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Aggiornato il 21-02-2007

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Stemma Malaspina di Villafranca 

Spino secco su campo nero

 
 
 

IL CASTELLO DI "MALNIDO" E IL BORGO DI "LEALVILLE"

Per le vicende delle quali fu al centro e per la sua importanza strategica, si tratta di uno delle fortificazioni di maggior interesse di tutto il comprensorio della Lunigiana storica, ma oggi dell'antico castello di "Malnido" non restano che i ruderi ricoperti da vegetazione di alberi e rampicanti.  

Verso la fine dell'Ottocento, con i lavori di costruzione della linea ferroviaria Parma-Spezia, fu separato fisicamente dal borgo e  venne semidistrutto dai violenti bombardamenti aerei nel corso della seconda guerra mondiale, l' antico e storico castello di Villafranca si mostra oggi come un cumulo di detriti. 

CENNI  STORICI

Le origini del castello di Malnido risalgono a date difficili da stabilire, ma a partire dal cuore del Medioevo, attorno all'XI-XII secolo, quando alla confluenza tra il fiume Magra e il torrente Bagnone si costituì una forma organizzata di controllo dei traffici, soprattutto in funzione dei guadi dei due corsi d'acqua, il maniero ebbe un'importante funzione di gabella.

Questo ampio territorio andò riducendosi e spezzettandosi, sia per le divisioni ereditarie, sia per la pressione dei nascenti comuni Genova, Piacenza, Pavia, la Repubblica fiorentina e il ducato di Milano. Da Oberto I, attraverso i successivi discendenti Oberto II, Oberto Opizzo I, Alberto I, Oberto Obizzo II. Si giunge agli inizi del XII secolo con Alberto detto "Malaspina", che ne assumerà il cognome e diverrà il capostipite della famiglia.

Nel 1164, il figlio Obizzo Malaspina, in un diploma dell'imperatore Federico I il Barbarossa, si vede confermati i suoi feudi che si componevano già dei due blocchi storici, la Lunigiana e la zona delle valli Trebbia e Staffora, in quella che allora si diceva Lombardia.

Il presidio è indicato come "castrum cum curia" (fortificazione atta ai raduni). Verso la fine del XII secolo il castello di "Malnido" si contrapponeva al borgo di Villafranca, ricordato per la prima volta nel 1191 come "Lealville" (paese fedele al Signore), luogo di asilo sicuro e di mercato con condizioni giuridiche particolarmente favorevoli.  

Il borgo di Lealville, oggi  borgo di Villafranca, strutturato linearmente lungo la via Francigena o Romea,  terminava nella piazza del mercato, in prossimità del castello costituito probabilmente da un grosso volume cubico, diviso all'interno in tre vani sovrapposti (probabilmente una casa torre), posto a chiusura del borgo commerciale di Villafranca, là dove si trovava anche l'antica chiesa di S. Nicolò.

GALLERIA  FOTOGRAFICA

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Il Malnido   Il ponte   San Giovanni   Panorama

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Borgo particolare   Porta San Nicolò   Porta San Giovanni   Il borgo

ACCENNI  DEL  TRECENTO

Dei numerosi discendenti dei Malaspina, nel 1220 rimasero in vita solo Corrado e Opizzino, confermati dall'Imperatore nei loro feudi, già troppo ridotti per le cessioni fatte a Piacenza. Un anno dopo, nel 1221 essi divisero le loro signorie: Corrado ebbe la Lunigiana a ovest (destra) del fiume Magra e la val Trebbia in Lombardia, dando origine al ramo dello Spino Secco; Opizzino invece ebbe la Lunigiana a est (sinistra) del fiume Magra e la valle Staffora in Lombardia, dando origine al ramo dello Spino Fiorito.

Dai figli del capostipite dello spino secco Corrado, ricordato da Dante Alighieri come l'antico, derivarono nella successiva divisione patrimoniale effettuata nel 1266, quattro ulteriori linee, e cioè:

- Malaspina di Mulazzo; i cui marchesi trassero origine da Moroello, morto 1284.

- Malaspina di Giovagallo; che trassero origine da Manfredo, figlio di Corrado l'antico.

Possedevano il castello di Giovagallo (fraz. di Tresana in Lunigiana) con la zona circostante; si estinsero alla metà del XIV secolo, e i loro feudi passarono alla linea di Villafranca.

- Malaspina di Villafranca Lunigiana, trassero origine da Federico, figlio di Corrado l'antico, ed ebbero il castello di Villafranca in Lunigiana "Malnido"con le terre vicine, Virgoletta compresa, presero lo stemma dello Spino secco in campo nero. Ereditarono il feudo di Giovagallo nel XIV secolo. Si sono molto ramificati, sopravvivendo alla fine del feudalesimo, ed esistono tuttora in varie linee. Di esse alcune hanno avuto proprie signorie e un'identità separata. 

- Malaspina di Pregola; Trassero origine da Alberto (morto nel 1298), figlio di Corrado l'antico. Ebbero il feudo di Pregola frazione di Brallo di Pregola, con un vasto territorio sul lato sinistro della Val Trebbia.

Discendenti dei Malaspina di Villafranca

- Malaspina di Villafranca Lunigiana, ramo dello Spino Secco, come sopra detto, si sono molto ramificati, sopravvivendo alla fine del feudalesimo, ed esistono tuttora in varie linee. Di esse alcune hanno avuto proprie signorie e un'identità separata. 

Per Villafranca segue una storia dettagliata.

Ricordiamo:

Malaspina di Cremolino, da Cremolino nel Monferrato, trassero origine da Tommaso I, figlio di Federico di Villafranca e di Agnese del Bosco, di stirpe aleramica, da cui provennero i suoi feudi (comprendenti anche la consignoria sulla città di Ovada); si estinsero nel XVI secolo.
Malaspina di Lusuolo, da Lusuolo frazione di Mulazzo in Lunigiana, trassero origine da Azzone (morto nel 1364), figlio di Opizzino di Villafranca, eredita anche i feudi dei Malaspina di Giovagallo ormai estinti (vedi sopra). Si estinsero nel XVII secolo dopo aver venduto i loro feudi al Granduca di Toscana.
- - Malaspina di Tresana, da Tresana in Lunigiana, già feudo dei Malaspina di Giovagallo, trassero origine da Opizzino, figlio di Giovanni Jacopo di Lusuolo, e si estinsero nel XVII secolo (vedi sopra).
Malaspina di Licciana, da Licciana in Lunigiana, poi Licciana Nardi; trassero origine da Gian Spinetta, figlio di Giovanni Spinetta di Villafranca; ebbero il feudo di Licciana e si estinsero alla fine del XVIII secolo, poco prima dell'abolizione del feudalesimo.
- - Malaspina di Bastia, da Bastia, frazione di Licciana in Lunigiana, trassero origine da Fioramonte, figlio di Gian Spinetta di Licciana, e si estinsero nel XVIII secolo, lasciando il feudo alla linea di Ponte Bosio.
- - - - Malaspina di Terrarossa, da Terrarossa, frazione di Licciana in Lunigiana, trassero origine da Fabrizio, figlio di Fioramonte di Bastia, che vendette il suo feudo al Granduca di Toscana; si estinsero in due generazioni.

- - - -  Malaspina di Ponte Bosio, da Pontebosio, frazione di Licciana in Lunigiana, trassero origine da Ludovico, nipote abiatico di Fioramonte di Bastia, ereditarono il feudo di Bastia nel 1783; sopravvissero alla fine del feudalesimo ma si estinsero nel XIX secolo.

- - Malaspina di Monti, da Monti frazione di Licciana in Lunigiana, trassero origine da Moroello, figlio di Gian Spinetta di Licciana, ma si estinsero in due generazioni.
- - Malaspina di Suvero, da Suvero, frazione di Rocchetta di Vara, in provincia della Spezia, in Lunigiana Antica, ebbero origine da Rinaldo, figlio di Gian Spinetta di Licciana; ereditarono Monti e sopravvissero alla fine del feudalesimo. Esistono tuttora.
- - Malaspina di Podenzana, da Podenzana in Lunigiana, trassero origine da Leonardo, figlio di Gian Spinetta di Licciana; dal 1714 divennero anche marchesi di Aulla; si estinsero alla fine del XVIII secolo, contemporaneamente all'abolizione del feudalesimo.

