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IL
TERRITORIO
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Il
territorio del Comune di Bagnone e quello adiacente del Comune di Villafranca Lunigiana
sono compresi tra il letto del
fiume Magra ed il crinale dell’Appennino Settentrionale. |
Una decina di
chilometri di lunghezza e un dislivello medio
tra i 150 ed i 1850 metri.
Una superfice complessiva di 103 km². (73,79+29,49)=103,28
km²
Due grandi valli alluvionali:
quella di nord-ovest, che partendo dalla dorsale apenninica piuttosto scoscesa e rocciosa agli inizi, arriva con tenua pendenza
a
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scaricare a valle nel lento e magro fiume "La Magra" le acque dei
numerosi affluenti del torrente "Bagnone"; quella di nord-est invece,
scola le dorsali preapenniniche nel torrente "Civilia", che sfocia nel
Magra più a valle, a Terrarossa nel |
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Comune di Licciana Nardi.
Le crode del
versante nord-ovest fanno fronte al sud, sono rupi nude e scoscese, battute dal
vento marino che le ha erose e sgretolate nel tempo; alternate da pascoli
verdeggianti detti "le nude", luoghi da capre
sino ai 1000 metri. Poi la pendenza raddolcisce e si hanno i
contrafforti e le spianate, con i boschi d'alto fusto "le abetaie", i
cedui "i cerreti", i castagneti. Dai
500 metri in poi, sulle colline e nella valle, dove la terra è più fertile, si era impiantata una
magra e faticosa agricoltura intensiva a carattere famigliare sin dal periodo
neolitico. Nel versante nord-est invece il territorio non raggiunge più le nude
e le crode, il terreno è più pianeggiante ed essendo orientato verso sud, è
più produttivo. |
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L'
Età Neolitica, per rischiarire la memoria al lettore, è quel
periodo della Preistoria Umana, caratterizzato dagli
utensili e dalle armi di pietra levigata, detto Neolitico in contrapposto
al
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Paleolitico
o della pietra scheggiata.
La
civiltà Neolitica rappresenta una grande tappa nel cammino
dell'umanità. L'uomo non si addestra soltanto nella lavorazione
delle pietre dure, ma impara a foggiarsi e a cuocere vasi di
argilla, addomestica ed alleva bestiame, si veste di pelli, si
costruisce abitazioni fisse a livello del suolo, tesse fibre
vegetali, coltiva piante utili, pratica il culto dei morti, ai quali
da sepoltura, crea fregi schematici alle stoviglie, costruisce
monumenti grandiosi ma grossolani, pietre colossali allineate o
sovrapposte, i monumenti megalitici.
Le crode d’arenaria si stagliano nell’azzurro,
mentre scendendo verso valle,
l’erosione, i ghiacci e le acque hanno
accumulato, nei millenni passati, trovanti e detriti
di rocce.
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Il territorio del Comune di Bagnone, soprattutto
nelle zone di fondovalle, fu abitato sin dalla preistoria, periodo
neolitico, antica età della pietra. L’uomo faceva vita nomade di
cacciatore e pescatore, si riparava in grotte naturali e si copriva con
pelli di animali.
Fu
in questo periodo che gli antichi abitanti del nostro
territorio hanno eretto monumenti di pietra noti
come menhirs o statue stele.
Vedi:
www.bagnonemia.it/fascicolo1
- in_antico
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I
ritrovamenti delle statue stele, conservate nei musei di La
Spezia e di Pontremoli, stanno a dimostrare che la presenza umana,
in Lunigiana è visibile già all’età del bronzo.
L’uso
della stele funeraria risale ai greci del periodo miceno.
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In
Italia essa era già conosciuta durante la civiltà enea e palafitticola. Nei
vari momenti e luoghi la stele assunse forme diverse e decorazioni più o
meno ricche. |
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La
stele, sta a dimostrare che in Lunigiana esisteva una vita organizzata,
già da diversi secoli prima di Cristo. |
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I PRIMI ABITATORI
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Possiamo tentare di menzionare,
senza voler offendere nessuno, e chiamare Liguri
i popoli che hanno abitato anche la Lunigiana.
Vedi:
www.bagnonemia.it/fascicolo1.
