Aggiornato il 21-01-2007   
 

a cura di Patrizio Leviti

I modelli oggi di moda, dalla televisione ai personaggi di successo, ci portano a desiderare di ereditare dalla propria famiglia: potere, grandi fortune, celebrità; l’azienda del nonno, lo studio di papà, gli amici della mamma…

Nel mio piccolo, io ritengo di avere avuto una incomparabile eredità, ma non certo in questi termini. Ho solo avuto e frequentato dei familiari, degli zii, dei nonni e genitori, semplicemente eccezionali. Ma, appunto, non eccezionali perché socialmente importanti o rinomati: tra loro annovero un ingegnere così come un impiegato, un muratore come delle casalinghe, un professore e un contadino.  Semplicemente eccezionali perché, contrariamente al comune andazzo, hanno tutti rappresentato un tipo, e hanno custodito questa loro tipicità contro il dilagante appiattimento.

Narrando di loro e del loro ambiente, racconto quindi della nostra terra tramite la rappresentatività dei suoi tipi esemplari.

In questo sito Bagnonese, vi parlerò allora oggi del mio bisnonno, “al Nonon”, Antonio Barbieri da Bagnone, detto Toneto. 

Quell’omino, alto poco più di un metro e mezzo, asciutto e duro come un tronco d’olivo, fatto solo di ossa massicce e nervi tirati sottopelle come le corde sul muso della sua manza, la Mora.

Quell’omino per me ha rappresentato il simbolo della fatica fisica nel lavoro, della durezza del sopravvivere quotidiano nella semplice ricerca dello sfamare se stessi e la propria famiglia, senza lussi, né capricci, né il minimo di superfluo. Tutte le volte che la vita mi ha procurato difficoltà sul lavoro, tutte le volte che mi è sembrato insopportabile il carico di ciò che dovevo portare a termine, ho finito per vergognarmi di me stesso pensando a quello che Toneto aveva percorso in quasi un secolo di vita e ciò mi ha sempre dato la forza per andare comunque avanti.

Quell’omino, il ricordo della sua struttura fisica, minuta e forte al tempo stesso, del suo dialetto schietto fin quasi alla brutalità, ma accattivante, rappresenta per me l’immagine stessa della nostra gente, di quel popolo di Lunigiana avvezzo alla miseria, ma proprio per questo orgoglioso del proprio lavoro che permetteva di non mendicare, della propria terra che, per quanto parca, gli sfamava la famiglia e dei propri villaggi che, nelle migliaia di pietre di fiume accatastate a formare le loro case, costituiscono ancor oggi i migliori monumenti alla tenacia di vivere di una comunità.

Per tutto questo, mi permetto di proporvi il ricordo di Toneto: per non 

perdere l’immagine originale della nostra gente. Antonio Barbieri nacque a Bagnone il primo febbraio 1871, da pochi mesi Roma era capitale d’Italia e da pochi anni la Lunigiana aveva finito di essere oggetto delle contese dei signori di Firenze, Parma e Modena che avevano spesso portato Bagnone a ritrovarsi crocicchio di tre stati e dei loro dazi.

Questa frammentazione del territorio e la natura collinare, spesso scoscesa, delle sue terre non potevano che dare magre risorse: fagioli, patate, castagne e farina da polenta. Ancora pochi anni fa, a Bagnone, un bel podere era ciò

Toneto sorveglia il taglio dei tronchi.

che si chiamava “na bela piana”, perché la maggior parte dei terreni era invece fatta di pendii e dirupi, le “lame”. Il bestiame era poco; raramente lo si macellava  per poterlo invece utilizzare come forza lavoro e per ricavarne latte, ma non c’era molto di cui sfamarlo: ricordo ancora negli anni cinquanta (e parlo del novecento!) le vecchiette andare lungo i fossi a far l’erba per qualche animale domestico. Era un signore chi poteva allevare un porcello alimentandolo con la “zotta”: risciacquatura delle stoviglie cui si aggiungeva un pugno di farina.