Informazioni estratte da:  http://it.wikipedia.org/wiki/Malaspina

UN BRANO DI STORIA DEL QUATTROCENTO

Il marchesato di Villafranca

Spinetta Malaspina, Marchese di Villafranca con Brola, Francasole, Virgoletta, Villa Rocchetta, Beverone, Bastia, Suvero, Pontebosio, Terrarossa e altri feudi dal 1367 circa.; Podestà di Siena nel 1380 e di Pisa nel 1393. Sposa Costanza (+ post 1412).

Il marchese Spinetta di Villafranca morì nel 1402 e la reggenza del feudo passò nelle mani della moglie Costanza, che lo resse in qualità di tutrice della sua numerosa figliolanza per almeno un biennio fino all'anno 1405. Dalla poca documentazione si ricava che agli inizi del XV secolo, il feudo di Villafranca aveva numerose controversie con i feudi di Monti, di Olivola per i patti e le convenzioni con essi stipulate.

Avvennero divisioni tra Guidone, Corrado e Federico, i figli maggiori di Spinetta, che riguardavano Virgoletta e le pertinenze situate nella valle del Taverone. Ma furono operazioni che non sconvolsero il normale andamento feudale, sino a che non avvennero morti premature tra quei signori, e per le vicende che qualche anno dopo sconvolsero la Lunigiana.

I figli di Spinetta furono: 

- Federico (+1406) Marchese di Villafranca per quattro anni.

- Fioramonte Marchese di Terrarossa.

- Corrado (+1408)

- Tommaso (+1407)

- Gabriello (+1437) Marchese per trentunanni, fa la divisione con il fratello nel 1407.

- Guidone (+1418) Canonico di Vicenza e di Verona.

- Ludovica (+1408) sposata con Jacopo Appiani signore di Pisa.

- Isabella Contessa della Gherardesca,

- Elena .

- Caterina.

Siamo intorno al 1415, tutti i fratelli maggiori di Gabriello, figlio quintogenito di Spinetta, gli erano premorti e Guidone aveva abbracciato la vita eclesiastica, si trovò a succedere al padre come Signore generale del marchesato di Villafranca, al cui governo parteciparono anche i fratelli minori Azzone, Tommaso e Fieramonte.

Mentre i feudi e particolarmente quelli del Taverone erano stati oggetto di ripartizioni da parte dei marchesi Malaspina, il marchesato di Villafranca invece era stato sempre salvaguardato dai medesimi nella sua integrità. Villafranca agli inizi del '400 si presentava già un borgo dalle caratteristiche ben definite.

Le case a schiera con le facciate rivolte sulla strada pubblica, con il retro sulle mura di cinta protette dalle torri di difesa, con il Castello del Malnido a protezione della porta di sotto, con accesso a guado, due chiese, due piazze e una piazzetta, un mulino e un frantoio situati all'inizio del borgo verso la porta di sopra munita di un posto di guardia e di un portone che impediva l'accesso dal ponte sul torrente Bagnone, al quale si accedeva proveniendo dal nord. Il tratto compreso tra le due porte era parte della via Francigena, così si presentava ai viaggiatori che la percorrevano.

Come detto sopra, reggeva le sorti del feudo il marchese Gabriello e una schiera di fratelli e nipoti. Fu appunto Gabriello che ebbe la cattiva idea di uccidere in una imboscata, organizzata con quattordici sicari, Oderico Biassa, il Luogotenente del Vicario di La Spezia, anno 1416.

Questo assassinnio scatenò le ire dei Genovesi che si scatenarono e distrussero il marchesato di Villafranca, concellandolo dalla Lunigiana.

A questo punto é bene riallacciarsi alla già descritta storia dei Malaspina, cercando di individuare ed inquadrare questi avvenimenti nella giusta cronologia storica. Fai Link sulla vignetta qui a fianco.

LE FOTO

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Stemma Spino secco a Virgoletta

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La rocca

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Virgoletta

I Campofregoso e Villafranca

Il Doge di Genova Tommaso Campofregoso, sdegnato ed amareggiato per il grave fatto di sangue commesso in territorio genovese e ai danni di un suo funzionario, scatenò la sua ira e la sua vendetta sul marchesato di Villafranca che, invaso da una moltitudine di gente armata guidata dal capitano generale Battista Campofregoso, dovette capitolare perdendo tutti i suoi castelli.

Il marchese Gabriello sfuggì alla cattura ma i Genovesi, per ritorsione, bandirono dalle loro terre e dai loro castelli Costanza, madre dell'omicida, e tutti i suoi discendenti, che perdettero tutti i loro beni dovendo assistere impotenti alla furia vendicatrice, risparmiando soltanto quelle di Villafranca, di Brugnato, di Beverone e di Stadomelli.

In considerazione dei fatti accaduti, è rimasto difficile seguire le sorti del feudo di Villafranca e la cronologia storica degli avvenimenti futuri. E se furono banditi dove si rifugiarono i marchesi di Villafranca, anche se pochi rimasero, e sappiamo che Guidone era canonico a Vicenza, e che rimanevano solo tre sorelle delle quali una abitava a Pisa.

Nel 1421 si ha notizia che i Campofregoso sono ancora in possesso dei castelli di Villafranca, di Virgoletta, di Villa Tresana, di Sùvero e di Brugnato e che  fossero  sottoposti all'autorità di Gabriello e come tali confiscati dai genovesi.

In conseguenza di questa complicata vicenda, la Lunigiana si troverà ancora una volta a subire l'occupazione territoriale da parte di una nuova famiglia, quella dei Campofregoso che ripeterono nel 1449 e nel 1466.

Fu sicuramente il precedente omicidio, che aiutò la Repubblica di Genova, con il pretesto di una vendetta consumata a danno di una delle sue più potenti famiglie, che fa giustificare l'intervento in Lunigiana per controbilanciare l'influenza del ducato di Milano e a contrastyare gli ormai evidenti disegni espansionistici della Repubblica fiorentina.

Alla violenta e sconvolgente occupazione genovese seguì un periodo di estrema confusione che si protrasse fino al 1437, con la venuta in Lunigiana del potente capitano di ventura Niccolò Piccinino a capo delle sue bande, al soldo del duca di Milano, il quale impose ai marchesi Malaspina di delineare la loro posizione: o suoi alleati o suoi nemici.

Fu questa l'occasisone che i marchesi di Villafranca attendevano, e tutte le speranze di riunificazione erano rivolte verso il ducato di Milano al quale, in cambio dell'aiuto e della protezione, venivano offerte aderenza e soggezione.

Nacquero così delle opposte fazioni, filofiorentine e filomilanesi, che divisero profondamente e che turbò la vita di molte comunità lunigianesi con agressioni, saccheggi, uccisioni, devastazioni, rapimenti e riscatti. Questi fatti sono ritrovati scritti negli archivi fiorentini da Eugenio Branchi, nelle cronache del notaio filattierese ser Gio Antonio Prediani e dallo speziale Gio Antonio da Faje.

Nel bel mezzo di questi tumulti provocati dalle scorribande delle bande di Niccolò Piccinino del ducato di Milano ed a quelle di Francesco Sforza per conto della Repubblica fiorentina, finiva i suoi giorni il marchese Gabriello Malaspina, lo sventurato provocatore di tanto male. Ammalatosi nella rocca di Virgoletta dove si trovava presso i nipoti figli del fratello Tommaso, fece testamento dettando le sue ultime volontà al notaio  ser Galeazzo Franzerati, lasciando ai giovani figli Fioramonte II e Giovan Spinetta, ma soprattutto al fratello Fioramante I marchese di Terrarossa, il gravoso compito di ricostruire il marchesato.

Opera faticosa questa che fu possibile solo per la protezione e l'aiuto che il ducato di Milano, con i Visconti prima e con gli Sforza poi, concesse ai marchesi di Villafranca che si attua e si estrinseca sotto forma di patti, di alleanze e di accomandigie, e con formule qiali, con amicitia et devotione o, come in questo caso che sono considerati parte feudatari e parte adherenti. Grazie dunque al ducato di Milano la ricostruzione fu possibile.

