientalismo naturale.  

L’entrata maestosa nel fiordo dall’estuario permette, penetrando nel suo universo, di ammirare dei fenomeni oceanografici particolari. 

Si possono osservare uccelli e mammiferi marini, scoprire una nuova fauna

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e una flora acquatica mai vista altrove, ascoltare il fruscio sordo delle maree ed il gorgoglio delle onde che la scia della nave solleva e che si infrangono contro le pareti del fiordo.

Per gli amanti delle escursioni in piena natura, da Tadoussac è possibile raggiungere, per sentieri tracciati e muniti di posti di ristoro, di pic-nic e di camping, il villaggio di Saint-Rose du Nord, attraversando il parco del Saguenay dove scorrono fiumi, ricchi di passaggi migratori di salmoni e, per gli amanti della pesca, la trota fario. Un ambiente ricco di selvaggina, dove è possibile cacciare pennuti: oche, anatre e pernici; e ai cervidi: alci, caribù e caprioli, animali che sono facili da incontrare durante il percorso.  

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Sono organizzate, solo nel periodo estivo, perché d’inverno il fiordo è ghiacciato, le crociere giornaliere sul fiordo che mettono in valore una delle tematiche principali del parco marino. Sino a Rivière-Éternité, il fiordo raggiunge le sue massime profondità e le sue pareti sono verticali e vertiginose. É questa una regione di mare e di montagne, che ci presenta una bellezza selvaggia e indocile, il Saguenay. (Nella foto la Chiesetta inuita). 

Le maree, il grido dei gabbiani, il mormorio silenzioso della foresta, sono presenti per farvi apprezzare questa natura non ancora contaminata.

La crociera, porta a visitare antichi e caratteristici villaggi: Sainte-Rose-du-Nord, Rivière-Éternité, Anse-Saint-Jean, Petit-Saguenay. In fine prima di ritornare sul fiume San Lorenzo a Tadussac, fa sosta alla Baie-Sainte-Catherine. Oltre duecento chilometri tra andata e ritorno percorsi nel fiordo, sul fiume Saguenay.

Da Chicoutimi, fine delle acque profonde, il fiume Saguenay cambia regime, deve superare un dislivello naturale del suolo prima di raggiungere la cittadina di Alma, all’uscita del grande lago.

Il giro del lago Saint-Jean porta il visitatore in un vasta pianura, attorniata da rilievi collinari, al centro della quale, la natura ha creato un vasto mare d’acqua dolce.

Attorno al lago numerose centrali idroelettriche e alluminerie. Importanti centri industriali sono le cittadine di Alma e Roberval.

L’emissario del lago è la Rivière Saguenay, detta anche Shipshaw, che fino a Chicoutimi non è navigabile. Era usata per il trasporto libero del legname, che galleggiando raggiunge i depositi delle fabbriche di cellulosa e delle segherie che trasformano i tronchi in tavole, destinate all’edilizia e alla falegnameria sui mercati nord americani ed europei.

Ho fatto cenno al trasporto del legname per via fluviale, non certo tramite navi, perchè il fiume Shipshaw non è navigabile. Più che trasporto, si deve parlare di transitare, di scaricare il legname a valle per vie d’acqua. Questa operazione di galleggiamento si chiama:  drave, termine intraducibile, quindi fare la drave è draver, in gergo franco-quèbecchese unicamente.

In antico, nei mesi autunnali, il corso d’acqua veniva sbarrato con una o più dighe costruite con tronchi d’albero e materiale di cava. Tutto il legname abbattuto nelle foreste circostanti, veniva selezionato; i fusti venivano sezionati in tronconi di sedici piedi di lunghezza (m. 4,80) e rami e puntali in ceppi detti billots, lunghi quattro piedi (m. 1,20). Il legname veniva trainato nella foresta da cavalli e scaricato nei bacini artificiali creati dalle dighe. Questo lavoro di taglio e di trasporto durava tutto l’autunno e l’inverno. Al disgelo, quando il bacino del lago aveva raggiunto la sua massima capienza d’acqua, esperti minatori, facevano saltare in ordine graduale le cariche di esplosivo, che erano state posizionate nei punti strateggici, sulle dighe costruite, in modo da permettere una fuoriuscita d’acqua controllata, la quale trasportava con se il legname depositato. Questa operazione in quebècchese è detta: faire la drave, ed è a questo momento che entrano in operazione le squadre dei draveurs.