In questa miseria, il piccolo Antonio, come tutti i suoi coetanei, cominciò ancora bimbo ad aiutare il padre nei poderi a mezzadria dei Conti Noceti: al “Casin” e al “Nuvlet”. Il lavoro era subito duro, anche per i piccolini, e senza che potessero rinvenirvi un loro minimo divertimento. Magari dovevano limitarsi a recuperare le patate più minuscole trascurate dai grandi e per quest’umile bisogna si scorticavano i piedi nudi, ben presto callosi, zampettando per ore tra le zolle aperte dal “piol” tirato dal bue prestato da un vicino più fortunato. Portavano acqua, dalla fonte o dal fiume, in secchie più grandi di loro per innaffiare o abbeverare. Accompagnavano il bestiame al pascolo, ed era incredibile vedere bestie enormi seguire docilmente, quasi con precauzione, quei minuscoli esseri. Ma il tutt’uno di questi piccoli Bagnonesi con la loro terra nasceva ancor prima, mentre erano ancora nel grembo della mamma che fino al giorno del parto andava a zappare e subito dopo quando, poppanti, dondolavano sulla schiena della mamma che appena poteva tornava nei campi.

Tutto questo, e ciò che poi seguirà, non sono mie deduzioni: ho avuto la gran fortuna di passare diverso tempo col bisnonno Toneto, avevo già circa dieci anni quando lui morì, e di aver ascoltato affascinato i suoi racconti. Racconti, del resto, di cui conservo bellissime registrazioni che fece mio padre 

La Nucenta e Toneto

con un vecchio “Geloso” del ‘55. Inoltre, sempre negli anni cinquanta, ho frequentato a Bagnone altri nipoti di Toneto, per i quali non molto era cambiato dai tempi dell’infanzia del bisnonno: ricordo padre, madre e tutta una tribù di figli andare per i campi dall’alba al tramonto in condizioni di lavoro che poi ritrovai sui libri di scuola là dove si parlava dei servi della gleba.  La madre, già anziana, a tossire per ore nel fumo del fabbricato,“al gradil”, dove si seccavano le castagne, i “gusson”, per fare la farina. Gli altri a vangare e zappare per giorni, uno di fianco all’altro, per sostituire il numero alla maggior potenza di un trattore il cui acquisto non era neppure ipotizzabile. Tutti insieme alla sera, per l’unico pasto, intorno ad un tagliere di polenta scondita. Mi sembrava buonissima quando me ne offrivano una fetta: capii solo molto dopo che il condimento invisibile che finiva per alettare anche me, estraneo, era la calda, mutua solidarietà di quella famiglia unita attorno al tavolo, come nella vita di ogni giorno, per vincere fame e miseria.

A proposito dei racconti del nonno Toneto, legati all’infanzia dei bagnonesi nella seconda metà dell’ottocento ed alla “ruvidezza” di quella vita, ricordo un episodio significativo. Una volta ci raccontò di un piccino che, essendo indisposta la mamma e per dare alla stessa un po’ di riposo, fu portato con sé dal padre che si recava a lavorare nei campi. Ad un certo punto, il piccolo fece i propri bisogni ed il padre si trovò nella necessità di ripulirlo. Com’era solito fare per sé stesso nei campi, cercò qualche foglia per la bisogna, ma le sue dita callose non si accorsero di aver strappato dell’ortica e strofinò con quella le parti tenere del bimbo. Il poverino ovviamente si mise a strillare con quanto fiato aveva; il padre, ignaro e immaginando qualche dolore di pancia, pensò bene di calmarlo dandogli delle pacche sul sedere: “Tappa, tappa, ninin. At fa mal al panzin?” aggravando ulteriormente il bruciore.

Da bimbo Antonio si ritrovò ben presto giovinetto e con carichi di lavoro da uomo fatto. A quei tempi si cresceva in fretta: la mortalità infantile era molto elevata, basta osservare le piccole tombe superstiti nei nostri camposanti, ma chi superava i sette, otto anni aveva acquisito una tempra di una robustezza eccezionale. Non facevano più loro paura né freddo, né fame, né dolore fisico. Della fame e del dolore si è detto. Per quanto riguarda il freddo basti ricordare che la maggior parte andava scalza o con zoccolacci di legno, ai bambini non era dato di usare il tabarro e le stanze delle case erano gelide, col ghiaccio ai vetri delle finestre. Un grande camino in cucina e nient’altro….. e gli inverni bagnonesi erano allora molto nevosi e ghiacciati (si vedano le belle foto di Paolo Rafaelli).