Anche se gli eredi ufficiali di Gabriello furono i Signori generali Fieramonte II e Giovan Spinetta, di fatto la figura di assoluto rilievo fu quella dello zio paterno Fieramonte I che risolse molte delle delicate situazioni che in quegli anni tumultuosi avevano turbato la vita del marchesato di Villafranca.

Nell'anno 1450 muore Fioramonte I ed il marchesato passa a Giovan Spinetta. Per la famiglia marchionale il 1469 fu l'anno più triste. A gennaio a soli 35 anni muore il marchese Giovan Spinetta e nel mese di ottobre anche il vecchio zio Fioramonte I cessa la sua esistenza.

Le sorti del feudo passarono nelle mani della vedova di Giovan Spinetta, la marchesa Teodorina Malaspina figlia di Azzone Marchese di Mulazzo e di Susanna Fregoso (cugina), madre di una numerosa figliolanza in nome della quale assunse la tutela coadiuvata da alcuni tutori indicati nel testamento del marito. La marchesa fu aiutata nella sua reggenza, da un certo prete Cristiano, personaggio affascinante e misterioso, molto reputato dalla marchesa, la quale ebbe modo di mostrare le sue doti e la sua caparbia determinazione che le permisero di essere la fautrice delle fasi conclusive della ricostruzione del marchesato di Villafranca.

In nome dei figli Tommaso, Giovan Niccolò, Fioramonte III e Giovan Spinetta II, la marchesa Teodorina si sobbarcò la pesante eredità di conduzione di un feudo smembrato e aggredito da più parti; dai Campofregoso ancora potenti anche se le loro fortune in Lunigiana stavano per declinare, e dai Fiorentini, tra il 1468-1478, rimanifestarono con crescente ardire il loro rinnovato interesse per la Val di Magra, i quali dopo gli acquisti di Sarzana, di Bagnone e di Fivizzano, devono esere interpretati i fatti di Virgoletta che si conclusero tragicamente con l'omicidio di Galeotto Campofregoso.

Autore di questo ed altri fatti di sangue fu il marchese di Bagnone, Cristiano Malaspina che, agì assieme a Corrado del Buono di Filattiera, detto Fantauzzo, figura di agitatore e di avventuriero al soldo di Firenze, che fu presente in quasi tutte le rivolte che turbarono la Lunigiana in quel tempo, e dove il Capitanato di Castiglione del Terziere rappresentava il centro più importante dal quale si irradiava la politica toscana.

Il compito fu difficile ed assai laborioso e si concluse soltanto nel 1487 con il ritorno delle terre di Villa di Tresana, di Brugnato e di Suvero, che rientrarono a far parte del feudo di Villafranca che nel frattempo aveva subito alcune trasformazioni territoriali avendo perduto alcune comunità, ma in compenso riacquistò quella di Podenzana.

 

I  fatti di Virgoletta

Il fatto che il marchese Cristiano Malaspina venda Bagnone per 8000 fiorini nel 1471 a Firenze, nulla ci impedisce di pensare che l'azione di Cristiano, accompagnata poi da Fantauzzo, uomo di parte fiorentina, con i loro complici sia stata provocata con l'accordo di Firenze.

É noto che il gruppo di Bagnone, entréo nel castello di Virgoletta ed uccisero di pugnale, a tradimento Galeotto Campofregoso, dopodichè issarono sugli spalti le insegne di Firenze. A tale segnale accorsero le truppe toscane che si erano accampate nei pressi di Vallescura in attesa delle disposizioni della Signoria che indugiava sul da farsi, temendo che l'invasione della rocca di Virgoletta potesse creare un precedente e compromettere i già fragili equilibri, provocando la reazione del ducato di Milano, che era controllato dal commissario residente a Pontremoli il quale seguiva con trepidazione lo svolgersi della vicenda .

Cristiano Malaspina, vedendo indugiare l'intervento fiorentino, e sentendosi non più protetto da Firenze, non esitò ad abbassare le insegne toscane ed innalzare quelle milanesi, provocando in tal modo l'intervento delle truppe ducali che erano di stanza a Pontremoli.

Le truppe armate dell'una e dell'altra parte si trovarono così di fronte sotto le mura della rocca di Virgoletta pronti allo scontro frontale. Il buon senso prevalse e tra le parti venne trovato un accordo, che evitò di turbare altri più importanti equilibri tra Firenze e Milano.

Ci fu l'intervento di Teodolinda marchesa di Villafranca, la quale permise alla diplomazia di avere il sopravvento sull'azione militare, si arrivò così ad un accordo per risolvere all'amichevole la delicata questione, riconsegnando la rocca ed il borgo di Virgoletta ai legittimi proprietari e cioé ai marchesi Malaspina di Villafranca che ne rientreranno in possesso qualche anno dopo, nel 1474 e non prima di aver affrontato non poche difficoltà di natura politiche e giuridiche; per la risoluzione dei problemi contribuì la marchesa Teodolinda.

 

Il grande litigio

Il gravoso lavoro di Teodolinda non era ancora compiuto che i figli, appena raggiunta la maturità, siamo nel 1481, in contrasto tra di loro e desiderosi di comandare, si erano predisposti ad affettuare una nuova e laboriosissima spartizione del marchesato.

La controversia detta "la grande lite" che si protrasse per quasi un ventennio, vide i quattro fratelli Tommaso, Giovan Niccolò, Fioramonte II e Giovan Spinetta II ultimo nato dopo la morte del padre portava il suo nome. La complessa vicenda venne portata al cospetto del Tribunale di Milano e sentire i pareri degli stessi duchi Gian Galeazzo e Ludovico il Moro, che delegò a rappresentarlo il governatore di Parma, Galeazzo Pallavicino.

I contrasti maggiori erano sorti tra Tommaso e l'ultimo fratello Giovan Spinetta ancora minorenne assistito dai suoi tutori. Tommaso di temperamento ardente e caparbio, nelle vesti del capo famiglia, voleva disporre a suo grado dell'intera eredità.

In gioventù fu protagonista di varie imprese avventate ed inopportune per cui dovette intervenire nei rimproveri anche il duca di Milano, del quale godeva la protezione, in particolare quando tentò di occupare Villa di Tresana con un assedio e la scalata delle mura che gli costò la perdita di molti uomini.

Unì poi i suoi armati a quelli di Gabriello di Fordinovo nel vano tentativo di conquistare il castello di Malgrate dei Malaspina di Filattiera.

Che lo rese famoso furono le sue imprese a fianco dei Francesi, durante la calata di Carlo VIII, a danno delle comunità di Bagnone e di Fivizzano soggette alla Repubblica fiorentina, e qualche anno dopo all'assedio della Verrucola durante  il quale il marchese di Villafranca venne fatto prigioniero dai fiorentini e liberato solo per l'intervento intercessionale del duca di Milano.

Re
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Carlo VIII
 

Carlo VIII in Lunigiana

Nel 1494 i marchesi di Villafranca, Tommaso e Fieramonte III Malaspina, inviati da Ludovico il Moro, duca di Milano, salirono a monte Bardone ad incontrare l'arrivo delle avanguardie condotte dal viceré Gilberto di Borbone, conte di Montpensier, per informarli della situazione politica della Lunigiana, anche se ufficialmente il loro compito era quello di verificare se le vettovaglie erano transitabili sulle strade di Val di Magra. É evidente che questo fu solo un pretesto, mentre dietro a questo si nascondevano altri incarichi: quello di indicare ai Francesi i luoghi più adatti per gli alloggiamenti, le vie più agevoli da percorrere, nonché quello di informare quali fossero le comunità favorevoli a Firenze, di individuare chi fossero quei notabili da fare prigionieri per poi chiederne il riscatto.