I dravers sono boscaioli, specializzati nel camminare sui tronchi flottanti e abili nel disincagliare quelli che si mettono di traverso e che impediscono l’uscita del legname dalla diga, o a valle, lungo il corso del fiume. Sono dei veri acrobati, in punta di piedi saltellano sui trochi galleggianti e spingono in corrente quelli che si incagliano. 

Questi uomini, calzano degli scarponi arpionati, vestono i jeans e portano una camicia di lana a quadri, rossi e neri o verdi e neri, sotto un giaccone impermeabile, in testa una berretta o il classico bonnet di lana. Usano, come attrezzo di lavoro, una lunga asta di legno chiamata grappin, terminante con un croquet, tipo alabarda, con un punta d’acciaio e un gancio laterale.

Silenziosi, perchè le loro voci venivano coperte dal rumore dell’acqua, lavoravano in coppia, saltellavano tenendosi in equilibrio con l’asta, operavano tutta la giornata ad incanalare il legname verso il corso rapido o all’uscita del lago.

Anche lungo la discesa fluviale si creavano ammassi di legname, e questi venivano disincagliati con cariche esplosive e con l’intervento dei draveurs, costretti, a volte, a entrare sino alla cintura nell’acqua, ghiacciata dal disgelo di primavera, per spingere i tronchi recalcitranti. Questi uomini, percorrevano lunghi tragitti sui bordi dei corsi d’acqua, seguendo l’afflusso del legname, ed entrando in azione ogni qualvolta che era necessario disincagliare i tronchi arrestati da un ostacolo invisibile. Rischiavano di farsi travolgere dalle rapide impetuose delle acque, di farsi inghiottire dai gorghi, schiacciare dai tronchi, e rimanere bagnati sino alla cintura per tutta la giornata, con la prospettiva di ricominciare tutto da capo l’indomani mattina, negli stessi abiti riascigati di notte alla fiamma del camino, per eseguire gli stessi lavori con gli stessi rischi. Questa era la vita dei dravers, uomini che per tre mesi all’anno, avevano il controllo della drave, e che dovevano lavorare sodo per la buona riuscita del lavoro di tutti i boscaioli. E una figura importante quella del draver, uomini coraggiosi che hanno messo in periglio la loro vita per un salario a volte meschino, quando si pensa ai lutti che questo mestiere ha nel tempo cagionato in tante famiglie della regione.

Il legname, arrivato così nei pressi di Chicoutimi, veniva raccolto nella grande baia e ritenuto nei limiti costieri, con una estacade. Nome che in italiano si può tradurre in steccata, ma che con esssa non ha nessun rapporto. La estacade, consisteva nell’unire con cavi o catene, uno dopo l’altro, numerosi tronchi d’albero galleggianti, le cui estremità potevano essere trainate da battelli rimorchiatori, o dalla riva dalla forza dei cavalli o dei trattori. L’operazione di traino serviva a raccogliere ed ammassare tutto il legname dentro uno specchio d’acqua a loro riservato. Le due estremità della estacade, venivano ancorate a riva, impedendo così alla corrente ed alle maree di sparpagliare il legname ovunque.

Il legname rimarrà a farsi cullare dall’acqua tutta l’estate, e con l’ammollo, aiutati dall’ondeggiare continuo delle acque che provoca lo sfregamento dei tronchi l’uno contro l’altro, si scorticheranno tutti, rimanendo nudi della corteccia.

Il fondo del lago è un deposito di detriti legnosi che, con lo sprigionarsi del tannino, colora l’acqua in rosso brunastro.

Tutto questo legname verrà a fine estate tratto dall’acqua; i tronchi verranno accatastati e lasciati asciugare prima di entrare in segheria, mentre i ceppi saranno ammucchiati alla rinfusa, in enormi cataste a forma di cono, nel piazzale della cartiera, per essere trasformati in cellulosa.

Il mestiere del draveur è ormai scomparso. Con la realizzione di dighe e centrali elettriche, sono state costruite nuove strade e vie ferroviarie, il corso naturale del fiume è stato interrotto a più riprese. Anche se queste opere sono state munite di aperture dette passe a billots, il trsporto del legname, viene oggi effettuato, esclusivamente o quasi, con mezzi di trasporto su ruote, ma il procedimento di scorticatura rimane, per cui i camions ed i treni caricati nella zona di taglio del bosco,  scaricano direttamente nella baia, dove è conservato ancor oggi l’uso dell’estacade.

