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Ermo,
a
ridosso di rude scarpata,
di
rupi sporgenti
sull'erto
pendio
quà
e là costellata,
s'erge
Compione,
tenace
s'aggrappa sul fianco al vallone,
e
di castagni
una
blanda corona
'torno
s'aderge
che
grazia gli dona. |
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Giogo
di monti
bianco
nevosi
drizzansi
in alto
i
picchi nebbiosi
che,
d'ogni parte,
rude
gigante,
lunge
gli serra,
quasi
bastione,
l'
Arpa d'intorno
dal
mezzogiono
al
settentrione. |
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E
sui proclivi
lieve
adagiato,
picciol
di case
agglomerato,
di
fronte ai monti
intorno
possenti
sorge,
giocondo,
il
paesello,
quasi
isolato,
leggero
burchiello
nel
mare nefasto:
gentile
contrasto ! |
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Ai
raggi vividi
del
sol, splendenti
brillan
le vette
irridescenti;
mille
colori -
splendido
ammanto -
irradia
il candido,
soffice
manto. |
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Ma
quando sui picchi,
sui
candidi gioghi
-
triste novella -
il
nembo addensasi,
nunzio
sicuro della procella,
scuotesi
tutto,
nano
indomato,
il
paesino
giù
rannicchiato. |
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Forier
di danno
sibila
il vento
e
nel suo acuto
triste
concento,
che
ai cuori immette
sentor
di paura,
l'impeto
esprimesi
della
Natura. |
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Spenta
la rabbia
della
tempesta
s'apre
il balcone
a
nuova festa;
ha
retto impavido
il
paesello;
vinto
il furore,
inerme
ostello,
or
torna a sorridere
il
sole novello. |
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Spira
di vita
la
brezza nuova
e
mentre il fremito
già
si ridesta
restano
i segni
della
tempesta
ed
a quei picchi,
impervi
e scoscesi
torna
il sorriso
dei
Compionesi,
lo
sguardo attonito
mira
il gigante,
l'
Arpa indomata
che,
dopo tutte quelle sfuriate,
s'è
finalmente rasserenata. |
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Lassù
relegato
-
quasi a se stesso
solo
affidato -
stassi
il paese;
e
d'ogni parte
sui
balzi aprichi
(-
che tondo tondo
sembran
con balzo
correr
giocondo -)
spegnesi
l'ultimo
eco
del mondo,
e
contro dei monti
la
vasta stesura
spegnesi
l'eco
della
Natura. |
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Regna
per tutto
serena pace
rotta
soltanto
dal
trillo loquace
dell'augelletto,
cantor
segace;
dai
belati
dei
greggi pascenti
al
sol tintinnanti
sui
balzi rampanti;
sul
balzo limitrofo
l'asin
restio
d'un
cardo spinoso
si
pasce beato
e
fa rumorìo
con
raglio stonato. |
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Zampillan
da piccole grotte
graziose
sorgenti,
e
giù per le rampe
gorgoglia
argentino,
tra
i sassi,
il
ruscello,
al
sol cristallino;
d'ogni
parte
con
nota sovrana
fluisce
una voce
che
è mistica, arcana:
sui
monti ed a valle
e
sulla radura,
parla
il linguaggio
della
Natura. |
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Rompon
l'angusto silenzio
i
canti vicini e lontani
dei
bravi alpigiani,
le
voci, le grida, i richiami
che,
nel fervore
dell'opra
crescente
s'innalzan
repente;
si
perdon poi fiochi,
man
mano,
nell'eco
lontano;
serena
baldanza
che
allieta lor viva costanza;
sì,
duro è il mestiere,
del
rustico artiere,
ma
l'alma è serena
e
libero il cor ! |
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Un
triste giorno
con
barbara impresa
dall'Alpe
medesima
(ch'a
propria difesa
con
provvida cura
gli
pose Natura)
calò
la teutonica
truce
iattura ! |
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E
pur là risuonaron
per
orde selvagge
il
lutto e il pianto,
l'orrore,
la morte, lo schianto;
ma
d'ogni gola
ed
anfratto selvaggio
serbano
memori grato ricordo
i
figli migliori
che
contro l'odiato
nemico
servaggio
-
virtude di cuori latini
contro
la barbara forza -
forgiando
d'Italia la sorte
sfidaron
la morte. |
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Passato
è il furore nemico
e
resta sol muto
il
ricordo
di
quanti,
con
rabbia sopita,
sentir
dalla Patria
prostrata
sgorgar
la ferita. |
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Or
tutta tranquilla
é
la vita
e
ancor,
consuetudine
avita,
radunasi
il popolo tutto
nella
piccola chiesa gremita;
fa
eco
con
festa gioiosa
gli
squillo del bronzo divino,
che
rallegran di vita
il
cammino,
rincorronsi
giù per il colle,
poi,
scemando,
si
perdon a valle.
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La
festa poi giunge alla sera;
le
fanciulle
con
ardore e fragranza
sen
vanno,
desiose,
alla
danza;
i
giovani,
di
fremiti pieni,
volgendo
con usata baldanza,
sussurrano
loro nel cuore,
ardenti
parole d'amore. |
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Passata
è la festa giocosa;
con
lena vieppiù rinnovata
ritornano
all'opra operosa;
e
quando al calar dell'occaso
già
languon,
più
flebili intorno,
gli
ultimi sprazzi del giorno,
onusto
di greve fatica,
ritorna
ciascuno all'antica,
semplice,
propria dimora;
pregusta
già il dolce sapore
chè,
d'ogni dì il logorio,
largendo
ai mortali l'oblio
smaltisce,
ridando
vigore
il
placido sonno,
ristoratore. |
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Sotto
il rustico tetto raccolti, al
senil focolare d'intorno, i
bimbi impazienti, dal
labbro pendenti, rallegra
dell'avola la
classica favola; i
grandi ripensan pur
essi ai
tempi che nonna, intenta
alla spola, cantava
per loro, benigna,
la fola. |
Intanto
sognando di
Fate e trastulli reclinano
il capo gli
ingenui fanciulli. Pur
oggi discende il tramonto; che
lungi rosseggia cocente nel
vasto occidente; raggiunge,
giocondo, la balza un
canto di liete fanciulle; si
spegne, riprende, rimbalza, di
donzella saluto ridente ai
guizzi del sole morente. |
Tu
canti, fanciulla felice; di
contro al frastuono del mondo quest'angolo
caro e giocondo, riporta
una nota gentile nel
buio cammin della vita sì
spesso sognante e smarrita e,
simile a brulla natura, un
verno di gioia appassita. |
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È
sporta all'aprico balcone,
con
grazia la bella fanciulla;
lo
sguardo,
di
calda emozione,
affissa,
sommessa, lontano.
Che
guarda? che cerca, che pensa?
C'è
forse un mistero, un arcano?
Il
sogno, la dolce chimera
avvolge,
con grazia,
calando,
la
sera. |
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Mochignano Aprile 1946 |
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