Le rappresaglie ebbero inizio a Filattiera e alla Rocca Sigillina, alleate tra loro e non soggette ai Fiorentini, per estendersi e scatenarsi a Bagnone e a Castiglione del Terziere, luoghi nei quali le truppe del capitano D'Aubigny unite a quelle dei Malaspina di Villafranca, assaltarono i borghi e le rocche distruggendole e mettendo tutto a libero saccheggio. A queste violenti rappresaglie non sfuggirono neppure le comunità minori di Pastina, di Corvarola e di Fornoli, come non si salvarono quelle alleate agli odiati fiorentini nella valle del Taverone e nel Fivizzanese anche se alcune comunità di questa zona nell'estremo tentativo di salvarsi, si dettero al duca fi Ferrara i cui commissari, in posizione neutrale, da Varano e Tavernelle seguivano lo svolgersi degli avvenimenti.

Le avanguardie francesi erano condotte per la Lunigiana dai Malaspina di Villafranca, di Fosdinovo e di Gragnola, quali aderenti al ducato di Milano, misero saccomano le terre di Bagnone e di Fivizzano soggette ai Fiorentini, perché poterono disporre di ampie deleghe in virtù delle quali esortare alla sottomissione, intimare rese e imporre condizioni alla parte avversa.

Carlo VIII  nacque ad Amboise, 30 Giugno 1470 e vi morì ad Amboise, 7 Aprile 1498, membro della dinastia Valois, fu Re di Francia dal 1483 al 1498. Salì alla ribalta cominciando la lunga serie di guerre Franco-Italiane che caratterizzarono fortemente gli interessi dell'Italia nella prima metà del XVI secolo. Unico figlio maschio di re Luigi XI di Francia, gli succedette al trono quando questi morì, il 30 Agosto 1483.

A conclusione di queste considerazioni é opportuno ricordare che circa un anno dopo, nel suo precipitoso cammino a ritroso per rientrare in Francia, le cose cambiarono. Quasi tutti i principi che durante la calata gli erano stati alleati, al ritorno cercarono di sbarrargli la strada a Fornovo. La costituzione della Santissima lega, annunciata anche in Lunigiana con il suono delle campane, la mattina del 12 Aprile 1495, fu per alcuni motivo di riaprire gli animi alla speranza, per altri invece alimentò principi di rivincita e di vendetta.

L'esercito francese ripercorse a ritroso le strade della Lunigiana il 24 Giugno 1495, giorno di San Giovanni Battista, le avanguardie svizzere transitarono per Villafranca. Il giorno 27 la città di Pontremoli fu incendiata ed il rogo durò tre giorni, mentre le truppe francesi risalivano con difficoltà i tornanti della Cisa con le loro artiglierie per portarsi nella valle del Taro dove fu combattuta la famosa battaglia conoscita come Battaglia di Fornovo.

Informazioni estratte da http://viaggionellamemoria.interfree.it/il_quattrocento.htm

 

IL CINQUECENTO

Le scorribande

La cacciata dei Medici da Firenze aveva messo in crisi la Lunigiana Toscana della quale Fivizzano, Castiglione del Terziere e Bagnone erano i feudi più importanti.

La distanza dalla Capitale, questi luoghi sono stati oggetto di incursione e di saccheggi per mancanza di protezione e in tempi successivi miglior sorte non toccò neppure ai marchesati che come Villafranca godevano della protezione del Ducato di Milano. La caduta degli Sforza, creò sbandamento e confusione anche nei feudi che orbitavano nella loro sfera.

Si legge da antiche cronache: "...Dalla venuta di Carlo VIII in Italia fino all'anno 1530, furono perpretate crudeltà inaudite, usate contro gli Italiani da Francesi, Guasconi, Piccardi, Normanni, Fiamminghi, Svizzeri, Germani e Spagnuoli, talmente che li vivi invidiavano alli morti. Li padri furono costretti ad impiccare i l.oro figli, li monasteri violati, li putti che lattavano scannati in faccia alle madri, le chiese furono fatte stalle per i cavalli, le vesti sagre riducevano in vestimenti, l'oro e l'argento che trovavano in luoghi sagri fu preso e convertito in collane ed anelli per le meretrici,...."

Questi avvenimenti si constatarono durante i transiti delle armate, poi ci fu l'arrivo di Giovanni de' Medici con sette compagnie di soldati quali usarono molte crudeltà. "Prese l'Avulla, Ponzano, Bibola e tutte le terre dei Marchesi di Monti e di Villafranca. Fece gittare a terra il castello di Monti, Virgoletta, Potenzana e quello di Villa; ed oltre a molti danni che egli fece, per li quali tutto il paese temeva fece prigione il Marchese Spinetta colla moglie e i figliuoli. Ma essendo state mandate quà molte compagnie de' Spagnuoli così si ritirò ed abbandonò essi luoghi, per maggior prestezza fece rompere molti pezzi di artiglieria da battere muraglie, che così seco non potevano condurre".

"Nell'anno 1527 fu grandissima carestia che colpì tutta la Lunigiana....".

"Nell'annno seguente del 1528 seguì una gravissima pestilenza in queste parti di Lunigiana, ed anco per tutta l'Italia.....".

".... al principio di Marzo del 1531, molte compagnie di Spagnuoli vennero in guarnigione in Lunigiana all'improvviso; per il che quelli di Filattiera abbandonarono subito la loro Terra et entrandovi li soldati et non trovandosi gente alcuna fuori che alcuni pochi che erano in Castello, che anche loro fuggirono, si fermarono in esso luogo, dove trovarono copia di robe e di vettovaglie e vi fecero là di tutto, dove stettero 40 giorni e distrussero e ruinomo quel luogo.....".

Ser Gio Antonio Prediani morì intorno al 1535 e non ci fu nessuno che continuò il suo diario, per raccontare le successive atrocità  commesse dalle truppe imperiali che erano in transito o che accampavano in Lunigiana. Nel 1537 arriverannno anche le truppe di Carlo V che erano dirette in Dalmazia, nel 1538 le compagnie di soldati spagnoli e nel 1541 i tedeschi che parte dell'armata imperiale erano diretti alla Spezia per imbarcarsi per Algeri.

Imperatore
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Carlo V
 

Carlo V in Lunigiana

Di ritorno dalla spedizione in Egitto, accompagnato da un interminabile seguito di armati e di dignitari, l'imperatore in persona era transitato per Villafranca la domenica mattina del 18 Maggio 1536. Ossequiato dai Marchesi Malaspina, era passato con il suo seguito tra due ali di folla, che era accorsa anche dai paesi vicini per vedere l'uomo più potente del mondo "sul cui regno non tramontava mai il sole".

Carlo V d'Asburgo il Grande, nato nei Paesi Bassi il 24 Febbraio 1500 - muore a Yuste, Spagna, il 21 Settembre 1558.

Una delle più grandi figure della Storia d'Europa è certamente rappresentata da Carlo di Gand, meglio conosciuto come Carlo V, Re di Spagna, Arciduca d'Austria

e Imperatore del Sacro Impero Romano-Germanico (S.R.I.), padrone di un Impero vasto ed esteso su tre continenti.

Le violenze ed i saccheggi delle truppe, benchè di inauduta gravità, non furono i soli danni che le popolazioni indigene dovettero subire. Ciò che da questi fatti era scatturito fu la disgregazione delle autorità locali, le quali senza direttive del potere centrale, permise il sorgere di rivendicazioni ed ambizioni private che sfociarono in guerre tra famiglie, come a Pontremoli per esempio, che già dilaniata dalle truppe, dovette assistere allo scontro tra fazioni contrapposte e alle sanguinose faide tra famiglie rivali, quelle dei Righini e dei Maraffi; oppure a Mulazzo dove, nell'ambito di una stessa famiglia, i marchesi Malaspina signori del luogo, a causa delle liti per la successione, si sterminavano con impressionante facilità.

San Francesco
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Il convento
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Il Chiostro

Il marchesato di Villafranca nella prima metà del '500

Quando ancora non si erano spenti gli echi dei clamori e delle tensioni che la calata di Carlo VIII aveva provocato, il marchesato di Villafranca, appena uscito dalla baraonda si prestava a subire una profonda mutilazione, per la perdita dei possedimenti nella valle del Taverone.