Imponenti dighe di contenimento e centrali elettriche di notevoli proporzioni, sono sorte agli inizi del secolo scorso,  anni ‘20/’30 e l’ultima grande opera idraulica è stata costruita negli anni ’70/’80,  realizzata alla Baie James  sul fiume La Grande ove si trova la più grande centrale idroelettrica del mondo. Investimenti enormi che hanno fruttato nel tempo e che hanno dato origine a grandi alluminerie, basti pensare che il Canada è il secondo produttore mondiale di alluminio.

Per arrivare a questa soddisfacente produzione, oltre allo sforzo umano, sono intervenuti fattori naturali di grande importanza; una grande idrologia del suo territorio e la navigabilità dei suoi fiumi e laghi.

Con la ricchezza energetica, la bauxite in roccia, dalla quale si estrarrà l’alluminio, arriva con le navi dalla Giamaica e dalla Guaiana.

La roccia, scaricata a Port-Alfred o a Chicoutimi, porti commerciali sul fiume Saguenay, tramite vagoni ferroviari tramoggiati, viene trasportata nelle fonderie che, mediante procedimenti moderni viene trasformata in allumina. Quest’ultima, disciolta con criolite fusa, mediante elettrolisi a mille gradi centigradi, viene ridotta in alluminio.

Per dimostrare l’importanza delle risorse elettriche, chiarisce meglio l’analisi del seguente parametro: 20 kWh è il consumo di energia elettrica per produrre un Kg di alluminio puro del commercio (al 99,5%), che può essere trasformato in alluminio raffinato (99,99% e oltre), mediante un nuovo trattamento elettrolitico.

Parlavo dei draveurs, e la penna è andata altrove. Come dicevo, il mestiere di questi uomini coraggiosi, che affrontavano mille pericoli tra i gorghi di un fiume in piena, per disincagliare i tronchi che intralciavano il libero afflusso dei ceppi, spinti a valle dalle furie delle acque, è  scomparso.

La diga e la centrale Shipshaw di Alcan

Restano i costumi e le leggende. Le camice a quadri sono una caratteristica degli abitanti della regione, sono indossate comunemente quando si intrapprendono lavori manuali di manutenzione attorno alla casa, o durante i week-end in campagna, allo chalet, cucinando con il barbecue delle ottime costine di maiale e salsicce italiane.

Sono stati anni di scoperte per noi, nuovi arrivati, in un mondo tutto diverso da quello che avevo sino ad ora conosciuto. La Lunigiana, l’Emilia e la Lombardia sono regioni diverse e bellissime, che non hanno niente a che vedere con il Quèbec immenso, nella sua verginità naturale. Una estensione tre volte l’Italia, abitata da poco più di sei milioni di anime, con delle risorse immense ed in parte ancora inesplorate. Sarà sicuramente, per l’avvenire, il Quàbec ed il Canada tutto intero, l’abbeveratoio del mondo.

C'è una struttura interessante, è l'unica struttura interamente in alluminio al mondo, il ponte che attraversa il fiume Shipshaw. 

Nel 1943 il consiglio comunale della città di Arvida decide di costruire un secondo ponte tgra le due sponde del fiume, Chiedendo agli ingegneri dell'allunineria ALCAN diu fare uno studio di fattibilità. Venne preparato un progetto preliminare, stabilita la posizione d'impianto, preventivato il quantitativo di alluminio necessario che sarà fornito dalla ditta Alcan stessa. La ditta Dominiom Bridge fa i disegni esecutivi e fabbrica la struttura e l'erige. Il 116 luglio 1950, Maurice Duplessis, primo ministro del Quèbec inaugura il ponte che viene aperto alla circolazione, è di una lunghezza di 143,55 m, la larghezza carrozzabile di 7,31 m, con due marciapiedi di 1,22 m per parte . 

IL PONTE D'ALLUMINIO

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L'arco centrale misura 88,39 m su un raggio di 14,19 m Il piano carrozzabile è di cemento armato ed è situato a 32,91 m dal livello d'acqua bassa. Il suo peso complessivo è di 163 t ed è stato colcolato essere di due terzi inferiore ad uno simile se fosse stato costruito in acciaio. La città di Arvida nel 1950, il costo vero non si conosce perchè Alcan ha venduto il materiale ad un prezzo inferiore al costo reale,  la somma complessiva spesa è di $ 820.000 circa che trasformati equivalevano a quel tempo a £  500.000.000 oggi non meno di 5 miliardi di lire pari a € 2 500 000. 