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La
popolazione che viveva nel territorio di Bagnone è senza dubbio di derivazione
ligure. I Liguri una popolazione forte, dedita
all’agricoltura, alla pesca e al mare, è stata soggiogata dai romani solo
dopo una lunga lotta, nel II secolo a.C.
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La città di Luni fu fondata nella vasta pianura che costeggia la
foce del fiume Magra nell’anno
177 a.C., come colonia romana, dopo la sconfitta dei Liguri Apuani.
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Spesso
ricorriamo alla toponomastica o alla ricostruzione visiva degli insediamenti dei
primitivi. Sono noti i Castellari,
ubicati quasi sempre sulle sommità dei monti o in zone inaccessibili,
luoghi di rifugio e di difesa del bestiame e degli abitanti.
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Gli abitanti vi si rifugiavano, tra labirinti di muri a secco, quando si sentivano in
pericolo o perché braccati da eserciti predatori.
Nel
bagnonese sono not i siti di rifugio chiamati il "Castellaro
di Sant'Antonio" oppure le varie Capanne sparse |
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sull'Appennino
con i nome di Capanne dei Tornini, di Garbia, di Baton, ecc.
Questi
luoghi, forse fortificati, forse più nascondigli che fortezze, costruiti in
cima ai monti, in antico, permettevano alle popolazioni di raggrupparsi e di sfuggire
così alla sicura
morte, che avrebbero probabilmente subito, se fossero rimasti improtetti e
sparpagliati a valle.
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A
nord di Vico, frazione di Bagnone, sul torrente Re di Valle, numerosissime sono le capanne
sull'antica strada mulattiera per il "Pianel di morti"che,
anche recentemente, ospitavano su poveri giacigli i pastori ed i contadini durante la pulitura dei
castagni e la raccolta delle castagne. |
I
ROMANI IN LUNIGIANA
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La
storia di Lunigiana inizia con Luna (Luni), colonia fondata
nel 177 a.C., rinnovata da Augusto, base militare e centro
commerciale per l'esportazione del marmo. Nel
108 a.C. la resistenza apuana è sconfitta dai consoli P. Cornelio
e |
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M. Bebio. Per evitare ogni possibile sollevazione, i romani
deportano in massa quasi tutta la popolazione (47.000
capi famiglia con mogli e figli) e creano loro una nuova dimora
nel |
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Sannio, presso Benevento, dove ancora oggi si rinvengono
documenti epigrafici dell'epoca. Le
terre così spopolate vengono assegnate a coloni provenienti da
fuori, o agli stessi miliziani romani. |
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Inizia così una
rapida trasformazione dell'economia locale con lo sfruttamento
intenso delle ricchezze soprattutto marmifere della regione. Hanno
origine in questo periodo molti nomi di località terminanti in
-ano e -ana che rispecchiano la colonizzazione romana (es: Regnano
da "Fundus herennianus", podere degli Erenni; Luscinano
dai Lucinii, ecc..).
[V.
Toponimi del Comune di Bagnone pag.199 a 204 nel "Studi e
ricerche sull'Alta Lunigiana" di Luigi Armando Antiga"
edizione Artigianelli 1977]. |
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Il
territorio viene diviso in "Pagi" ricalcanti i
precedenti Conciliaboli, sia nell'estensione che nei centri
principali e facenti capo ai "Municipia" di Luca
(l'odierna Lucca) e Luna (Luni), colonia fondata nel 177 a.C.,
rinnovata da Augusto, base militare e centro commerciale per
l'esportazione del marmo. |
La
parte montana dell'Alta Lunigiana, mantiene invece ancora l'antica
popolazione che aveva trovato rifugio nei "Castellari"
,
ripari di antica concezione ma sempre utili [V.
sopra].
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Tito
Livio descrive queste popolazioni come raggruppamenti di gente
fiera e bellicosa, dedita alla pastorizia ed alla caccia.
Vivevano in capanne in muratura a secco e ricoperte di frasche impastate con
argilla e letame.
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Nell’ultimo secolo
a.C. pacificati coi romani, si unirono e fondarono con
essi delle colonie anche nel nostro territorio, come è confermato dai toponimi, già
trattati, di Lusana, Cassolana, Gabbiana, Vico, Corlaga, ecc.