Non so se perché il padre era mezzadro del conte Noceti e questi l’avesse raccomandato o per quale altra ragione, fatto sta che il giovane Antonio si ritrovò “promosso” da contadino a "porta stadia" salariato, accompagnando la squadra che agli ordini dell’ing. Ferdinando Quartieri fece i rilievi catastali in tutto il Bagnonese. 

Rilievi che allora, in mancanza di satelliti e laser, si facevano col 

Toneto si ristora fumando la sua pipa

teodolite e la stadia, asta graduata quest’ultima che consentiva al topografo di traguardare, passo a passo, i dislivelli del territorio. 

Antonio era appunto addetto a portare a spalla, su e giù per le vallate, la stadia, tre metri di solido legno ripiegato a metà, e a dispiegarla nei punti di osservazione dove doveva essere tenuta ben salda in verticale per consentire di traguardare il dislivello rispetto al punto precedente. Ma Antonio non aveva certo difficoltà a portare pesi sulle spalle e forse questa era stata la raccomandazione più efficace presso l’ing. Quartieri; il giovanotto, infatti, si era già fatto al proposito una discreta fama. Quando, ad esempio, aveva superato uomini fatti nel portare quintali di sacchi di grano, anche un paio per volta, su per le scale dei Ruggeri fino allo “stanzon” del terzo piano. Oppure quando, nell’incredulità di chi lo canzonava per averlo asserito, portò su due “piañon”[1] dal fondo del torrente alla piazza salendo dal ponte della Pialastra. O quando, ingannato da compaesani maliziosi e alquanto perfidi (allora non c’era molto altro con cui divertirsi), venne indotto a portare fin nel borgo l’altissima e assai pesante scala a pioli che allora serviva per salire sui cornicioni interni della chiesa di S. Nicolò. In quest’ultima occasione, rivelò anche il suo carattere non certo remissivo o timido: accortosi della presa in giro, invece di fermarsi, continuò nell’impresa fino a incastrare la lunga scala tra le colonne del borgo così che ben più ardua fu poi la fatica di coloro che, da derisori a derisi, si trovarono costretti a riportarla al suo posto. Questa tempra, che fu poi il suo scudo durante tutta la vita, venne

alla luce anche lavorando con l’ing. Quartieri, non solo nei confronti dei suoi compagni, ma pur verso i suoi superiori: quando una volta un capetto lo prese ingiustamente di mira, Antonio non subì né reagì chiassosamente. Si limitò ad aspettare ed alla prima occasione, pretendendo di non essersi accorto che il capetto in questione era dietro di lui, si girò bruscamente mentre aveva la stadia sulle spalle. La botta ricevuta fece capire al malcapitato che era meglio desistere. L’episodio non illustra certo il principio di “porgere l’altra guancia”, ma in quei tempi non c’erano molte commissioni sindacali….

In ogni caso Antonio dové fare una  buona riuscita, visto che l’ing. Quartieri gli procurò poi lavoro come battimazza nella galleria del Sempione: dodici ore

Toneto affila la falce all'ombra

 del Castello

al giorno a percuotere con una mazza di diversi chili le barre d’acciaio (le barramine) con le quali si praticavano nella roccia i fori per i candelotti di dinamite che dovevano sbrecciare la roccia. I martelli pneumatici non esistevano ancora. Pensiamo al cambiamento dei tempi; oggi chi procurasse un lavoro del genere sarebbe guardato come “schiavista”, nella miseria di quei tempi era un reale benefattore e, quando possibile, gli si portava un fiasco del proprio miglior vino o un salame di quelli conservati nella vasca di sasso colma di strutto: la leccornia dell’epoca.

Dal Sempione alla Svizzera il passo è breve, ed ecco Antonio fare il bracciante nei Grigioni senza capire una parola di tedesco, ma sempre pronto a non subire prepotenze da alcuno. 