Questo ponte è riconosciuto essere una delle opere d'arte più interessanti dell'ingegneria civile canadese. 

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Finalmente trovai impiego in uno studio d’ingegneria. Il mio adattamento fu immediato e ben presto fui messo a contatto con le imprese e con i Dirigenti municipali, con i quali dovevamo realizzare opere pubbliche. 

Quella del lavoro è stata un’esperienza tutta nuova, la tecnologia americana prevaleva su tutto, la standardizzazione era la chiave di tutto il lavoro. Il lavoro consisteva nello scegliere e riunire più oggetti per realizzare le opere. Non si procedeva più, già d’allora, col  prendere delle misure in loco per realizzare un elemento. Tutto arrivava prefabbicato e doveva essere istallato. Non esisteva più l’artigiano che, per esempio, ti costruiva una finestra su misura. Le finestre erano in vendita nelle dimensioni standardizzate e ciascuno doveva adattarne il manufatto.

Questo per dire che il mio lavoro divenne facile e nello stesso tempo laborioso. Dovevo informarmi su tutto, attraverso cataloghi che tutti gli studi d’ingegneria posseggono e che le ditte tengono periodicamente aggiornati seguendo la loro produzione. Fu così che in breve tempo divenni responsabile di importanti progetti e realizzazioni in campo municipale. Ero costretto a spostarmi continuamente in tutta la regione, ed ebbi così modo di conoscere e vivere veramente tutto il Saguenay – Lac-Saint-Jean.

Un giorno, entrai in una tipografia di Chicoutimi, sulla via Raçine, e conobbi il proprietario, un certo Henri Tremblay che, in breve tempo mi divenne amico, a causa della mia passione per la pesca e per il fatto che lo chiamavo Enrico, a lui piaceva ed anche a me. Ricorderete che sono sbarcato a Montreal e tra i bagagli a mano avevo le mie canne da pesca. Dopo alcune visite in tipografia, per farmi stampare degli opuscoli di lavoro, Enrico mi invitò per il fine settimana al suo chalet nel bosco, ad un centinaio di chilometri da casa nostra, a passare due giornate a pesca  e nella tranquillità della natura selvaggia.

A sera, a casa, parlai dell’invito a mia moglie, che accondiscese, mentre Dario prontamente intervenne:

-“Papá! Vengo anch’io. Portami con te!”

-“Non posso Dario, non conosco nulla. Anch’io penetro un mondo nuovo. É la prima volta, in seguito ti porterò sicuramente con me.”

Il venerdì pomeriggio, terminato il lavoro, Enrico arrivò a casa a prendermi. Mi dette dei suggerimenti, come vestirmi e cosa portare con me, oltre alle vivande che mia moglie mi aveva già preparato.

Salii in macchina, una grossa Ford tipo giardinetta, metallo e legno, sulla quale c’era di tutto. Taniche di benzina, petrolio combustibile, attrezzi vari, canne da pesca, due casse di birra ed una di Spryt, acqua tonica e tante altre cianfrusaglie oltre a coperte e pentolame vario. Unii al tutto anche la mia poca roba e partimmo.

Enrico al volante, conduceva attentamente in direzione nord, quando ad un incrocio svoltò in una strada sterrata.

-“Qui ha inizio la strada che ci porterà allo Chalet” mi disse Enrico. “É lunga ma é buona.”

Era una strada semiprivata, costruita dell’impresa che gestiva il taglio del bosco, una strada sulla quale passavano costantemente camions carichi di legna. Una strada controllata all’entrata da una barriera azionata da uomini del corpo di vigilanza. Dopo pochi chilometri vidi la strada sbarrata e la macchina si fermò. Usci dalla capanna di guardia un uomo che ha riconosciuto subito il conducente.

-“Ciao Enrico, inizi presto quest’anno la stagione?”

-“Si! Porto con me un nuovo amico che é arrivato da poco dall’Italia per fargli conoscere la nostra foresta ed i nostri laghi.”

Senza esitazione il guardiano azionò la barriera che si alzò per lasciarci passare.

-“Ci rivediamo domenica sera, quando usciremo, arrivederci.”