Come già ebbi modo di dire alla fine del '400, la lunga lite nata nel 1481, tra Tommaso e Giovan Spinetta II Malaspina venne ad aver fine soltanto nel Giugno del 1500, mediante un atto solenne rogato da notaio Simonino di Aulla, in forza del quale Monti, Licciana, Pontebosio, Terrarossa, Bastia, Montevignale, Panicale, con l'aggiunta di Podenzana e di Suvero, si staccavano da Villafranca per costituire una nuova linea marchionale della quale divenne capostipite il marchese Giovan Spinetta II.

La perdita di tutte le pertinenze che i marchesi di Villafranca avevano nella valle del Taverone e del castello e borgo di Podenzana situati sulla sponda destra del fiume Magra, aveva ridimensionato l'importanza del feudo. Il danno che era derivato da tale spartizione, fu per Villafranca una perdita importante perchè non poteva più disporre dei castelli importanti di Monti, di Bastia, di Licciana e di Podenzana, di borghi popolati e di consistenti estensioni di terreni fertili e coltivabili, ma anche e soprattutto per aver perduto il controllo di una importante "via Lombarda" che, proveniente dai valichi dell'Ospedalaccio e di Linari, scendeva lungo la valle del Taverone per immettersi sulla via Francigena nei pressi di Terrarossa, collegando di fatto la valle della Magra con la cosidetta "Lombardia", e che dava ad essa l'accesso al mare.

Il capoluogo di Villafranca, con ciò che rimaneva del feudo, rimase dunque sotto la signoria di Tommaso I Malaspina, che continuò a dominare con la sua forte personalità ed essere il protagonista indiscusso di ogni momento della vita del feudo villafranchese. Fece sentire la sua voce presso le corti europee nel reclamare le terre che gli erano state usurpate dai genovesi e fu abile nel destreggiarsi nelle difficili scelte delle alleanze e nel condurre le sue milizie, a seconda delle circostanze, a sostegno ora dell'uno e ora dell'altro signore. Seppe al momento opportuno, dopo anni di dipendenza politica dal Ducato di Milano, decise di prendere le distanze dagli ultimi Sforza, ormai sucubi della Francia, per tornare sotto la protezione del Sacro Romano Imperatore.

Dovette inizialmente riparare a Brescia presso la famiglia della moglie, ma fu poi in grado di trarre vantaggio, dopo il 1514 quando l'Imperatore Masimiliano d'Asburgo, zio di Carlo V, si riappropriò del diritto di concedere le investiture ai feudatari della Lunigiana.

La moglie di Tommaso I fu la marchesa Bianca di Collalto che agli inizi del '500 era venuta sposa a Villafranca dal trevigiano, portando al marito una cospicua dote con il privilegio di essere ascritto alla cittadinanza bresciana.

Bianca di Collalto fu l'artefice che ciamò a Villafranca i frati dell'ordine di San Francesco ai quali poi suo figlio, il marchese Bartolomeo, costruì un suntuoso convento al di fuori delle mura del paese. (Vedi foto).

Tommaso e Bianca ebbero sette figli: Bartolomeo, Niccolò, Giovan Battista, Teodorina come la nonna, andò sposa al marchese Giovanni Malaspina di Gragnola, Costanza che sposò il marchese Giovan Vincenzo Malaspina di Mulazzo  e Lazzerina e Caterina rimasero nubili.

La morte del marchese Tommaso I, la divisione con il fratello Giovan Spinetta II, che aveva ancor più ridotto i confini del grande feudo di Villafranca, e i tumultuosi anni 20 del secolo XVI erano stati certamente i motivi che avevano consigliato i nuovi marchesi di Villafranca a mantenere unito, almeno per qualche tempo e sotto il comune dominio quanto ancora rimaneva del feudo.

Conosciamo che Tommaso I fece testamento rogato nel 1521 e poco dopo decedette lasciando eredi i suoi tre figli maschi. A Bartolomeo e a Giovan Battista toccarono: Villafranca, Castevoli, Villa di tresana, Cavanella e Stadomelli; mentre i borghi di Virgoletta e di Brugnato con i villaggi di Rocchetta e di Beverone passarono sotto il dominio esclusivo del fratello, il marchese Niccolò.

Gli anni che vanno dal 15220 al 1550, come abbiamo visto sopra, furono funesti per la Lunigiana. Nel 1524 Giovanni de Medici con milleduecento soldati, divisi in sette compagnie dette le Bande Nere, di mecenari quasi tutti uomini di Lunigiana, prese allaoggio al Piagnaro di Pontremoli e di li discese in Val di Magra per mettersi a campo e per punire i marchesi Malaspina aderenti alla parte imperiale.

Giovan Spinetta II, già di Villafranca ed ora signore esclusivo di Monti e di Podenzana e di quasi tutta la valle del Taverone, fu fatto prigioniero e spogliato di tutti i suoi castelli ed anche Villafranca, per quanto non altrettanto devastata, fu occupata da Giovanni delle Bande Nere che tenne in nome della Repubblica Fiorentina.

Dopo la battaglia che si combattè a Pavia nel Febbraio 1925, che segnò la disfatta francese e l'inizio dell'egomonia spagnola in Italia, e i marchesi Malaspina di Villafranca, in quanto feudatari dell'impero, riottennero per l'interessamento dell'imperatore Carlo V, l'immediata restituzione di tuttele terre e borghi che erano stati conquistati da Giovanni dalle Bande Nere in Lunigiana.

Nel 1530 Niccolò Malaspina vendeva Brugnato ai Genovesi, e questa vendita tornò a danno del marchesato di Villafranca, poiché, se è vero che l'importante borgo della Val di Vara era con Virgoletta sotto l'esclusiva signoria di Niccolò, è anche vero che non avendo questo marchese discendenza maschile, alla sua morte, sarebbe tornato a far parte del feudo d'origine.

Nel 1535 si rifecero vive in Lunigiana le truppe spagnole che arrecarono gravissimi danni nel pontremolese e nel territorio di Filattiera e nel 1537 e 1538 tale calamità investì anche il marchesato di Villafranca che, a causa dell'ingente numero di soldati spagnoli che erano stati mandati a svernare nei suoi possedimenti, ebbe a subire danni e violenze che provocarono, tra la popolazione, pericolose reazioni alle quali i marchesi non seppero sempre porre rimedio.

Nel 1539, Virgoletta e Castevoli furono sedi di gravi fatti. A virgoletta a causa di liti per sconfinamenti con gente di Fornoli, venne assediata e saccheggiata dalle truppe toscane, comandate da certo Luchino Vallazzana da Fivizzano. A castevoli, alcuni rivoltosi del luogo uccisero un funzionario spagnolo che si era recato per la riscossione dei tributi. Le ritorsioni e le vendette dei soldati spagnoli di stanza a Villafranca furono tremende, e vennne minacciato il Marche Giovan Battista e la famiglia di defenestrazione se non avesse provveduto a far subito giustizia. Costò caro al marchese, una borsa di 200 fiorini ai comandanti delle truppe spagnole, per mettere a tacere il grave incidente e salvare le teste degli scalmanati.

Imperatori
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Ferdinando I
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Massimiliano II

La speranza 

Intorno alla metà del Cinquecento, con il placarsi delle tensioni e dell'apparire dei segnali di ripresa e di un possibile assestamento politico della Lunigiana, torna a riaffiorare la speranza. Per tornare a parlare delle vicende relative al feudo di Villafranca, diremo che nel 1547 era deceduto senza figli maschi il marchese Niccolò ed i suoi beni, ad esclusione di Brugnato venduto ai genovesi, erano riconfluiti tra quelli dei fratelli Bartolomeo e Giovan Battista, che fino ad allora avevano governato e tenuta tutta la proprietà in comune.

Il borgo di Virgoletta con la sua rocca e i villaggi di Rocchetta e Beverone erano dunque rientrati a far parte del marchesato di Villafranca.

Dopo questa riacquisizione Bartolomeo e Giovan Battista procedettero nel 1550 alla divisione patrimoniale. Nascono così due nuove linee marchionali.

Al marchese Bartolomeo Malaspina viene assegnata Virgoletta, Villa di Tresana, Rocchetta di Vara e Beverone, oltre alla metà del borgo e del castello il Malnido a Villafranca; dando inizio alla linea marchionale di "Villafranca-Virgoletta".

