POEMA  su  COMPIONE

di Scarpellini Fernando

HOME PAGE

 

Ermo, 

a ridosso di rude scarpata,

di rupi sporgenti

sull'erto pendio

quà e là costellata,

s'erge Compione,

tenace s'aggrappa sul fianco al vallone,

e di castagni

una blanda corona

'torno s'aderge

che grazia gli dona.

Giogo di monti

bianco nevosi

drizzansi in alto

i picchi nebbiosi

che, d'ogni parte,

rude gigante,

lunge gli serra,

quasi bastione,

l' Arpa d'intorno

dal mezzogiono

al settentrione.

E sui proclivi

lieve adagiato,

picciol di case

agglomerato,

di fronte ai monti

intorno possenti

sorge, giocondo, 

il paesello,

quasi isolato, 

leggero burchiello

nel mare nefasto:

gentile contrasto !

Ai raggi vividi

del sol, splendenti

brillan le vette

irridescenti;

mille colori -

splendido ammanto -

irradia il candido,

soffice manto.

Ma quando sui picchi,

sui candidi gioghi

- triste novella -

il nembo addensasi,

nunzio sicuro della procella,

scuotesi tutto,

nano indomato,

il paesino 

giù rannicchiato.

Forier di danno

sibila il vento

e nel suo acuto

triste concento,

che ai cuori immette

sentor di paura,

l'impeto esprimesi

della Natura.

Spenta la rabbia

della tempesta

s'apre il balcone

a nuova festa;

ha retto impavido

il paesello;

vinto il furore,

inerme ostello,

or torna a sorridere 

il sole novello.

Spira di vita 

la brezza nuova

e mentre il fremito

già si ridesta

restano i segni

della tempesta

ed a quei picchi,

impervi e scoscesi

torna il sorriso

dei Compionesi,

lo sguardo attonito

mira il gigante,

l' Arpa indomata

che, dopo tutte quelle sfuriate,

s'è finalmente rasserenata.

Lassù relegato

- quasi a se stesso

solo affidato -

stassi il paese;

e d'ogni parte

sui balzi aprichi

(- che tondo tondo

sembran con balzo

correr giocondo -)

spegnesi l'ultimo

eco del mondo,

e contro dei monti

la vasta stesura

spegnesi l'eco

della Natura.

Regna per tutto

serena pace

rotta soltanto

dal trillo loquace

dell'augelletto,

cantor segace;

dai belati

dei greggi pascenti

al sol tintinnanti

sui balzi rampanti;

sul balzo limitrofo

l'asin restio

d'un cardo spinoso

si pasce beato

e fa rumorìo

con raglio stonato.

Zampillan da piccole grotte

graziose sorgenti,

e giù per le rampe

gorgoglia argentino,

tra i sassi,

il ruscello,

al sol cristallino;

d'ogni parte

con nota sovrana

fluisce una voce

che è mistica, arcana:

sui monti ed a valle

e sulla radura, 

parla il linguaggio 

della Natura.

Rompon l'angusto silenzio

i canti vicini e lontani 

dei bravi alpigiani,

le voci, le grida, i richiami

che, nel fervore

dell'opra crescente

s'innalzan repente;

si perdon poi fiochi,

man mano,

nell'eco lontano;

serena baldanza

che allieta lor viva costanza;

sì, duro è il mestiere,

del rustico artiere,

ma l'alma è serena

e libero il cor !

Un triste giorno

con barbara impresa

dall'Alpe medesima

(ch'a propria difesa

con provvida cura

gli pose Natura)

calò la teutonica

truce iattura !

E pur là risuonaron

per orde selvagge

il lutto e il pianto,

l'orrore, la morte, lo schianto;

ma d'ogni gola

ed anfratto selvaggio

serbano memori grato ricordo

i figli migliori

che contro l'odiato

nemico servaggio

- virtude di cuori latini

contro la barbara forza -

forgiando d'Italia la sorte

sfidaron la morte.

Passato è il furore nemico

e resta sol muto

il ricordo

di quanti,

con rabbia sopita,

sentir dalla Patria

prostrata

sgorgar la ferita.

Or tutta tranquilla

é la vita

e ancor,

consuetudine avita,

radunasi il popolo tutto

nella piccola chiesa gremita;

fa eco

con festa gioiosa

gli squillo del bronzo divino,

che rallegran di vita

il cammino,

rincorronsi giù per il colle,

poi, scemando,

si perdon a valle.

La festa poi giunge alla sera;

le fanciulle

con ardore e fragranza

sen vanno,

desiose,

alla danza;

i giovani,

di fremiti pieni,

volgendo con usata baldanza,

sussurrano loro nel cuore,

ardenti parole d'amore.

Passata è la festa giocosa;

con lena vieppiù rinnovata

ritornano all'opra operosa;

e quando al calar dell'occaso

già languon,

più flebili intorno,

gli ultimi sprazzi del giorno,

onusto di greve fatica,

ritorna ciascuno all'antica,

semplice, propria dimora;

pregusta già il dolce sapore

chè, d'ogni dì il logorio,

largendo ai mortali l'oblio

smaltisce,

ridando vigore

il placido sonno, 

ristoratore.

Sotto il rustico tetto raccolti,

al senil focolare d'intorno,

i bimbi impazienti,

dal labbro pendenti,

rallegra dell'avola

la classica favola;

i grandi ripensan

pur essi

ai tempi che nonna,

intenta alla spola,

cantava per loro,

benigna, la fola.

Intanto sognando

di Fate e trastulli

reclinano il capo

gli ingenui fanciulli.

Pur oggi discende il tramonto;

che lungi rosseggia cocente

nel vasto occidente;

raggiunge, giocondo, la balza

un canto di liete fanciulle;

si spegne, riprende, rimbalza,

di donzella saluto ridente

ai guizzi del sole morente.

Tu canti, fanciulla felice;

di contro al frastuono del mondo

quest'angolo caro e giocondo,

riporta una nota gentile

nel buio cammin della vita

sì spesso sognante e smarrita

e, simile a brulla natura,

un verno di gioia appassita.

È sporta all'aprico balcone,

con grazia la bella fanciulla;

lo sguardo,

di calda emozione,

affissa, sommessa, lontano.

Che guarda? che cerca, che pensa?

C'è forse un mistero, un arcano?

Il sogno, la dolce chimera

avvolge, con grazia,

calando,

la sera.

Mochignano Aprile 1946

 
 

IN  ALTO