“Cavev ad lì, tudeschi, ca’v tagg i zampetti”, detto sollevando la falce grande che si usava per mietere il grano, deve essere stato capito da tutti anche senza traduzione di sorta.  E, infatti, lo rispettarono.

Nel frattempo, sui vent’anni e riformato dal militare per la bassa statura, Antonio sposa Innocenza Zoppi, la “Nucenta”, dell’Annunziata di Pontremoli. L’occasione ci consente di avere la sua prima fotografia. Questa non tragga in inganno, Antonio era decisamente più basso della moglie, il fotografo aveva usato un opportuno panchetto.

I due vanno a vivere nella prima casetta che ancor oggi si incontra sulla sinistra arrivando al Castello salendo dalla Pandeza: le bestie nella piccola stalla sottostante, loro sopra in pochi ambienti, ma con una vista che oggi vale una fortuna, peccato che allora non si potesse convertire in quattrini.

Ben presto snocciolano un rosario di figli: Filomena, Giuseppe, Maria, Enrico, Mario, Italina. A conferma della miseria della nostra terra, vale la pena citare che tutti loro dovranno prima o poi emigrare: la Filomena per sempre in Francia, la Maria, mia nonna, prima in Francia e poi in Emilia fino a tornare a Bagnone ormai sessantenne, Giuseppe brevemente in California, Mario per  sempre negli Stati Uniti, l’Italina una vita a Brindisi, Enrico per sempre in 

Toneto, il fiasco e la damigiana.

sud America. Quest’ultimo, Enrico, Ricchetto, il più forte di tutti: lui di quintali di grano sulle spalle ne portava tre e, poco più che adolescente, aveva disarmato (aiutante carpentiere) il ponte della Centrale appeso per la vita ad una corda sospesa sui cinquanta metri sopra la gola del torrente Bagnone (al böz dal Diaval).

Si continuava ad andare a lavorare giovanissimi, tempo per l’istruzione ce n’era poco: a scuola al massimo si arrivava alla terza e in casa solo la Nucenta poteva dare qualche rudimento di scrittura e far di conto, il marito infatti non sapeva scrivere. Ma l’educazione veniva comunque impartita, magari con una certa rudezza, ma con indubbia efficacia: la Filomena, che troppo spesso intercalava la parola di Cambronne  ed era quindi accusata dalla madre di “avere sempre la m…. in bocca”, all’ennesimo intercalare si ritrovò con un grosso escremento di vacca tiratole in faccia dalla Nucenta per ribadire quanto disdicevole fosse il suo vizio. Non pronunciò mai più quella parola, neppure nel suo lungo soggiorno in Francia dove tale vocabolo era ed è d’uso comune.

Anche Antonio, una volta costruita la famiglia, va in cerca di maggior fortuna in America, e per ben due volte. 

MANIFESTI  DI  SBARCO  U.S.A.

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Negli allegati si possono vedere i fogli sui quali venivano registrati i nostri emigranti a Ellis Island: l’isola di fronte a New York dove si passava il periodo di quarantena e poi si veniva o meno ammessi negli Stati Uniti. Tra le colonne di questi fogli non si può fare a meno di notare la registrazione di dati quali: la loro razza, chi gli aveva pagato il viaggio, se possedevano 50 dollari o meno, se erano handicappati, qual'era la loro costituzione fisica, se erano stati aiutati da istituzioni caritatevoli. Non era più la tratta degli schiavi, ma neanche si può dire che l’accoglienza fosse amichevole e fiduciosa.

Antonio è registrato al rigo 17  del foglio del 1904 ed la rigo 24 dei due fogli del 1907. In questi ultimi si può notare, al rigo successivo, il figlio Giuseppe, solo sedicenne, che lo accompagnava nel secondo viaggio. In entrambi i casi, la partenza della nave era da Le Havre.

Quante volte, nel mio viaggiare per il mondo portato dal lavoro, ho pensato a questi viaggi del bisnonno. E’ capitato che mi sentissi spaesato, insicuro, impacciato, allarmato; eppure parlavo decentemente almeno inglese e francese, avevo con me indirizzi, numeri telefonici, riferimenti di persone o società che dovevo incontrare, prenotazioni alberghiere, soldi più che a sufficienza e… il biglietto di ritorno.