Nel bosco si entra, e tutto è elecato nell’apposito registro, che il Ministero per la protezione della Flora e della Fauna obbliga tenere aggiornato. É questo un controllo per sapere, in caso di incendio od altro, quante persone si trovano all’interno della riserva o del settore controllato. 

Enrico, a questo punto era entrato in un mondo nuovo. Estrasse dal cofanetto dell’auto una bottiglia di Gin, prese poi, allungando una mano dietro al suo sedile, una bottiglietta di Spryt, che stappò, getto un terzo del contenuto dell’acqua tonica dal finestrino e tornò a riempire il tutto con Gin. Ha fatto tutta  questa operazione sotto i miei occhi sbigottiti, conducendo tranquillamente la macchina, che sembrava conoscesse bene da sola questa strada piuttosto accidentata. Diede una lunga sorsata alla bottiglia, quindi se la infilò diritta tra le sue cosce, riprese il volante con le due mani e mi disse:

-“Questa é una delle belle cose che si possono fare indisturbati nel bosco. Hai visto come ho fatto? Fai altrettanto, la strada é lunga e viene sete.”

Per non cominciare subito a contraddirlo, mi adeguai, anche perchè cominciavo ad aver sete e fame. Io invece di gettare l'acqua dal finestrino l'ho bevuta. La strada fu alquanto lunga e dopo circa un’oretta e mezza arrivammo di fronte ad una casa in legno, costruita con tronchi d’albero, ricoperta con un tetto a due spioventi, ricoperti di bardeaux di catrame.

Posteggiata la macchina sul fianco della casa,  Enrico mi invitò a scendere.

-“Devo prima controllare cosa, gli orsi o qualche vandalo, mi hanno combinato, durante l’inverno e la primavera. Devi sapere che lo chalet rimane abbandonato e chiunque può sfruttarlo in caso di necessità. Ci sono quelli che praticano la Skidoo, cacciatori ed altri.”

Io, lo accompagnai nell’attento giro d’ispezione, ed alla fine mi accorsi che Enrico non aveva trovato nulla di anormale, quest’anno non aveva avuto visite inaspettate. Contento si diresse verso il lago che fronteggiava la casa, e vide che anche la presa d’acqua era in ottime condizioni, il ghiaccio non aveva provocato danni.

Curioso, vidi le imbarcazioni rovesciate e ben disposte al sicuro e riparate sotto una rudimentale tettoia, la legna accatastata e coperta da lamiere ondulate era stata approviggionata da Enrico in autunno, gli sporti delle finestre erano chiusi, il suolo circostante in ordine ed il tutto si presentava al primo colpo d’occhio in buono stato.

Enrico, allora sollevò una pietra posta di fianco alla porta d’entrata e da una cassettina in metallo estrasse la chiave d’entrata dello chalet e mi disse:

-“Non é un obbligo questo di lasciare la chiave sul posto, ma é una tradizione antica.”

Non capivo, lo ascoltavo ammutolito e lui continuò:

-“Negli anni passati, quando i nostri padri vivevano di caccia agli animali da pelliccia, e che erano costretti a vivere per intere settimane nel bosco, si trovavano spesso in difficoltà per differenti ragioni: Tempeste improvvise, incidenti vari, troppa selvaggina cacciata, tutti motivi questi che facevano ritardare il rientro, allora il primo riparo che avevano sul loro cammino era sfruttato per passarvi la notte. A quei tempi tutti si conoscevano e sapevano dove erano ubicati i campi base di ognuno, così in caso di necessità la chiave era disponibile senza obbligare il malcapitato a dover forzare la porta per entrare. Quest’usanza ha salvato, in passato, tante vite umane. Oggi però non é più come un tempo… Oggi ci sono troppi approfittatori che entrano per fare del vandalismo, io continuo a lasciare la chiave, però sono costretto a lasciare vuoto lo chalet di tutto, meglio che entrino con la chiave che far sfondare la porta. 

Dopo la sua spiegazione compresi perché sulla macchina c’era di tutto.

All’interno infatti tutto era in ordine, non un filo di polvere, e da dove poteva venire la polvere, d’inverno qui attorno é tutto ghiacciato.

