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Povero
idiota! Quanta, quanta pena.
sul
picciol corpo, quella testa immane!
Nel
riso vacuo, quella faccia oscena!
Satollo
mai, famelico di pane.
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Della
madre era il cruccio e, forse in cuore,
tacita
gioia. Le reni strappando
pel
pane al figlio, nell'ombra senz'ore,
povera
mamma, piangeva per quando
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tapino
e solo l'avrebbe lasciato.
Una
sera piovosa fu sepolta!
Il
triste giorno tanto paventato!
Al
cimitero rustico una volta,
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passando
accanto, mugular sentii,
(era
il grottesco simulacro umano)
"ho
fame, mamma!". Sol, per lui, capìi
ch'era
la madre il pane quotidiano.
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Andar
da lui e prenderlo per mano?
Accarezzarlo?
No. Giammai compreso
avrebbe
il gesto istintivo, umano.
Fuggìi
piangendo, con nel cuore il peso
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d'indefinito
mal senza confine!
M'apparve
allor davanti, all'improvviso,
affaticato,
sotto il bianco crine,
pien
di sgomento, de la madre il viso.
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Alla
povera stanca risvegliata,
sulla
cui tomba il nome non è scritto
a
l'odissëa mai sarà narrata,
chiesi
perdono con il cuor afflitto.
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Il
suo consenso fu mesto sorriso.
Ma
mentre che svaniva in più leggiadre
forme,
sempre sul diafano suo viso
una
divina v'era ansia di madre.
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