Al marchese Giovan Battista Malaspina toccherà invece  Castevoli, Cavanella e Stadomelli, oltre all'altra metà del castello e del borgo di Villafranca; dando inizio alla linea marchionale di "Villafranca-Castevoli".

Dopo questa ripartizione bonaria, il borgo e il castello di Villafranca furono per sempre mantenuti sotto la signoria dei marchesi delle due linee che furono detti comarchesi o marchesi condomini.

Il 28 Febbraio del 1559, il marchese Federico, della linea Villafranca-Virgoletta, insieme all'investitura della sua parte del feudo, ottenne da Ferdinando I, Imperatore S.R.I. (1503-1564) anche la facoltà di istituire la primogenitura nel 1561, dopo che Tommaso aveva rinunciato ai suoi diritti su Villafranca a favore del fratello Alfonso; per dar vita a Castevoli ad una nuova signoria, la primogenitura veniva istituita anche nell'altra linea che continuerà a chiamarsi di Villafranca-Castevoli. É stata questa una divisione che, d'ora in poi, assumerà una definitiva fisionomia che non muterà praticamente più fino alla fine del feudalesimo in Lunigiana (1797), perchè per decreto imperiale viene rivisto il diritto d'eredità, tramite il quali é stabilito che alla successione paterna salirà solamente il primo figlio maschio.

Federico, Alfonso e Tommaso II dei Malaspina di Villafranca, furono indubbiamente personaggi di rilievo. Subentrati a Bartolomeo e a Giovan Battista  nel governo del feudo, ne impostarono congiuntamente la gestione e pur ricoprendo importanti incarichi presso le corti italiane, non perdendo mai di vista i loro possedimenti in Lunigiana sui quali anzi, riversarono sempre i benefici che derivavano dalla loro posizione e dal loro prestigio.

Federico Malaspina, primogenito, aveva sposato Elena Cybo figlia naturale del cardinale Innocenzo fratello del principe Alberico Cybo di Massa. Dal matrimonio nacquero, dal 1557 al 1573 ben undici figli, alcuni morti piccini dei quali non si ricorda il nome, la primogenita Virginia nata nel 1557, il secondogenito Bartolomeo nato il 14 Giugno 1559, seguirannno: Clelia 1560, Laudomia 1562, Innocencio 1563, Biancha 1564, Beatrice 1565, Biancha 1566, una creatura NN 1570,

Innocentio 1571, una bambina NN 1573.

Il marchese Federico fu sempre solerte nel chiedere o nell'ottenere le propezioni imperiali per se e per i cugini e dalle salvaguardie che furono concesse ai marchesi di Villafranca dall'imperatore Ferdinando I nel 1559 e successivamente riconfermate nel 1574 dall'imperatore Massimiliano II.

Massimiliano II nato a Vienna il 31 Luglio 1527 morirà a Ratisbona il 12 Ottobre 1576, primogenito di Ferdinando I d'Asburgo, salì al trono nel 1563 dopo essere già stato eletto re di Germania e Boemia nel 1562 e d'Ungheria nel 1563.

Il marchese Federico Malaspina, morirà nella rocca di Virgoletta nel 1603.

Con Federico Malaspina marchese di Villafranca hanno convissuto come comarchesi diversi cugini per oltre quarant'anni.

Alfonso Giovan Battista Malaspina, dal 1561 al 1601 che visse ininterrottamente in Lunigiana dove svolse incarichi di arbitrato e mediazione occupandosi soprattutto del suo marchesato; Tommaso II Malaspina fu in assoluto uno dei più distinti personaggi della sua famiglia, eminente a Firenze presso la corte Medicea. Lontano dalla Lunigiana, l'interesse per Villafranca e per la sua Castevoli nonn vennero mai meno. A lui si rivolgevano per ottenere favori, protezioni, raccomandazioni e accomandigie i marchesi Malaspina dell'uno e dell'altro ramo, il Comune di Pontremoli e anche il finanziere genovese Giulio Sale in procinto di acquistare dal granducato il feudo di Groppoli.

Alfonso e Tommaso II avevano sposato le sorelle Beatrice e Bianca figlie del Giureconsulto bresciano Niccolò Sicco Aragonio, consigliere cesareo e capitano dello stato di Milano, le quali vennnero spose a Villafranca, avevano portato oltre a cospicue doti, il prestigio del loro casato.

Dopo anni di soggezione al Ducato di Milano, i marchesi di Villafranca si orientarono decisamente, verso il granducato di Toscana con il quale stipularono un patto di accomandigia in virtù del quale, il Granduca concedeva la sua protezione ai marchesi i quali, a loro volta, si impegnavano a permettere i transiti e le soste delle merci e delle truppe toscane su tutto il territorio del feudo.

L'accomandigia tra il granduca di Toscana e i marchesi di Villafranca ebbe una durata di 50 anni firmata nel 1567 e certamente, l'artefice e l'autore di questo importante atto fu il Marchese Tommaso II di Villafranca-Castevoli che, come abbiamo visto, presso la corte dei Medici godeva di grande reputazione e di altissima considerazione. Fu questo, per la Lunigiana, un atto, tutto sommato, più un affare che un danno e che diede inizio ad un periodo di tranquillità economica.

Ferdinando II d'Asburgo nato a Graz, Austria, il 9 Settembre 1578 morirà a Vienna il 15 Febbraio 1637, è stato un imperatore del S.R.I., sposò Mariannna di Baviera.

Informazioni estratte da http://viaggionellamemoria.interfree.it/il_cinquecento.htm

Imperatori
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Ferdinando III
 
IL SEICENTO

Il marchesato nel XVII secolo

L’inizio del XVII secolo e la quasi contemporanea uscita di scena dei tre marchesi condomini che, nella seconda metà del Cinquecento erano stati gli artefici del rinnovamento del feudo di Villafranca, concludevano un periodo e segnavano il tramonto di una stagione feconda.

Nel 1601 era mancato il marchese Alfonso e nel 1603 erano scomparsi anche i marchesi Tommaso II e Federico e i loro successori, che avrebbero dovuto subentrare nella gestione dei feudi, lo poterono fare solo nominalmente poiché già da tempo avevano deciso di intraprendere altre carriere, quella delle armi e quella della diplomazia, le quali avrebbero portato alcuni di essi a vagare per i campi di battaglia sparsi per l’Europa ed altri a svolgere incarichi di una certa rilevanza presso le corti di Firenze e di Modena.

In assenza dei marchesi condomini, i feudi erano stati governati da membri della famiglia o da reggenti espressamente nominati (i fattori), essendo la presenza dei feudatari nel marchesato subordinata solamente alla soluzione dei casi straordinari o alla composizione delle vertenze più complesse.

Mario, figlio del marchese Tommaso II di Castévoli e Alessandro e Marzio figli del marchese Alfonso di Villafranca avevano abbracciato la carriera delle armi e in qualità di capitani avevano militato sotto le insegne del Re di Spagna negli eserciti che combattevano le guerre delle Fiandre, mentre Niccolò, altro figlio del marchese di Castévoli e Bartolomeo II, figlio del marchese Federico, svolgevano i loro uffici presso le corti di Firenze e di Modena.

Marzio servì nell’esercito imperiale e morì in Ungheria ca. 1615. Sposò Margherita (??) ed ebbe un figlio Scipione.  

Bartolomeo II sposò Laura d’Este, forse figlia di Sigismondo Marchese di San Martino in Rio e di Giustina Trivulzio oppure di del Marchese Filippo e di Maria di Savoia; nacque un figlio Annibale. 

Questa generazione di marchesi di Villafranca fu accomunata da un triste destino.

Mario e Niccolò, Alessandro e forse anche Marzio, ancorché giovani, premorirono ai loro padri e Bartolomeo II sopravvisse al padre Federico soltanto sei anni, per cui praticamente inesistente è la documentazione che riguarda gli atti di governo e i rapporti intrattenuti da questi signori con la comunità villafranchese nei primi anni del XVII secolo.