E quel povero diavolo di Antonio e tutti i suoi conterranei (quanti lunensi su quei fogli!)?  [Vedi: www.bagnonemia.it - "Emigrazione locale, Bagnone e gli USA LINK].

Parlavano solo il nostro dialetto, non sapevano scrivere, avevano quel minimo di dollari che permetteva loro di essere accettati ad Ellis Island, non sapevano cosa avrebbero fatto e trovato né se avrebbero mai potuto tornare e quando. Eppure partivano da Bagnone (prima di allora al massimo erano forse andati a piedi a Pontremoli), andavano prima a Genova, poi a Le Havre, poi a New York, poi ancora sette giorni di ferrovia da Far West fino a Sacramento, California, col biglietto infilato nel nastro del cappello per permettere al controllore di forarlo senza svegliarli. L’unica loro forza era la loro stessa comunità, ancor più salda all’estero che al paese.

Quanto mi sono vergognato, Nonon, delle mie paure!

In America Antonio diventa per sempre Toneto: è piccolino, infatti, perciò da Antonio è subito Tonino, e poiché in California lo spagnolo dei messicani è di casa, passa presto a “Tonito”, vocabolo per pronunciare il quale gli americani devono scrivere, appunto, “Toneto”. 

Piccolino, ma, come detto, assai robusto: forse la precedente esperienza in galleria, forse il destino, lo portarono nuovamente a lavorare in ferrovia. Questa volta non a scavare montagne, ma a scavalcare quelle Rocciose posando traversine e avvitando rotaie della Central Pacific, la rete ferroviaria che si stava estendendo nel Far West.

E ancora di autentico Far West si trattava, anche nella nostra abituale iconografia cinematografica. Una volta, ad esempio, lo assalì un grosso serpente: l’aveva già avvolto al punto che un compagno di colore, fortunatamente trovatosi nei pressi, imbracciò il fucile e, perso per perso, sparò. Colpì il serpente e non Toneto che, come si può facilmente comprendere, diventò suo grande amico. A conferma della loro amicizia, sono stato testimone di una pipa, con anellino d’oro tra canna e fornello, che molti anni più tardi Toneto ricevette per posta da chi gli aveva salvato la vita. E a conferma dell’episodio che fu all’origine di quell’amicizia, ricordo ancora le urla che sovente rompevano il sonno del Nonon quando gli ricorreva l’incubo del serpente. Autentico Far West  anche nel 

linguaggio:  tra le poche parole d’inglese imparate da Toneto, quella ripetuta più frequentemente anche negli ultimi anni era “fight”: “lotta”, “lottate” ovvero anche l’ordine dell’arbitro per la ripresa del combattimento nei primi incontri di box dell’epoca. E lotta, dura, doveva essere tutta la loro esistenza anche nei pochi momenti di svago che, evidentemente, si riducevano a qualche improvvisato incontro “casalingo” di pugilato.

Per il resto, l’inglese di Toneto era ben poca cosa; per chiedere due uova aveva fatto il verso della gallina, per chiedere un purgante si era accucciato e aveva simulato lo sforzo della deiezione. Toneto non rimase in America.  La Nucenta si era ammalata 

Toneto e la sua pipa di terracotta.

e lui tornò. Non era tipo da smancerie, ma i suoi affetti erano profondi quanto silenziosi. In un paio d'anni d'America non aveva fatto una gran fortuna, ma anche quei pochi soldi a Bagnone erano un piccolo gruzzolo. 

Toneto comprò un pezzetto di terra, seimila metri, più di “lame”[2] che di “piane”[3] in località ”Arbion”, una casetta in piazzetta S.Maria e una vacca, che chiamava "Mora".

Arbion e casetta sono ancora lì. L’Arbion con tutta la vigna piantata dal nonno Fredo (Alfredo) una volta appesi al chiodo i suoi strumenti da muratore, la casetta rimessa in sesto da mio padre che vi era nato nella cameretta rosa in fondo al primo piano. Arbion e casetta sono i miei ultimi legami con “al me Nonon, me Non e me Pà” (il mio Bisnonno, mio Nonno e mio Padre); sono una mia grande eredità, non di capitali, ma di memorie e di insegnamenti della fatica; moriranno solo con me.