[V. Gurguglione, fascicolo 6º].
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La
Lunigiana si identifica oggi con la vallata del Magra e quella dei
suoi affluenti, mentre i suoi confini storici sono molto più ampi:
Provincia di Massa Carrara e di La Spezia, tre Comuni del parmense
e due dell'alta Garfagnana. Il territorio marino va dal fosso del
Cinquale presso Montignoso (MS), alla punta del Rospo presso Deiva
Marina (SP).
[V. "La Lunigiana Geologica e Preistorica"
di Carlo Caselli, nell'Introduzionedi "Confini della
Lunigiana";
Arnaldo Forni Editore 1926].
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| IL
MEDIOEVO IN LUNIGIANA
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La
data di riferimento è il 476, la caduta dell’impero Romano d’occidente.
Con la crisi economica che ne è
derivata, si ha un ritorno allo sfruttamento
delle poche risorse della montagna. Si formano quindi i villaggi montani, quasi
tutti poverissimi, villaggi di capanne.
Riappare Luni nel 552, quando il generale bizantino Narsete la occupò e divenne
un importante centro bizzantino.
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É
in questo periodo che sorge Sorano di Filattiera, centro amministrativo
e militare di importante rilevanza
per la viabilità in val di Magra.
Il territorio, con lo
sviluppo del Cristianesimo,
vede sorgere le Pievi nei luoghi dove esistevano i Pagi romani. |
Ma Luni, la Lunigiana e la zona marittima, restarono nelle mani dei
bizzantini sino al 643, quando il re longobardo Rotari espanse il suo
dominio partendo da Lucca. I bizzantini non abbandonarono la
Lunigiana,
anzi la fortificarono, il
crinale dell’Appennino divenne nei secoli VI –VII una frontiera
militare. Il sistema fortificato di Filattiera, con i suoi castelli, è
in val di Magra, un caposaldo
fortificato bizzantino sulla via Francigena e sulle vie trasversali di
collegamento, esempio la Genova-Modena, via Castelli
di Bagnone, di Treschietto e di Iera, chiamata la "via
del sale".
Vedi:
www.bagnonemia.it
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L’egemonia bizzantina subì uno scossone, dall’invasione Longobarda del 568,
che occupò anche la Toscana, stabilendo a Lucca la capitale del Ducato.
Dopo la conquista
longobarda del territorio lunense, si nota un periodo espansionistico da parte
dei nobili, delle chiese e del vescovo di Lucca, con l’acquisto di numerosi
beni e proprietà anche in Lunigiana.
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Sotto i Franchi, Luni e la Lunigiana restarono nell’orbita lucchese. Il Ducato longobardo
fu sostituito da un Marchesato carolingio, ma non ci furono grandi cambiamenti
di tipo politico.
Luni entrerà in una fase di crisi profonda. I saccheggi Saraceni e quelli
Normanni contribuirono in modo decisivo a debilitare la città, anche perché
gli interessi dei gruppi dirigenti si era spostato su quello territoriale rurale.
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L’AGRICOLTURA
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Riscrivere
la storia di un territorio limitato come questo del Comune di
Bagnone, non è facile, non abbiamo documentazione sufficiente
d'appoggio. Immagino, e l'immaginazione a questo punto è
necessaria con la speranza di non sbagliare, che anche da noi sia
accaduto quello che il feudalesimo ha portato in tutta Italia.
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L’agricoltura decadde fino a tornare quasi alle condizioni della
preistoria. Il commercio dei prodotti era quasi scomparso perché
i territori erano
suddivisi in feudi chiusi e spessissimo ostili l’uno
all’altro, ed ognuno si limitava a coltivare un po’ di
terra, vicina alla propria
dimora, che
gli avrebbe
dato quel
tanto
da vivere. |
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Gli
uomini si ingegnano e trovano nuovi lavori; da noi prevalgono
i taglialegna, coloro che segano assi, legname da lavoro, e
i boscaioli, quelli che tagliano i boschi e che preparano
legna da ardere. Tra questi si sviluppa da noi anche il mestiere del
carbonaio.