Solo durante il governo dei marchesi Scipione (1600-1656) e Annibale (1608-1652) figli rispettivamente di Marzio e di Bartolomeo II, sarà possibile tornare a cogliere il segno di più incisive presenze e soprattutto di una volontà tesa alla ricerca di nuovi orientamenti politici rivolti a cogliere tutti quei possibili vantaggi che la situazione del tempo poteva offrire e che potevano derivare soltanto da un graduale distacco dalla soggezione granducale Medicea e da un conseguente riavvicinamento al Ducato di Milano, il che equivaleva a dire alla Spagna.

Nei primi decenni del Seicento la Spagna, da Pontremoli, attraverso l’autorità dei suoi governatori, interferiva e condizionava praticamente tutti gli affari di Lunigiana e quasi a voler segnare più incisivamente la sua presenza sul territorio, aveva dislocato un po’ ovunque, anche nei villaggi più sperduti, presidi e guarnigioni.

Nel 1615 il feudo di Malgrate era passato sotto la sua sovranità e, mentre a Lusuolo segreti maneggi tendevano a rinverdire sopite aspirazioni filomilanesi, da Giovagallo la guarnigione spagnola seguiva con comprensibile attenzione lo svolgersi delle vicende che accadevano a Tresana nel cui feudo i contrasti tra i marchesi e la popolazione assumevano spesso i toni accesi della rivolta.

L'instabilità dei Marchesi di Villafranca, le oscillazioni che ebbero, ora verso una politica ora verso un'altra, non erano un fatto infrequente, ma ciò ebbe breve durata, perché furono ristabiliti i rapporti con il granduca di Toscana, al quale i marchesi erano legati da un patto di accomandigia cinquantennale.

Ogni qual volta si profilava all’orizzonte la minaccia della perdita di un feudo per acquisto o per dedizione ad altri signori da parte dei sudditi, i marchesi Malaspina gelosi sempre gli uni degli altri e perennemente in discordia tra di loro, in nome di comuni interessi da tutelare, riuscivano a trovare quelle intese di circostanza che erano però destinate a svanire appena era passato il pericolo.

Ciò era accaduto nel 1618 e nel 1662 allorché la Repubblica di Genova aveva ripetutamente violato i confini del marchesato di Villafranca e ancora nel 1694 quando si era diffusa la voce che il granduca di Toscana avesse in animo di chiedere l’assenso dell’imperatore Leopoldo d’Asburgo per l’acquisto in blocco di tutti i feudi che i marchesi Malaspina possedevano in Lunigiana. 

Per tornare alla situazione del 1618 che è quella che più da vicino ci interessa, c’è da dire che il deterioramento dei rapporti tra i marchesi di Villafranca e il granduca di Toscana fu conseguente al comportamento che il granduca stesso tenne in occasione dei fatti che stavano accadendo alla Bastia, il feudo-fortezza situato nel cuore della Valle del Tavarone e che era già stato possedimento dei marchesi di Villafranca.

Negli anni compresi tra il 1615 e il 1618, il Granducato di Toscana, dopo aver acquistato Terrarossa dal marchese Fabrizio Malaspina, nell’intento di estendere il suo dominio in tutta la valle del Tavarone e sull’importante via di Linari che congiungeva il parmense con la Val di Magra, teneva segreti maneggi con i marchesi di Licciana ma, soprattutto, teneva un comportamento ambiguo nei confronti della popolazione della Bastia che si era ribellata al marchese Nestore Malaspina che reggeva le sorti del feudo in nome del fratello Carlo.

Per tornare a trattare delle vicende del marchesato di Villafranca e dei suoi signori c’è da dire che il governo esercitato nel feudo congiuntamente dai marchesi condomini Annibale e Scipione, ad onta dei nomi che portavano i due feudatari e a differenza di quanto stava accadendo nei feudi vicini, fu improntato, nei confronti dei sudditi, su basi di reciproco rispetto e di mutua collaborazione.       

Fu grazie a questa condizione che vedeva da una parte marchesi tolleranti e dall’altra una comunità disposta a partecipare alla vita amministrativa, sociale e politica del feudo, che propiziò un clima di stabilità e di condizioni favorevoli per attuare iniziative tra le quali si segnalarono, per importanza, gli interventi di ristrutturazione che modificarono ancora il volto del borgo, la riappropriazione del contado con una più razionale organizzazione delle unità poderali e una più diffusa e qualificata presenza delle attività artigianali nel capoluogo.

Per quanto riguarda i marchesi condomini, c’è da dire che il marchese Annibale passò quasi 40 anni della sua vita al di fuori della Lunigiana, anni trascorsi soprattutto a Modena e a Firenze e nella città di Carpi che, in qualità di governatore, resse nel 1640 per conto del duca di Modena.

Durante la sua assenza, per la parte che gli spettava, il governo del feudo fu esercitato dalla moglie, la fiorentina Caterina Ricasoli Riario, che lo tenne fino al 1645, anno in cui il marchese Annibale tornò in Lunigiana a vivere gli ultimi anni della sua vita che furono amareggiati dal comportamento sciagurato di uno dei suoi figli, il marchese Antonio, che si era reso colpevole dell’uccisione di tre sbirri toscani nel territorio di Castiglione del Terziere e per questo condannato a morte in contumacia.

Il marchese Scipione, l’altro condomino, mai o solo di rado lasciò la sua residenza di Villafranca ed è forse questa la ragione per cui a lui più che al marchese Annibale, si riferiscono in maggior misura gli atti che riguardano il governo del marchesato e tra questi, per importanza è da segnalare il più volte citato Diploma di investitura concessogli dall’imperatore Ferdinando III nel 1638, documento al quale ha fatto più volte riferimento il Branchi, anche perché in esso sono richiamate tutte le precedenti investiture concesse ai marchesi di Villafranca dai Sacri Romani Imperatori a partire da Carlo V.

Ferdinando III nato a Graz il 16 Luglio 1608 morì a Vienna il 2 Aprile 1657, imperatore del S.R.I., figlio di Ferdinando II e di Marianna di Baviera, succedette al padre nel 1637.

Borgo
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Portone Malaspina
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Stemma Malaspina

I successori di Annnibale e di Scipione Malaspina

Niccolò figlio di Annibale e Alfonso figlio di Scipione subentrarono ai loro padri nel reggimento del feudo di Villafranca attorno al 1660 e durante il loro governo, che in pratica si protrasse per tutta la seconda metà del XVII secolo, nulla di particolarmente rimarchevole accadde nel marchesato se si eccettuano due fatti che meritano considerazione. Il primo si riferisce alla riacquisizione del feudo di Castévoli che, dopo 115 anni di vita autonoma, rientrava a far parte del marchesato di Villafranca; mentre il secondo, al quale abbiamo già fatto cenno, è da mettere in relazione al disorientamento provocato a Villafranca e in tutta la Lunigiana dal diffondersi delle voci secondo le quali si lasciava intendere che il granduca di Toscana Cosimo II fosse in procinto di acquistare per contanti tutti i marchesati malaspiniani.

Alfonso Malaspina, nato nel 1614 morirà nel 1641, Marchese di Villafranca, si sposerà con Elena Malaspina dei Marchesi di Villafranca dalla quale avrà un figlio Opizzone che morirà nel 1759, Marchese di Villafranca sposato con Edvige Malaspina, figlia di Torquato Marchese di Suvero e di Livia Gallettié.

Niccolò Malaspina, nato nel 1619 morirà il 16 Settembre 1697, Marchese di Villafranca-Virgoletta, palazzotto nel borgo con portale in arenaria a punta di diamente, ora al museo etnografico di Villafranca, proprietari di Villa Rocchetta, Beverone e Garbugliaga dal 1652 e Patrizio di Modena.

É sposato con la marchesa Isabella Molza, figlia del Conte Francesco, Patrizio di Modena, nata nel 1627, morirà anche lei prima dell'anno 1697. Hannno avuto dieci figli: Giacomo (1647), Carlo (1648), Thomasino (1649), Caterina (1650), Anna Maria (1651), Helena Ottavia (1652), Laura Farina (1654), Annibale (1655), Francesco (1657), Franco Pasquale (1658).