La prima cosa che Enrico ha fatto é stata quella di  scaricare le bottiglie di Spryt e quella di Gin che ha delicatamente depositato al centro del tavolo esistente nell’unica stanza d’uso comune che esisteva. Lungo la parete di fronte alla porta d’entrata, vi erano altre tre porte, ciascuna dava accesso ad una camera da letto, nella quale vi erano sistemati due letti sovrapposti ed un attaccapanni. Lo chalet era attrezzato per ospitare sei persone contemporaneamente da Giugno a Ottobre. Nella stanza comune vi era un lavello di cucina munito di rubinetto, alimentato da un recipiente esterno che ogni mattina veniva riempito pompando manualmente l’acqua dal lago. Al centro della parete di destra vi era installata una grossa stufa nera di ghisa, sulla quale si poteva cucinare, mentre lateralmente risaltava un coperchio di rame rosso che copriva una vaschetta nella quale si manteneva calda l’acqua. 

Mi coricai raffreddolito su un materasso steso in un lettino, tra due coperte di lana, mezzo vestito, perché non faceva caldo. Prima di coricarsi Enrico, aveva dato fuoco alla stufa, ma il caldo tardava a raggiungere la mia cameretta. Dormivo profondamente sognando orsi, trote e cose strane, quando una voce:

-“Svegliati amico, chi dorme non piglia pesci.”

Enrico, aveva già ricaricato la stufa e l’acqua era già calda, il caffé fumava e l’aria era piena di fumo nero che usciva da un vecchio tostapane appoggiato sulla piastra della stufa, dal quale estrasse quattro fette di pan carré abbrustolito. La colazione era servita: pane, burro, marmellata, due uova fritte e caffé.

-“Mangia che poi ti verrà fame. Sul lago non fà caldo, copriti bene e mettiti il giaccone impermeabile.”

Aiutai Enrico a spingere la barca sulla riva, la caricammo di tutto il necessario, non dimenticando alcune bottigliette di Spryt e Gin, che s'infilò in una tasca del suo vecchio giaccone che conservava nello chalet, unto e malodorante per il contatto avuto nel passato con i pesci pescati. Ma che poi compresi il perché, lui si ungeva di un liquido che diceva inventato dagli indiani, puzzolente per tener lontene le zanzare.

La barca era dotata di un motorino a benzina, sufficiente per gli spostamenti sul lago e dopo una mezz’oretta ci fermammo in una baia, di fronte all’entrata di un ruscello nel lago. Fuoriuscivano dalle acque erbe palustri e tra di esse notammo una famigliola di anatre che fuggiva alla nostra indiscrezione; erano arrivati i disturbatori della quiete. Tutta la natura un gran silenzio, rotto ogni tanto dal rauco grido di un’alce che sicuramente cercava la sua compagna. Il cielo era ancora buio, solo verso est si intravvedeva un leggero chiarore, ma sul lago era chiaro. Un fenomeno strano, non lo avevo mai visto prima.

Enrico mi diede la carica, dopo aver bevuto un sorso dalla bottiglietta, disse:

-“Arma la tua canna amico e vai. Qui ci sono delle trote grigie e fario, fammi vedere casa sai fare”.

Al primo lancio, ed é sempre stato così, l’esca aveva appena toccato il pelo dell’acqua che sentii un forte strattone alla lenza. Con abilità e sorpresa di Enrico portai la trota vicino alla barca, che  lui si incaricò di raccogliere col suo filetto che depose sgocciolante in fondo alla barca. 

-“Bravo amico, é proprio bella!… Una trota moucheté di trenta centimetri!… Sei stato bravo!”

Chiamano "truite moucheté " la trota fario, le altre speci sono la trota grigia e la trota irridea. In certe zone ci capita spesso di catturare anche delle trote a carne rosa, sono incroci ibridi di trote con i salmoni. I vari tipi di trote, tutte della famiglia dei salmonidi, hanno una colorazione molto variabile, che dipende dal luogo ove vivono. Per le trote fario, negli individui viventi in acque fredde è argentea con una fine macchiettaura bruna o rossa sui fianchi, mentre in quelle delle acque tiepide e dei laghi il colore delle macchiettature sono bruni.