[V.
il Gurguglione, Fascicolo 12º, la carbonificazione].
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Il
carboniere si occupa del commercio del carbone, che vende a tutte
le famiglie per accendere i fornelli, mentre il carbonaio è colui
che trasforma la legna in carbone.
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Erano
numerosissime le carbonaie sul nostro appennino, spiazzi
appositamente preparati sui quali si accatastava la legna, rami
quasi sempre di cerro o di faggio, preparata in modo da lasciare
in mezzo un’apertura che funziona da camino, e numerosi spazi
aperti alla base; il tutto veniva accuratamente ricoperto di
terra. Dal camino, gettavano all’interno della carbonaia
tizzoni accesi che incendiavano la massa legnosa, la quale
bruciando in ambiente quasi privo di aria, si trasformava in
carbone. Il carbone veniva messo in sacchi di iuta, chiuso
all’estremità con due bastoncini arrotolati ad un lembo del
sacco, e venduti in paese o nei dintorni.
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Un’altro
mestiere era quello del pastore, praticato quasi sempre dai
giovani, i quali raccoglievano gli animali del paese e li
conducevano ai pascoli. Una
pastorizia stagionale che non ha nulla a che vedere con la
transumanza maremmana. Da noi non abbiamo trovato nessun documento
che giustifichi l'esistenza di "tratturi", mentre
conosciamo l'esistenza dei Beni Sociali, territori ove veniva
praticata la nostra pastorizia.
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Nel
Medioevo, i signori erano troppo occupati a fare le guerre e non
si interessavano dell'agricoltura; si diffusero così grandi
estensioni di terre incolte, utili per i pascoli, ma sempre
trascurate.
Un
nuovo impulso dell’agricoltura lo si ebbe nei secoli XV e XVI,
periodo che coincide da noi, con l’arrivo dei Noceti.
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Bagnone
ingrandisce, la località Gutula diviene il Borgo di Bagnone dove
si organizzano i commerci, e dove piano piano prendono residenza
numerose famiglie benestanti, banchieri, farmacisti, medici,
avvocati e di commercianti e artigiani. Ciascuno edifica la
propria dimora ed acquista terre ovunque.
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Anche
i Conti Noceti, decidono di sfruttare la loro proprietà e creano
numerosi poderi sparsi attorno al Capoluogo, altri proprietari li
organizzano verso Pastina, verso Orturano, Corlaga, Treschietto
Collesino e Compione.
Ha
inizio il periodo agricolo dove predomina la mezzadria e la
conduzione diretta dei piccoli coltivatori proprietari di modesti
appezzamenti di terre e di boschi. |
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LA
MEZZADRIA
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Entra
così, piano piano, la conduzione agricola a mezzadria che resisterà sino agli anni 1960/65. É una forma tipica di contratto
agrario, con il quale chi dispone di un podere detto concedente ed
il capo di una famiglia colonica numerosa, detto mezzadro si
associano per la coltivazione del fondo e per l’esercizio delle
attività connesse, e alla fine ne dividono a metà i prodotti e
gli utili. É valido tuttavia il patto con il quale taluni
prodotti si dividono in proporzioni diverse.
Usi e accordi, che
saranno sanciti e regolamentati poi, in epoca più recente, dal
Codice civile.
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Il
contratto di mezzadria è stipulato tra il concedente ed il
mezzadro, il fine è quello di realizzare una collaborazione fra le
parti per lo sfruttamento di un podere. Gli utili, detratti
delle spese e delle perdite, venivano condivisi. Un buon mezzadro era colui che aveva una
famiglia numerosa (forza lavoro).
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Tutte
le energie lavorative della famiglia del colono devono infatti
essere assicurate al podere, e la famiglia stessa deve trovare
sostentamento nel
fondo.
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Tale
forma associativa non si svolge sempre in posizione ugualitaria, ma
secondo un rapporto di subordinazione, in quanto spetta al
conducente la direzione amministrativa e tecnica dell’azienda.
La composizione della famiglia colonica non può variare ed essere
modificata senza il consenso del concedente, salvo il caso di
matrimonio di adozione e simili. Ogni singola variazione doveva
risultare annotata su un apposito libretto colonico.