La Mora era l’orgoglio della Nucenta, la teneva nella capanna dell’Arbion e, tutte le volte che doveva farle attraversare Bagnone, attaccata alla “traza”[4] per portare una damigiana o un sacco di patate, la tirava a lucido con la paglia come oggi si farebbe con una Ferrari. Si noti che a Bagnone, in paese, non si potevano tenere stalle né pollai, le “bestie” dovevano tassativamente alloggiare in campagna; saranno stati poveri, ma non rozzi e, per quanto contadina, la loro poteva dirsi una civiltà nel senso etimologico del termine: da civis, “cittadino”. 

Povera Mora, aveva una paura tremenda di Toneto: se sentiva la sua voce rimaneva muta e non si faceva vedere, ma non appena avvertiva il richiamo della Nucenta, muggiva forte di contentezza e le veniva incontro per farsi mungere docilmente. Il suo latte per me rimane un miracolo, come quello del vino di Cana: ce n’era per i piccoli della famiglia, ce n’era per fare burro e formaggette, ce n’era da vendere alle fedeli clienti della Nucenta. Ho ancora le ricevute delle tasse che la bisnonna pagava per questo suo commercio e per far verificare e marcare i recipienti con i quali lo misurava.

Altrettanto miracoloso, ai miei occhi, è che potessero allevare una famiglia di sei figli con un pezzetto di terra come quello dell’Arbion. Ci penso sempre, quando spesso torno in quei campi, e mi imbestialisco considerando quanto oggi siamo insoddisfatti pur avendo risorse enormemente superiori: abbiamo delegato la scelta dei nostri obiettivi alla pubblicità e, suo tramite, a quel che è di moda senza più riflettere su ciò che veramente vorremmo e sul costo, non solo economico, del superfluo. Dopo tante fatiche e tribolazioni, la Nucenta se ne andò nel

1941. Toneto rimase solo, i figli ormai erano tutti altrove. Per una decina d’anni continuò a provvedere a se stesso vivendo del suo Arbion. 

Di pensione, dopo aver lavorato settant’anni, non aveva un centesimo. Negli anni cinquanta, quando ormai era sull’ottantina, cominciarono ad andarlo ad assistere a turno alcuni nipoti e poi, definitivamente dal 1957, mia nonna Maria. Fu così che ebbi la fortuna di passare qualche tempo con lui. La prima volta, anche se ovviamente non posso ricordarlo, avevo solo un anno: passai buona parte dell’estate nella casetta di S. Maria assieme a mia mamma e fu sui mattoni del pavimento di quella sala che imparai a camminare. 

Il Nonon aveva una simpatia particolare per mia mamma, ed è facile capire il 

Toneto e il caffè.

perché se si considera la sete di premure che lui aveva accumulato vivendo da solo e l’immensa dolcezza con la quale lei sapeva dare affetto. La trattava con espansività per lui inusitata: “Bevé nina, bevé, chi è masciu“ l’apostrofava a tavola quando lei, incinta di me, aveva cominciato ad ogni pasto a manifestare un insolito desiderio di bere un goccetto di vino.

Il Nonon voleva un gran bene anche a me. Gli piaceva “ruzar”[5] con me bimbetto, stuzzicandomi con i più infantili pretesti: fingendo di scrivere, lui analfabeta, una lettera alla mia morosa sul retro di un “pianeta” della fortuna, oppure ostentando di uscir di casa con lo straccio da cucina sul cappello o simulando di volersi gettare nel Bagnone dal poggetto del Bacò nell’Arbion. Io lo prendevo sul serio, incoraggiandolo così sempre di più, ma al tempo stesso senza avermene a male quando lo scherzo si scopriva; anzi, lo tornavo a cercare.