Nel lago Saint-Jean, molto praticata è la pesca della wananich, un salmonide che vive solo in questo luogo. Sembra sia l’incrocio ibrido della trota con i salmoni che restano nel lago. Ho avuto l’occasione di praticare la pesca alla wananich, che è molto difficile a far abboccare ma molto divertente a recuperare. La wananich vive sul fondo nelle acque correnti, di fronte alle entrate dei torrenti e ruscelli nel lago. É una pesca di fondo, molto simile a quella del temolo, ma senza camoliera, con piombatura semigalleggiante in testa alla lenza. Con una lenza tipo palàmite, con due o tre ami, inescati con vermi d’acqua. É una pesca di stimolo, come dicevo, una pesca di pazienza e di perseveranza, ma quando la wananich ha abboccato, fa enormi guizzi fuori acqua e poi ripiomba sul fondo immobile. Bisogna dare forti strattoni alla lenza per farla rimuovere ed essa riparte in guizzo. É appunto quando fuoriesce che l’abile pescatore riesce a recuperare, e questo lavoro di stimolo e di ricupero può durare una buona mezzora. In fine il pesce, se non si slama prima, sfinito si lascia recuperare a riva senza più reagire. Una bella pesca, un’esperienza che si fa solo qui, nel Lago Sain-Jean.

Enrico, invece amava pescare alla mosca, una disciplina che io non avevo mai praticato prima, ma che imparerò poi e che mi darà ottime soddisfazioni. La mia era una pesca di fondo, una pesca che sapevo fare nei torrenti della mia Lunigiana, e che ho avuto il piacere di praticare anche in Valtellina nei torrenti di scarico delle dighe della Falk e che a Ovada mi ha permesso di vincere una medaglia d’oro, perchè mi classificai terzo in una gara di pesca. Medaglia che mia moglie porta al braccio con orgoglio e che non smette di mostrare, ogni volta che si parla con qualcuno di pesca sportiva.

Con il levar del sole, anche i pesci cambiano posizione, ma il nostro cestino abbondava di prese ed Enrico, che aveva già da un pezzo vuotata la sua bottiglietta, che avevo notato ruzzolare vuota sul fondo della scialuppa, cominciò a dirmi che dovevamo rientrare allo chalet. Non potevo oppormi, ero ospite, quindi ritornammo.

Enrico, si era messo a gironzolare attorno allo chalet, dopo aver ripreparato una nuova bottiglietta di Sprite con Gin, si era messo a ripulire il terreno di foglie morte e cose varie lasciate in autunno, o provocate dal disgelo. Io invece chiesi se potevo continuare dalla sponda a fare dei lanci di prova. Enrico non si oppose, anzi mi indicò poco lontano l’uscita di un ruscello, che avrei potuto facilmente raggiungere via terra, un tratto facile da percorrere e senza pericoli.

Così, senza farmelo ripetere due volte, presi canna e cestino e mi diressi nel luogo indicato. In questo punto, in fondo al lago erano ruzzolati dei massi e l’acqua del ruscello saltellava tra loro. Mi sembrava di essere in un torrente del Bagnonese. Lanciai l’esca e fu una pescata dopo l’altra. Avevo il cestino pieno e continuavo ad estrarre dallo stesso pozzo trote, tutte delle stesse dimensioni. Avevo trovato il pozzo di San Patrizio, una cosa favolosa. Ad un tratto udii una voce di richiamo:

-“Ehi, amico! É mezzogiorno che fai? Vieni che si mangia, ho preparato dei filetti di trota all’indiana, sentirai che sapore!”

Raccolsi il cestino, infilai in un sacchetto di plastica quelle che avevo lasciato sul terreno e mi presentai allo chalet. Enrico, quando mi vide, si mise le mani in testa e mi disse:

-“Cosa ne fai di tutta qualla grazia di Dio?”

-“Siamo venuti per pescare, e queste le porterò a casa, a mia moglie, ai miei figli!”

-“Ma non é possibile, non te l'avevo detto prima, ma non si possono portare fuori tutti questi pesci, la guardia ce lo vieterà.”

-“Ma allora cosa facciamo quì due giorni?” Io ero esterefatto, non ci capivo nulla e continuai:

-“Cosa facciamo allora? Giochiamo a carte per passare il tempo?…”

Enrico, capì che avevo un’altro concetto della pesca, con calma seduti al tavolo, mentre assaporavamo quei filetti di trota veramente squisiti, iniziò:

-“Se io porto a casa tutti i pesci che pesco, mia moglie non vuole neppure vederli, tanto meno toccarli. Noi veniamo qui per vivere nella natura, peschiamo fino che ne abbiamo voglia, rimettendo il pesce pescato nell’acqua, portiamo allo chalet quello che serve per il fabbisogno giornaliero, niente di più. In città, a casa nostra, noi mangiamo bistecche”.