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La
mezzadria senza determinazione di tempo si intende convenuta per
la durata di un anno agrario, e si rinnova tacitamente di anno in
anno se non c’è stata fatta comunicazione di disdetta almeno
sei mesi prima della scadenza, che da noi era 11 Novembre, San
Martino.
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Il
concedente era tenuto a conferire il godimento del podere dotato
di quanto occorre all’esercizio dell’impresa e di una adeguata
casa colonica per la famiglia. Le scorte vive e morte sono
conferite in parti uguali da entrambi e sono di proprietà comune.
Il Codice civile regola oggi diritti e doveri del concedente e del
mezzadro, una forma di conduzione agricola di origine piuttosto
antica e conservatasi senza notevoli modificazioni sino ai giorni
nostri.
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Ogni
anno c’era la caccia
al miglior mezzadro, ed un buon mezzadro cercava un miglior
padrone. Succedeva che un mezzadro, perché l’annata non era
andata troppo bene, si fosse mangiato anche il grano destinato
alla semina, e questo degradava il colono, al quale gli veniva
appiccicato il dispregievole nomignolo di : "il s’è
mangià anka la smenza!", "si è mangiato anche la
semenza!".
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Un
punto delicato, che non ha mai trovato contento il concedente,
era
quello delle regalie, che menzionate nel libretto colonico,
assumevano invece un valore di costumanza. Non si doveva
dimenticare il cappone per Natale,
la gallina per Pasqua, un cesto di uva scelta alla vendemmia, 12
uova
al mese, frutta e verdura di stagione ed altri prodotti del campo.
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Per
il concedente "scior padron", erano motivi di critica
denigratoria, quando si voleva il cambio; la roba che riceveva era
sempre brutta, sempre scadente, sempre insufficiente....
Screzi
a parte, è stata questa una forma di agricoltura che ha dato
lavoro e da vivere a numerosissime famiglie bagnonesi.
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Le
treggie (traze), erano i mezzi di trasporto adatte sulle strade
mulattiere e altrove. Erano delle slitte trainate
da coppie di vacche o di buoi, sopportavano capienti cesti di
vimini dentro i quali si caricava di tutto. I siti da
raggiungere per il lavoro di ogni giorno, prevedeva tragitti
anche lunghi, dal fondo valle, dal luogo di residenza, al
campo. |
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La treggia
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La
distanza a volte era anche grande, dovuta alla fragmentazione che
la proprietà aveva subito nel tempo, oltre alla localizzazione
collinare della proprietà agricola o semplicemente quella degli
appezzamenti di terra da coltivare o da pulire, esempio i
castagneti.
Dopo
il Concilio di Trento, furono abolite le Pievi e vennero istituite
le Parrocchie, per cui tutto il sistema ecclesiastico venne
riorganizzato, e ad ogni Parrocchia venne assegnato un podere,
detto il Beneficio Parrocchiale, che era condotto da un mezzadro; la
rendita del podere doveva servire al sostentamento del Parroco.
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GLI
ATTREZZI
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Oltre
alle informazioni sull’utilizzazione del suolo, importanti e da
considerare sono gli strumenti impiegati per la lavorazione del
campo, del pascolo e del bosco.
Coloro che li usano, uomini e donne, durante le molteplici
fasi dell’annata agricola, ci permettono di intuire e capire lo
spessore ed il peso della fatica quotidiana, mezzo necessario per
rendere produttiva ogni parte della superficie agraria, ogni
fazzoletto di terra coltivabile. |
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A
questo punto si devono ricordare gli attrezzi impiegati per il tipo
di agricoltura, quella intensiva e montana. Attrezzi che non
cambiano nel tempo, si tramandano da generazioni in generazioni,
sempre gli stessi, più volte riparati dal fabbro del paese :
la vanga, la zappa, un aratro di legno con una sola punta di ferro
che a volte veniva trainato da una sola vacca. |
Aratro
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L'aratro
è l'attrezzo agricolo più importante, e già nel Neolitico erano
noti questi attrezzi per rompere la superficie del terreno. La
loro forma variava a seconda del tronco d'albero; era
l'ingegno dell'uomo che lo sceglieva e che lo adattava all'uso.