Negli ultimi due decenni del XVII secolo la Lunigiana feudale era stata particolarmente bersagliata dal flagello delle contribuzioni, le tasse di guerra che l’Impero asburgico esigeva dai suoi satelliti per sostenere gli onerosissimi costi relativi alle campagne militari condotte contro i Turchi e contro i nemici dell’Impero.

I marchesati della Lunigiana, nella loro qualità di feudi imperiali, dovevano anch’essi sottostare a tali tassazioni i cui importi, decisamente esosi, erano certamente sproporzionati rispetto alle entrate feudali dei marchesati della Lunigiana.

Per quanto riguarda Villafranca, i due marchesi condomini Niccolò e Alfonso, avrebbero dovuto versare, relativamente all’anno 1694, una cifra pari a 2100 doppie, una somma enorme per quei tempi e forse addirittura superiore all’intero bilancio del feudo.

Essere inadempienti poteva significare il pignoramento dei beni ed incorrere nelle ire dei colonnelli esattori i nomi dei quali, Prainer e Palleati, incutevano terrore al solo nominarli.

I marchesi Malaspina della Lunigiana, sgomenti e comprensibilmente impauriti e quasi impotenti a fronteggiare tali drammatiche situazioni, cercarono di correre ai ripari tentando di impostare strategie comuni che venivano elaborate durante i frequenti incontri che si svolgevano ora nella dimora di un marchese ora in quella dell’altro, incontri che si concludevano immancabilmente in sterili suppliche rivolte all’imperatore, al quale venivano sempre sottoposte le miserevoli condizioni nelle quali versavano i marchesati della Lunigiana, sui quali si implorava la comprensione imperiale.

Non conosciamo con esattezza l’effettivo ammontare delle contribuzioni versate dai marchesi di Villafranca nelle casse dell’erario imperiale; sicuramente non fu pagato quanto inizialmente era stato imposto ma certamente abbastanza per incidere negativamente sulle finanze del marchesato, e per generare comprensibili malumori tra la popolazione sulla quale in parte ricadevano le contribuzioni al pagamento delle quali era obbligata con il versamento al borsiero di una tassa corrispondente ad un tanto per fuoco.

Approfittando della situazione di estrema debolezza nella quale erano venuti a trovarsi i feudi malaspiniani, si era riaffacciato sulla scena politica lunigianese, come abbiamo visto, il granduca di Toscana Cosimo III, il quale, già padrone dei distretti di Bagnone e di Fivizzano e da pochi decenni anche della città di Pontremoli, sembrava ora più che mai intenzionato ad acquistare in blocco tutti i marchesati della Lunigiana.

Si trattava probabilmente di un progetto di vasta portata che tendeva ad unificare in modo omogeneo le enclaves rappresentate dai vari possedimenti granducali sparsi in Val di Magra per costruire quella provincia toscana di frontiera che avrebbe dovuto avere Pontremoli per capitale.

Questo disegno non andò in porto e ad infrangere i progetti del granduca furono presumibilmente le opposizioni delle potenze rivali, il Ducato di Milano e la Repubblica di Genova, che non vedevano di buon occhio l’ulteriore espandersi dell’egemonia toscana in Lunigiana.

Sfumava così un’altra favorevole occasione che avrebbe potuto significare un passo forse decisivo verso quel processo di unificazione politica del territorio lunigianese, processo che non essendosi mai compiutamente realizzato, fu causa non secondaria dei tanti problemi che afflissero la Lunigiana anche nei secoli a venire.

A compilare questa pagina abbiamo preso spunto dagli registri parrocchiali di San Nicolò e di San Giovanni Battista di Villafranca. I dati che affioraro sono quelli relativi al numero delle famiglie, da 95 a 110 con una popolazione che si aggira attorno alle 500/550 anime.

Ciò che varia è la densita della popolazione dentro il borgo murato. 

Le condizioni di stabilità favoriscono in Lunigiana durante il corso del XVII secolo il ritorno nelle canpagne, e molte famiglie del luogo e forestiere si trasferiscono nei casolari delle possessioni o dei poderi sparsi nel circondario e quasi tutti di proprietà dei marchesi Malaspina. 

Il secolo XVII è anche periodo nel quale a Villafranca si assiste ad un ricambio demografico di proporzioni rilevanti.

Informazioni estratte da http://viaggionellamemoria.interfree.it/il_seicento.htm

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Giovanni de Medici Giovanni dalle bande nere

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La fortezza di Aulla
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La fortezza di Aulla
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Pietro Leopoldo D'Asburgo

DAL XVI SECOLO AL XIX SECOLO IN LUNIGIANA

Durante il XVI secolo, cominciava ad imporsi sulle numerose divisioni, un desiderio di unificazione. Il tentativo di creare una signoria in Lunigiana di Giovanni dalle Bande Nere, l'ultimo capitano di ventura, andò però fallito, nonostante che nel 1522 constrinse il marchese Malaspina di Aulla a cedergli il feudo e la rocca.

Eccellente condottiero appartenente alla famiglia de Medici, combatté come capitano di ventura al soldo dei diversi potenti dell’epoca. La sua figura d’uomo, avvolta da un alone di leggenda, fu ritenuta dal Macchiavelli come quella capace di unificare l'Italia.
Ebbe il soprannome “dalle Bande Nere” quando, alla morte del papa Medici Leone X, mutò le bande bianche dell’insegna di capitano di ventura, in nere come segno di lutto perenne. 

Giovanni de Medici con la sua prematura scomparsa 1498 - 1526, a soli 28 anni, lasciò la moglie Maria e il piccolo figlio Cosimo, futuro Granduca di Toscana.
Fu invece il granduca di Toscana ad espandere i propri domini. Nel XVII secolo Firenze controllava circa metà della Lunigiana con l'acquisto di Pontremoli e dei territori circostanti. In questo secolo si sviluppò il fenomeno artistico del Barocco. A Pontremoli, l'intera città venne riprogettata. Con la seconda metà del XVIII secolo, anche in Lunigiana arrivò l'Illuminismo con
Piero Leopoldo d'Asburgo

In questi stessi anni, nel 1787, Pontremoli ottenne la nomina a sede diocesana, che manterrà per duecento anni, oltre al riconoscimento di città.

Gli anni della Rivoluzione Francese e di Napoleone provocarono anche in Lunigiana la fine del feudalesimo. Le zone in passato divise in feudi vennero inglobate nella Repubblica Cisalpina e poi nel Regno Italico, mentre la parte già del granducato di Toscana entrò a far parte del Regno d'Etruria. Con la sconfitta di Napoleone e la Restaurazione del 1815, il Congresso di Vienna sancì che gli ex feudi imperiali passassero sotto il dominio estense di Francesco IV, duca di Modena: ne fecero parte i territori di Aulla, Licciana, Mulazzo, Podenzana, Tresana, Villafranca e Treschietto. 

Anche il granducato di Toscana riacquistò i suoi territori, Fivizzano, Pontremoli, Codiponte, Bagnone, Filattiera, Casola e Albiano.

Con il trattato di Firenze del 1844, che chiudeva definitivamente il periodo napoleonico, si parlava di tre Lunigiane. Una Lunigiana assegnata al ducato di Parma, con Pontremoli, Villafranca e Bagnone; una Lunigiana assegnata al ducato di Modena, con Fivizzano, Aulla, Licciana, Massa e Carrara; una Lunigiana assegnata al Regno di Sardegna, con Sarzana, La Spezia e la Val di Vara. Come risultato della prima guerra di Indipendenza, lo Stato piemontese arrivò fino alla bassa Lunigiana. L’unità avverrà solo dopo la seconda guerra di Indipendenza quando, nel 1859, la Lunigiana proclamò la sua annessione al Regno di Sardegna. 

Con l'Unità d'Italia la Lunigiana entrò a far parte della provincia di Massa Carrara, con scarso rispetto delle caratteristiche e degli ambiti regionali. Il dittatore di Modena Farini spaccava in due il territorio della Lunigiana storica, creando appunto la provincia di Massa e Carrara con la val di Magra e la Garfagnana, mentre La Spezia e la Val di Vara venivano assegnate alla provincia di Genova.

   Informazioni da: www.taccuinistorici.it/newsbrowser.php?news_id=223&news_dove=3#

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  Pubblicato il 21 febbraio 2007

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