Una volta fui io a farlo veramente arrabbiare. Avendo visto più volte la mamma spruzzare con un fiasco d’acqua il pavimento di mattoni, prima di spazzarlo, per evitare il sollevarsi della polvere, una volta pensai bene di aiutarla e, preso un fiasco di vino dalla credenza, feci altrettanto. Quando lo seppe, Toneto serrò la mascella, ingrossò le vene del collo e strinse i pugni come ai vecchi tempi del “fight”: per una volta mi guardò brutto con quei suoi occhi cerulei. Per lui sprecare un fiasco di vino era un delitto enorme. Basti pensare che quando, al termine di uno dei nostri periodi bagnonesi, mia mamma gli chiese se preferisse, coi soldi che le erano rimasti, avere un paio di scarpe od una damigiana di vino, lui non esitò un secondo e scelse la damigiana. Per lui il vino non era solo piacere del gusto o un po’ di ebbrezza, era energia vitale probabilmente fin dai tempi in cui, nei campi o in galleria, erano solo una pagnotta e un fiasco a dargli la forza di tirare avanti. Ma, al tempo stesso sapeva contenersi; principiava il fiasco bevendosi mezzo bicchiere a digiuno appena alzato e poi proseguiva con regolarità durante tutta la giornata finendo il fiasco col

mezzo bicchiere della buona notte. Toneto era schietto e coriaceo come il vino che beveva.

Se gli capitava di aver sonno in piazza o nel borgo, non esitava a farsi una pennichella negli immancabili e lisi panciotto e pantaloni di fustagno, col cappello chinato sugli occhi, giacchetta o tabarro arrotolati sotto la testa e sdraiato su una panca di sasso o in un angolo direttamente sui pianion.

Davanti al camino, magari ad “arsorar's”[6] le membra, si accendeva la pipa o il mezzo toscano prendendo direttamente la brace tra le dita callose. Quando mi abbracciava e baciava, coi suoi baffi duri e irti mi graffiava volutamente  le guance.Ma Toneto non era rozzo. Aveva i suoi tratti ricercati.

Il bisnonno e il nipotino Patrizio.

Il caffelatte a colazione, ad esempio, era una cerimonia. Prima affettava accuratamente il pane nella ciotola con la sua piccola roncola da tasca, poi lo cospargeva di zucchero, quindi versava il caffè e solo da ultimo il latte. E ciò non a caso; sosteneva di voler assaporare il gusto puro del caffè zuccherato all’interno del pane anche se sommerso dal latte. Oggi lo abbiamo copiato col tiramisù o la zuppa inglese.  

Aveva i suoi tratti galanti, come quando, arrivando a casa dall’Arbion sul mezzogiorno, con un inchino porse alla mamma un mazzetto di fiori di zucca. In realtà, in quel caso, la galanteria nascondeva la tacita richiesta di avere qualche frittella di quei fiori di zucca per pranzo.

Stavamo veramente bene assieme in quella casetta per me così strana: non c’era acqua corrente, si beveva col mestolo dalla secchia che si riempiva alla fontana “dal mascron” e il gabinetto era un minuscolo ripostiglio nell’ingresso con un buco nel pavimento, sicuramente un lusso nel 1500 quando erano rari i gabinetti nelle case, ma un po’ scomodo nel 1950.

Di nuovo, quante memorie ed eredità in quella casetta e in quell’Arbion.

Il calore dell’amore esclusivo di mia mamma quando, bambino, lì l’avevo tutta per me ed il mio tempo era tutto pieno di lei.

Più tardi, le torte, i tordei, le barbotte, i ripien, al minestron, lo stoccafiss di mia nonna Maria, la sua dedizione quasi maniacale alla famiglia.

Infine l’eterna fanciullezza, compagnona e complice, dello zio Nando.

Il Nonon  è stato ed è il mio trait d’union tra tutte queste memorie, la chiave di lettura che le rende un tutt’uno.

Toneto avanzava imperterrito oltre la novantina, malgrado gli acciacchi, malgrado il grave investimento di un’automobile con relativa frattura. Ai miei occhi di bambino, pur già consapevole che si potesse morire per aver perso a cinque anni il nonno materno, lui sembrava immortale. Quando, ad ogni addio, mi diceva che l’avrei rivisto nel “busancu”, il loculo che aveva prenotato per sé quando era morta la Nucenta, scherzavo dicendogli che tanto lui avrebbe potuto resuscitare premendo un bottone.