Io non potevo accondiscendere. Quante volte in Italia ero tornato a casa con il cestino vuoto, quando le giornate non erano favorevoli, dopo aver percorso tanti chilometri… Era una vera disdetta; ora che sono quì e che c’é l’abbondanza mi si rimprovera perché sono troppo egoista. Ma che giustizia é questa?

Enrico mi vide rattristato, e volle rincuorarmi.

-“Vedi, la natura deve essere protetta. Se tutti facessero come te non ci sarebbero più trote. Noi ci siamo stati cresciuti con questi principi, gli animali selvatici, i pesci, le foreste e quanto ci intorna sono la nostra vita, fanno parte di noi. E noi li proteggiamo, cacciamo e peschiamo quello che serve al nostro sostentamento, é sufficiente. La prossima volta ritroveremo la gioia ed il piacere di ricacciare e di ripescare, perché alla natura le sue speci le abbiamo conservate e protette.”

-“Penso proprio che il tuo ragionamento abbia un senso logico, Enrico. Da noi, ci rincorriamo per arrivare i primi a distruggere, a stirpare ogni cosa. Non abbiamo limiti, anche se la legge lo vieta, noi siamo bracconieri, vogliamo sempre di più”.

-“Ascolta, metti i pesci pescati in una cassetta della birra, poi deposita la cassa ai piedi di un pino fuori nel bosco, ricopri la cassa con delle pietre e lascia il tutto sino alla nostra partenza. Il fresco del bosco conserverà meglio il tuo pescato. Poi alla barriera vedrò di passare inosservato, tanto mi conoscono e sanno che non porto fuori nulla. Speriamo ci vada bene!”

-“Ma Enrico, allora tu prendi un rischio?”

-“Si!… Ma é un rischio calcolato, e considerato che é la prima volta che fai una così bella pescata,  e che vuoi  far vedere ai tuoi che sei abile. Non ti preoccupare, il rischio me lo prendo, ci penso io.”

Enrico mi aveva capito e nello stesso tempo commiserato, e mentre scolava l’ennesima bottiglietta di Sprite con Gin, cambiando discorso mi fece capire che avrebbe continuato a portarmi con se allo chalet nelle settimane future, e che avrebbe voluto condurmi in un laghetto sconosciuto ai più, dove si potevano pescare trote grigie di enormi dimensioni. Per raggiungere questo posto, mi spiegò, oltre ai nostri attrezzi per la pesca, dobbiamo trasportare sulla testa anche una scialuppa leggera in alluminio. Il percorso è di soli cinquecento metri, ma lo si doveva fare attraversando la foresta piena di rami.

Ho passato un’intera settimana a sognare questo luogo d’incanto, e quando ci arrivammo, sette giorni dopo, potei veramente godermi una natura indescrivibile.        Un laghetto contornato di pini, aceri e betulle, massi rocciosi sui bordi e tra le rive, un eden di pace e di mistero. Il sole mattutino allungava i suoi raggi sullo specchio cristallino dell’acqua, che si colorava di verde e di giallo a seconda dei riflessi delle sponde. Una giornata di pesca da non dimenticare, trote guizzanti ad ogni lancio, ma questa volta con la promessa di rimetterle in acqua.

Arrivai a casa con alcuni grossi esemplari, e con l’ultima falange dell’indice destro dolorante dalle ferite provocate dai denti taglienti delle trote. Graffi che mi ero procurato, nel togliere con delicatezza dalla bocca delle trote gli ami che le avevano catturate e non dimenticai di rimettere in acqua con delicatezza quelle piccole sotto i 30 cm (12 incie inglesi), dopo essermi preventivamente bagnato le mani.   

Il mese di ottobre è quando la natura subisce delle trasformazioni radicali. Le foreste si adornano di una grande varietà di colori e il clima rinfresca lentamente riservandoci giornate o periodi di tempo ancora belli e clementi. Le oche bianche migrano verso il continente australe, si fermano lungo le rive del San Lorenzo. Tanti avvenimenti naturali sottolineano questa stagione. 

Apre la caccia e con i nostri schioppi dall'alba attendiamo raffreddoliti, inginocchiati dietro un cespuglio l'apparire delle prime ali grigie delle outarde, e le canards, le oche che emigrano in primavera al nord del Québec e che in autunno fanno ritorno verso il sud.

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Le Canard

1971

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FINE  DEL  CAPITOLO VIII º

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