Veniva dotato di una punta metallica, quasi sempre forgiata su
misura, e diversa l'una dall'altra. |
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Nella
foto a fianco un puntale d'aratro rinvenuto nella nostra
campagna. Questo rudimentale attrezzo veniva trainato
da quadrupedi, allevati dal contadino: buoi, vacche, cavalli
o asini a seconda di ciò che ciascuno possedeva.
Gli
animali venivano aggiogati con i finimenti d'uso, per i bovini si
usava il giogo, mentre per gli equini i basti ed i collari. |

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L'aratura
consisteva nel solcare lo strato erboso e nel rovesciare le zolle prese in profondità; da noi bastava un aratro
leggero, perchè
il contadino doveva reggerlo in posizione a forza di braccia,
e per
il suo trasporto che si faceva con le tregge sulle strade mulattiere di collina entro cesti di
vimini appoggiati a travi che slittavano e venivano trainati
dalle mucche.
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Il
rendimento giornaliero era scarso, anche in considerazione
degli appezzamenti di terreno, quasi tutti ricavati sui poggi e
terrazzamenti montani, sparsi qua e la, e di estensioni
limitate.
Nelle
due foto a lato sono evidenti i finimenti d'uso: il collare ed un
basto.
Il
giogo invece era di legno, e consentiva ad unire due animali
bovini e
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concentrare
la loro forza sulla spranga per trainare l'aratro, un carro od
altro. Più tardi
arriverà anche l'aratro di ferro; esso era assai più pesante
dell'aratro in legno e stava diritto da solo perchè poggiava
su due ruote.
Era
dotato di una lama verticale per tagliare il terreno e di un
versoio, cioè di una lama diagonale, che rigirava la zolla
di |
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terra
appena sollevata.
Era
usato da coloro che possedevano grandi appezzamenti di terra
pianeggianti, ma non poteva essere impiegato sui terreni
collinari. |
Erpice
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L’erpice
era un attrezzo fabbricato dal contadino, erano dei pali incrociati
sui quali venivano conficcati dei pioli appuntiti previa
trapanazione del foro.
Questo
attrezzo aveva svariati usi, veniva impiegato principalmente per
estirpare le erbacce e per rompere le zolle di terre argillose,
per livellare il terreno e per coprire la semente dopo la semina.
Per svolgere questi compiti l’erpice veniva trainato da animali,
da cavalli per una operazione più veloce o da buoi.
Da noi venivano usati anche rastrelli di legno per compiere
alcune
operazioni quali la
copertura delle sementi e la preparazione del tereno. |
Attrezzi per il raccolto
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Nel
medioevo la tendenza a trasformare in grandi prati i terreni
cosparsi di cespugli, alberi e foglie fece sì che si
diffondessero falci dalle lunghe lame. La falce fienaia a manico
lungo, di origine romana, nel XII secolo venne dotata di una
impugnatura a barra che fuoriusciva dal lungo manico.
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Il
falcetto bilanciato, con la lama piegata all'indietro alla fine
del manico e poi in avanti a formare una grande curva, utilizzato
per tagliare; la falce a manico corto, che si adoperava con due
mani, adatta ad "affettare" durante la mietitura; le
lame venivano riaffilate continuamente nei campi con pietre d'arenaria, le coti e con l'uso di battilame infissi in tronchi
d'albero. |
Attrezzi
per scavare
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Vanghe,
forconi, zappe e picconi in ferro molto robusti erano prodotti
nelle botteghe dei fabbri ferrai. Nel Medioevo le vanghe avevano
una lama singola e doppia; al manico veniva applicata una barra
trasversale per appoggiare il piede per spingere l'attrezzo in
profondità nel terreno.
Attrezzi
a forca a tre e a quattro denti di ferro erano in uso generale fin
dai tempi dei romani per scavare o rompere il terreno, sia come
forconi sia come picconi. I forconi più leggeri erano usati per
maneggiare i fasci di fieno o di paglia. |
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ESTATE
2003
ESPOSIZIONE
"AL VAL"
Retrospettiva
della memoria
etnico-rurale.
Gli
attrezzi agricoli in uso da noi.
Organizzatore: Centro di Cultura
Bagnonese |
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