Ma, evidentemente, lui sentiva che la fine non poteva essere lontana. All’inizio del 1962, approfittando di una visita che il Nonno Fredo ci fece a Modena, il Nonon Toneto mi inviò un cartoccio avvolto in quella carta gialla, da droghiere, allora assai  comune e coscienziosamente legato

Una bella figura, Toneto.

con due metri di spago grosso. All’interno, tremila e rotte lire in monete da cento e da cinquanta; in quell’epoca e per un vecchio senza pensione che penava a trovare i soldi per un sigaro, era un’enormità. Ma ancor più enorme era l’aver pensato a quel gesto, lui che, probabilmente, per le difficoltà della vita, la rudezza dei rapporti, l’assenza di un’istruzione, non aveva mai potuto praticare né concepire l’idea stessa di fare un regalo.

Mi commossi già allora, anche se bambino, e continuo a farlo oggi tornando col pensiero a quel gesto.

Il giorno di Natale del ’62, nella sua casetta di S.Maria, Toneto mangia tranquillamente un piatto di tordei con la figlia Maria, Fredo e Nando. Con altrettanta tranquillità, finito il pranzo, va a letto e dice di chiamare Ugo, mio padre, a Modena e di dirgli di far presto a venire perché lui “deve” morire. Aveva sempre fatto molto affidamento sulla serietà di mio padre e forse voleva averlo vicino per garantirsi una partenza senza intoppi. Il 26 arriviamo a Bagnone. Giusto in tempo, anche per me, di passargli una mano sulla fronte e riceverne ancora in cambio un sorriso.

Antonio Barbieri, detto Toneto, ci lasciò alle 4.30 del mattino del 27 dicembre 1962.

Il suo corpo fu la prima salma che vidi e toccai in vita mia; su quella fronte, per me innaturalmente gelida, sfiorai per la prima volta la morte. Ma il fatto che quello fosse Toneto mi rassicurò, mi aveva voluto troppo bene perché potessi averne paura e si era troppo divertito con me perché potessi dar vita a ricordi tristi.

Ma era destino che lo rivedessi.

A cinquant’anni esatti da questa foto, nella quale, il 28 Aprile 1955, il Nonon mi tiene in braccio con un gesto per lui raro di tenerezza, il 28 Aprile 2005 sono nel cimitero di Bagnone solo, ormai anche i miei se ne sono andati, ad assistere alla riesumazione della sua bara, quasi dovessi ricambiare quel lontano gesto di tenerezza.

E così torno a rivedere i suoi due denti storti e i baffoni irti e duri, scopro le sue ossa formidabili che avevo solo intuito nelle sue membra.

Davanti a lui, perché “è” ancora lui con tutta la sua forza conservata in uno scheletro piccolo ma massiccio, non potevo che rinnovare l’impegno di testimoniare con le parole, ma fin dove possibile con i fatti: la casetta, l’Arbion, la vigna, la sua vita non di onori, ma onorata e dignitosa, di Bagnonese vero. 

[1]  Piañon: lastra del selciato stradale.

[2]  Lama: dirupo.

[3]  Piana: terreno coltivabile.

[4]  Traza: traino senza ruote.

[5]  Ruzar: giocare scherzando.

[6]  Arsorar's: asciugarsi rinsecchendosi per irraggiamento.

RINGRAZIAMENTI

Il caro Patrizio ha brillantemente ottemperato ad una mia richieta, quella di narrarmi del suo Bisnonno Toneto. Figura di un uomo che sin da bambino ho conosciuto, perchè viveva dirimpettaio al balcone dove io passavo le giornate a giocare. Di tanto in tanto, al suo transitare sotto casa, lo chiamavo: Oh Toneto! e lui mi rispondeva sempre con un sorriso ed con un agitare della sua mano sopra il suo nero cappello.  

Fu un vero bagnonese, e come lo descrive Patrizio é il meglio di quanto abbia potuto io fare e desiderare.

Ringrazio il nipote ed ospito con grande onore questa paginetta nel mio sito http://www.bagnonemia.i/Toneto/Toneto_doc.htm con la certezza d'incontrare il favore del lettore, e di lasciare un bel ricordo ed un bel esempio per le generazioni future.

Bagnone 14 gennaio 2007

RUGgGIO

Pubblicato il 15 gennaio 2007